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Gli Ismailiti: eretici, mistici e “assassini” – Martino Nicoletti

Gli Ismailiti: eretici, mistici e “assassini” –  Martino Nicoletti

A coloro che aspirano a mettersi in cammino.
A coloro che sono ancora disposti a perdersi,
senza temere di non sapere chi saranno
quando sarà loro concesso di ritrovarsi

Alcuni anni fa decisi di fare un viaggio tra gli Ismailiti della regione montuosa dell’Hindukush, fra Pakistan e Afghanistan. Un viaggio non semplice, compiuto sotto la protezione costante di una scorta armata di kalashnikove nato dal desideriosincero di avvicinare un Islam remoto e distante, oggigiorno posto a diretto confronto con la minaccia talebana.  Un Islam sorvolato dalle pagine dei giornali e dalla retorica che gli è quasi sempre sottesa, realizzato con l’auspicio concreto di creare un ponte di comprensione reciproca tra me, uomo e occidentale e alcuni esponenti del mondo musulmano. Non tutti i musulmani, dunque, maunicamente quelli che hanno scelto di non essere nostri nemici; quelli consci di appartenere a un comune retaggio e a una matrice spirituale anch’essa in gran parte comune. Non tutti: paradossalmente gli appartenenti a una comunità considerata come “eretica” dalla maggioranza islamica sunnita del Pakistan: gli Ismailiti, gli eredi ovvero del mitico Vegliardo della Montagna e dei suoi fedeli Assassini. Paradossalmente: i nemici giurati dei nostri antenati di epoca medievale (1).

Gli ismailiti:“assassini” e nemici giurati dei Crociati

Nella seconda metà del XII secolo, tra i Crociati lanciati nella guerra di liberazione dei luoghi santi della Palestina, caduti nelle mani dell’Islam, si diffonde la notizia dell’incombente presenza di un nemico ben più insidioso di chiunque altro. Si tratta di Râshid al-Dîn Sinân, meglio noto con l’appellativo di Vegliardo della Montagna. Misterioso quanto potente signore degli Ismailiti nizariti della Siria, la figura del Vegliardo, in breve tempo, si accresce a dismisura nell’immaginario dei Crociati. Alle leggende riguardanti la ferocia del suo comando e l’autorità indiscussa sui propri sudditi, si aggiunge quella dell’esistenza di un sanguinario manipolo di fedelissimi uomini posti al suo servizio. Si tratta degli asciscin, o Assassini, guerrieri glaciali e votati al martirio, scelti e addestrati unicamente per svolgere delicate missioni, condotte alla piena luce del giorno e spesso dall’esito suicida. Non semplici soldati, dunque. Macchine da guerra perfette e collaudate. Prototipici kamikaze, capaci di infliggere attacchi mirati dall’effetto devastante nelle file dei propri avversari (2). Per piegare la volontà dei propri seguaci sino al suo totale annullamento, le leggende che circolano tra i Crociati e in molte contrade d’Europa, narrano di come il Vegliardo ottenesse l’obbedienza totale degli asciscin somministrando loro delle potenti droghe, capaci di annichilirne completamente la volontà.  Secondo la colorita versione riportata dallo stesso Marco Polo nel suo Il Milione, si racconta in particolare di come il Vegliardo, nei pressi della sua impenetrabile roccaforte nascosta tra le montagne, avesse fatto creare un vero e proprio paradiso terrestre, colmo di ogni delizia, ricchezza e beatitudine e dal quale era possibile entrare e uscire unicamente profondamente addormentati. In questo giardino di sublime felicità, i giovani prescelti dal Vegliardo, continuamente attorniati da palazzi dorati, da fiumi di vino e miele, musiche melodiose e splendide fanciulle, conducevano una vita dedita interamente ai piaceri e al godimento dei sensi. Ogniqualvolta il Vegliardo avesse necessità di compiere una missione omicida, sceglieva uno dei giovani e, dopo avergli fatto assumere una potente droga, lo faceva addormentare profondamente per farlo poi risvegliare fuori dalle mura protette del paradiso. Una volta destato, al giovane, in preda alla disperazione più profonda per trovarsi esiliato dal giardino delle delizie, veniva comunicato che avrebbe potuto fare nuovamente ingresso nel paradiso qualora avesse accettato di compiere la missione richiestagli. Una missione accettata ovviamente di buon grado poiché come ricorda Marco Polo: “…coloro lo fanno volontieri, per ritornare al paradiso; se scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso”.

La mia esperienza di viaggio tra gli Ismailiti

Questo il mito. Questa la leggenda che per secoli e secoli ha fatto si che l’Occidente cristiano si tenesse a debita distanza e guardasse con diffidenza le comunità musulmane ismailite, considerate quali temibili avversarie e detentrici di occulti poteri. Questa la leggenda che, di gran lunga, trascende la vera storia di questa ampia comunità islamica, generalmente nota per il suo spirito di apertura e la marcata ascendenza mistica. Dei musulmani membri di una comunità considerata eretica dalla maggioranza religiosa sunnita del Pakistan per via della propria aderenza alla grande corrente scismatica sciita, per il rifiuto sistematico di ogni formalismo religioso e rituale, nonché per il rispetto profondo nei riguardi di credi religiosi di matrice non islamica.  Quando, anni fa, scelsi di fare un viaggio tra gli Ismailiti, decisi di prendere una distanza netta sia dal pensiero volgare da marciapiede – arido e per sua natura inconsistente – come anche dall’attitudine fiacca e debole tipica del nostro tempo –, divenuto ormai incapace di formulare un giudizio lucido o prendere una posizione ferma su qualsiasi tema o problema reale. Una scelta motivata unicamente dal desiderio di “vedere con i propri occhi ed esperire nella propria carne” senza pregiudizi e senza illusioni. Nella volontà di offrire un servizio reale alla comunità che mi stava ospitando, nel corso del mio soggiorno, lavorai come insegnante di lingua inglese e di arte presso una scuola privata del villaggio di Buni. Questo il tributo minimo edovuto alle persone che mi hanno accolto e che mi hanno permesso di lavorare dando vita a un denso libro dedicato a questa stessa esperienza (3) e alla registrazione di un CD dedicato alla tradizione musicale mistica degli Ismailiti (4).  Il mio soggiorno nel nord del Pakistan coincise, com’è naturale, con l’ampia e lunga stagione degli scontri militari tra il governo ufficiale e la guerriglia integralista diffusa in vaste zone del Paese. Allora come ora, viaggiare in Pakistan, almeno in una buona parte delle regioni nord-occidentali, significa trovarsi in prossimità, se non anche faccia a faccia, con l’incombente presenza talebana. L’area settentrionale di Chitral, luogo del mio soggiorno, si trova infatti appena a nord dello Swat, la regione recentemente divenuta nota nelle cronache internazionali per via delle sistematiche violenze messe in atto dalle frange estremiste islamiche. Appena a nord, anche, delle stesse Tribal Areas, territori indomiti e fuori dal controllo del governo centrale, de factopropaggini dell’Afghanistan e avamposti dell’Islam estremo. Per questo motivo, nei mesi della mia permanenza, per ordine della polizia locale e disposizione del governo, una guardia del corpo armata mi fece costantemente da scorta. Una semplice “precauzione”; una misura, per così dire, preventiva, la quale tuttavia testimonia in maniera eloquente di un grave clima generale e dello stesso sentimento xenofobo che, sempre di più, sta dilagando in questo angolo di mondo. Poco oltre, a qualche chilometro soltanto dal terrorismo interno e della violenza tra simili, si trova il territorio abitato dalle comunità ismailite dove ho soggiornato. Si tratta di un’area geografica e culturale ampia che, iniziando poco più a nord della cittadina di Chitral, si estende sino a lambire le alte regioni dell’Hindukush e gli estremi confini settentrionali del Pakistan dove si trova la regione di Hunza. Gruppo minoritario, rispetto alla maggioranza sunnita, i numerosi ismailiti di questo territorio, nella forma di un’enclave atomizzata, sono raccolti in villaggi di differente ampiezza. Villaggi caratterizzati da una popolazione mista: ismailiti, genti di origine khow e pashtun, profughi afgani. Villaggi che, al di là della nominale appartenenza al Pakistan, sembrano in realtà rappresentare l’estremo lembo delle civiltà centro-asiatiche: variegata koinè con cui, gli Ismailiti condividono in gran parte non soltanto una simile eredità storica, ma anche numerosi tratti culturali.

Gli Ismailiti: la lunga storia nella civiltà del Mediterraneo

La corrente religiosa ismailita rappresenta una delle componenti di spicco dell’Islam sciita, diffusa oggigiorno in oltre venticinque paesi dell’Asia, Europa, Medio Oriente, Africa, America del Nord e Australia.  Sorto nel periodo stesso della formazione dell’Islam e della conseguente diversificazione nell’interpretazione della parola del Profeta, soprattutto in merito alla successione dell’autorità religiosa, l’Ismailismo si configura con una sua identità già nella metà dell’VIII secolo, in diretta concomitanza con l’affermazione della dinastia degli Abbasidi con sede a Bagdad.  Coerentemente con lo Sciismo, il fulcro centrale della fede ismailita è in gran parte rappresentato dalla dottrina religiosa dell’Imamato. Secondo questa concezione, l’autorità religiosa, e il suo stesso carattere divino, si sarebbero trasmessi dal Profeta Mohamed al suo cugino e genero Alî, sposo di Fâtima, la figlia del Profeta. Con Alî e la sua discendenza diretta avrebbe dunque avuto inizio una linea ininterrotta di guide spirituali, gli imâm, la cui principale funzione consisterebbe nel mantenere un legame attivo tra la comunità dei fedeli e la rivelazione divina, di mostrare il senso profondo del messaggio coranico, garantendo al tempo stesso alla dottrina proclamata dal Profeta di perpetuarsi dinamicamente nel tempo: identica a se stessa nell’essenza profonda ma capace di adattarsi e armonizzarsi fluidamente in ragione del mutare delle epoche, della mentalità e della comprensione stessa degli esseri umani.  Al di là dei numerosi conflitti interni e scismi, causati essenzialmente da dispute circa il diritto di successione dei vari imâm storici, la dottrina dell’Imamato – diffusa e istituzionalizzata nell’VIII secolo dallo stesso Imam sciita Ja ‘far al-Sâdiq, nato a Medina, e quindi da suo figlio maggiore Ismâ’îl, figura di riferimento centrale nella storia dell’Ismailismo – ha continuato nei secoli successivi a rappresentare l’elemento centrale e distintivo della dottrina religiosa ismailita.  Stimolato da una forte componente proselitista, l’Ismailismo, a partire dal IX secolo, si diffusein Persia, Yemen, Iraq, Siria,in vaste regioni della Transoxiana, nonché, a ovest, nei territori settentrionali dell’Africa. La penetrazione ismailita in Africa, in particolare, pose le premesse per la formazione, all’inizio del X secolo, di un vero e proprio stato: il noto Califfato fatimide. La fondazione di una “nazione” ismailita – estesa ingran parte dell’Africa settentrionale, Egitto, Medio Oriente e della stessa Penisola arabica – e la conseguente trasformazione dell’Imam in Califforappresentarono la prima ampia e decisa affermazione di un’autorità sciita in ambito politico e dottrinale. Opponendosi de facto alla figura del Califfo Abbaside di Bagdad, figura centrale di riferimento dell’Islam non-sciita dell’epoca, l’Ismailismo creò, in realtà, le premesse perun’effettiva alternativa politico-religiosa alla potente ortodossia sunnita.  In ambito interno, la fondazione dello stato fatimide segnò inoltre per l’Ismailismo l’iniziodi un periodo di grande fioritura culturale e artistica, offrendo,al tempo stesso, un impulso senza eguali agli studi scientifici nonché all’elaborazione e conseguente sistematizzazione degli aspetti più profondi della dottrina religiosa ismailita: dottrina, da sempre, ispirata ad una visione profondamente pluralistica. In questo stesso periodo, soprattutto in area ismailita iranica, è testimoniata la nascita di un’originale opera di sintesi tra la teologia tradizionale ed elementi mutuati da varie tradizioni filosofiche dell’epoca, tra le quali lo stesso Neoplatonismo e il pensiero aristotelico. Fu sempre in questo stesso fertile ambiente che, sia in Arabia sia all’interno dello stato fatimide, si sviluppò una ricca esegesi esoterica della Rivelazione.  La rapida quanto decisa affermazione politica e religiosa fatimide, nel mondo islamico sunnita,si tradusse, in breve, nell’intensificarsi e sistematizzarsi della propaganda anti-ismailita: una propaganda volta essenzialmente a discreditare questo specifico ramo della fede sciita e a dimostrarne non solo il carattere deviato, ma anche la sua stessa matrice eretica. In maniera simile alle posteriori leggende diffuse in ambiente cristiano, le notizie messe in circolazione in questa epoca, al di là di elementi propriamente dottrinali, fanno frequentemente allusione a presunte pratiche immorali e libertine perpetuate degli Ismailiti, nonché a supposti piani politici volti a sgretolare e distruggere l’Islam dal proprio stesso interno. Durante il periodo di affermazione del Califfato fatimide e nei secoli che seguirono la sua stessa caduta, avvenuta nel 1171, l’Ismailismo si frammentò al proprio interno, determinando la nascita di numerose fazioni e correnti. Tra queste le più rilevanti furono quelle dei Nizâriyya – ovvero i Nizariti, dai quali avrà origine un potente stato con capitale Alamut identificato con i territori della Persia e della Siria – e quella dei Musta’liyya da cui nascerà la fazione dei Tayyibî, diffusa soprattutto in Yemen e India.

Nel 1256, il forte stato dei Nizariyya, dopo oltre un secolo e mezzo di vita, venne invaso dalle orde mongole e violentemente distrutto, scomparendo improvvisamente dalla scena politica. Molte delle comunità ismailite persiane, scampate al massacro, trovarono rifugio in Asia centrale, Afghanistan e India. Non trascorse molto tempo che, per iniziativa di alcuniimâm della Persia centrale, prese dunque inizio una vasta e incisiva opera di diffusione dell’Ismailismo volta a propagare questa fede in nuovi territori e, soprattutto, a riunificare le comunità di Nizariti disperse in Asia. L’opera di proselitismo ebbe come oggetto soprattutto l’India, dove numerose comunità indù del Gujarat e del Sind si convertono al nuovo credo assumendo l’appellativo di Khoja.  Nei secoli che seguirono, l’India, in crescente misura, assunse la fisionomia di un importante e attivo centro di preservazione e diffusione dell’Ismailismo. Il fondamentale ruolo assunto da questo paese nella storia dell’Ismailismo avrà il suo culmine nella metà del XIX secolo. Nel 1842 infatti l’imâm ismailita di Persia, che nel 1818 aveva ricevuto dall’allora Shah il titolo onorifico di Aga Khan – termine mutuato simultaneamente dal turco e dalla lingua altaica e designante il rango di “signore” –, si trasferisce a Bombay, divenendo da questo momento sede ufficiale la sede dell’Imamato nizarita. Il trasferimento della sede dell’Imamato in India segnerà l’inizio dell’epoca moderna dell’Ismailismo nizarita e della sua stessa affermazione in ambito internazionale. La dinastia degli Aga Khan, oggigiorno rappresentata dal quarto imâm ereditario, Karim Aga Khan, darà infatti un forte impulso alla modernizzazione dell’Ismailismo, ponendolo in aperto dialogo con il mondo occidentale e promuovendo in maniera attiva la conoscenza stessa degli aspetti più specificamente storici e culturali della fede ismailita.

Esoterismo e Rivelazione mistica nell’universo ismailita

Sin dalle sue origini fino ai giorni nostri, la figura dell’imâm rappresenta il pilastro centrale e l’elemento distintivo della dottrina ismailita. Una figura che, al di là delle sue specifiche prerogative sociali e politiche, si caratterizza soprattutto per il suo significato profondamente religioso e spirituale. Per gli Ismailiti, l’imâm, oltre che fungere da garante della tradizione religiosa formale dal carattere essoterico (zâhir), è infatti considerato il depositario della conoscenza segreta ed esoterica (bâtin) racchiusa nelle sacre scritture. In questo senso la dottrina religiosa ismailita si fonda sulla concezione secondo cui, in ogni epoca, la conoscenza “interna” e “profonda” della Rivelazione, sia accessibile unicamente da una ristretta élite di esseri umani, caratterizzati da speciali qualifiche interiori e da una particolare purezza spirituale. Questa ristretta comunità si distinguerebbe dunque dalla maggioranza dei fedeli, in grado invece di avvicinare e comprendere unicamente gli elementi esteriori della religione e della stessa esperienza spirituale. Da questo punto di vista, l’imâm avrebbe dunque il ruolo essenziale di mantenere attivamente in vita e trasmettere a quanti ne siano degni, la conoscenza della verità eterna e immutabile che si cela al di là dalle sue manifestazioni contingenti nel tempo e nella storia. In accordo con una visione profondamente sincretistica ed ecumenica, la dottrina “interna” ismailita ritiene infatti che la Rivelazione divina sia stata propagata, sin dalle origini del mondo, attraverso sette successive ere, ciascuna delle quali inaugurata e presieduta da un particolare “enunciatore” (nâtiq). Cominciando con Adamo, la lista dei “profeti” delle prime sei ere comprende Noè, Abramo, Mosè, Gesù e, infine, Mohamed. Responsabile soprattutto della dimensione essoterica e formale della religione, sempre secondo questa concezione, ciascun nâtiq sarebbe inoltre accompagnato nella propria opera da un “rappresentante” (wasî), incaricato, al contrario, di trasmettere gli insegnamenti propriamente esoterici della Rivelazione. Il primo di questi rappresentanti, per gli Ismailiti, fu Seth, seguito da Sem, Ismaele, Aronne, Simon Pietro e, infine, Alî. A loro volta ciascun wasî sarebbe seguito da sette imâm, custodi sia degli insegnamenti essoterici che di quelli esoterici. In ogni era, l’ultimo degli imâm, assurgerebbe alla funzione di nâtiq dell’epoca successiva, abrogando la legge religiosa in vigore e promulgandone una nuova maggiormente adatta al mutato tempo. Secondo una visione profondamente escatologica, tipica del più antico Ismailismo, nel corso della settima e finale era, l’ultimo dei “enunciatori”, in maniera totalmente diversa dai nâtiq precedenti, invece di instaurare una nuova legge religiosa, avrebbe invece il compito di manifestare apertamente la verità esoterica, rivelandone pienamente il senso segreto. Cancellando ogni distinzione tra dimensione essoterica ed esoterica, questi, assumendo il titolo Imam-Mahdi, offrirebbe dunque al genere umano una definitiva opportunità di salvezza prima della consumazione finale dell’universo.

La forte impronta sincretista, oltre che manifestarsi in una specifica concezione del tempo, trova un suo importante eco in relazione alla cosmologia stessa. Assorbendo parzialmente elementi propri delle antiche religioni iraniche, nonché della stessa filosofia gnostica e del pensiero greco di ambiente neoplatonico, la visione cosmologica ismailita pone a principio dell’universo Dio, la cui esistenza si pone al di là e anteriormente di ogni nozione di tempo e di spazio. Al momento di dare forma all’universo, prima di ogni altra realtà esistente, Dio crea la luce (nûr), attraverso la formula imperativa di kun, ovvero “sia”! Per un processo di duplicazione delle lettere che formano la parola “kun”, questa assume una forma femminile dando così vita a Kûnî, il primo essere creato, detta anche “colei che precede”. Dalla luce stessa di Kûnî, a sua volta, si forma Qadar, suo assistente, ovvero “colui che segue”. Attraverso questi due principi, Dio ha modo di creare il pleroma: l’infinita e splendida dimora degli esseri spirituali. Dalla propria luce Kûnî trae infatti i Sette Cherubini. In modo simile, Qadar, trae dalla propria luce i Dodici Esseri spirituali, tra i quali spiccano le figure degli arcangeli Gabriele, Michele e Seraphiel, il cui ruolo è quello di fungere da intermediari tra Qadar, i profeti e gli imâm storici.  Come già per l’universo spirituale, Qadar e Kûnî si trovano a cooperare anche nel momento di creare la realtà materiale. Cominciando dall’aria e dall’acqua, Qadar e Kûnî proseguono dando forma ai sette cieli, alla terra e a tutti gli altri elementi presenti nel cosmo. In tutto questo ampio e complesso processo, la luce gioca un ruolo fondamentale. È infatti il suo progressivo scindersi, individuarsi e solidificarsi a permettere la creazione dell’universo. Un percorso che, dal sottile, passo dopo passo, la vede dunque trasformarsi in elementi sempre più spessi e grossolani.  In questa stessa dinamica cosmica, ultimo ad apparire, è l’uomo: creatura di origine divina, purtuttavia intrappolata tra le dense fibre della materia. Sebbene disperso ed esiliato alle periferie del cosmo, l’uomo ha modo di intraprendere il cammino di ritorno verso la propria sorgente ricorrendo alla “gnosi” spirituale, trasmessa, infusa e resa efficace unicamente grazie all’operato spirituale degli imâm. È la gnosi, per gli Ismailiti, la via che consente infatti all’uomo di risalire la ripida china dell’universo così da riconquistare le proprie origini al di là del tempo. Una via che, secondo un processo inverso rispetto alla creazione, conduce dal grossolano al sottile, dal materiale allo spirituale. In breve: dalle tenebre alla luce.

 

Note

1. L’articolo che qui presentiamo costituisce in gran parte un estratto dell’opera di Martino Nicoletti, Cantare tra le mani: un viaggio tra gli Ismailiti dell’Hindukush, Torino, Lindau, 2014

2. Per saperne di più su questo tema: Pio Filippani Ronconi, Ismaeliti e “Assassini”: storia, mistica e metafisica di una setta che fece tremare il Medio Oriente, Rimini, Il cerchio, 2004

3. Martino Nicoletti, Cantare tra le mani: un viaggio tra gli Ismailiti dell’Hindukush, Torino, Lindau, 2014

4. CD: Poets and Mystics of Hindukush: The spiritual musical tradition of the Ismailis, Stenopeica – A Buzz Supreme, 2013 (https://www.amazon.it/Poets-Mystics-Hindukush-Spiritual-Tradition/dp/B079K2361P/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=The+spiritual+musical+tradition+of+the+Ismailis&qid=1564415007&s=gateway&sr=8-1)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Martino Nicoletti,

(Dottorato di ricerca in Antropologia e PhD in Multimedia Arts): antropologo, scrittore e viaggiatore, si occupa da oltre venticinque anni di etnografia e storia delle religioni dell’Asia meridionale. È autore di numerosi saggi dedicati alla spiritualità dell’Himalaya, opere letterarie, volumi multimediali e fotografici pubblicati in più lingue. Vive in Bretagna. www.martinonicoletti.com.

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Categorie: Spiritualità

Pubblicato da Ereticamente il 10 Novembre 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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