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Eternità e Tempo in Platone: commento al Parmenide (155d- 157b) – Giandomenico Casalino

Eternità e Tempo in Platone: commento al Parmenide (155d- 157b) – Giandomenico Casalino

«…E allora quando muta? Infatti non muta né quando sta fermo né quando si muove né quando è nel tempo. – No, infatti. – Esiste allora questa cosa stupefacente nella quale esso sia nel momento in cui muta? – Quale cosa? – L’Istante. L’Istante (Exàiphnes) infatti sembra significare qualcosa di questo genere: ciò a partire da cui muta passando nell’uno o nell’altra di due condizioni. Infatti non muta a partire dallo star fermo quando ancora è fermo né muta a partire dal movimento quando ancora è in movimento, anzi questa natura un po’ stupefacente dell’istante si situa tra il movimento e la quiete, senza essere in alcun tempo, e procedendo dall’uno in direzione dell’altro ciò che si muove muta passando nello star fermo e ciò che sta fermo passando nel muoversi. – C’è il rischio -. Anche l’Uno allora, se appunto sta fermo e si muove, muterà passando nell’una o nell’altra condizione, perché solo cosi potrà fare l’una e l’altra cosa, ma mutando muta istantaneamente e quando muta, non può essere in alcun tempo e in quell’ istante né si muoverà né starà fermo …» (1).

Platone, in questo straordinario ed enigmatico passo del Parmenide, espone il significato esoterico della sua spiritualità trascendente e immanente al contempo, che è non dualista né monisticamente panteista. «… Non muta né quando sta fermo né quando si muove né quando è nel tempo…»: è lo squadernamento dell’Assoluto, dell’Eterno nel tempo, è il Divenire che non diviene; non vi è divenire nel divenire, non vi è movimento nel movimento, il Divenire appare tale ma è Essere!

«... Esiste allora questa cosa stupefacente nella quale esso sia nel momento in cui muta? – Quale cosa? – L’istante…». Mentre il Divenire è il Divenire che non diviene, pur stando nel tempo, l’Istante è l’Essere, l’Eterno che diviene (che muta) pur essendo fuori dal tempo. È l’immagine mobile dell’Eternità (Platone, Timeo X, 37c-d) che abbiamo dinanzi, l’immagine è mobile poiché appare tale, essendo immagine di qualcosa che essa è nel momento (Istante) in cui veramente muta; ed appare, all’occhio dello Spirito, l’Assoluto eternamente in Sé cangiante, come il Sole che, pur mutando, è sempre il Medesimo. Ecco che nello spirito ellenico di Platone non vi è alcuna traccia di dualismo, anzi la Realtà è talmente intrecciata che il Divenire è Essere che non muta e l’Istante è l’Essere che muta: la prima dimensione della Realtà è nel tempo, la seconda è fuori dal tempo! La prima si esprime mediante il Discorso mitico, per immagini (Timeo); la seconda mediante l’Identificazione assoluta, di natura iniziatica, che il pensiero di pensiero, il Concetto (Parmenide). Platone tutto ciò lo conferma, in guisa altrettanto esoterica, nel Sofista (248e-249a) quando introduce il movimento nell’Essere: “… E poi, per Zeus? Ci lasceremo forse persuadere che, davvero, movimento, Vita, Anima e Intelligenza non sono presenti nell’Essere nella sua totalità e che Esso non vive, né pensa, ma, venerabile e santo, senza Intelligenza, sia immobile e fermo?…” (2).

Nella realtà sensibile, pertanto, noi ci troviamo di fronte a cose che “sono”, cioè non mutano! Le cose, infatti, poiché non passano da x a y non sonoxy, pertanto pur “essendo”, cioè apparendo, non si possono definire, non ammettono giudizi e quindi non si possono conoscere e, pertanto, di ciò che non si può avere conoscenza, cioè epistéme, si avrà mito (Timeo), che è il racconto verosimile intorno alla realtà sensibile. Platone indica che tra uno stato e l’altro tra (x e y) che sono i segni distintivi della cosa in movimento e quindi del trascorrere del tempo e mentre la cosa passa da x a y, muovendo da x ed andando verso y, intermediario (3) tra tali due contraddizioni (che sono dialettiche e che si annullano pur conservandosi) sta il medio che è l’Istante ed è solo in questo “stato” che la cosa è ferma e quindi si può conoscere e definire poiché, paradossalmente (ma solo per chi non abbia compreso il logos) essa muta, sta cambiando, ma mentre muta è, e muta fuori dal tempo; solo allora la cosa si può definire, ammette giudizio, cioè è il Concetto, epistéme. L’Istante, pertanto, in cui le cose sono definibili poiché mutano, è atto dello Spirito che vede Se stesso nella cosa, ed è, quindi, come insegna Platone, il Logico, l’Eterno ed è fuori dal tempo. Esso è l’Intero di Hegel in quanto Risultato che è la Medietà dell’Immediato che è l’Istante della gnosi noetica cioè dell’Illuminazione (4).

Ciò che appare, o l’esistente, è «l’immediatezza venuta fuori dal togliere la mediazione del fondamento e della condizione…» (5). Non vi è, pertanto, l’annichilimento asiatico della “storia”, del divenire, del movimento nell’Assoluto, il Mondo non si annulla nella Divinità-Cosmo che assorbe il Tutto essendo il Tutto (Tutto è Uno). L’istante è l’Eterno che è il (concetto del) Tempo (Hegel); il divenire, il Mondo, gli uomini, la Polis, la Res Publica, le fenomenologie della coscienza umana, l’Anima, sono tutti reali, salvati, anzi sono la Verità, quando sono fuori dal Tempo, quando l’Intelletto incontra e riconosce se stesso nella verità dell’Istante in cui sono, gli enti, fuori dal tempo. Il mondo è il tempo ed è la scansione polare della dialettica; “fuori dal tempo” non significa per l’uomo indoeuropeo negare il mondo, la vita, la vicenda umana, il mutare delle stagioni, la comunità; “fuori dal tempo” significa invece pensare, vedere, costruire l’Eterno in quanto Idea; ed è il Se stesso ed è in quiete ed in movimento (6), è l’Intero, è il Risultato che è il Fondamento ed è l’Inizio che coincide con la fine, che non è fuori o contro il Mondo ma è il Mondo pensato, è il Pensiero del Mondo che è il Mondo come Pensiero, l’Essere che è il Pensiero. E qui viene ribadito l’insegnamento di Parmenide e della scuola Eleatica. I due aspetti della polarità sono presenti esemplarmente tanto in Platone quanto in Hegel come in Heidegger. Il loro sistema di pensiero è analogo, è intrinsecamente indoeuropeo, il modo di vedere la dialettica, il movimento, il tempo, l’essere e il non-essere, la vicenda umana “di fronte” all’Essere, al “ciò che è sempre” consiste infatti nella consapevolezza pre-filosofica che la Realtà è una non in senso monistico ma in senso non-duale. Ciò vuol dire che sia Platone sia Hegel quanto Heidegger affermano poi filosoficamente che l’Istante è l’Eterno (Platone); che il (concetto del) tempo è l’Eternità (Hegel); che l’Evento “contiene” l’Essere ed il tempo (Heidegger), solo a condizione che il Pensiero (nous) riconosca se stesso come presente ed essenza nel e della cosa, nel movimento medesimo, che veda e sia l’Asse fermo della ruota che gira, che veda e sia la Trascendenza Immanente come Immanenza Trascendente (Evola) e su tale conoscenza edifichi l’Impero che, essendo immagine mobile dell’Eterno, è la storicità fenomenologica di tale “sistema di pensiero”. Qui risiede il Mistero della civiltà indoeuropea, in questa polarità tra Istante-Eterno e durata continua-infinita (il cattivo infinito di Hegel), tra Forma ed Evento(7) (come intuì Carlo Diano…), sta la natura più intima dell’Europa, che Platone ci svela rivelando; tutta la mobile-immobilità che è immobile-mobilità, tutta la tensione tra Uno e Molti, dove essi sono la Realtà, tutto ciò è Europa, è spirito indoeuropeo e gli Dei e gli Uomini, gli Imperi e i Canti degli Eroi, la Polis e la a libertà degli uomini in armi nell’ampio spazio aperto della assemblea omerica dei “migliori”, lo testimoniano. Per Hegel lo Spirito si esplica nella storia ma non in quanto storia (8)!

Note:

1 – PLATONE, Parmenide, 155d-157b, trad. G. Cambiano, Bari 1998;

2 – C. LUCCHETTI, Tempo ed eternità in Platone, Milano 2014; F. PIZZUTI, Cosa è un’Idea? L’intelligibile nell’ultimo Platone, Roma 2015, pp. 84 e ss.;

3 – “…Se non è possibile che ci sia un tempo senza l’Istante, e se l’Istante è una realtà intermedia che tiene insieme un inizio e una fine… è necessario che il tempo sia eterno…” ARISTOTELE, Fisica, VIII, 1, 251b 10-27

4 – PLATONE, Lettera VII, 341c4-d2; G. CASALINO, L’origine. Contributi per la filosofia della spiritualità indoeuropea, parte prima, Genova 2009; AA.VV., Istante. L’esperienza dell’illocalizzabile nella filosofia di Platone, Milano 2012;

5 – G.W.F. HEGEL, Scienza della Logica, Bari, 1968, p. 539;

6 – L’uomo, il vivente è uguale a se stesso ma è diverso, tutto il suo organismo è continuamente diverso pur essendo sempre quell’organismo, quel risultato; la morte di miliardi di cellule di tutti gli organi si accompagna contestualmente alla nascita ed alla vita di altrettante… ed è l’Athanòr, dove gli elementi, nello stesso, mutano e si rinnovano, ma la verità è l’Intero, l’Athanòr;

7 – C. DIANO, Forma ed evento, Venezia 1993; IDEM, Il pensiero greco da Anassimandro agli Stoici, Milano 2007, pp. 104 ss.

8 – La filosofia di Hegel, nel suo nucleo, esprime il processo reale della spiritualizzazione dello storico e della storicizzazione dello spirito: è il medesimo contenuto sia della filosofia (tradizione) ermetica (corporizzare lo spirito e spiritualizzare il corpo) che della sapienza elleno-romana: sono tutte rappresentazioni, nel tempo, dell’universo ideale indoeuropeo.

Giandomenico Casalino

 

 

 

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Categorie: Platone

Pubblicato da Giandomenico Casalino il 5 Novembre 2019

Giandomenico Casalino

«... La Totalità autofondante, che è l'Intero ed è il Vero e cioè l'Assoluto, è il concetto-realtà di "ciò che è causa di sé stesso" e della effettuale convergenza di natura, essenza e verità tra Filosofia platonica, Tradizione Ermetica e Sapere di Hegel, poiché esse, anche se con linguaggi differenti, a causa dei diversi contesti storico-culturali in cui si manifestano, dicono il Medesimo... il Sapere è Uno e la Tradizione che è Sapere, Gnosi, può anche apparire in tanti volti e differenti immagini o discorsi, ma colui che è condotto dalla virtus del Cuore, inteso come centro vivente dell'Essere e quindi nous in senso arcaico, ne vedrà l'unica natura, riconoscendo sé stesso in essa come in uno specchio: " ... infatti gli interpreti dei Misteri dicono che «i portatori di ferule so- no molti ma pochi i posseduti dal Dio» e costoro, io penso, non sono altri che quelli che praticano la Filosofia nel vero senso del termine..." (Platone, Fedone, 69 c-d)...».

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