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Il Ribelle e il conformista – Umberto Camillo Iacoviello

Il Ribelle e il conformista – Umberto Camillo Iacoviello

Nel Manifesto del Partito Comunista Marx ed Engels scrivono che ‹‹Le idee dominanti di un’epoca, sono state in ogni momento, soltanto le idee della classe dominante››. L’odierna classe dominante impone il pensiero unico politicamente corretto, progressista e globalista. In cosa consiste questo pensiero? La parola chiave individuata da Marcello Veneziani per descrivere l’orizzonte della nostra epoca è “sconfinamento”, che per Veneziani segna anche la fine della civiltà. Nel testo Nostalgia degli dei, parlando di civiltà scrive che ‹‹Il pensiero originario cha la fonda è il confine; la sua negazione inizia dallo sconfinamento. La perdita del confine in ogni campo –etico, estetico, culturale, giuridico, personale, comunitario, sessuale – segna la fine della civiltà, il suo perdersi. Lo sconfinamento in profondità è lo sradicamento››. Questo implica che ciò che si trova agli antipodi e si edifica su idee identitarie, sul senso del confine, che si oppone al motto sessantottino sempreverde dei progressisti “vietato vietare”, è bollato dal pensiero unico come nemico del progresso e per estensione, nemico dell’umanità. A ben vedere, la nostra civiltà si fonda sull’esatto opposto delle odierne idee dominanti, già i greci –prima dei romani- conoscevano bene il senso del limite, del confine, oltre il quale vi erano le barbarie.

Non adattarsi alle idee dominanti del proprio tempo, non è un semplice “andare contro”, una ribellione che si limita alle parole e alle forme. Oscar Wilde, che conformista non era, scrisse più di un secolo fa nel suo romanzo –Il ritratto di Dorian Gray- che ‹‹La morale moderna consiste nell’accettare i luoghi comuni della propria epoca; ma per un uomo colto ciò significa commettere un atto della più volgare immoralità››. Della stessa idea era un altro gigante del XIX secolo, Friedrich Nietzsche. Nella sua seconda considerazione inattuale – Sull’utilità e il danno della storia per la vita- scrive che gli uomini attivi, coloro che vogliono scrivere la storia, devono imparare da essa Il supremo comandamento di diventare maturi e di sfuggire al fascino paralizzante dell’educazione del tempo, che vede la sua utilità nel non lasciarvi maturare, per dominare e sfruttare voi, gli immaturi. E se desiderate biografie, allora non siano quelle col ritornello ‹‹Il signor Taldeitali e il suo tempo››, ma quelle sul cui frontespizio si dovrebbe leggere: ‹‹Un lottatore contro il suo tempo››.

Ernst Jünger nel suo fondamentale Trattato del Ribelle scrive ‹‹Il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intendo è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo›› bisogna quindi decidere ‹‹se avere ancora un proprio destino o essere considerato un numero: è questa la decisione che oggi sta di fronte a tutti, ma che ciascuno deve prendere da solo›› e ancora ‹‹Dobbiamo ammettere che oggi è particolarmente difficile affermare la libertà. La resistenza richiede grandi sacrifici: il che spiega anche perché la maggior parte delle persone scelga la costrizione. Ma la storia autentica può essere fatta soltanto da uomini liberi. La storia è l’impronta che l’uomo libero dà al destino. In questo senso possiamo dire che l’uomo libero agisce in nome di tutti: il suo sacrificio vale anche per gli altri››. Il pensiero unico politicamente corretto divide la società in due parti nette: quella buona e umana e quella cattiva, disumana. Da questo scaturisce un fenomeno che potremmo definire effetto gregge delle idee in cui le persone vengono convinte che se non pensi come i “buoni” sei automaticamente cattivo, disumano e di conseguenza ci si conforma a tali idee “buone”. In Psicologia delle Folle l’antropologo Gustave Le Bon descrive come si propagano a macchia d’olio le convinzioni tra le folle ‹‹un individuo può essere messo in condizioni tali che, avendo perso la propria personalità cosciente, obbedisca a tutti i suggerimenti di chi appunto tale coscienza gli ha sottratta››. Il modo di pensare delle folle viene cambiato usando la ripetizione che attraverso il contagio, radica nelle coscienze delle folle dei modi di pensare. Riprendiamo l’opera di Le Bon ‹‹Ben si comprende l’efficacia che la ripetizione ha sulle folle vedendo quale potere essa esercita sulle menti più illuminate. Infatti la cosa ripetuta finisce con l’incrostarsi nelle ragioni profonde dell’inconscio, in cui si elaborano i moventi delle nostre azioni. Dopo qualche tempo, dimenticando chi è l’autore dell’asserzione ripetuta, finiamo col crederci››.

Viviamo in un’epoca in cui è diffuso il conformismo dei finti ribelli, di persone che si ritengono ribelli, anticonformiste ma che in realtà seguono alla lettera i dettami delle idee dominanti della nostra epoca. L’obiettivo del pensiero sconfinante è quello della lotta perpetua all’identità, propinata come residuale di un pensiero passato, qualcosa di cui liberarsi per aprirsi ad una libertà nichilistica in cui nulla ha valore perché ogni identità è un costrutto sociale, una zavorra inutile. È verso questa direzione che agiscono tutti gli odiatori della triade Dio, Patria e famiglia (che non è un motto fascista), in questo modo viene reciso ogni legame con la trascendenza, con le proprie origini e con la prima cellula della società: la famiglia. Spazzati via questi pilastri, l’uomo viene ridotto ad un apolide consumatore e i sedicenti nemici del capitalismo diventano i suoi più fedeli catalizzatori, gli “anticonformisti” diventano gli alfieri del pensiero unico. L’uomo sradicato: il perfetto schiavo del consumismo. A fronte di tutto ciò, questi “ribelli” dovrebbero quantomeno chiedersi come mai hanno le stesse idee progressiste di miliardari come Soros.

Da giganti del pensiero tocca passare alla banalità concreta della vita quotidiana. Osservando anche solo superficialmente questi finti anticonformisti, scopriamo che il loro ribellismo, il loro essere anti- riguarda esclusivamente la forma e le parole. Queste persone sono così convinte di rappresentare la parte buona della società, da non rendersi conto dei cortocircuiti ideologici in cui ricadono. I finti ribelli si contraddicono a partire dal vestiario: da una parte difendono i diritti umani e dall’altra indossano marchi occidentali prodotti in paesi asiatici in cui i diritti dei lavoratori sono inesistenti, sono anticapitalisti ma comprano ogni cosa su Amazon, bevono i marchi della Coca-Cola Company [1], postano sui social con il loro i phone Apple autoscatti davanti ai Big Mac del McDonald’s, mentre quelli che aderiscono al “gastronomicamente corretto” –come lo ha definito Fusaro- non osano ammazzare gli animali ma comprano nei supermercati la quinoa che da quando è diventata di moda in Europa ha costretto intere popolazioni del Sud America a toglierla dalla propria alimentazione perché costa troppo ed è più conveniente venderla che mangiarla, togliendo in questo modo il miglior alimento –per le sue proprietà nutritive- alla popolazione più povera. Togliere ai poveri per vendere ai “ricchi”. Non solo quinoa, gli anacardi provenienti peil 40% dal Vietnam, vengono raccolti attraverso un sistema shiavistico, per non parlare di coltivazioni che stanno alla base della dieta vegana che richiedono una grande quantità di acqua che prosciugano riserve naturali con un grosso impatto sulla fauna. [2] Non è etico ammazzare gli animali, è etico schiavizzare gli esseri umani e distruggere l’ambiente. In questo calderone di “ribelli”, c’è anche chi si improvvisa ambientalista, con l’ultimo fenomeno Greta, c’è chi scende in piazza per salvare l’ambiente. Fine nobilissimo, sia chiaro, ma se torni a casa e riprendi la tua vita da perfetto consumatore di prodotti industriali, ogni protesta è vana, perché chi vive in città è costretto ad inquinare, è inevitabile. Hanno il diritto a lamentarsi solo i campagnoli che vivono davvero al naturale, ma quanti di questi avete visto in piazza? Pochi, forse nessuno.

La parte “buona” della società si dichiara antirazzista, ma l’antirazzismo di queste persone denota in realtà un razzismo di fondo molto più radicale di qualsiasi partito di estrema destra. I difensori dei diritti umani non propendono per l’indipendenza politica ed economia dei paesi africani, essi prediligono la deportazione degli africani in Europa, a loro non interessa liberare l’Africa dagli oppressori stranieri, al contrario vogliono liberare l’Africa dagli africani. Non fanno riferimento a Lumumba, Sankara o gli attuali esponenti del movimento Panafricanista Mohamed Konare e Kémi Séba che lottano per un’Africa libera dagli oppressori. I paladini dei diritti umani arrivano financo a negare il neocolonialismo francese. Inoltre, alcuni ambienti di sinistra usano due pesi e due misure: i palestinesi sono vittime in casa loro e vanno difesi nella loro patria, gli africani invece, devono essere deportati in massa nell’Europa civile, perché solo nel Vecchio continente possono avere un futuro dignitoso. Questo si chiama razzismo. Peggio ancora è chi afferma che per combattere il razzismo occorre il meticciato, il che significa creare una nuova razza per far scomparire le altre.

La convinzione di rappresentare la parte buona della società impedisce loro di fare obiezioni. Ugo Spirito, in apertura di uno dei suoi testi più importanti -La vita come ricerca- scrive che ‹‹Pensare significa obiettare. L’ingenuo ascolta e crede; riceve passivamente la parola altrui, così come i suoi occhi ricevono la luce. Allorché nella sua anima affiora il primo dubbio e a poco a poco egli ne acquista coscienza, al dogma sostituisce il problema e sorge il pensiero. Non ascolta soltanto, ma reagisce e parla. La prima parola che dà vita al suo discorso alimentandosi di tutta la sua personalità; la prima parola, a rigore, in cui la personalità si distingue e si afferma è un terribile monosillabo: ma. Alla tesi si contrappone l’antitesi, alla fede il dubbio, alla conclusione l’antinomia››.

I proclami conditi con belle parole non hanno mai cambiato e mai cambieranno il mondo, nell’antichità la filosofia non rappresentava un sapere meramente teorico, un bìos -termine che in greco non indica soltanto l’esistenza biologica, ma anche un particolare genere di vita- era soprattutto prassi, un’arte del vivere. Se da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi occorre chiedersi con Nietzsche ‹‹Modesto, diligente, benevolo, moderato: volete che l’uomo sia così? Volete l’uomo buono? Ma questo mi sembra soltanto lo schiavo ideale, lo schiavo dell’avvenire››.

Note:

1. Coca-Cola: capitalismo in lattina, Umberto Camillo Iacoviello (Oltre la Linea-20/03/2018);

2. Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano, Matteo Lenardon (18/09/207).

 

Riferimenti
Manifesto del Partito Comunista, Marx-Engels (Giunti,1996)
Nostalgia degli dei, Marcello Veneziani (Marsilio, 2019)
Il ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde (Feltrinelli, 2013)
Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Friedrich Nietzsche (Adelphi, 1994)
Psicologia delle folle, Gustave Le Bon (TEA 2004)
La vita come ricerca, Ugo Spirito (Luni editrice, 2000)

Umberto Camillo Iacoviello

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 6 Settembre 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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