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L’eredità degli antenati – quinta parte – Fabio Calabrese

L’eredità degli antenati – quinta parte – Fabio Calabrese

Continuiamo a esplorare l’eredità degli antenati, tenendoci per il momento “in orbita bassa”, cioè continuando a considerare i tempi vicini all’origine della civiltà piuttosto che all’origine della specie umana, tempi relativamente vicini a quelli storici, riguardo ai quali abbiamo visto che l’estate 2019 si è dimostrata insolitamente ricca di novità.

Un concetto che io ho ribadito più volte, anzi possiamo dire che è una delle tematiche centrali del lavoro sin qui svolto assieme alla confutazione della leggenda dell’origine africana della nostra specie, è quello dell’antichità della civiltà europea, che precede di millenni le cosiddette “prime civiltà” mediorientali, che la storia della mezzaluna fertile può essere relegata nel mondo delle favole tanto quanto l’Out of Africa.

Se ricordate, ho più volte ventilato l’ipotesi che alcune decine di migliaia di anni fa, mentre quelle che oggi sono le regioni temperate del nostro pianeta erano strette da una cappa glaciale, le regioni artiche avrebbero all’opposto goduto di un clima ben più mite. In altre parole, la temperatura media del nostro pianeta sarebbe potuta non essere molto diversa da quella di oggi, ma sarebbe stata differente la distribuzione delle aree glaciali e temperate. Se le cose stessero così, l’esistenza di una remota civiltà iperborea come ipotizzato dagli autori tradizionali, sarebbe stata tutt’altro che impossibile. La prova maggiore in questo senso è data dalla presenza nelle regioni artiche dei resti di una megafauna che oggi esse non potrebbero assolutamente sostentare. Abbiamo già visto che in quello che oggi è l’Artico vivevano mammut, rinoceronti lanosi, cavalli, grandi lupi oggi estinti, leoni delle caverne. Bene, a quanto pare, c’erano anche le iene.

Un articolo su CNN News di Michelle Lou del 18 giugno riferisce di un recente studio pubblicato su “Open Quaternary” a opera del biologo dell’Università di Buffalo Jack Tseng, racconta che nella collezione di fossili del Canadian National Museum of Nature provenienti dalla zona artica, sono stati individuati due denti appartenenti al genere Chasmaporthetes, un genere di iene oggi estinto. Fossili di iene erano già noti nel continente americano, ma solo nel sud degli Stati Uniti.

Non si tratta di una pubblicazione scientifica e neppure di un articolo, ma solo di un filmato postato su Youtube quello che è linkato all’indirizzo https://youtu.be/x8EZGKS06_Q, tuttavia presenta un’ipotesi di grande interesse: le somiglianze fra la cultura dei cacciatori e pescatori nomadi dell’Europa del nord e quella dei loro omologhi dell’America settentrionale fanno sospettare che migliaia di anni fa, in un periodo compreso forse fra 7.500 e 4.000 anni fa sarebbe esistita un’unica cultura artica circum-polare caratterizzata dall’uso dell’ocra rossa nelle sepolture (come già facevano i Neanderthal 60.000 anni prima), dal culto sciamanico dell’orso, da uno stile di vita basato sulla pesca e la caccia ai mammiferi marini, da strumenti quasi identici ritrovati su un’area enorme, dal Maine alla Norvegia.

Iperborea che comincia ad acquistare sempre maggiore concretezza, oppure, secondo l’ipotesi di Stanford e Bradley (che non esclude la prima) sono i cacciatori solutreani che hanno raggiunto l’America costeggiando la banchisa artica per diventarvi i fondatori della cultura Clovis?

Il riscaldamento globale del nostro pianeta non è di certo un fenomeno che si debba considerare positivamente, ma almeno lo scioglimento del permafrost artico sta portando alla luce indizi importanti sul nostro passato che oggi ci appare come una storia tutta da riscrivere. Molte cose stanno emergendo dal progressivo scioglimento del permafrost siberiano, e non si tratta soltanto dei resti di animali, utili comunque ad attestare che decine di migliaia di anni fa le regioni artiche avevano un clima molto diverso da quello attuale.

Si ricorderà forse ad esempio che un paio di anni fa, nel luglio 2017, “Siberian Times” aveva dato la notizia del ritrovamento nei pressi di Salenkhard, oltre il circolo polare artico, sulla costa del mare di Kara, di due strane mummie, di un adulto e di un bambino, avvolte in fasce di rame, che forse sono quanto è pervenuto fino a noi di un’antichissima cultura boreale della cui esistenza per ora non abbiamo altri indizi.

La nostra storia dovrà essere riscritta, e certamente, se vogliamo davvero comprendere le fasi più remote del nostro cammino, bisognerà relegare nel regno delle favole la leggenda dell’origine africana, e fare altrettanto con l’Ex Oriente lux, la presunzione di una asserita centralità del Medio Oriente che non è altro che un persistente retaggio nella nostra cultura dell’impronta biblica.

E altrettanto certamente in questa nuova visione delle nostre origini si dovrà riconoscere la centralità avuta nel passato da quelle che oggi sono le quasi inabitabili regioni artiche.

Torniamo per il momento a spostarci “in fascia alta” vicino alle origini della nostra specie, dove sono recentemente emerse novità di grande interesse che però (stranamente) sembrano aver destato un’eco soltanto locale. In data 4 luglio, “Estense.com”, un sito che pubblicizza gli eventi della provincia di Ferrara, ha segnalato il ritrovamento da parte dei ricercatori dell’università di Ferrara nella grotta della Ciota Cara vicino a Borgosesia (VC), dei più antichi resti umani conosciuti nel nord Italia. Si tratta di un incisivo inferiore e di un osso occipitale (la parte posteriore del cranio) risalenti a 300.000 anni fa di un individuo, probabilmente un giovane adulto. La cosa interessante è che questi resti presentano delle caratteristiche intermedie, di transizione fra Homo Heidelbergensis e uomo di Neanderthal.

Non occorre sforzarsi molto per capire che questo ritrovamento conferma in pieno la teoria di Ulfur Arnason secondo cui Homo sapiens avrebbe avuto origine in Eurasia e non in Africa. In Eurasia Homo Erectus si sarebbe dapprima evoluto in Heidelbergensis, poi suddiviso nei tre rami di Cro Magnon, Neanderthal e Denisova, ma, se come ha ripetutamente dimostrato la paleogenetica, questi tre rami si sono variamente incrociati dando luogo a una discendenza fertile, questo significa che non erano tre specie diverse ma appartenevano a un’unica specie, la nostra, che era presente in Eurasia molto prima della sua presunta uscita dal continente africano.

Ditemi voi, se l’informazione di cui disponiamo fosse onesta e obiettiva, se una notizia di questo genere non sarebbe degna di essere conosciuta e considerata ben oltre un ambito locale e provinciale.

Un’altra notizia, anch’essa una conferma di quanto già conoscevamo, ma situata temporalmente – passatemi l’espressione – all’altra estremità della preistoria, quella più vicina alla storia scritta, ce l’ha data “Live Science” del 3 luglio. Una questione riguardante l’archeologia mediorientale che ha sempre lasciato perplessi i ricercatori, è l’origine e l’identità dei Filistei, il popolo che ha dato il nome alla Palestina e che nella bibbia è descritto come mortale nemico degli Ebrei. Essi sembrano comparire nella regione (dal nulla?) attorno al 3.000 avanti Cristo, cioè all’epoca della transizione tra Età del Bronzo ed Età del Ferro.

L’indizio più rilevante che avevamo finora a questo riguardo è rappresentato proprio dalla narrazione biblica dove uno di loro, Golia poi ucciso da Davide, è descritto come “un gigante”, quindi quanto meno un uomo più alto e di complessione più robusta di quanto non   fossero gli Ebrei dell’epoca.

Bene, a quanto riferisce “Live science”, un team di ricercatori del Max Planck Institute di Jena ha analizzato il DNA dei resti di dieci individui provenienti da un sito filisteo scoperto ad Askhelon (Ascalona). Costoro avevano un DNA europeo, vicino a quello degli attuali abitanti della Grecia, della Sardegna, della Penisola Iberica. Questo mi sembra rafforzi molto l’idea che collega i Filistei ai Peleset, uno dei “Popoli del mare” che all’epoca invasero l’Egitto, e tra i quali vi sarebbero stati anche i Sekheles (Siculi) e i Sardanas (Sardi). Si trattò probabilmente di un gruppo di popolazioni europee spinte da un peggioramento climatico a cercare fortuna sul mare e sull’altra sponda del Mediterraneo.

Parlando di giganti, è noto che li troviamo menzionati un po’ dappertutto, nel folclore e nella mitologia di tutti i popoli, e non c’è da stupirsene: individui di statura e di robustezza eccezionali devono un po’ ovunque avere colpito la fantasia dei nostri antenati, ma forse c’è anche qualcosa di più. Ad esempio, nel folclore dei nativi americani il riferimento a una razza di giganti dalla pelle bianca che un tempo sarebbe vissuta sul continente americano, è frequentissima. Una piccola rassegna di queste leggende, fra le più recenti che si possono citare, ad esempio, fu pubblicata da “Ancient Origins” il 25 aprile 2016.

Voi forse ricorderete che in una mia Ahnenerbe casalinga di qualche anno fa vi avevo citato il caso di Sarah Winnemucca, una studiosa, scrittrice e capotribù Paiute (etnia nativa americana del Nevada), che aveva segnalato agli antropologi la presenza nel territorio Paiute i luoghi di presunte sepolture di alcuni di questi giganti bianchi e cercato di consegnare loro una ciocca di capelli appartenuta a uno di essi che la sua famiglia si tramandava da secoli. Bene, costoro non solo non fecero alcuno scavo, ma addirittura si rifiutarono di prendere in consegna la ciocca. Ma bisogna capirli: raccogliere elementi che possano rimettere in discussione la visione canonica che ci è imposta del nostro passato, in democrazia è sempre pericoloso.

Sui giganti, io esprimerei cautela. I vichinghi, ad esempio, sono stati visti dai loro contemporanei come alti e torreggianti, se non proprio giganteschi. Lo studio delle ossa emerse dalle loro sepolture ha permesso di stabilire una statura media attorno a 1,74, una taglia che oggi non colpirebbe nessuno. Una lieve differenza di statura può essere facilmente enfatizzata, specie se attribuita a guerrieri feroci e temuti.

Diversa questione è quella di una presenza “bianca”, europide nelle Americhe molto più antica di Colombo o anche dei Vichinghi. Si tratta di un argomento che abbiamo già visto varie volte. Tracce ce ne sono: popolazioni native americane stranamente “bianche”, o uno scheletro risalente a 11.000 anni fa singolarmente europide, come quello dell’uomo di Kennewick.

Gli archeologi Stanford e Bradley hanno ipotizzato che la più antica cultura litica americana, quella di Clovis, sarebbe stata creata da popolazioni di origine europea, cacciatori dell’età glaciale che sarebbero giunti nelle Americhe costeggiando la banchisa artica che allora esisteva. Ma questa non è la sola spiegazione possibile: abbiamo visto che l’analisi del DNA dei resti di una neonata anch’essa risalente all’epoca glaciale, rinvenuti in prossimità dello stretto di Bering, dove un tempo esisteva il vasto ponte di terra della Beringia, ha mostrato una notevole e inattesa componente europide.

Io penso ricorderete che avevo concluso la prima parte di questa nuova serie dedicata a L’eredità degli antenati con la considerazione che alla luce dei nuovi dati attualmente disponibili: l’antichità dell’uomo di Petralona che risalirebbe a ben 700.000 anni fa (non si tratta ovviamente di un Sapiens ma di un nostro più remoto antenato che si situa sulla linea Erectus-Heidelbergensis), l’ominide Graecopithecus Freibergi, il nostro “El Greco”, e ora anche il teschio Sapiens di Apidima risalente a 210.000 anni fa, cosa che ne fa in assoluto il più antico fossile Sapiens conosciuto al mondo, e tutti nell’area balcanica, bisognerebbe smettere di parlare di Out of Africa e parlare invece di Out of Balcans (e in questa breve rassegna non avevo citato le impronte cretesi vecchie di 5,7 milioni di anni fa).

Oltre a ciò, ricordavo che sul versante “basso” dell’età preistorica, quello che comincia ad avvicinarsi alla storia documentata, abbiamo notevoli esempi di precocità culturale come l’antichissima cultura urbana di Cucuteni di cui vi ho parlato la volta scorsa. Per la verità, avrei anche potuto menzionare la cultura del Danubio o cultura Vinca cui dobbiamo con le tavolette di Tartaria il più antico esempio di scrittura conosciuto al mondo.

Nemmeno a farlo apposta, l’8 luglio è apparso su MANvantara un link a una conferenza riportata su YouTube (non recente, per la verità, risalente al 2013) del linguista Harald Haarmann che fa il punto su questa poco conosciuta cultura. Essa, vecchia di 8000 anni, apprendiamo, era stata preceduta dalla più rudimentale cultura di Starcevo. Si trattava della classica cultura neolitica ben sviluppata, con una popolazione dedita alla coltivazione dei cereali e all’allevamento degli animali, in particolare ovini. L’unica cosa che stona, è il fatto che si tratta esattamente del tipo di cultura che ci si aspetta di trovare in Medio Oriente, e uno o due millenni più tardi.

Vinca era per quei tempi una vera e propria metropoli, sviluppatasi grazie alla vicinanza dei fiumi Danubio e Sava (i fiumi erano allora le principali vie di comunicazione), ma c’erano numerosi centri minori.

Out of Balcans? L’idea tenta sempre di più.

Come c’era da aspettarsi, la scoperta di Apidima, della presenza non in Africa ma sul suolo europeo dei resti di un Homo Sapiens vecchio di 210.000 anni, non poteva non suscitare un’eco sempre maggiore. I sostenitori dell’Out of Africa che per la “scienza ufficiale” è un dogma che è proibito mettere in discussione, cercano di cavarsela semplicemente retrodatando la presunta uscita dall’Africa della nostra specie, ma la loro costruzione diventa sempre meno credibile.

Non poteva non occuparsene anche “Il primato nazionale”, e lo fa con un articolo di Emanuele Mastrangelo del 16 luglio: Africani? No, l’Homo Sapiens era in Europa già 210 mila anni fa. Oltre a riportare il fatto della scoperta, l’articolo presenta alcune considerazioni interessanti. Le ricerche di paleogenetica dovrebbero aver affossato quanto meno la versione 2 dell’Out of Africa (quella che postula un’uscita recente dall’Africa di un Homo già Sapiens) perché il fatto che nei DNA eurasiatici sono presenti le tracce di apporti neanderthaliani e denisoviani, che invece non si riscontrano nei neri subsahariani che invece presentano le tracce dell’ibridazione con una specie umana o ominide sconosciuta (la famosa “specie fantasma”) fa supporre due diversi cammini biologici separati da centinaia di migliaia di anni.

Tuttavia, osserva Mastrangelo, l’Out of Africa “Viene ampiamente privilegiata dai media mainstream anche perché consente facili volgarizzazioni e si presta a essere distorta ideologicamente per “dimostrare” che “siamo tutti africani” o che “siamo tutti migranti”.

Io direi qualcosa di più: questo suo “consentire facili volgarizzazioni” utili alla propaganda “antirazzista” è precisamente il motivo per cui l’Out of Africa esiste, perché se ci si basasse realmente sui dati scientifici, essa sarebbe dovuta essere abbandonata da un pezzo.

Il 18 luglio “Il primato nazionale” rincara la dose con un articolo di Carlomanno Adinolfi: L’alba dell’uomo. Davvero veniamo tutti dall’Africa? Nell’articolo sono riportati una serie di fatti che contraddicono la teoria africana, si tratta di fatti che conosciamo già, di cui io stesso vi ho parlato: il ritrovamento nel 2012 nei pressi del fiume Jenissey in Siberia della carcassa macellata di un mammut risalente a 45.000 anni fa che ci dimostra già allora che gli uomini non solo erano presenti in vicinanza del circolo polare, ma disponevano di tecniche di caccia complesse, in grado di aver ragione di questi grandi animali, poi il ritrovamento dei resti di “El Greco”, delle impronte cretesi di 5,7 milioni di anni fa, e quello dei denti ominidi risalenti a 9,7 milioni di anni fa rinvenuti in Germania, a Epplstein nella Valle del Reno. Tutte cose che secondo l’Out of Africa non dovrebbero esistere.

Forse però la cosa più interessante è l’osservazione di Adinolfi che se fosse vero che tutte le razze umane si sono evolute da quella nera africana, quest’ultima dovrebbe essere quella più primitiva fra tutte. Eppure, questa conclusione, inevitabile sul piano logico, è ribaltata su quello emotivo:

“Ma il dogma dell’origine africana sembra soprattutto avere una forte valenza simbolica per gli araldi fanatici del politically correct dem, i quali vorrebbero relegare la cultura europea ai margini fino a farla sparire”.

Questo ci dà l’esatta misura di cosa sia “la scienza dell’uomo” o “la scienza” in generale in democrazia: una serie di suggestioni e di favole ben calcolate in modo da addormentare le coscienze e indurci ad accettare tutto, compresa la nostra sparizione come etnie.

Ma noi, finché potremo, saremo qua a parlare in nome della realtà delle cose, e a svegliare gli addormentati.

NOTA: Nell’illustrazione: Iperborea com’è rappresentata nella celebre carta di Mercatore.

Fabio Calabrese

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 7 Ottobre 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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