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Tango: Rosa Rossa Anima Antica (Perduta ?) – Vitaldo Conte

Tango: Rosa Rossa Anima Antica (Perduta ?) – Vitaldo Conte

«Fiore del cuore

Incantevole rosa

dentro il tuo calice

conservi il cuore del mio vero amore.

Si chinarono dall’alto gli dei

per benedirti?

E il colore rosso delle tue labbra

si può paragonare solo ai rubini.

Lo trovi lì – un gioiello raro»

(R. Valentino)

Oggi la rosa rossa vive, prevalentemente, nella dimensione recisa, dovendo apparire molto bella con i petali rosso-brillanti e lo stelo smisurato. L’esigenza del profumo diviene un dettaglio di scarso valore. La rosa, sempre più ibrida, si disperde nella moltitudine delle esistenze globalizzate: ogni rosa “trovata” nella nuova ibridazione deve lasciare il posto ad un’altra, sempre più diffusa. La rosa antica, perduta, con il suo odore evaporato, può essere la maschera di un mondo che non si ritrova più: questa nostalgia è simile a quella dell’antico tanguero, a Buenos Aires, cosciente dell’ineffabilità dell’attimo fuggente. La nostalgia era, infatti, il sentimento che l’emigrante sentiva pulsare nel proprio interno, ricercando un ricordo che il più delle volte, ad anni di distanza dalla partenza, si rivelava deludente, per l’impossibilità di ritrovare – ancora – quel mondo lasciato, che veniva “ricreato” nelle atmosfere del tango. Questo immaginario diviene una metafora della creazione: l’artista, come il tanguero, esprime la palpitante nostalgia-mancanza, doppiandola nella “casa chiusa” della propria espressione, con arroganza prometeica che ha la stessa divina nostalgia di un poeta di strada: «La vita se ne va, se ne va e non torna, la cosa migliore è goderla (…) io voglio morire con me, senza confessione e senza Dio, crocifisso alla mia pena come abbracciato a un rancore». I testi delle sue canzoni narrano ricordi, la terra e una donna lontana, la giovinezza perduta e naturalmente l’amore, anche quello mercenario. Il tango è nato, infatti, nei bordelli, nei bassifondi delle periferie di Buenos Aires, come “rivolta” verso la cultura ufficiale. Suo moto primario è una continua proiezione del passato, compiuta con la mente e il cuore per dimenticare il presente. «Certo il tango nasce nei postriboli, ma questo stesso fatto dovrebbe farci sospettare che esso sia qualcosa come l’opposto del sesso, giacché ogni creazione artistica è, quasi sempre, un atto antagonistico, un gesto di fuga e ribellione. Si crea ciò che non si ha, quello che è l’oggetto della nostra ansia, della nostra speranza, ciò che ci permette di evadere, magicamente, dalla dura realtà quotidiana. L’arte, in questo, assomiglia al sogno (…). Il bordello diventa allora, nel tango, il sesso come sinistra purezza» (E. Sabato). Il tango ha influenzato, con la sua struggente ed erotica significazione, i linguaggi della creazione, anche grazie alle seducenti danze delle sue rose rosse. Se durante uno dei tanti duelli-tango tra uomini arrivava una donna: questa, per sedurre il maschio, lo affrontava nel ballo con una rosa rossa fra i denti (se era un bocciolo significava che era vergine). Non usava, come segno di sfida verso l’uomo un’arma tagliente ma una rosa rossa in bocca, che, nel dualismo alchemico del ballo, voleva significare un’arma invisibile. Con questa “combatteva” disarmata, ma non per questo era meno pericolosa.

La rosa rossa, che simbolizza un percorso di passione e rinascita, diviene nel tango un segno di qualcosa che sopravvive alle difficoltà e alla morte. I petali di questa rosa sbocciano sensualmente per incarnare naturalmente l’emozione di una danza, visiva e vibrazionale, appassionata e assente nello stesso tempo: come è, appunto, il tango: «Il tango è la menzogna “che l’uomo ama come solo la donna sa amare, con la perdita del pudore e della famiglia, fuggendo da Dio per avvicinarsi al tango» (E. Secades). Il tango si diffonde, dalla fine del 1880, nelle periferie e nei quartieri poveri ed emarginati di Buenos Aires e Montevideo, ottenendo successo soprattutto nelle case di tolleranza. Si afferma come espressione popolare nella rapida e incredibile espansione di Buenos Aires: in un mondo ai margini, che stenta a seguire il ritmo di una città che aumenta a dismisura la popolazione, inducendo i grandi autori a farne una musica nazionale. La crescita demografica è provocata dall’incontrollato numero di immigrati provenienti da tutto il mondo che arrivano, rischiando un viaggio difficoltoso, in Argentina, alla ricerca di una sorte migliore. Ci sono anche coloro che la povertà ha allontanato dalle zone povere d’Italia: i dintorni di Napoli e Genova, la Sicilia, la Calabria e la Puglia. Il tango è un ballo che si basa sull’improvvisazione con la caratteristica eleganza e sensualità dei suoi movimenti: ha come prima pista di espressione la strada, la terra battuta e come scenario i caffè di quartiere con le luci soffuse, il rumore dei dadi e le aspettative consumate a un tavolo da biliardo. Gli uomini lo ballano a gara tra di loro, lasciando sulla terra il disegno dell’oche (otto), trascinato con i piedi: s’insegnano tra di loro talvolta trucchi e segreti, prima di esibire la loro abilità per attrarre le ragazze nei locali. In questo sfondo s’inizia a danzare il tango: all’inizio tra uomini come ostentazione delle proprie abilità, impugnando il coltello (similitudine del rapporto di coppia), in una sorta di gioco-duello di destrezza per esprimere la malavita e la malinconia che li “avvolge”. Poi viene la donna: qui il tango diventa pretesto e chiave per la conquista-disputa amorosa.

Il tanguero rappresenta l’archetipo dell’uomo che desidera “giocare” con la propria vita. Il tango non è una moda o passione locale: è una musica creata per “riempire l’assenza” o per esprimere «il dolore di essere stato e di non essere più», sentimenti comuni a ogni luogo e tempo. Ritenerlo solo un ballo sensuale significa non volerne comprendere la diversità e il segreto: «Il Tango è un pensiero triste che si balla», afferma Discepolo. E’ un modo di vita e pensiero che vuole divenire un’arte di amare e della nostalgia. Rappresenta un immaginario di crudezza, solitudine, erranza, erotismo: «La magia del tango è racchiusa proprio in quest’alleanza silenziosa e continuamente ridefinita e in quei sentimenti che, nell’istante stesso in cui si provano, sono già passati». Il tango non è solo musica: è soprattutto poesia, la cui essenza vive oscuramente dentro di noi come colonna sonora di un’esistenza che scorre. Borges, negli anni ’30, sostiene che la vera poesia del nostro tempo sarebbe stata quella contenuta nei testi del tango. Affermazione che ha la sua conferma in alcuni testi che lo cantano. Questo ballo – è stato detto – può rappresentare un ultimo approdo dei poeti maledetti, in quanto è un mondo di sofferenze e introversioni: l’inganno e la menzogna «che l’uomo ama come solo la donna sa amare» sono “presenze” nella sua essenza, commiste anche ad attimi di dolcezza e languore. Il tanguero è un uomo che guarda all’indietro. La sua voce, i suoi gesti sembrano celebrare un lungo, sensuale commiato: come se continuando a ballare si possa riuscire, se non a evitare, almeno a trattenere, per assaporarlo fino in fondo, lo struggimento del momento dell’addio. Ha dentro di sé la certezza che «non morirà mai il piacere di perdere mentre si trova». Il tango non è solo un pensiero: è un’emozione, un enigma, non solo del momento ma delle potenzialità del momento, vissuto anche con uno sguardo scambiato o lo stiletto di una mano invisibile.

«Io voglio morire con me stesso

senza Dio né confessione,

crocifisso alle mie pene

come abbracciato a un rancore.

Niente devo alla vita,

niente devo all’amore;

quella mi ha dato l’amarezza,

e l’amore, un tradimento»

«Il Tango ti aspetta, non ha fretta e puoi incontrarlo e non riconoscerlo, tanto prima o poi gli cadi tra le braccia». Il tango esprime il prorompere delle sensazioni e dell’erotismo attraverso un corpo immaginale, fatto di carne, sangue e desiderio, trasgressione libera da schemi: può vivere pure nella nudità di una caviglia o verticalità di un tacco a spillo. Si può raccontare la pulsione anche attraverso un corpo assente, incarnandolo con parole, sguardi, silenzi: «L’uomo ballando acquista l’aria teatrale del domatore di belve. Avvinghia la vita della compagna» (E. Secades). I ballerini provano continuamente a “trafiggersi” e rubare l’altrui essenza in una specie di disputa erotica: ove si scambiano i ruoli, si prendono e lasciano, sembrano odiarsi anche con brutalità pur continuando ad attrarsi.

«Così si balla il tango!

Sentendo sul viso

il sangue che sale

a ogni battuta,

mentre il braccio,

come un serpente,

s’avvolge alla vita

che quasi si spezza».

Il corpo della donna può trasmutarsi in quello di un serpente notturno che s’avvolge, sfiora, a tratti stringe con presa decisa. Ha lo sguardo di un felino: la sua sensualità è rappresentata anche dalle sue curve, gambe, caviglie che si muovono. Se la nostalgia è la protagonista del tango, subito dopo c’è la donna che è sempre lontana, anche quando viene raggiunta. Dentro ogni tango c’è una donna; se non c’è non si può viverlo: come dice un proverbio argentino «Un uomo da solo è fango, con la donna è tango». Nel tango rivivono gli oscuri e irrepetibili percorsi dell’attrazione vissuti in una coppia che, per “interpretare” il tango, è indotta a guardarsi nelle proprie profondità. Questa intrinseca energia è saltuariamente interrotta per non lasciar allontanare l’emozione, presente pure nel silenzio. Il tango è un’arte della seduzione: l’uomo e la donna si fronteggiano al suono di passi, ritmo, tattilità, respiro. La donna incarna una “assenza-presenza” nel suo ruolo passivo e attivo di seduttrice che accende la tensione tra i sessi: il fine ultimo è la scoperta e il possesso della comprensione sensuale dell’altro, rivelandosi una metafora della dualità erotica in cui coesistono, continuamente variando, luci e ombre, bene e male.

«Al va e vieni di un tango

nasce un amore;

al va e vieni di un tango

nasce un tradimento».

Rodolfo Valentino, illustre emigrante nato a Castellaneta (Taranto) nel 1885, approdò in America nel 1913. Nel 1921 interpretò un travolgente tango, entrando in scena vestito da gaucho ne I quattro cavalieri dell’Apocallisse. L’inquietante ballo argentino conquistò così la giovane industria cinematografica di Hollywood. La provocazione e la licenziosa delle origini del Tango furono “purgate”, successivamente, per avere accesso nei salotti esclusivi della borghesia, a Parigi come a Buenos Aires, superando pure la condanna papale. E’ sintomatica, in tal senso, una lettera dell’11 gennaio 1914 di Marinetti dal titolo Abbasso il tango e Persifal, in cui denunziava l’illanguidimento di questa danza con i suoi cadenzati deliqui. Non so se la rosa rossa alchemica possa vivere ancora – oggi – nella pluralità dei Tanghi danzati, in dimensioni di diffusione mediatica e commerciale, continuamente “ridefiniti” nel loro (possibile o impossibile) passo antico o nuevo. Probabilmente l’essenza antica del tango, che «racchiude in sé, come tutto ciò che è autentico, un segreto» (J.L. Borges), è ormai perduta. Le sue attuali apparenze sono da considerare forse una estrema maschera della nostalgia-anima del Tango, come prima di un addio.

Vitaldo Conte

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Categorie: Spiritualità

Pubblicato da Ereticamente il 11 Ottobre 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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