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Libertà e postmodernità tra Dugin e Franz – Camilla Scarpa

Libertà e postmodernità tra Dugin e Franz – Camilla Scarpa

I valori del razionalismo scientista e del positivismo sono riconosciuti come “velate forme di politiche repressive totalitarie”, e sono criticati. Nel contempo, ciò si accompagna alla glorificazione della libertà assoluta e all’indipendenza dell’individuo dai limiti di ogni tipo, ivi compresi ragione, morale, identità (sociale, etnica, o perfino di genere), disciplina, e così via. Tale è la condizione della postmodernità.

La libertà come riflesso organico, come malformazione, come alterazione di un equilibrio intrinseco, congenito, inconscio e atavico che ora viene ad emergere, parimenti con la coscienza, come un separarsi, come una grande separazione da ciò che era unitario”.

Le due citazioni in esergo, che idealmente si completano alla perfezione, provengono l’una dalla “Quarta Teoria Politica” di Aleksandr Dugin (NovaEuropa Edizioni, Milano, 28 euro) e l’altra da “L’inganno della libertà” (Audax Editrice, Moggio Udinese, 13 euro), ultima fatica, breve ma intensa, di Emanuele Franz, che con Dugin e Giulietto Chiesa ha animato “Identitas”, convegno dal successo strepitoso tenutosi a Udine nel giugno scorso.

Dugin e Franz non hanno in comune solo una diagnosi lucida (e non uso questo termine a caso né a sproposito, dato che la metafora più potente del libro di Franz, quella che paragona la libertà individualistica alla degenerazione cellulare di un cancro, è di natura medica) della condizione in cui viviamo, quella della postmodernità, e la capacità di esporre le proprie idee con chiarezza, senza scadere nel semplicismo, ma anche un retroterra filosofico almeno in parte comune: quello di Heidegger e Nietsche, ad esempio; a cui Dugin aggiunge Schmitt e alcuni filosofi tradizionalmente di sinistra come Deleuze e Guattari e perfino Agamben e Cacciari, in virtù della sua propensione per una traduzione e un’estrinsecazione pratica delle sue teorie, sia in campo geopolitico che antropologico –propensione che emerge chiaramente già dai titoli delle sue opere: “Teoria (e geopolitica) del mondo multipolare”, “Putin contro Putin”, ecc.

Se Dugin è un pensatore eclettico, rivolto verso l’esterno, la via di Franz, invece, è più “intimistica” ed introspettiva, pur senza traccia alcuna di mollezza o di autoindulgenza. Al contrario è virile e “teutonica” (come rilevato in passato da Sossio Giametta), e “identitaria” (non a caso, “Identitas”), anche se Franz non si sente rappresentato “nemmeno da se stesso”, e se ne vanta. Alla geopolitica e a Fukuyama preferisce Meister Eckhart e i mistici orientali, e alle religioni e al loro retroterra mitico dedica riflessioni concise ma interessanti. L’attenzione per il mito culmina nel ribaltamento del mito platonico della caverna. Secondo l’autore, infatti, tale narrazione sottende un inganno: fuori dalla caverna non c’è nulla, per l’uomo, la verità non è fuori dalla caverna ma al suo interno, “la caverna è ciò che è dentro di noi. È silenzio mistico. […] La caverna è la Terra. La mater” e ancora, in un crescendo immaginifico: “Il luogo interiore, quello che Santa Teresa d’Avila nel 1577 avrebbe detto il “castello interiore” è silenzio, interiorità, terra, spirito femmineo”.

Un esito per certi versi in linea con quello schmittiano, che però alla terra non contrappone il cielo e i caratteri solari (solare/lunare è invece una contrapposizione cara a Dugin, anche nell’analisi delle relazioni internazionali) ma il mare. Stupisce un po’, di primo acchito, l’assenza, in un libro che s’incentra sulla “scelta”, del tema del decisionismo e dello stato d’eccezioneschmittiano, su cui Duginsi sofferma nella pur breve prefazione – e riguardo al quale vedasi “Prima che il mondo fosse” (Mimesis, Sesto San Giovanni, 15 euro) – ma tale assenza rientra nella logica “pre-politica” di Franz, che teorizza un arbitrio che non è libero né servo ma “unico”, assoluto, radicale nella vita dell’uomo, da cui discende come un corollario qualsiasi altra scelta minore, suddivisa per gruppi “gerarchici”. Noam Chomsky si dice “molto interessato a conoscere gli sviluppi di questa teoria”; posso affermare con discreta certezza che lo siamo tutti.

Camilla Scarpa,

laureata in diritto internazionale con una tesi su Carl Schmitt, ha tradotto la “Quarta Teoria Politica” e vari altri saggi di filosofia politica e letteratura. Nel 2019 fonda Aspis Edizioni, che dirige.

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 23 Agosto 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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