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Il complotto dello zombie tibetano: il nuovo romanzo di Ezio Albrile – Marco Toti

Il complotto dello zombie tibetano: il nuovo romanzo di Ezio Albrile – Marco Toti

Ezio Albrile è uno storico delle religioni che si è occupato in specie delle relazioni tra cultura ellenistica e religioni dell’Iran preislamico, con particolare attenzione al dualismo antico (orfismo, gnosticismo, etc.) ed alle interazioni tra mondo orientale e fenomeni “misterici” (gnosticismo, ermetismo). Ha curato e tradotto diverse opere tra cui il De radiis di al-Kindī (1994) e il Commentario al libro di Zosimo di Olimpiodoro (2007), e pubblicato diverse opere di saggistica, tra le ultime delle quali annoveriamo Alchimia. Ermete e la ricerca della vita eterna (2017), L’illusione infinita. Vie gnostiche di salvezza (2017), Un Karma Occidentale? (2017), Almandal. Trattato ermetico di magia salomonica, in coll. con E. Tortelli (2018), Il labirinto di Ermete (2018). A gennaio uscirà un nuovo libro “serio” di Albrile, che lo stesso A. considera “la sintesi dei suoi studi sullo gnosticismo”, di cui l’immagine riprodotta in copertina è quella di un segmento del papiro magico del IV sec. d.C., da Albrile stesso “riscoperto” alla BNU di Torino. L’accademia – lo crediamo, anche se non lo speriamo – se ne disinteresserà, con eloquente silenzio, in ben altre faccende affaccendata.

Qui colui che può essere considerato il massimo esperto italiano dei temi appena riferiti – e in lui, significativamente ma non sorprendentemente, si compendia il non raro esito di una proporzione inversa tra meriti “scientifici” e successo accademico – si mette alla prova con un romanzo “eterodosso” fin dalla copertina, in cui sono raffigurate tra l’altro, in una cornice chiaramente psichedelica, una svastica e una statua di una divinità indù. Il folle W. Burroughs, che uccise la moglie giocando a Guglielmo Tell, è l’auctoritas letteraria cui l’opera in questione sembra fare più riferimento; il genere, ormai chiaramente vintage, magnifica le virtù terapeutiche dell’LSD (ne sa qualcosa la Sandoz…). Non c’è netta soluzione di continuità tra il romanzo e le ricerche di Albrile, ovviamente: si può dire infatti che nel primo egli rifonda, in una forma ben diversa e per certi versi più accessibile, alcuni dei temi che l’hanno reso celebre nel campo dei propri studi. Già con riferimento al suo recente, notevole “Misteri pagani Mistero cristiano”, Mimesis, Milano-Udine 2019, G. Casadio ha messo in luce che la teologia e la prassi cristiana, fino alle sue manifestazioni folkloriche attuali (cfr. p. 177), confluiscono nel quadro della mistica pagana, ma al tempo stesso – soprattutto nella ‘Introduzione’ e nell’ ‘Epilogo’ – con rapide e incisive pennellate si delineano le differenze tra il mistero cristiano e i misteri pagani, tra i diversi tipi di salvezza e di rinascita (cfr. p. 13). A un lettore senza pregiudizi vuoi teologici vuoi storicistici (si leggano gli sferzanti giudizi sugli storici delle religioni che non sanno cosa comparare, p. 16, e sono privi di senso teologico, p. 178) la religiosità mistica mediterranea antica e tardo-antica appare comunque come un tessuto continuo e privo di dislivelli e rotture drammatiche”.

Sotto la superficie delirante – facilmente smascherabile: si tratta di una semplice copertura, neppure tanto spessa – dell’opera di Albrile si cela un romanzo dai contenuti e dal messaggio scevro da ogni imperante banalità sincretistico-new age. In questo romanzo vi è infatti un enigma da svelare che condiziona gli adepti di una scuola yoga in una anonima metropoli contemporanea: su questo sfondo si muovono gli improbabili personaggi di questo racconto visionario. Brahma e Vishnu, che ritengono poco della tradizione indù, tenteranno di svelare questo enigma dai risvolti “cosmici”. Improbabili insegnanti di yoga, nerd ossessionati dal pesce artico, perfide poetesse russe e una profluvie di personaggi allucinati popolano un romanzo autenticamente visionario.

D’altra parte, come ha notato Dario Voltolini nella prefazione al lavoro, “è straniante vedere come questo libro narrativo di Ezio si discosti dalla sua produzione saggistica […] Qui si narra di una ‘quest’ direttamente sulla Verità. Tuttavia il racconto è autosabotato a priori e il motivo di questo sabotaggio può apparire solo a posteriori. Narrativamente parlando, questa vicenda è scombinata, scassata, sottoposta a tensioni estreme tra nuclei di religiosità scagliate in un universo alieno e grasse spinte di conclamata volgarità verso un nichilismo che tutto però è, tranne depressivo. Forse qui sta il punto della questione: l’andare ‘tutto in merda’ che permea la narrazionedi questo testo è il tesoro e il senso della stessa narrazione. Se torniamo a Ezio come studioso delle religioni antiche — e lo prendiamo come persona che non solo compila saggi, ma che è coinvolta nel discorso (corsivo nostro, n.d.r.) — vediamo emergere una concezione radicalmente negativa del mondo, in sostanziale continuità con il puro (credo) dettato gnostico, che vede tutto quanto come una costruzione, una superfetazione, prodotta da entità orrende, disarticolate, falsificanti […] La complicazione è data da una raffinata ‘presa per il culo’ operata da Ezio narratore riguardo a esemplari derive pseudospirituali dei nostri tempi, sommata a una polemica portata sottotraccia, ma con estremo polso, contro le dinamiche di potere che contornano le più oblique visioni oltremondane, condita inoltre con figurazioni emblematiche del ‘potere’, degenerate, sgangherate, attuali”.

Si può anche significativamente notare, infine, come i tre termini scelti da Albrile per il titolo del suo romanzo attingano a “derive” dell’universo teoretico occidentale: le teorie del complotto (che esiste, in forme non banali come quelle spesso rappresentate e nonostante certi complottisti!), che sono tornate in auge con l’11 settembre, lo zombie come prodotto in particolare dell’immaginario estetico-cinematografico degli anni ’70 (si pensi ad un Romero), ed il Tibet rielaborato ad uso e consumo dei fricchettoni nostrani (senza magia bon, senza pena di morte, senza gerarchie). Derive, in quanto tali marginali, illusioni semicadaveriche della tecnoliquidità postmoderna: ma, paradossalmente, culturalmente efficaci ed operanti.

(Albrile, Il complotto dello zombie tibetano, WriteUp Site, Roma 2019, pp. 100, Euro 15,00 )

 

Marco Toti

 

 

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Categorie: Libreria

Pubblicato da Ereticamente il 23 Ottobre 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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