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I canti dell’Edda: la voce degli eroi e degli dei nordici – Giovanni Sessa

I canti dell’Edda: la voce degli eroi e degli dei nordici – Giovanni Sessa

La nostra epoca è sovrastata da una lapidaria affermazione di Bertolt Brecht, che si è trasformata in paradigma negativo ed irrinunciabile, al quale oggi si attengono le masse della società post-moderna: «Beato il paese che non ha bisogno di eroi». Al contrario, chi scrive è fermamente convinto che ogni popolo abbia, nel profondo, l’imprescindibile bisogno di guardare a modelli eroici, incarnanti il precedente autorevole, sul quale è necessario sintonizzare la nostra azione nel tempo in cui ci è stato dato in sorte di vivere. Eroe è colui che accetta il proprio sacrificio per la predisposizione a lasciare le forme fisiche in nome di un Ideale fondato sulla fedeltà alla propria comunità e a chi politicamente la regge. Solo figure di tal fatta, lo ricordava negli anni Settanta, tra gli altri, lo scrittore francese Jean Cau, sono atte a ricomporre le lacerazioni sociali e spirituali del mondo liquido nel quale viviamo: in esso nessuno si spende, se non per la degradante e necessariamente deludente, ricerca dell’utile. Una recente lettura ci ha resi persuasi dell’inanità dell’affermazione di Brecht, tanto che, chiusa l’ultima pagina del volume, ci siamo detti: «Beato il paese che onora gli Eroi e gli Dei». Ci riferiamo ai, Canti dell’Edda. La voce degli dei nordici, da poco nelle librerie per Iduna edizioni (per ordini: associazione.iduna@gmail.com, pp. 194, euro 18,00). Il volume è impreziosito dalla prefazione di Sandro Giovannini e si avvale della traduzione di Olga Gogala di Leesthal, tra le più note germaniste del nostro paese. Per avere accesso ai temi dei Canti è bene muovere da alcune precisazioni storiche. In Norvegia, all’inizio del IX secolo, si affermò l’autorità politica di Harald Harfgar. Chi non volle sottostare al suo dominio emigrò in Islanda, isola quasi del tutto disabitata: «portando con sé il tesoro della loro tradizione poetica, libera ancora da ogni influenza del cristianesimo, che cominciò a diffondersi tra loro solo dopo il 1000» (p. 25). Un secolo più tardi, gli Islandesi iniziarono l’opera di trascrizione dei canti popolari, pertanto, l’Edda è, in gran parte, espressione culturale del popolo che allora abitò l’isola di ghiaccio e fuoco. La sua parte più antica è costituita dai Canti degli Eroi, risalenti al secolo IX, mentre le altre parti sono state scritte tra il X e la metà del XIII secolo. Nel 1643 fu trovato in Islanda dal vescovo Bryniolf Sveinsson un codice pergamenaceo, contenente la maggior parte dei componimenti, noto quale Codex Regius, attualmente conservato a Copenhagen.

Fino a quel momento si conosceva soltanto l’Edda di Snorri Sturluson (1178-1241), un manuale di prosodia destinato ai poeti d’arte. Il libro raccoglie, in sintesi, la mitologia nordica e alcuni racconti relativi alle gesta di divinità, il che ha fatto pensare all’esistenza di un precedente più ampio: che infatti è contenuto nel codice ritrovato nel 1643. Il termine Edda, di complessa traduzione, è stato reso con Arte poetica. Va precisato che ci sono rilevanti differenze tra la poesia skaldica di Snorri e quella propriamente eddica: la prima è complicata ed oscura e conta cento forme diverse di strofe, mentre la seconda ha tratto narrativo e descrittivo. Nell’Edda sono anche distinti i Canti degli Eroi dai Canti degli Dei. Quelli degli Eroi sono numerosi e assai antichi: «pagani, forti e rudi, esprimono sentimenti semplici e primitivi» (p. 27), gli altri invece sono caratterizzati o dalla grandiosità epica o, al contrario, dalla semplicità narrativa. Tra le divinità primeggiano Odino, Thor e Freyia, ma su ognuna di loro troneggia Baldr, dio della luce destinato ad una tragica fine, ma che rinascerà per imporre un Regno di giustizia dopo il «ragnarök», l’Età ultima.

Non mancano, infine, Giganti, Nani e Troll, simboli della sacralità del cosmo. Sappia il lettore che tali canti, non contengono alcun riferimento al culto, in quanto il loro universo di riferimento era certamente quello «pagano», anche se dopo il Mille era già iniziata la cristianizzazione dell’Islanda: «I semplici abitanti dell’isola […] pur accettando la morale cristiana […] non avranno creduto far male mantenendo le favole dei loro Dei» (p. 28). Del resto è Giovannini a ricordarci come l’Edda sia il risultato poetico di una serie di stratificazioni, peraltro non riducibili a quella del primigenio incontro/scontro paganesimo/cristianesimo. Un precedente salto epocale potrebbe infatti essere rilevato anche rispetto alla originaria invasione aria: «delle cui prime scaturigini sappiamo quasi solo da lacerti linguistici sopravvissuti» (pp. 18-19). Il mito eddico ci tramanda le vicende di invasori indoeuropei discesi, a più riprese, sulle terre nordico-scandinave, che misero in atto un processo di scambio culturale con gli autoctoni, trasformatosi, infine, nel dominio indiscusso del pantheon indoario.

   Del resto, la lingua eddica, il norreno, discende, ricorda Giovannini, dall’antica scrittura runica. La runa, pur di matrice ideografica e magica, acquisì ben presto tratto alfabetico e permeò di sé le diverse produzioni poetiche dell’Edda. In essa sono leggibili la profezia, il carme, il canto vero e proprio, la canzone, il lamento e finanche, non secondario, l’insulto, caratterizzate da diverse forme metriche. Dalla lettura si evince che gli dei Asi, indoeuropei, alla fine di un lento processo, assimilarono i Vani, potenze divine la cui presenza è attestata nel nord europeo già dal 3000 a.c. Pertanto, per poterci riappropriare, attraverso una lettura consapevole del precedente autorevole, contenuto nelle pagine dei Canti, per dirla con Giovannini: «di ciò che più non ci appartiene», data la situazione descritta nell’incipit di queste brevi note, è necessario un atto di lettura: «che s’immerga, nel materiale favoloso di un’epopea antica ed immemoriale, solo con passione di riconoscimento e d’identificazione» (p. 10).

   Solo questo approccio al testo dell’Edda, permette, nonostante il nostro transitare nell’età della «morte degli dei», di ricongiungere ciò che per altri non può essere riunito: logos, mythos ed ethos, nel nome dell’origine sempre possibile. Per tale percorso, le pagine presentate, sono uno stimolo prezioso.

Giovanni Sessa

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Categorie: Libreria

Pubblicato da Giovanni Sessa il 14 Novembre 2019

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Sc. Politiche dell’Università “Sapienza” di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani e periodici. Suoi saggi sono apparsi in diversi volumi collettanei e Atti di Convegni di studio, nazionali e internazionali. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008 e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, in Appendice il Quaderno 122, inedito del filosofo veneto. Ha, inoltre, dato alle stampe una raccolta di saggi Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015. E’ Segretario della Scuola Romana di Filosofia politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del Movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

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