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Arturo Reghini e la Tradizione Occidentale – Nicola Bizzi

Arturo Reghini e la Tradizione Occidentale – Nicola Bizzi

Ho sempre sentito di avere, nei confronti del Fratello Arturo Reghini, un profondo debito di riconoscenza. La sua figura è spesso ricorsa nelle mie letture giovanili, al pari di grandi autori della classicità greca e romana, da Omero a Platone, da Proclo a Giamblico, da Plutarco a Pausania, e di pochi della cosiddetta “modernità”. Mentre la stragrande maggioranza dei miei coetanei, a quindici o sedici anni, negli ormai lontani anni Ottanta, dedicava le proprie giornate a inseguire futili miti sportivi o musicali, io ricordo di aver alternato, a lunghe passeggiate nei boschi e nella natura e a visite nei più suggestivi siti archeologici dell’antica Etruria in compagnia di mio nonno, il compianto Cav. Ugolino Ugolini, per me vero Maestro di Vita e di Tradizione, una spasmodica ricerca delle opere e degli scritti del Reghini e di altri selezionati esponenti del pensiero iniziatico.

A quel tempo stavo ancora muovendo i miei primi passi sulla Via di Eleusi e doveva ancora dischiudersi ai miei occhi e alla mia anima quell’universo di arcana Sapienza rappresentato dalla Tradizione Misterica Eleusina, quella Tradizione che sarebbe per me divenuta al contempo ragione di vita e faro luminoso sul cammino dell’esistenza. Mi trovavo ancora sulla soglia del Tempio, anzi, decisamente ancora fuori dai suoi maestosi cancelli, ma pronto ad affrontare un lungo percorso tutto in salita e pieno di ostacoli, percorso che tutt’oggi è ancora per me ben lungi dall’essere ultimato, e mi cimentavo con voracità nelle letture più disparate di testi esoterici ed iniziatici, sia antichi che moderni. Non ricordo il giorno esatto in cui mi imbattei nel nome di Arturo Reghini, e se ciò fu grazie alla lettura di un libro o dell’articolo di una rivista che ne faceva menzione. Ma ricordo che fu, in un certo senso, amore a prima vista. Mi ero in precedenza cimentato con alcune opere di Julius Evola, che avevo però trovato farraginose, ampollose, molto distanti dalle mie – seppur ancora acerbe – forma mentis e visione del mondo. Mi incuriosiva altresì enormemente la figura di Arturo Reghini, questo mio grande concittadino così inspiegabilmente oggi dimenticato e poco compreso, se non addirittura condannato ad una sorta di tacita e non dichiarata damnatio memoriae anche negli stessi ambienti libero-muratori che dovrebbero invece far tesoro del suo pensiero e dei suoi scritti. Trovavo il suo linguaggio schietto, lineare, limpido, e soprattutto in linea con la visione della Tradizione Occidentale che già si stava dentro di me formando. Come mi incuriosiva e mi attraeva il suo rapporto con la Tradizione Pitagorica, una Tradizione generata dallo stesso alveo di quella da me seguita e praticata, quella Eleusina, anche se da essa poi distaccatasi e in parte allontanatasi, tanto da essere stata accusata e tacciata di “scismatismo”. In ambito Eleusino Madre, infatti, la Via Pitagorica è sempre stata oggetto di forti accuse e di ricorrenti profonde critiche, dovute a un vero e proprio scisma che si verificò attorno al IV° secolo a.C. per ragioni sia dottrinali che “politiche”, scisma che portò l’Ordine Pitagorico a intraprendere una via autonoma e a non riconoscere più la superiore autorità del Santuario Madre di Eleusi. Vi erano poi stati non pochi attriti fra l’Eleusinità Madre e l’Ordine Pitagorico nel corso del XV° secolo, soprattutto a Firenze, dove entrambe le Scuole erano ben presenti e radicate sin dall’alto Medio Evo e da dove dettero l’impulso determinante per la nascita dell’Umanesimo e per lo sviluppo del Rinascimento. Ma si trattava di critiche che inizialmente non mi venivano neanche del tutto spiegate, e che sortivano solo l’effetto di alimentare la mia curiosità e la mia determinazione ad approfondire lo studio del Pitagorismo, a saperne di più.

Mi dedicai così a una forsennata e non facile ricerca, fra librerie e biblioteche, delle opere e degli articoli di Reghini e ricordo molto bene, nel corso di tali letture, il giorno in cui mi imbattei nella celebre polemica maturata fra Reghini ed Evola sul tema dell’imperialismo pagano. Da quel momento non ebbi più alcun dubbio o esitazione su quale dei due autori meritasse la mia piena considerazione.

Arturo Reghini, per quanto sia stato indirizzato fin da giovanissimo dalla propria famiglia, una casata aristocratica originaria di Pontremoli, agli studi umanistici e a un’ottima conoscenza del Latino e del Greco (a cui seguì una laurea in Matematica conseguita all’Università di Pisa), non ereditò dai genitori la Tradizione Pitagorica della quale sarebbe divenuto un alfiere e un entusiasta interprete, quella Tradizione che tanto ne avrebbe influenzato le idee e il pensiero per l’intero corso della sua vita. Non vi sono infatti elementi (o comunque sino ad oggi non sono emersi) nella sua storia familiare e nella sua formazione giovanile che possano indurci a pensare che i Reghini di Pontremoli fossero depositari di una filiazione italica della Tradizione Pitagorica e del relativo patrimonio iniziatico-rituale e sapientale. Egli, in età giovanile, si era piuttosto formato, esotericamente parlando, nella Teosofia e nel Martinismo. Diverso, invece, è il caso di Amedeo Rocco Armentano, di famiglia calabrese di proprietari terrieri, nato a Scalea (Cosenza) il 6 Febbraio 1886, vissuto a San Paolo, in Brasile, dall’età di quindici fino ai diciannove anni, dove fu avviato agli studi musicali, e poi rientrato in Italia, stabilendosi proprio a Firenze, dove nel 1907 conobbe Arturo Reghini, dando inizio a un sodalizio iniziatico-intellettuale e a un’amicizia che non si sarebbero mai più interrotti.

Non deve trarre in inganno il fatto che, massonicamente parlando, Armentano ricevette l’iniziazione ad Apprendista nello stesso 1907, a ventuno anni di età, presso la R. Loggia Lucifero del Grande Oriente d’Italia, grazie alla sua conoscenza di Pietro Mori, che all’epoca di tale Loggia, nella quale era presente anche il Reghini, rivestiva il ruolo di Maestro Venerabile. Armentano, o meglio «il fraterno Jerofante Armentano», come lo definì Augusto Hermet¹, da altre fonti indicato come «lo Jerofante per definizione»², e come l’ultimo esponente di una catena iniziatica pagana pitagorica giunta ininterrotta dall’antichità fino al tempo attuale, aveva sicuramente le idee molto chiare quando entrò in Massoneria e aveva già sicuramente ricevuto una formazione iniziatica pitagorica in ambito familiare. Egli entrò in Massoneria con un preciso progetto, non esclusivamente di natura iniziatica ma anche politica, che condivise ben presto con Reghini e con altri pochi fidatissimi Fratelli, un progetto rimasto in buona parte purtroppo incompiuto e che se fosse stato realmente portato avanti ci avrebbe molto probabilmente lasciato in eredità un’Italia diversa e una Massoneria diversa, senz’altro più consapevole e più vicina alle proprie origini.

Nell’Armentano, inoltre, come evidenzia Natale Marco Di Luca³, si può quindi con tutta probabilità identificare il misterioso personaggio cui Giulio Parise faceva risalire la “reale iniziazione” del Reghini e l’inizio di una sua “missione” all’interno della Massoneria e della società italiana.

Che Armentano fosse o meno uno Hyerofante o che avesse realmente acquisito o ereditato tale grado sacrale nell’ambito iniziatico dal quale proveniva, questo non ci è dato di saperlo con certezza (la verità, molto probabilmente è conosciuta solo dai suoi eredi o da pochi altri intimi del grande esoterista), ma ritengo la cosa altamente probabile e altrettanto verosimile. Anche se ritengo, a ragion veduta e con cognizione di causa, che Armentano non fosse, come molti hanno ipotizzato, l’ultimo esclusivo erede e depositario della Tradizione Pitagorica e del relativo Ordine, ma solo il depositario ed erede di una particolare filiazione italica di quest’ultimo. L’Ordine Pitagorico, che ha visto storicamente al proprio vertice, in qualità di Gran Maestri o di Hierofanti Primari personaggi come Giorgio Gemisto Pletone, Costantino Lascaris, Donato Acciaiuoli, Bartolomeo Scala, Girolamo Benivieni, Ciriaco Strozzi, Pier Vettori, Federico Cesi e Fabio Colonna, e che ebbe fra i propri affiliati ed Iniziati uomini come Accorso da Bagnolo, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Marsilio Ficino, Amerigo Vespucci, Leon Battista Alberti, Sigismondo Pandolfo Malatesta, Ciriaco d’Ancona e non pochi dei propri esponenti abilmente collocati anche ai vertici della Chiesa (come ad esempio il Cardinale Basilio Bessarione), nel corso del XVII° secolo (per motivi di sicurezza dovuti al clima persecutorio della Controriforma) trasferì i propri vertici dall’Italia all’Inghilterra, dove avrebbe avuto un ruolo determinante in molte vicende storiche e dove ebbe fra i propri affiliati più celebri uomini come Francis Bacon e John Marsham. Ma, se l’Ordine trasferì in Inghilterra i propri vertici, facendo di Albione la propria nuova sede operativa, ciò non implica che abbandonò del tutto l’Italia, terra che per l’Ordine ha sempre rivestito un’importanza fondamentale. Nella nostra Penisola, al tempo ancora politicamente divisa, non erano poche le “coorti” pitagoriche, ben presenti e radicate dal Nord al Sud. Esse continuarono ad operare e a trasmettere la loro linea iniziatica e sapientale nel Veneto e in Lombardia, in Toscana, nelle Marche e, soprattutto nel Regno delle Due Sicilie.

Al di là dei filoni Figlia e di quello Pitagorico, e dalla complessa realtà determinatasi dalla dispersione, nell’ambito dell’Eleusinità Madre, di alcune delle Tribù Primarie di Eleusi, frammenti non certo trascurabili della Tradizione sono inoltre sopravvissuti, in Italia ed altrove, nell’ambito di ristretti gruppi di famiglie. Un esempio calzante a riguardo ci è fornito da Roberto Sestito nel suo saggio Storia del Rito Filosofico Italiano⁴, quando egli ci parla delle Fratrie.

Il contesto di riferimento a cui si riferisce Sestito, quello dei prodromi della Massoneria “egizia” napoletana, potrebbe apparentemente esulare dal nostro discorso, ma vedremo che non è così. L’autore evidenzia, infatti, che i fondatori della Libera Muratoria di Napoli del XIX° secolo, nei loro Prolegomeni storici alle Costituzioni del Rito Scozzese pubblicate nel 1820 (che con molta probabilità non sono altro che la trascrizione delle costituzioni del 1750 del Principe di Sansevero Raimondo Di Sangro) si riallacciano esplicitamente ad una tradizione “regionale” dell’Italia meridionale, una tradizione espressamente di carattere “pitagorico”, e che un discendente del Conte di Clavel, proprietario di una villa ad Anacapri (località in cui il Conte, finita la Iª Guerra Mondiale, era solito passare lunghi periodi dell’anno in compagnia di Amedeo Armentano e di Italo Tavolato) sosteneva di aver saputo che i gradi coperti del Rito mizraimita non erano mai usciti da Napoli, rappresentando per la nostra penisola una sorta di «pignora sacra»⁵. E inoltre che, negli Annali del Rito Filosofico Italiano, in relazione al Rito di Mizraìm e al relativo Supremo Consiglio per la Francia, si parli di una «costituzione calabrese»⁶.

Come evidenzia Sestito, la locuzione costituzione calabrese nasconderebbe una precisa allegoria filosofica, come del resto anche quella rito egiziano, indipendentemente dal puro e semplice riferimento geografico, perché, come scrisse in un suo articolo Giustiniano Lebano, «La voce “Egitto” in arcano non era intesa per quel luogo geografico comunemente conosciuto. La voce “Egitto” è primandria di Aig-Ipt-Os. Spiegate le varie voci con l’ermeneutica s’intendeva ogni Urbe Arcana collegata alla vasta fascia dello zodiaco urbico dell’universo arcano. Egitto quindi è voce arcana che spiega il Mondo arcano. E gli Egizi furono detti i Subcostituiti»⁷.

Sembrerebbe, quindi, come evidenzia sempre Sestito, che a Napoli, nella prima metà del XVIII° secolo, sia venuta (o riemersa) alla luce una corrente iniziatica che, con criteri propri, si era insediata negli alti gradi del Rito Scozzese della Massoneria e tra i vertici di altri ordini esoterici di carattere ermetico, egizio e templare. In poche parole, «una superba rinascenza spirituale non limitata soltanto alla Massoneria e non dissimile da altre fioriture avvenute in altre epoche e con finalità alquanto simili»⁸.

Lo scrigno che conservava una semente così preziosa era probabilmente custodito nell’ambiente delle “fratrie”, misteriose associazioni tipiche dell’Italia meridionale, i cui vincoli di solidarietà furono sempre strettissimi e resistenti, per costumi e mentalità, a tutte le innovazioni di carattere sociale e religioso e che si sono perpetrate nel tempo senza bisogno di statuti o di regolamenti scritti.

La fratria, nell’interpretazione che ci fornisce Sestito, era un sodalizio, derivato dal modello antico, potremmo tranquillamente dire dal γένος (ghenos) greco, che attraversava e trascendeva il modello della famiglia tradizionale, normalmente molto chiusa, per aprirsi a determinati individui anche di diverso livello sociale o di altre località geografiche, e si formava di fronte all’esigenza di mantenere e trasmettere un segreto, un sapere occulto o un bagaglio di tradizioni e conoscenze destinate a restare appannaggio di pochi e a non divenire di pubblico dominio o oggetto di una condivisione allargata. Un concetto, quindi, che può trovare similitudine nel clan di modello scozzese, o in quello di tribù (si pensi alle tribù sacrali di Eleusi), vere e proprie famiglie allargate la cui esistenza e le cui azioni si fondavano sulla difesa e sulla tramandazione di una determinata tradizione.

In effetti, come ci confermano varie fonti, è proprio grazie all’operato di un qualcosa di molto simile alle fratrie che la Tradizione Misterica è riuscita a sopravvivere, con un filo ininterrotto, dall’antichità fino ad oggi. Sia gli Eleusini Madre che quelli di altri ordini e riti questo lo sanno molto bene, perché, a prescindere dalla parallela sopravvivenza delle istituzioni ecclesiali occultatesi all’interno delle Scuole Neoplatoniche, delle Accademie e di altre simili strutture, la maggior parte del patrimonio misterico e sapientale dell’Eleusinità è sopravvissuto all’interno di gruppi di famiglie, che potevano o meno essere in contatto fra loro (ma che per molti secoli preferirono non esserlo), famiglie che potevano essere o divenire anche di natura allargata, sul modello del clan, della tribù o della fratria, qualora se ne presentasse la necessità (ad esempio, nel caso della mancanza di un erede diretto per linea di sangue, ricorrendo ad adozioni di persone fidate o a matrimoni a tal fine pianificati). Famiglie in cui la tramandazione del patrimonio sapientale e della conoscenza iniziatica sovente avveniva secondo una regola non scritta ma motivata da tutta una serie di ragioni di sicurezza: quella del salto generazionale, con il passaggio – ad esempio – da nonno a nipote. E molte di queste famiglie sono coincise, nella storia, con importanti dinastie, casate nobiliari e signorie, come nel caso dei Medici, dei Gonzaga, degli Este, dei Visconti, dei Da Varano, dei Da Montone o dei Malatesta.

Riporto qui di seguito il testo di un documento manoscritto segreto risalente al XIX° secolo, conservato dalla Scuola Eleusina Madre di Firenze. Nonostante sia stato oggetto di una qualche forma di censura che ne ha omesso i nomi contenuti, sostituendoli con delle iniziali puntate, risulta molto chiaro ed esplicativo:

«In alcuni ceppi di famiglie, pare che si siano tramandate, di padre in figlio o da nonno a nipote, alcune “leggende”, non sapremmo come chiamarle altrimenti, attraverso le quali era possibile ricostruire un’eredità agli occhi dei più scomparsa (…). Si sa, ad esempio, che il Conte di V., che visse nella Lorena del XVIII° secolo, riuscì a raccogliere una gran massa di certe informazioni da altre famiglie, che aggiunse a quelle già in suo possesso, tramandategli dai suoi antenati nel castello di F. Informazioni che gli permisero di costituire ben dodici volumi di seicento pagine l’uno. Ma il Conte di V. era ben conscio di aver raccolto soltanto la centesima parte di una certa tradizione segreta. Egli non fu il solo, in tempi moderni, a detenere un corpo letterario segreto. Si diceva, ad esempio che la raccolta del conte di S.G. fosse colossale e che G.C., personaggio notissimo nella letteratura, ne possedesse una simile. Un’altra, sicuramente, era in mano ai Re di F.

Se si potesse riunire questo sapere sotterraneo, si potrebbe certamente venire a capo di qualcosa di sensazionale, ma ogni Famiglia, Circolo o Scuola, è sempre stata rigorosamente gelosa del proprio patrimonio culturale, sempre pronta a prendere il mancante al proprio sapere senza niente concedere in cambio.

Pare che tali nozioni, giunte attraverso i secoli, siano le stesse di cui si occupavano i vati etruschi, i quali erano tutti di scuola Eleusina, e così i Proto-Eleusini di Ordine Kureta di Rito Cretese, i circoli segretissimi degli Eleusini Orfici, degli Eleusini Samothracensi, degli Eleusini Pitagorici, degli Eleusini di Rito Egiziano, di Rito Romano, etc., nonché la Scuola selettiva degli Eleusini Madre e il Circolo segretissimo dei sacerdoti del Dio Ampu, nel quale furono in tarda età accettati anche alcuni Platonici. Tutti questi avrebbero appreso il Sapere, ovvero la Disciplina Arcaico-Erudita, dai Minoici-Lelegi, ovvero quelle popolazioni pelasgiche sparse nell’Egeo e in Anatolia. Popolazioni che si consideravano eredi degli ultimi Atlantidi.

Se ciò è vero, è comunque sorprendente come queste nozioni, orali e misteriche o contenute in scritti segretissimi, abbiano resistito tanto all’usura dei secoli, tanto più se consideriamo il fatto che a tramandarsele siano stati pochissimi eletti. Si sfiora qui un ordine di idee poco comprensibile ai più».

Non deve stupire quanto ho fin qui scritto ed affermato. Come ho spiegato chiaramente nel primo volume del mio saggio Da Eleusi a Firenze: la trasmissione di una conoscenza segreta⁹, sono state numerose le Tradizioni misteriche ed iniziatiche dell’antichità ad essere sopravvissute alle spietate persecuzioni di cui le fece oggetto il Cristianesimo quando questo s’impadronì del potere ai vertici dell’Impero Romano e a perpetuarsi, attraverso il Medio Evo e il Rinascimento, fino all’età moderna. Basti pensare alla Tradizione Eleusina Madre, alla quale chi scrive appartiene, sia per esperienza iniziatica che per trasmissione familiare, e agli altri rami della Tradizione Eleusina, soprattutto quello Orfico (che vide nella famiglia dei Medici a Firenze una delle sue principali filiazioni) e quello Samotracense. Si pensi poi alla Tradizione Isiaca, la cui sopravvivenza è anch’essa attestata, e soprattutto a quella Pitagorica (che, storicamente fu, come abbiamo detto, un ramo scismatico della Tradizione Eleusina), la cui sopravvivenza trova più riscontri “pubblici” e “profani” di tutte le altre.

Come ho accennato, la Tradizione Pitagorica nacque dallo stesso alveo e dallo stesso humus culturale, religioso e sapientale della Tradizione Eleusina. Anzi, ad essere più precisi essa trasse origine dalla componente Orfica dell’Eleusinità, in quanto lo stesso Pitagora di Samo, come apprendiamo anche dalle sue biografie redatte da Porfirio, Giamblico e Diogene Laerzio, ricevette una formazione prettamente orfica, dell’Eleusinità Orfica seguì il percorso iniziatico ed è nel contesto di essa che maturarono i tratti fondanti del suo pensiero e della sua visione del mondo, nonché le sue concezioni sulla realtà trascendente.

Pochi uomini, nella lunga e travagliata storia della civiltà occidentale, raggiunsero una fama ed una notorietà pari a quelle di Pitagora, arrivando a influenzare, come lui ha fatto, sia il pensiero filosofico che quello scientifico, politico e religioso del suo tempo e dei secoli successivi. E di pochi uomini è stato scritto tanto a riguardo, sia da parte dei suoi detrattori che dei suoi seguaci ed estimatori, tanto antichi quanto moderni. Ma, se tanto è stato scritto e teorizzato riguardo al Pitagora “filosofo”, al Pitagora “erudito”, al Pitagora “scienziato” e “matematico” e al Pitagora “politico”, poco è stato realmente compreso e scritto riguardo al Pitagora “religioso” e al Pitagora “iniziato”. Manca, infatti, nel panorama dell’ormai vastissima bibliografia “pitagorica” venutasi a costituire negli ultimi due secoli (e, in particolare, nella seconda metà del ‘900), riguardo alla sua figura, quella corretta visione d’insieme che permetta di comprendere come egli sia stato, soprattutto, un grande Iniziato e che tutte le conoscenze e gli elementi che sono stati trasmessi come “pitagorici”, come rientranti nella sfera della dottrina da Pitagora professata e trasmessa, quella βίος Πῡθᾰγορικός da pochi realmente compresa nella sua più intima essenza, siano imprescindibili dalla Conoscenza Iniziatica e dai fondamenti di una Tradizione religiosa, misterica e sapientale che si pone alla base della stessa civiltà dell’Occidente: quella Eleusina.

Eppure, negli antichi, fino all’affermazione e all’imposizione del Cristianesimo e del suo retaggio dogmatico come pensiero unico, tale visione d’insieme non solo non mancava, ma era anzi insita nelle coscienze come elemento determinante e caratterizzante del vivere quotidiano e del concepire la vita e i molteplici aspetti della società. Nell’antichità pre-cristiana, infatti, scienza e religione non erano due sfere distinte destinate a non toccarsi o a rimanere forzatamente separate: si trattava di vasi perfettamente comunicanti e talvolta compenetranti. Mentre al giorno d’oggi, come ha sottolineato Walter Burkert¹º, nel trattare di Pitagora gli studiosi si concentrano sugli elementi scientifici della sua dottrina, limitandosi a prendere atto, non senza un disagio di varia intensità, o addirittura con un palese senso di fastidio, dei suoi insegnamenti sulla metempsicosi, sull’immortalità dell’anima o sui resoconti antichi dei suoi miracoli.

Burkert aveva invece compreso come la “multiscienza” di Pitagora coprisse il mondo umano nel suo complesso e, soprattutto, la sfera del soprannaturale, tanto la vita mortale quanto quella che viene dopo, tanto che, riallacciandosi a un’espressione di Ermeniasatte di Colofone («Esiodo, custode di ogni conoscenza»¹¹) collocava Pitagora accanto a Esiodo come «rappresentante di Orfeo, per così dire, come il rappresentante di una dottrina fondata sul mito che riguarda il mondo e gli Dei che ne sono parte»¹². E quella dottrina era fondamentalmente quella Eleusina.

Ma dall’alveo della Tradizione Eleusina Pitagora in parte si discostò, integrando il proprio pensiero con valori, elementi e conoscenze tratti da altre Scuole e Tradizioni, alcune delle quali si ponevano in conflitto con l’Eleusinità e con i suoi dettami. E ancor di più lo fecero i suoi seguaci e successori, coloro che si fecero portatori e perpetuatori dei suoi insegnamenti, del suo patrimonio di conoscenze iniziatiche e della sua Scuola. Coloro che, nel corso degli anni e dei secoli, trasformarono la Scuola di Pitagora in uno degli Ordini Iniziatici più longevi, potenti ed influenti dell’Occidente.

Ho fatto cenno poc’anzi a degli attriti consumatisi fra l’Eleusinità Madre e l’Ordine Pitagorico già attorno al IV° secolo a.C., attriti dovuti a questioni politiche e dottrinali che portarono da parte eleusina a considerare i Pitagorici come “scismatici” e, da parte pitagorica, a intraprendere un proprio autonomo percorso, non riconoscendo più la suprema autorità del Santuario Madre di Eleusi. Attriti che proseguirono anche dopo la presa del potere politico da parte dei Cristiani e il conseguente ingresso in clandestinità di entrambe gli Ordini, protraendosi per tutto il Medio Evo, il Rinascimento e l’Età Moderna. Data la complessità della questione, non è questa la sede più adatta per ripercorrere ed approfondire i motivi di tali conflittualità. Mi limiterò quindi a focalizzare l’attenzione su quelli che potremmo, molto semplicisticamente, definire i due “nodi” dello scontro.

Il primo “nodo” fu ed è sempre stato di carattere eminentemente “politico”: i Pitagorici manifestarono fin dagli albori della loro Scuola la tendenza ad occuparsi in maniera diretta – e potremmo dire talvolta anche invasiva – della politica delle città e degli stati dove erano presenti e radicati, inserendo con assiduità propri esponenti nei ruoli chiave della gestione del potere o manovrando da dietro le quinte determinati apparati di governo, con l’obiettivo di creare società e di plasmare le istituzioni sul modello del loro pensiero e dei loro dettami. Del resto, come sottolinea Moreno Neri in un suo recente articolo¹³, già al tempo di Pitagora, la frattura tra l’autorità regale, da cui discendono i diversi poteri dello Stato e le varie funzioni di governo, e le nuove forme partecipative che si affacciavano alla ribalta nella Grecia del V° secolo a.C. (ivi inclusa, ovviamente, la Magna Grecia), doveva essere in cima alle preoccupazioni dello stesso Pitagora e della sua Scuola. Ed è indubbio che Pitagora, attraverso l’istituzione della sua rigorosissima Scuola, doveva essere profondamente convinto che la costituzione più perfetta di uno Stato corrisponderebbe invano alle mire del più saggio legislatore, qualora la custodia di essa non fosse affidata costantemente a uomini degni di eseguirla.

Come sottolinea sempre Moreno Neri¹⁴, secondo la Dottrina Pitagorica leggi dell’uomo non sono altro che un’immagine di quelle cosmiche, l’armonia dell’universo deve riflettersi e agire nel mondo fisico e nella collettività, e l’intera vita degli uomini deve essere regolata secondo gli stessi princìpi dell’armonia celeste. Non solo, tutti gli individui devono tendere al raggiungimento dell’armonia interiore esercitando il controllo sui propri istinti e risolvendo le pulsioni violente, in un perfetto equilibrio tra elementi pari e dispari. E, affinché ognuno possa inserirsi armoniosamente nel flusso generale della vita, trovandovi il proprio posto, è necessaria una presa di consapevolezza dei principi che regolano l’universo, che può essere raggiunta soltanto con una corretta e faticosa educazione. Per i Pitagorici è sempre stato inconcepibile vivere senza il riferimento a una autorità dominante e senza la costante ricerca di un sistema politico modellato sui loro ideali e sulle loro convinzioni. In un tale sistema, dove l’universo è organizzato secondo dei principi di ordine e armonia, nessuna parte del corpo sociale poteva essere trascurata, poiché tutto e tutti dovevano partecipare alla realizzazione del perfetto kosmos.

Una tendenza, questa, che i Pitagorici non avrebbero mai di fatto abbandonato, né nell’antichità, né nel Medio Evo e nel Rinascimento, né tantomeno in epoche a noi più vicine, e che in più di un’occasione è arrivata ad estreme conseguenze, arrecando danni considerevoli al loro stesso Ordine e mettendone più volte a repentaglio l’esistenza. Gli Eleusini Madre, al contrario, hanno sempre evitato un loro coinvolgimento diretto nella politica delle città o delle nazioni dove sono stati presenti, limitando o contenendo semmai tale coinvolgimento, quando necessario, esclusivamente ai fini del garantimento della sicurezza dell’Ordine e delle sue strutture, prediligendo altresì in assoluto l’attività iniziatica e rituale rispetto all’ingegneria sociale. In sintesi, non hanno mai preteso di controllare politicamente stati e nazioni, di rovesciare con l’intrigo e con oscure manovre Sovrani e Imperatori e di sostituirli con uomini di loro fiducia o sotto il loro controllo, o di organizzare e pianificare da “dietro le quinte” rivolte o rivoluzioni. Questo atteggiamento, si badi bene, non ha mai implicato alcuna sudditanza o alcun lassismo nei confronti del potere, in special modo nei confronti di un potere moralmente e religiosamente avverso e intollerante come è sempre stato quello cristiano, al quale gli Eleusini hanno sempre saputo tenacemente tener testa e anche rispondere nei modi più “opportuni”. Con il Pritan degli Hierofanti Andrea Fortebracci, meglio noto come Braccio da Montone, siamo arrivati sei secoli fa a un passo dal rovesciamento del Papato, e soltanto l’assassinio del grande condottiero all’Aquila nel 1424 impedì che l’Italia potesse avere un futuro probabilmente migliore e che, soprattutto, si liberasse definitivamente dal Soglio di Pietro. Ma si trattò di un caso limite dovuto alle particolari circostanze del momento. Gli Eleusini, al contrario dei Pitagorici, hanno sempre ritenuto azzardato e prematuro rovesciare il Cristianesimo senza che vi fossero le condizioni – e soprattutto i mezzi – per una sua piena, e capillare sostituzione con un “impianto” religioso adeguato, seppur di transizione, che potesse spianare la strada, a livello sociale, iniziatico e culturale, ad un pieno ritorno e ad una piena riaffermazione del culto degli autentici Dei, nel segno della più autentica Tradizione Occidentale.

E proprio intorno al concetto e alla definizione di “Tradizione Occidentale” ha ruotato il secondo storico oggetto di “attrito” fra Eleusini Madre e Pitagorici. Mi sono già ampiamente soffermato sulla questione in un mio precedente articolo, pubblicato sempre su Ereticamente, intitolato Un’unica Tradizione primordiale?, per cui non mi ripeterò.

Sulla Tradizione Occidentale, il breve ma importante saggio di Arturo Reghini che abbiamo deciso oggi di riproporre¹⁵, uscì per la prima volta nell’ormai lontano 1928 sulle pagine di Ur, storica rivista ideata nel 1926 dallo stesso Reghini (che già aveva fondato negli anni precedenti altre due testate di carattere iniziatico ed esoterico, Atanòr nel 1924 e Ignis nel 1925) e che vide la luce l’anno successivo, con un giovane Julius Evola in qualità di direttore.

Le riviste Atanòr e Ignis dovettero essere presto chiuse da Reghini per l’incisività dei loro contenuti e per il taglio marcatamente anticlericale dei loro articoli, in un momento in cui il Fascismo, da poco alla guida della Nazione, già stava palesemente rinnegando le proprie radici “pagane” e tradizionali e, un po’ per realpolitik e un po’ per consolidare la sua affermazione e il consenso fra le masse popolari, stava cercando una sponda in quella Chiesa Cattolica con la quale avrebbe siglato nel 1929 quel famigerato Concordato che tante sciagure portò alla nostra Patria. Se fino alla Marcia su Roma Mussolini si era infatti tenuto in bilico tra ammiccamenti pubblici al Cattolicesimo, fino addirittura ad esaltarlo come massimo rappresentante della tradizione latina ed imperiale di Roma (sic!)¹⁶ e più riservati, ma non per questo meno intensi, rapporti con le due principali obbedienze massoniche e con un certo milieu iniziatico con il quale egli aveva un pesante debito, subito dopo la sua ascesa al potere il suo atteggiamento cominciò a precisarsi – come ha ricordato Natale Mario Di Luca nella sua biografia di Reghini¹⁷ – nella manifesta ricerca di un rapporto preferenziale con le gerarchie vaticane, finalizzato ad ottenere una delega di rappresentatività politica delle masse cattoliche, alternativa a quella in qualche misura concessa al Partito Popolare, in cambio di un trattamento privilegiato alla religione cattolica e di concessioni a tutto campo in vista dell’obiettivo ultimo del superamento dell’impasse costituita dalla legge sulle Guarentigie attraverso un regolamento definitivo dei rapporti tra Stato e Chiesa di natura concordataria. D’altronde è noto che lo stesso Reghini, già nel 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, anticipando quanto avrebbe ribadito quattordici anni dopo in Sulla Tradizione Occidentale, avesse in maniera profetica e lungimirante già presagito i rischi di una simile deriva, lanciando dalle pagine della rivista Salamandra questo duro monito:

«Fare un nazionalismo cattolico vuol dire staccarsi da una tradizione trenta volte secolare, puramente italica, per fare l’interesse di una religione esotica, intimamente repugnante ad ogni senso di romanità, e che è stata in venti secoli di storia la sciagura d’Italia»¹⁸.

Non starò in questa sede a ripercorrere tutta la storia delle vicende che portarono Reghini alla fondazione delle riviste Atanòr e Ignis e, conseguentemente, a quella di Ur, cosa che richiederebbe un’ampia riflessione e un altrettanto ampio saggio a sé stante. Si tratta di temi che potranno essere adeguatamente sviluppati in futuro, nel corso delle prossime programmate ripubblicazioni di altre opere di Arturo Reghini. Mi limiterò altresì a focalizzare l’attenzione sul profondo valore e significato del breve ma intenso saggio Sulla Tradizione Occidentale e sul contesto storico-politico-culturale in cui venne scritto, evidenziandone alcuni tratti fondamentali e facendo alcune opportune considerazioni.

Negli intenti di Reghini, la nuova rivista – Ur -, attorno alla quale si formò ben presto un consolidato gruppo di validi collaboratori – che è passato alla storia, appunto, come il Gruppo di Ur – avrebbe dovuto evitare i toni ferocemente polemici delle precedenti testate e dedicarsi esclusivamente all’approfondimento storico e alle discipline esoteriche ed iniziatiche.

Essendo il suo nome ampiamente compromesso, e avendo già subito persecuzioni ed aggressioni personali, Reghini decise di affidare la direzione della nuova rivista al giovane Julius Evola, nella speranza di evitare ulteriori problemi e difficoltà. Ed effettivamente la rivista partì con slancio ed entusiasmo e su di essa iniziarono a scrivere, rigorosamente servendosi di pseudonimi destinati a divenire celebri e quasi mitizzati negli ambienti esoterico-iniziatici italiani nei decenni successivi, importanti ed autorevoli personaggi che rappresentavano diverse anime e correnti della Tradizione iniziatica e dell’Esoterismo: pitagorici, ermetisti, occultisti, teosofi e antroposofi, e persino alcuni di orientamento gnostico e cattolico.

Secondo quanto scrisse successivamente Julius Evola¹⁹, l’obiettivo del Gruppo di Ur intendeva essere duplice:

1 – Suscitare la forza sovrasensibile capace d’aiutare i singoli membri;

2 – Indirizzare questa forza superiore, già individualizzata, verso il cambiamento, da dietro le quinte della storia, di tutte le altre forze influenti socialmente nel proprio tempo.

Ma torniamo a concentrarci sul saggio di Reghini che abbiamo deciso di ripubblicare. Senza voler correre il rischio di ripetere quanto già evidenziato da Moreno Neri nella sua ottima prefazione, è assolutamente qui da sottolineare come sia innegabile che Reghini abbia avuto l’indiscusso merito, con Sulla tradizione Occidentale, di essere stato il primo intellettuale del ‘900 ad affermare la netta estraneità della dottrina cristiana dal contesto della Tradizione Occidentale. E lo fece come non seppero farlo altri indiscussi protagonisti degli studi tradizionali del suo tempo, fra cui René Guénon. Quest’ultimo, in particolare, considerava infatti fondamentalmente l’Occidente ormai inevitabilmente decaduto, non recuperabile, e volgeva sempre più ad Oriente e alle tradizioni orientali il proprio sguardo e il proprio interesse. Reghini, con questo suo saggio, seppe anche prendere le distanze da una certa deriva ideologica che, sulla scia del delirio antistorico di autori come Johann Jakob Bachofen e Alfred Rosenberg, rischiava a suo avviso di mettere da parte l’idea di una grande e salda Tradizione iniziatica ellenico-romana-mediterranea, per approdare sui brumosi lidi di un fallace nordicismo razzista dispregiatore di ogni mediterraneità e di ogni spirito ellenico, eleusino o pitagorico che fosse, e, successivamente, del peggiore e più deteriore medievalismo cristiano-germanico di carolingia memoria, ancora oggi tanto caro a molti sedicenti “neopagani” cultori tanto di rune e dei romanzi di Tolkien, quanto di ipotetiche linee di sangue merovinge del Santo Graal. Posizioni, queste, che – come osservava Reghini – inevitabilmente portavano alla negazione dell’origine squisitamente etrusca della più arcaica e primeva spiritualità e religiosità romana, in nome di una presunta “progenie aria”, virile e solare, che, proveniente nientemeno che dal Polo Nord, avrebbe fondato Roma, spazzando via la “melma umana” lunare e matriarcale!

Come ha sottolineato Roberto Sestito²º, con la stesura di Sulla Tradizione Occidentale, Reghini si adoperò per:

1 – Contrastare tutti coloro che affermavano che Roma antica non aveva mai posseduto una propria specifica tradizione iniziatica, o addirittura una propria spiritualità.

2 – Spiegare perché è probabile o perlomeno verosimile che una tradizione iniziatica pagano-romana sia giunta ininterrottamente fino ai nostri giorni.

3 – Contestare l’occidentalità del Cristianesimo.

4 – Individuare nel simbolismo agricolo il linguaggio iniziatico specificamente romano.

5 – Indicare nel mito di Giano e Saturno, che fa uso di questo simbolismo, il nucleo centrale dell’iniziazione romana.

Cinque punti decisamente ambiziosi sui quali però – vorrà perdonarmi il Fratello Arturo Reghini – ravviso almeno due fattori di potenziale debolezza e sui quali mi viene spontanea almeno una critica.

Naturalmente, in quanto eleusino, non posso che concordare con Reghini sull’assoluta estraneità del Cristianesimo dall’alveo della più autentica Tradizione Occidentale, e, di conseguenza, sull’infondatezza di qualsiasi pretesa di una presunta Tradizione Occidentale “cristiana” o “cattolica”. Allo stesso modo, non posso che concordare con Reghini sull’assoluta evidenza della sopravvivenza, dall’antichità fino ai giorni nostri, di alcuni importanti filoni dell’antica Tradizione iniziatica, sopravvivenza della quale ho del resto piene prove. Ma è sulla definizione di tale Tradizione che mi permetto di dissentire da Reghini. Egli la identificava esclusivamente come Tradizione “pagano-romana”, esaltandone appunto la pretesa “romanità” e l’altrettanto preteso “romano” simbolismo agricolo del suo linguaggio iniziatico, contestando tutti quegli esoteristi del suo tempo e del secolo precedente, in particolar modo quelli francesi come Ragon, De Guaita e Papus, che si erano permessi, senz’altro più a ragione che a torto, di dissentire da una simile linea interpretativa. Il mio pensiero e il mio orientamento esoterico sono anni luce lontani rispetto a quelli di uno Stanislas De Guaita o di un Gérard Encausse (Papus), allo stesso modo in cui mi sento lontano da qualsiasi retaggio rosacrociano o martinista, ma mi rammarica profondamente la mancata comprensione, da parte di Reghini, delle posizioni di Jean Marie Ragon. Un intero secolo separava il percorso terreno di questi due giganti del pensiero esoterico ed iniziatico, ma ritengo che se avessero avuto l’opportunità di conoscersi e di confrontarsi, si sarebbero senz’altro capiti. Ragon, un autore che, al pari di Reghini, dovrebbe essere letto e riscoperto da tutti i Liberi Muratori, e che oltre ad essere massone fu anche un eleusino, non è vero che denigrasse a prescindere la Tradizione iniziatica romana. Ne ravvisava semmai i limiti e riteneva che essa dovesse essere necessariamente vista nel più ampio quadro della Tradizione pelasgico-ellenico-mediterranea nella quale essa affondava le proprie radici, attraverso la Dottrina e la Disciplina sacra degli Etruschi da un lato e le proprie origini troiane dall’altro, e dalla quale aveva tratto buona parte dei propri fondamenti.

Infine, a mio avviso, un altro limite della visione reghiniana, anche se solo un limite di forma più che di contenuto, è l’esaltazione della “paganità” e il ripetuto uso stesso, fino all’enfatizzazione, del termine “pagano”. Ho messo di proposito questo termine tra virgolette perché non si tratta di un aggettivo o di un epiteto che amo o che uso volentieri. Non lo amo e non lo uso volentieri perché nasce, da parte cristiana, con l’intento meramente dispregiativo di screditare e denigrare tutto un mondo religioso ed un insieme di Tradizioni misteriche e spirituali plurimillenarie che il nuovo culto tentò, con un’intolleranza e una violenza del tutto estranee all’antico sistema di valori dell’area mediterranea, di distruggere e di estirpare.

Gli Eleusini, quindi, al pari degli esponenti e degli Iniziati di altre Tradizioni misteriche, inclusi i Pitagorici, non si sono mai definiti, né mai si definiranno “pagani”. “Pagani”, semmai, furono (e sono tutt’oggi) ai nostri occhi i Cristiani, con la loro intolleranza e con la loro avversione verso i sacri valori dell’universalità e della Tradizione ellenico-romana.

Ci tengo a chiudere questo mio intervento con una citazione dello stesso Reghini, tratta da Sulla Tradizione Occidentale:

«L’occultamento della sua stessa esistenza per una tradizione pagana deve essere apparso, a dir poco, opportuno. Basta pensare all’odio profondo ed inveterato della religione dominante in Occidente contro il paganesimo per rendersene conto. Anche quando si attaccano fra di loro, le varie sette cristiane si accusano di paganesimo; si direbbe che, secondo la loro mentalità, accusa più grave non sia possibile trovare. I protestanti per affermare l’eccellenza e la genuinità del loro Cristianesimo rinfacciano ai cattolici il loro paganesimo e la Chiesa Cattolica anche recentemente per condannare il movimento dell’Action Française si è basata sopra il suo preteso carattere pagano.

Questa ossessione antipagana, se da una parte indica per loro stessa confessione che non è poi vero che, malgrado tutto, i Cristiani siano riusciti a fare tabula rasa del paganesimo, dimostra d’altra parte quale vitalità e quale virulenza abbiano ancora gli odii ed i rancori profondi della religione dominante contro il paganesimo; e si vorrà convenire che questo diffuso e tenace malanimo determina una condizione di fatto che non è precisamente la più propizia ed allettante per una opportuna e proficua affermazione di esistenza e manifestazione di un centro iniziatico pagano. Perciò, quando anche il silenzio fosse rimasto assoluto, potrebbe darsi che si trattasse di silenzio ermetico o pitagorico, e non risulterebbe provato trattarsi necessariamente o verosimilmente di un silenzio di tomba»²¹.

Arturo Reghini, essendo stato un Iniziato di tutto rispetto ed un esponente di rilievo della Tradizione Pitagorica, sapeva bene come e quanto – e soprattutto nella sua Firenze – durante il Rinascimento quel silenzio fosse stato rotto, e come la voce dell’Antica Tradizione Occidentale si fosse levata più forte che mai, ad attestare la sua piena vitalità.

 

 

NOTE:

 

1 – Augusto Hermet: La ventura delle riviste. Ed. Vallecchi, Firenze 1941.

2 – Natale Mario Di Luca: Arturo Reghini: un intellettuale neo-pitagorico tra Massoneria e Fascismo. Ed. Atanòr, Roma 2003.

3 – Ibidem.

4 – Roberto Sestito: Storia del Rito Filosofico Italiano e dell’Ordine Orientale Antico e Primitivo di Memphis e Mizraìm. Ed. Libreria Chiari, Firenze 2003.

5 – Roberto Sestito: Opera citata.

6 – Ibidem.

7 – Giustiniano Lebano: Il Senato Occulto di Roma, in Ignis, Anno V°, n. 2, Dicembre 1992.

8 – Roberto Sestito: Opera citata.

9 – Nicola Bizzi: Da Eleusi a Firenze: la trasmissione di una conoscenza segreta. Vol. I°. Ed. Aurora Boreale, Firenze 2017.

10 – Walter Burkert: Lore and Science in Ancient Pythagoreanism. Ed. Harvard University Press, Cambridge 1972.

11 – Ermeniasatte di Colofone: Fr. 2, 22 Diehl.

12 – Walter Burkert: Opera citata.

13 – Moreno Neri, Pitagora: la sua politica, la nostra Massoneria. Articolo in L’Acacia n. 1 – 2010.

14 – Ibidem.

15 – Arturo Reghini: Sulla Tradizione Occidentale. Con prefazione di Moreno Neri e saggio introduttivo di Nicola Bizzi. Ed. Aurora Boreale, Firenze 2018.

16 – Si veda a tale proposito il discorso tenuto da Benito Mussolini alla Camera dei deputati il 21 Giugno 1921, nel quale, aveva affermato: «(…) Il Fascismo non predica e non pratica l’anticlericalismo. Il Fascismo, anche questo si può dire, non è legato alla Massoneria, la quale in realtà non merita gli spaventi da cui sembrano pervasi taluni del Partito Popolare. Per me la Massoneria è un enorme paravento dietro al quale generalmente vi sono piccole cose e piccoli uomini. (…) Affermo qui che la tradizione latina ed imperiale di Roma oggi è rappresentata dal Cattolicesimo. Se, come diceva Mommsen venticinque o trenta anni fa, non si resta a Roma senza un’idea universale, io penso e affermo che l’unica idea universale che oggi esista a Roma, è quella che s’irradia dal Vaticano» (Benito Mussolini: Scritti e discorsi, vol. II°. Ed. Hoepli, Milano 1934.

17 – Natale Mario Di Luca: Opera citata.

18 – Arturo Reghini: Imperialismo pagano. Articolo su Salamandra n. 1, Gennaio-Febbraio 1914.

19 – Julius Evola: Il cammino del cinabro. Ed. Vanni Scheiwiller, Milano 1963.

20 – Roberto Sestito: Il figlio del Sole: vita e opere di Arturo Reghini, filosofo e matematico. Ed. Ignis, Ancona 2003.

21 – Arturo Reghini: Sulla Tradizione Occidentale. Pubblicato nel 1928 sulla rivista Ur e recentemente ristampato, con prefazione di Moreno Neri e saggio introduttivo di Nicola Bizzi, dalle Edizioni Aurora Boreale, Firenze 2018.

 

 

 

 

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Nicola Bizzi il 29 Settembre 2019

Nicola Bizzi

Nato a Stoccolma (Svezia) il 17 Febbraio 1972, laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Firenze, si occupa da molti anni di studi e ricerche nell’ambito delle antiche tradizioni misteriche e religiose dell’area del Mediterraneo. Scrittore, conferenziere, editorialista ed editore, è fondatore e titolare delle Edizioni Aurora Boreale, casa editrice per la quale cura la collana di studi misterici ed iniziatici Telestérion e la collana di studi politici Politeia. Ha fondato le riviste Aesyr e Novum Imperium, delle quali è stato per diversi anni direttore editoriale. È direttore del Centro di Studi Eleusini per le Culture Mediterranee Sidera Tau 8, docente presso la Scuola Eleusina Madre di Firenze e titolare della cattedra di Culti Misterici e Tradizionali presso la Libera Università Italiana degli Studi Esoterici di Lecce. È autore di vari saggi di argomento storico ed esoterico, fra cui La crisi della Repubblica dei Partiti: dal crollo del Muro di Berlino a Tangentopoli; Nuovo Disordine Mondiale; Fratres Arvales; Mezzo rilievo e intera dottrina: i Pitagorici a Firenze; Egitto e Misteri Eleusini; I Minoici in America e le memorie di una civiltà perduta; La talassocrazia minoica: il divide et impera storico-archeologico; Da Eleusi a Firenze: la trasmissione di una conoscenza segreta; Tradizione Misterica e Filosofia; Thomas Paine e le origini della Massoneria; La Stretta Osservanza Templare, Firenze e i Superiori Incogniti; Atlantide e altre pagine di storia proibita; Ipazia di Alessandria e l’enigma di Santa Caterina; Al Ma’mun: un grande iniziato pitagorico alla guida dell’Islam; La Via di Eleusi: il percorso di elevazione e i gradi dell’Iniziazione ai Misteri. Ha curato varie trasmissioni televisive e radiofoniche sui temi della Tradizione Occidentale e sui misteri delle antiche civiltà e collabora con numerose riviste, fra cui Archeomisteri, Iside, Satormagazine e Anubi Magazine. Può essere contattato all’e-mail edizioniauroraboreale@gmail.com

Commenti

  1. luciano

    UN ESPONENTE NON VUOLE L’APOSTROFO

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