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La volontà di rivincita: nascono i FdC, Bologna 1919 (prima parte) – Giacinto Reale

La volontà di rivincita: nascono i FdC, Bologna 1919 (prima parte) – Giacinto Reale

 Al termine della guerra, Bologna è città che, per la sua tradizione politica,  appare particolarmente “terremotata dalle mine bolsceviche”. Un pugno di coraggiosi, nazionalisti prima e fascisti poi, non intendono arrendersi, però.

Durante la guerra, Bologna subisce delle profonde trasformazioni rispetto agli assetti cittadini precedenti, tali da avere poi, al termine del conflitto, inevitabili conseguenze.

Le più importanti riguardano l’incremento della popolazione, che  passa da l70.000 abitanti   a 220.00, in gran parte per l’arrivo di numerosi veneti “non mobilitati”, e l’offerta di nuovi posti di lavoro, ancorchè temporanei, per la intensissima attività dei tre stabilimenti militari di Casaralta (carnificio), San Vitale (automobilistico)  e Porta Castiglione (pirotecnico).

Insieme alle donne che, in gran numero sono andate ad occupare i posti lasciati vacanti dagli uomini al fronte, si tratta di una cospicua massa, facilmente suggestionabile dalle parole d’ordine sovversive  che in città hanno sempre avuto campo libero, favorite anche dal controllo socialista sulle Istituzioni locali (Comune, Provincia, ed Enti Assistenziali vari)

Chi la guerra ha voluto o più semplicemente sta combattendo con disciplina e onore si sente così circondato da un clima di ostilità, contro il quale avverte la necessità di reagire, per la sua stessa sopravvivenza, fisica e politica. Così, quando il 19 maggio del 1918, in città arriva lo stesso Mussolini, la situazione degenera. Egli, oratore designato al Teatro Comunale, dopo l’inaugurazione della bandiera dell’Associazione Bolognese Mutilati e Invalidi di Guerra,   infiamma, a modo suo, gli animi, con le conseguenze che era facile prevedere:

All’uscita dal Teatro, non ci sentimmo in grado di mantenere gli impegni assunti con l’Autorità questurinesca di Bologna, che vietava qualsiasi manifestazione all’esterno, e ciò perché la presenza di Mussolini e la giornata simbolica potevano apparire una palese provocazione (!) al bestiame sovversivo di Bologna.

(…..)

Via Zamboni, via Rizzoli, piazza Nettuno, e…una solenne fischiata. Si reclamò a gran voce l’esposizione del gonfalone al balcone di palazzo D’Accursio, ma tale aspirazione non fu soddisfatta. Si tentò di forzare il cordone di poliziotti all’ingresso di palazzo, ma la “questureria” preoccupata com’era della salute dei signori amministratori del Comune, tenne duro e ci respinse violentemente.

La polizia menò colpi all’impazzata, ma noi reagimmo a dovere, e mettemmo in opera le stampelle ed i bastoni. (1)

Incidenti si  ripetono il 16 giugno, e vedono in prima fila il Sergente Pietro Nenni, futuro leader socialista, che, alla testa di un corteo di mutilati,   attraversa  le vie cittadine e   costringe il sindaco Francesco Zanardi a rifugiarsi all’interno di palazzo d’Accursio che è, fin dai tempi delle  dimostrazioni interventiste, la meta preferita delle manifestazioni dei militanti di parte “nazionale”.

In piazza, “muscoli contratti, denti stretti e respiro affannoso”, i mutilati vanno all’assalto del palco dal quale avrebbe dovuto parlare lo stesso Zanardi per esaltare i lavoratori –e solo loro- caduti in guerra, che “seppero morire dissentendo”. Al suo posto  impongono, come oratore, un cieco di guerra che restituisce, con la testimonianza del suo sacrificio, il senso alla cerimonia.

I mesi successivi vanno avanti così, in un susseguirsi di manifestazioni e contromanifestazioni, con scontri e tafferugli, cui non è nemmeno il caso di accennare.

Ad eccezione di una, che è quella che, il 5 novembre, vede oratore designato l’avvocato Giulio Giordani, ex combattente, mutilato e decorato di medaglia d’argento. Un uomo che si affaccia così alla ribalta della scena politica  cittadina, con una scelta di campo che, due anni dopo, pagherà con la vita, nella tragica giornata passata alla storia come quella dei “fatti di palazzo d’Accursio”.

Quel giorno, dopo una pubblica dimostrazione di giubilo per la fine della guerra, che gli ex interventisti fanno sotto la sede comunale (ah, singolari coincidenze dei luoghi, in questa storia!), tocca a lui parlare, davanti al monumento a Garibaldi, di fronte  a  centinaia di reduci e combattenti non ancora smobilitati, per testimoniare la sua ferma volontà di impedire che il sacrificio di un’intera Nazione venga svilito da disfattismo di pochi.

“Il numero fa la forza”, si sa, e la ritrovata baldanza, sia pure in un clima generale di grande inferiorità numerica, favorisce, nella stessa giornata, qualche “intemperanza”:

Non dimenticheremo facilmente l’assalto dato da gruppi focosi di arsenalotti al laboratorio femminile di via Falegnami, dove brave operaie preparavano indumenti per i soldati.

Per rappresaglia, si tentò di entrare violentemente nella Camera dell’Ozio (è il soprannome della Camera del Lavoro ndr) in via Cavaliera 22, ma la polizia, preavvertita, sbarrò solidamente il portone.

Attaccammo un gruppo di sovversivi che arrivava cantando sconce parodie, e fummo soverchiati dal numero.

Picchiammo, però, di santa ragione, e poiché volò per l’aria qualche pugnale, gli eroi volsero in fuga senza accettare il conflitto (2)

Battuti sul campo, i sovversivi restano  imbattibili a parole. Il loro esponente più di prestigio in questo periodo, capace di infiammare le folle con un oratoria trascinante e profetica, è Nicola Bombacci, che, proprio affacciato al balcone del palazzo comunale, qualche giorno dopo la fine del conflitto,   categoricamente afferma: “Cittadino Savoia! Signori Generali! Fate le valige, è finita l’ora dei militari!”, offrendo così un alibi ai protagonisti delle aggressioni contro gli uomini in divisa, al fianco dei quali si schierano, da subito, i giovani che la guerra non hanno fatto, per motivi anagrafici, e vivono questa esclusione come una punizione.

Alla fine dell’anno sono proprio essi a farsi vivi, con la costituzione della Lega Studentesca Italiana e della Lega Latina della Gioventù, che,  sotto la guida di ex combattenti –non infrequentemente decorati- annunciano l’intenzione di organizzarsi in modi  paramilitari “per perfezionarsi nell’uso delle armi”.

Alla loro testa, ad assicurare il patrocinio del  Partito Nazionalista, che, dopo varie vicissitudini, si sta ristrutturando  in città, c’è Dino Zanetti, già Ufficiale valoroso in guerra, mutilato, che, proprio a nome della Lega Latina, manderà la sua adesione alla riunione del 23 marzo.

L’obiettivo finale sembra quello, indicato dall’esponente nazionalista Concetto Valente, di arrivare alla costituzione di un “Blocco nazionale antibolscevico, per una santissima reazione”, che   già nella definizione contiene elementi di divisione piuttosto che di unione.

La pace porta, però, grossi cambiamenti. I licenziati (soprattutto donne) sono 10.000 solo dai tre suddetti stabilimenti militari, che si vanno ad aggiungere alle migliaia di disoccupati nei settori dell’edilizia e della nascente industria.

Il malcontento, determinato dalla fame, a stento fronteggiata dai sussidi comunali, è tale da provocare una  esponenziale crescita della tensione in città, che, sempre più fortemente,  avverte anche l’assedio delle campagne circostanti, nelle quali la situazione è egualmente grave.

Ne fanno fede ripetuti episodi di aggressioni e scontri che, nei caffè, sui tram, per le strade,  vedono protagonisti ex militari e  attivisti anarco-socialisti, in una città che arriva ben presto a contare 20.000 disoccupati e 40.000 operai in via di smobilitazione.

Contemporaneamente, sulla scena appare un nuovo protagonista. Il neo-nato movimento mussoliniano organizza,    per il 9 aprile, un incontro  destinato, in prospettiva, ad essere il più importante, nello  scomposto agitarsi che travaglia il campo “nazionale” in città. L’annuncio pubblicato su “Il Popolo d’Italia”, sotto il titolo “Gli Arditi di Bologna”, è, in realtà un po’ ambiguo, e sembra prefigurare solo un’assemblea reducistica:

Tutti gli Arditi che si trovano nella città di Bologna e nei dintorni, sono pregati di trovarsi, il giorno 9 corrente, in via Barbiana 4, nei locali della lega Latina, alle ore 15,00, allo scopo di fondare la casa di Mutuo Aiuto dell’Ardito, nonché la Sezione Bolognese dell’Associazione tra gli Arditi d’Italia.

Spiegherà i programmi il Capitano degli Arditi Ferruccio Vecchi, Presidente della Sezione di Milano. (3)

 

E infatti, quel giorno arriva a Bologna, inviato da Mussolini, Ferruccio Vecchi,  vero “commesso viaggiatore” del fascismo in questa fase,  che sta andando da un capo all’altro dell’Italia per riorganizzare –sfruttando la  sua notorietà di combattente valoroso- le schiere degli smobilitati.

Lo favorisce la fama acquistata in guerra, il ruolo politico riconosciuto dal fatto che ha presieduto la riunione del 23 marzo, l’alone leggendario che lo circonda:

Ferruccio Vecchi aveva fatto la guerra prima in fanteria, poi con gli Arditi. Era stato ferito, aveva ricevuto numerose medaglie. Poco più che ventenne era già Capitano. Nel modo di fare e nell’asp etto somigliava a un moschettiere: continuava a credere che la vita fosse un campo di battaglia, nel quale, per vincere, bastassero l’entusiasmo e il coraggio.

Si raccontavano di lui cose straordinarie. Ogni suo atto era necessariamente eroico. (4)

Nel capoluogo emiliano, in particolare, egli si propone  di procedere anche, se la situazione lo consentirà, alla costituzione del Fascio.

La riunione si tiene nella sede della Lega Latina della Gioventù, in via Barbiana 4, con inizio alle ore 15,00. In verità, essa passa quasi sotto silenzio (tanto che nemmeno “Il Resto del Carlino” ne parla) perché il panorama cittadino conosce già un fioritura di “fasci” senza eguali sul territorio nazionale, fino ad arrivare a contarne una quindicina, da quello “economico” al “liberale”, dal “libertario bolognese” a quello “di educazione sociale”, dal “rivoluzionario dei postelegrafonici” al “giovanile socialista”, e via discorrendo

Ad organizzare questa riunione, che già si prefigura diversa, ci hanno pensato il Capitano Guido Bergamo, il Sergente Maggiore Adelmo Pedrini, l’avvocato Tenente Dante Calabri e il Sergente Pietro Nenni, direttore de “Il Giornale del Mattino”, di tendenza repubblicana.

Gli interventi più significativi sono proprio di  Bergamo e Nenni, con due mirate allocuzioni contro i neutralisti di ogni tipo e la viltà del Governo di fronte ai problemi della pace.

Viene anche nominata una Commissione Esecutiva, che risulta così composta: Guido Bergamo, Dino Zanetti, Renzo Fontanesi, Pietro Nenni, Adelmo Pedrini, alla quale si affiancano (ma i componenti in buona parte si sovrappongono), una Commissione Propaganda e Stampa, e una Amministrativa.

Nasce così formalmente pure il primo Fascio cittadino, alla presenza di  un centinaio di intervenuti che, però,  si dividono subito per le diverse mentalità e sentimenti dei presenti.

Se, nei giorni seguenti, qualcuno lamenterà, con comunicati alla stampa che gli oratori (e Bergamo in particolare) hanno dato l’ostracismo all’adesione di “clericali e socialisti ufficiali”, sarà sul problema istituzionale e sull’approccio “sociale” che si avranno le maggiori divisioni, presto portate anch’esse  a conoscenza della pubblica opinione a mezzo giornali come “L’Avvenire d’Italia”, che pubblica la lettera di un partecipante, il quale afferma che, dopo le relazioni, fu posta questa alternativa:

Chi è d’accordo nel riconoscere la crisi del regime attuale e la necessità di rimediarvi con un socialismo non bolscevico (ma sempre socialismo!) si sottoscriva quale aderente al Fascio, e gli altri escano. E questo è un trucco e una speculazione politica tentata ai danni degli ex combattenti.

E così a Bologna si è potuto costituire, con tinta socialistoide, uno pseudo “Fascio di combattenti”, il quale, per le sue colpe d’origine e per gli uomini che lo dirigeranno, non potrà essere che una piccola frazione della grande massa dei nostri eroici combattenti. (5)

Aldilà dei toni esagerati, la realtà è che i partecipanti alla riunione presentano   tra loro scarsissimi elementi di omogeneità, destinati ad aumentare col tempo. Oltre a Nenni, che si staccherà dal movimento mussoliniano alla metà del 1920, si allontaneranno progressivamente altri fondatori di questo primo Fascio: i fratelli Bergamo, Ulisse Lucchesi, Pedrini, Calabri e Giovanni Ghiselli e lo stesso Zanetti.

Molti anni dopo, Giorgio Pini efficacemente sintetizzerà, in un’intervista, la situazione.

Era un’accolita di cittadini che erano stati interventisti quasi tutti e che nel caos del dopoguerra sentirono la necessità di rimettere un po’ d’ordine in quel disordine che derivava da motivi psicologici per la stanchezza della guerra e da motivi economici per l’inflazione e la disoccupazione. Era un’accolita di gente di buona volontà. Erano o nazionalisti –i quali erano per un ordine conservatore- o repubblicani o sindacalisti. Fra loro c’erano, però, delle gravi divergenze e non avrebbero potuto restare assieme per lungo tempo.

Noi giovani ignoravamo che Nenni avesse fatto parte del primo Fascio. Ignoravamo tutto di quel primo Fascio che era diventato un fatto archeologico (6)

Per ora, la sera del 9, una metà almeno dei partecipanti  (conservatori e monarchici principalmente) abbandona la sala, mentre i nazionalisti che, pur tra molti mugugni restano fino alla fine,  chiedono  una   nuova riunione “di chiarimento”.

La sera del 12, infatti, le due anime del   movimento   si confrontano di nuovo: da una parte i “democratici”, con alla testa Guido Bergamo, e dall’altra i nazionalisti guidati da Dino Zanetti. Con loro, nuovi partecipanti, molti iscritti all’Associazione Nazionale dei Combattenti

Pur su piano di estrema correttezza e di personale cortesia, le posizioni restano lontane e portano ad una spaccatura:

Il Sottotenente Lucchesi infine rilevò come diversa fosse in quel momento la funzione storica  del Fascio e quella dei Nazionalisti ne dei concluse ribadendo: “La lotta contro il bolscevismo darà fatta dai Democratici come dai nazionalisti, ma da ciascuno sul proprio terreno e con le proprie armi”.

Il Capitano Tumidei dichiarò allora di uscire dal Fascio, e questo segnò in esso la prima spaccatura con l’uscita del gruppo dei nazionalisti. (7)

A niente  serve nemmeno una terza riunione indetta per il giorno 16, nell’estremo tentativo di giungere ad un accordo.

È per questo  che Zanetti si fa da parte  e dà vita alla “Lega Antibolscevica Popolare”, che vuole essere la risposta “da destra” al Fascio, e viene subito premiata da gran successo nelle adesioni, come testimoniano i rapporti di polizia: 4.000 quasi subito e 5.000 alla data dell’8 maggio.

I mussoliniani, per nulla intimoriti, vanno per la loro strada. Sono pochi (Arpinati, agli inizi del 1921, di fronte alla “Commissione Parlamentare per l’accertamento dei fatti avvenuti a Bologna”, parlerà di 24 aderenti in  aprile), ma sembrano “pericolosi”, una vera mina antisistema, nella direzione indicata proprio da Bergamo: “Né coi bolscevichi, né coi monarchici, ma per la rivoluzione

Il Prefetto, capisce subito l’aria, e,  in un rapporto al Ministero li accusa di  costituire “una vera organizzazione sovversiva, forse più temibile della stessa socialista”.

Le Autorità prendono, quindi, le loro precauzioni.

Il Comando del Corpo d’Armata dispone, il 18 aprile, che i militari sotto le armi aderenti alla Sezione Arditi o al Fascio di Combattimento, diano subito le dimissioni dalle due Associazioni, trattate alla stregua di Partito Socialista e Camere del Lavoro.

Tali misure repressive non riguardano, però, i Nazionalisti, che, sostanzialmente uomini d’ordine e graniticamente monarchici, vengono invece esclusi da qualsivoglia  provvedimento coercitivo.

NOTE

  1. Dino Zanetti, L’anima nella bufera, Bologna 1936, pag. 291
  2. Ivi, pag. 344
  3. in: Nazario Sauro Onofri, La strage di palazzo d’Accursio, Milano 1980, pag.14
  4. Manlio Cancogni, Storia dello squadrismo, Milano 1959, pag. 22
  5. Nazario Sauro Onofri, cit., pag. 17
  6. Ivi, pag. 25
  7. Fiorenza Musiani Tarozzi, Il primo ed il secondo Fascio di combattimento di Bologna, Bologna 1972, pag. 344

FOTO 1: manifestazione interventista a Bologna

FOTO 2: nazionalisti bolognesi

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Categorie: Storia, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 9 Ottobre 2019

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. Gallarò

    Il vero Fascismo, quello del 1919-20: sindacalista , repubblicano, futurista , ardito contaminato da D’annunzio:direi che le figure più significative di Bologna sono i fratelli Bergamo (di origine veneta), uno sarà a capo della resistenza un altro (Mario) esule in Francia , il figlio di questi si arruolerà nella Rsi come ufficiale medico.

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