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La pecora tosata – Fabio Calabrese

La pecora tosata – Fabio Calabrese

Si dice spesso che l’attuale sinistra, nazionale e internazionale, oggi diventata il più comodo sgabello del grande capitalismo finanziario e parassitario (quello che non crea ricchezza, ma solo la sposta, dalle tasche dei ceti lavoratori alle proprie) sovrannazionale, abbia abbandonato proprio tutto della “tradizione” marxista, comunista, “proletaria”.

Sui motivi di questa trasformazione, mi sono ampiamente diffuso nei quattro articoli che ho intitolato La mutazione genetica (altri, non io, hanno battezzato così questa trasformazione) e ai quali vi rimando, ma vi torneremo ancora sopra, considerando che si tratta di un evento centrale per capire le dinamiche politiche della nostra epoca.

Tuttavia, a essere obiettivi, bisogna riconoscere che della “tradizione” marxista-leninista ha conservato due cose: una è la tendenza a tappare la bocca a chi la pensa diversamente, a impedire agli oppositori di esprimersi, l’altra una visione economica basata su di un fiscalismo esasperato.

La prima, la tendenza a tappare la bocca a chiunque la pensi diversamente, stante anche il fatto che specialmente oggi costoro non cessano di definirsi democratici (sul modello della sinistra americana) e che questa auto-definizione viene raramente contestata, getta un’ombra molto fosca sul concetto di democrazia, e trasforma la libertà di opinione garantita (sulla carta, appunto) da tutte le carte costituzionali democratiche in una tragica barzelletta.

Può sembrare strano, ma è una cosa che può facilmente sfuggire, io confesso di averla notata e di poterla confermare dopo averla letta nel testo La nuova censura di Jean François Revel, l’autore de La conoscenza inutile: quando c’è una tribuna politica o un dibattito politico di qualsiasi specie, i “compagni” sono liberi di esprimere il loro punto di vista, ma quando la parola tocca a chi non la pensa come loro, costui viene continuamente interrotto e/o le sue parole sono soverchiate da urla, in modo che nulla di quello che ha da dire possa arrivare agli ascoltatori. Fateci caso anche voi, succede sempre. Non si tratta di esuberanza spontanea, ci spiega Revel, ma di una precisa tecnica che viene insegnata nelle scuole di partito.

Noi sappiamo benissimo che non c’è mai una manifestazione “di Area” o leghista senza che scatti la contromanifestazione dei “compagni” e sappiamo bene che se le due non fossero tenute separate da imponenti cordoni di polizia, questi ultimi non esiterebbero un istante ad aggredirci con intenti omicidi. Questo non soltanto nel caso di manifestazioni, diciamo ideologico-partitiche, ma comunque, a prescindere. Io ad esempio, ho trovato un’autentica vergogna la contromanifestazione “rossa” alla manifestazione di Casapound a Trieste nel novembre 2018 per ricordare il centenario della vittoria italiana nella prima guerra mondiale. L’ultima grande vittoria italiana dovrebbe essere un patrimonio di tutti, oppure no?

Ugualmente vergognosa la contromanifestazione dello scorso aprile a Milano contro la manifestazione per ricordare Sergio Ramelli. Non abbiamo nemmeno il diritto di commemorare un morto? Costoro vorrebbero che non aprissimo la bocca mai, nemmeno per respirare, perché secondo i loro desideri, dovrebbe essere piena di terra in fondo a una fossa.

Ogni tanto, sul web, qualcuno formula ipotesi “rossobrune” di “solidarietà fra rivoluzionari”, e io mi domando sempre su che pianeta vive.

Passiamo all’altro aspetto tuttora vivo dell’eredità marxista-leninista rimasto nella sinistra di oggi: la tendenza al fiscalismo esasperato. Secondo la visione (o forse sarebbe il caso di dire l’accecamento) marxista delle cose, lo stato dovrebbe prelevare quanto più possibile delle ricchezza dei cittadini e poi ridistribuirla sotto forma di servizi in base a criteri di equità sociale. Sebbene questa formula non abbia mai funzionato, la sinistra vi è ancora tenacemente attaccata. Forse si ricorderà il defunto Padoa Schioppa, già ministro delle finanze dei governi di centrosinistra, che aveva dichiarato:

“Le tasse sono la cosa più bella del mondo”.

Certo specialmente quando la fiscalità eccessiva distrugge l’economia di un Paese, costringendo le industrie a chiudere e buttando i lavoratori sul lastrico.

Il motivo per cui questa formuletta marxista non funziona, non ha mai funzionato e non funzionerà mai, non è difficile da capire, essa in sostanza prescrive che lo stato prelevi la ricchezza prodotta dai cittadini da una tasca e gliela rimetta nell’altra, ma quello che i cittadini riceveranno sarà sempre meno di quanto sono stati costretti a dare, perché è impossibile che su di esso la classe politica non “faccia la cresta”, a prescindere dal fatto che la dipendenza da un sistema di statalismo economico comporta una perdita di libertà politiche per cui di fatto essa può essere realizzata pienamente soltanto all’interno di sistemi rigidamente autoritari come lo è stato il defunto e non rimpianto sistema sovietico.

In più, nel nostro caso specifico, teniamo presente che siamo in Italia, cioè all’interno di un sistema politico avvezzo a fare sulla cosa pubblica “la cresta” più abbondante che possiamo immaginare, da parte di una classe politica, “la casta”, che non si considera al servizio dei cittadini ma loro padrona, che, secondo una statistica di qualche anno fa, ma non vi è motivo di credere che le cose siano sostanzialmente cambiate, ospita da sola più del 50% di tutti i casi di corruzione d’Europa. Ammesso che come cittadini avessimo una scelta, affidare la cosa pubblica nelle mani di questa gente è come mettere un gatto a guardia di una pescheria.

Penso che la maggior parte di voi conosca il significato della parola entropia, essa indica il passaggio dell’energia da una forma utilizzabile a una non utilizzabile, cioè il degrado energetico. Ad esempio, possiamo trasformare l’energia termica in meccanica, come avviene nei motori a combustione, e poi l’energia meccanica in termica attraverso una pompa di calore, ma alla fine di queste trasformazioni, l’energia utilizzabile che otterremo sarà sempre minore di quella che abbiamo immesso inizialmente.

A quanto pare, possiamo dire che esiste anche un’entropia economica per la quale la ricchezza che lo stato preleva dai cittadini viene restituita sotto forma di servizi in quantità sempre decrescente. Naturalmente la perdita di ricchezza sarà tanto maggiore quanto più, come nel caso italiano, avremo a che fare con una classe politica ladra e parassitaria.

A questo punto, però, è necessario fare un’importante precisazione. In passato, la lotta contro la fiscalità eccessiva è stata tipica dei movimenti politici liberali e liberisti. Oggi viviamo in un’epoca in cui le definizioni classiche non sembrano essere più applicabili, e vediamo una sinistra diventata “liberal”, almeno per quanto riguarda le privatizzazioni, cioè in sostanza la svendita di settori sempre più importanti e strategici dell’economia nazionale al grande capitale straniero e internazionale secondo i dettami dell’organismo che rappresenta quest’ultimo, cioè la mostruosità vampiresca che conosciamo come UE (e che, ho spiegato più volte, è “l’Europa” tanto quanto un tumore è l’uomo che ne è affetto).

Tuttavia la politica della UE e della sinistra che è la zelante esecutrice dei suoi diktat (in Italia abbiamo per nostra disgrazia il PD, ma non è che in Grecia Syriza di Tsipras abbia fatto o stia facendo una politica diversa) non è affatto liberista dal punto di vista fiscale, l’esigenza di contenere il debito pubblico al 3% del PIL (esigenza che la “nostra” casta, servilissima nei confronti della UE ha addirittura trasformato in legge costituzionale) costringe a una pressione fiscale estremamente forte. Tanto per fare un confronto, in Giappone il debito pubblico sfiora il 50% del PIL, e tuttavia l’economia giapponese è una delle più prospere del mondo.

Lo stato giapponese tuttavia è indebitato verso i propri cittadini, mentre l’Italia e gli stati europei lo sono verso la BCE e “gli investitori” multinazionali, da qui viene il potere di ricatto di indici economici come il famigerato spread. Si comprende che questa politica liberista non è incompatibile con un’esasperata pressione fiscale, perché se il comune cittadino rischia di pagare molto caro ogni euro non dichiarato, le grandi multinazionali sfuggono al fisco proprio in ragione della loro ubiquità super-nazionale, magari per concordare poi con gli stati interessati condoni a un centesimo del dovuto. Ne abbiamo avuto recenti esempi con i colossi dell’informatica.

Non si può, semplicemente non si può essere liberisti. Gli stati e le comunità nazionali hanno il diritto e il dovere (o ce l’avrebbero se fossero realmente espressione della volontà dei cittadini) di controllare i settori strategici dell’economia per difendersi dal potere delle multinazionali e del grande capitale finanziario internazionale e parassitario. Questo è il senso del nostro socialismo nazionale, ma altra cosa è lo statalismo invasivo che pretende di irreggimentare ogni aspetto della vita economica e della vita dei cittadini. Cito a memoria, ma Benito Mussolini scrisse una pagina fortemente ironica sullo “stato fruttivendolo”, sullo “stato panettiere” come voleva essere quello sovietico, prevedendone il fallimento a lungo termine che si è puntualmente verificato.

D’altra parte, sappiamo che la politica economica del fascismo fu tutt’altro che basata sul lassez faire. E’ stato il fascismo a creare l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale e quel sistema di collaborazione tra iniziativa pubblica e iniziativa privata che ha permesso la ricostruzione postbellica e il miracolo economico degli anni ’60, e che fino agli anni ’80 ha garantito agli Italiani una situazione di benessere. Questo sistema è stato distrutto dalla democrazia negli anni ’80. Romano Prodi, in particolare, è stato destinato a un’importante carriera politica per essere stato il liquidatore e il becchino dell’IRI incompatibile con la politica neo-liberista della futura sedicente Unione Europea. Evidentemente, c’è socialismo e socialismo.

Ma la nostra analisi non è ancora completa. E’ stato al tempo del governo Renzi che l’ISTAT, presentando il suo rapporto annuale sulle condizioni dell’Italia, ci ha elargito una constatazione all’apparenza sorprendente: sebbene la pressione fiscale sotto il governo dell’ebetino fosse aumentata, il gettito per lo stato era diminuito.

Quel nonostante rivelava una sostanziale ignoranza dei fenomeni economici, perché la verità è precisamente che è l’aumento della pressione fiscale a causare la diminuzione del gettito. Oltre un certo limite, che è stato superato l’aumento della pressione fiscale non porta a maggiori introiti, e non è difficile da capire perché: quando il limite è superato i contribuenti più deboli spariscono. Le aziende falliscono e i loro dipendenti perdono il posto. Gli imprenditori falliti e i lavoratori gettati sul lastrico smettono di produrre reddito imponibile. La pressione fiscale esasperata non impingua più le casse dello stato ma le impoverisce, e naturalmente dobbiamo considerare il danno che ciò causa alla società nel suo insieme.

Varie inchieste hanno dimostrato che i nostri politici sono perlopiù di una crassa ignoranza in termini di cultura generale, e possiamo arguire che tanto più difettino di cultura storica. Se così non fosse, gli esempi di Paesi o addirittura imperi distrutti dall’esosità fiscale dei loro governanti, non sarebbero potuti sfuggire loro. L’impero romano prima di tutti, il cui vero distruttore fu Costantino, non certo i barbari che semmai approfittarono del vuoto economico e demografico creatosi. Costantino, avendo constatato sia la difficoltà di governare un impero esteso a tutto il bacino del Mediterraneo, sia la difficoltà di far accettare ai sudditi della parte occidentale, quella più autenticamente romana di esso il sistema politico del dispotismo orientale, decise di costruire una nuova realtà territorialmente più ristretta, una tirannide sacrale basata sul cristianesimo, attorno alla nuova capitale, Bisanzio, Costantinopoli, letteralmente “la città di Costantino”, e la parte occidentale dell’impero divenne semplicemente un luogo da cui succhiare risorse per edificare la nuova realtà bizantina.

Da qui continue rivolte soprattutto degli strati più poveri, i contadini; quella dei Circellioni in Africa ma anche dei Bagaudi nelle Gallie, ma soprattutto molti di loro, per sottrarsi al peso insopportabile della fiscalità andarono a traferirsi “fra i barbari”, poiché i Germani che abitavano a ridosso del Limes a contatto col mondo romano si erano abbastanza civilizzati. Tutto ciò contribuì ad accrescere sempre più il vuoto economico e demografico, con le conseguenze che tutti sappiamo.

Altro esempio, la Spagna del seicento: nello stato spagnolo vigeva il sistema della vendita delle cariche pubbliche, così che i funzionari, una volta insediati, erano ansiosi di rifarsi delle spese sostenute per l’acquisto della carica, spennando quanto più possibile le popolazioni che dovevano amministrare. Il risultato fu che quello che era stato “un impero su cui non tramonta mai il sole” andò incontro a una decadenza estremamente rapida.

Ma lo ripeto, sarebbe troppo pretendere una cultura storica da parte di gente che spesso dimostra una scarsa dimestichezza anche con la lingua italiana.

Da gente simile è impossibile pretendere che capisca l’entità del danno che sta arrecando alla nostra disgraziata Italia. Il ritorno del PD al governo ha coinciso, come era prevedibile, innanzi tutto con il tornare a spalancare i porti all’invasione dei clandestini finti profughi che per quattordici mesi, costantemente ostacolato dalla componente grillina della defunta maggioranza gialloverde, il ministro Salvini aveva cercato di tenere chiusi.

Questi pseudo-migranti non rappresentano per noi nulla di positivo, al contrario, sono dei pesi morti, gente spesso analfabeta, del tutto incapace di svolgere un ruolo utile in una società complessa, che ci apportano solo criminalità, degrado, insicurezza, malattie, una situazione dell’ordine pubblico e igienico-sanitaria sempre più precaria.

E non pensate che ci pagheranno le pensioni, perché spacciatori, prostitute, magnaccia, accattoni, ladri, di contributi all’INPS non ne versano.

L’altra conseguenza del ritorno del PD al governo, è una raffica di nuovi balzelli. In pochissimo tempo sono state introdotte l’IVA sulle patenti che sta riducendo a mal partito le autoscuole, l’imposta del 2% sui prelievi bancomat, il taglio delle detrazioni fiscali, e sono in previsione la maggiorazione delle imposte su merendine e bibite gassate (una vendetta del leader grillino Di Maio sui suoi precedenti trascorsi lavorativi?), e una tassa sull’uso dei servizi nei bar e locali pubblici che va a rinverdire la memoria dell’imperatore Vespasiano (mi raccomando, prima di uscire di casa, accertatevi di avere la vescica vuota),

In compenso, il premier Conte ha parlato di riduzione del cuneo fiscale, cioè della differenza fra i costi che un’impresa si deve sobbarcare tutte le volte che assume un lavoratore, e lo stipendio o salario che quest’ultimo riceve. Sarebbe un’ottima cosa che aiuterebbe l’occupazione, solo che sono vent’anni almeno che se ne parla e in concreto non se n’è mai fatto niente.

Fra tutti questi nuovi balzelli che ricordano quelli del reame di Napoli dove si era giunti a tassare l’ampiezza dei vani delle finestre, quello più immorale è forse quello sui prelievi bancomat, un’ulteriore tassa che viene ad aggiungersi – sia chiaro, non sostituisce le commissioni bancarie – alle ritenute alla fonte che già subiscono i nostri stipendi e le nostre pensioni, per avere il diritto di usare i nostri soldi. Tuttavia, quello destinato ad avere probabilmente le conseguenze più gravi, è il taglio delle detrazioni fiscali, di cui ora non conosciamo l’entità, ma che vedremo tra qualche mese quando dovremo presentare la prossima dichiarazione dei redditi.

Oggetto delle detrazioni fiscali sono principalmente gli interessi sui mutui bancari per l’acquisto delle abitazioni e le spese mediche. Colpire le detrazioni sui primi significa soprattutto rendere alle coppie giovani ancora più difficoltoso l’acquisto della casa, e non si può formare una famiglia con la prospettiva di andare a stare sotto i ponti, anche se un certo buffone argentino che abita in Vaticano ci invita a costruirne nella maggiore quantità possibile. Nella prospettiva del piano Kalergi, ciò è utile a ridurre la fecondità degli Italiani, già spaventosamente bassa.

Le spese mediche riguardano soprattutto la fascia anziana della popolazione, perché, è inutile nasconderselo, con il progredire dell’età, in genere la salute non migliora. Negli ultimi anni noi abbiamo assistito non a un ulteriore allungamento dell’aspettativa di vita (che è stato il pretesto per l’introduzione della vergognosa legge Fornero), ma al contrario al suo accorciamento, in una misura che non si vedeva da un secolo in conseguenza della prima guerra mondiale e dell’epidemia di spagnola. La causa di ciò è precisamente il fatto che molti anziani rinunciano a curare le patologie di cui sono affetti a causa dell’alto costo delle spese mediche, una tendenza che il taglio delle detrazioni sulle spese mediche certamente incrementerà.

Ora, guarda caso, che gli anziani debbano morire il più presto possibile per non gravare troppo sul sistema pensionistico, è una tesi cara al “filosofo” Jacques Attali mentore di Emmanuel Macron, e che il pulcino dell’avvoltoio Attali, che per disgrazia dei Francesi e nostra è presidente della Francia, sia stato il primo capo di stato straniero a giungere a Roma a congratularsi per la formazione del governo M5S-PD, non pare proprio una coincidenza.

Probabilmente sapete che io ho anche un’attività parallela come autore di narrativa fantastica, e la fantasy può spesso essere usata come metafora per parlare di situazioni molto reali e vicine a noi. Nel 2013 le Edizioni Scudo di Bologna mi hanno pubblicato un romanzo, La spada di Dunnland, che inizia proprio con una rivolta popolare contro un regime tirannico e fiscalmente esoso. Questo romanzo, per la verità l’avevo scritto diversi anni prima, e contiene un episodio che a rileggerlo oggi suona singolarmente profetico della nostra situazione attuale, quello in cui un capo-villaggio replica a un esattore venuto a reclamare un’esosa gabella:

“Scorticate una pecora già tosata, e non per questo avrete lana”.

Oggi noi ci troviamo esattamente nella situazione di quella pecora tosata. Quello che resta da vedere è se subiremo come pecore il destino che altri hanno deciso per noi, come le pecore che in tre quarti di secolo di democrazia hanno fatto di tutto per farci diventare, o se la necessità e la disperazione ci faranno ricrescere le zanne.

 

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Categorie: Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 30 Settembre 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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