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Elogio dell’odio – Enrico Marino

Elogio dell’odio – Enrico Marino

Lo spettacolo della politica italiana è talmente surreale da spingere anche il più cinico e disincantato osservatore a prendere una pausa di riflessione sul senso e l’opportunità di avviare un’analisi dell’attuale situazione.

Credevamo di aver sperimentato e assistito, dai tempi della prima Repubblica a oggi, alla messa in scena di tutti gli schemi e di tutte le maggioranze politiche possibili e immaginabili, così come consentite dalla formula equivoca della “Repubblica parlamentare” e dal sistema elettorale proporzionale. Formule che, lasciando sostanzialmente le mani libere alla partitocrazia, al termine di una tornata elettorale ne affidavano l’interpretazione del risultato e la formazione di una maggioranza all’arbitraria scelta delle forze politiche presenti in Parlamento. Con la conseguenza che, nonostante un determinato pronunciamento popolare, una qualsiasi decisione poteva essere assunta anche sulla base di fattori totalmente estranei ai programmi esposti e svincolata dalla stessa indicazione espressa dai cittadini.

Per decenni i partiti della prima Repubblica si sono avvalsi di questa prassi per imporre al popolo italiano i loro bizantinismi e le loro alchimie, infiocchettando ogni espediente con definizioni immaginifiche e astruse, dall’”arco costituzionale” agli “appoggi esterni” alle “desistenze” alle “convergenze parallele” al “compromesso storico”, ecc., che consentissero loro di perseguire comunque gli obiettivi che si erano prefissati.

Ma forse solo oggi si sta toccando veramente il livello più basso, puntando a raschiare il fondo del barile di ogni credibilità politica e istituzionale. E mai come oggi appare evidente l’interesse di alcuni a interpretare la definizione costituzionale di Repubblica parlamentare come un’aperta legittimazione del trasformismo più indecente e spregiudicato nell’esercizio dell’azione politica.

Non era mai accaduto che un presidente del Consiglio, con cinica naturalezza, passasse da un incarico a un altro, ottenendo un secondo mandato immediatamente successivo al primo e col sostegno di una parte della originaria maggioranza di governo, per dare vita a un esecutivo in totale contrapposizione al precedente. Invece, dall’oggi al domani, s’è visto un premier accolto a suo tempo in Europa come un “pupazzo” che, all’indomani del suo voltafaccia, viene oggi accreditato come uno statista di rilievo, sostenuto ed elogiato dalle élite globaliste, dai media mainstream, dai vescovi e dai cattolici progressisti, dai sindacati e dalle cancellerie di stati esteri.

Un coro talmente uniforme e proveniente da tali ambienti mostra inequivocabilmente il versante sul quale si colloca questo nuovo esecutivo e non può generare altro che sospetto e diffidenza fra coloro che perseguono gli interessi reali della Nazione.

Non era mai accaduto che gli stessi uomini dessero vita a un’esperienza di governo del Paese e poi, una volta fallita, la rinnegassero per approvarne una diametralmente opposta. Una tale schizofrenia politica non si giustifica con nessun richiamo agli interessi del Paese, ma solo riconoscendo la sudditanza dell’etica a motivazioni e ambizioni molto più prosaiche e innominabili.

Motivazioni e ambizioni che fungono da collante tra forze politiche fino a ieri contrapposte che trovano una sintesi non nella condivisione di un progetto politico ma nella comune avversione all’idea di sottoporsi al giudizio degli elettori.

In sostanza, si preclude il diritto del popolo a scegliere col voto i propri rappresentanti per il timore di come questo potrebbe esprimersi.
In tal modo, si impongono al governo del Paese forze politiche minoritarie e prive di una qualsiasi legittimazione elettorale. Ma lo si fa nel rispetto di una previsione costituzionale e seguendo uno schema istituzionale prestabilito. E’ come se una sentenza palesemente ingiusta e irragionevole nella sostanza venisse giudicata inappellabile solo perché proceduralmente corretta.

In tal modo non si tutela la democrazia ma nel rispetto formale della Costituzione se ne distorce il dettato per interessi di natura diversa, non si celebra un’alleanza politica ma si realizza solo la fusione di due stati d’animo rancorosi, la congiunzione di due comuni ostilità l’una nei confronti delle scelte del popolo italiano e l’altra nei confronti di un avversario mostrificato come sovranista e pericoloso.

Questo innaturale connubio porta con se la riproposizione di logore personalità della politica, ampiamente compromesse e screditate nella considerazione di larga parte dei cittadini, e addirittura aggrega le scorie infette di una sinistra radicale post comunista, velleitaria, settaria, spesso violenta e antagonista, ma determinante al Senato sul piano dei numeri.

Questo innaturale conglomerato si giustifica, inoltre, col richiamo a motivazioni incongrue e ad argomenti inconsistenti, perché non attinge a un programma comune né a strategie condivise, ma ricorre a mozioni superficiali e ad astrazioni politiche: la lotta all’evasione e lo sviluppo sostenibile, l’acqua, il clima e la difesa dell’ambiente e altri postulati talmente ovvii e generici da poter essere accettati da chiunque, ma privi di qualunque articolazione di dettaglio, senza l’indicazione di alcuna priorità né l’indicazione delle risorse alle quali fare riferimento. Mentre non si pronuncia su problemi ben più concreti e divisivi quali l’avvio di grandi opere o l’immigrazione.

A tale proposito, molto s’è detto sul clima di “odio” instaurato nel Paese dalle tematiche sovraniste nei confronti degli immigrati e molti si attendono da questa nuova maggioranza un segnale di discontinuità e si spingono a chiedere un’inversione di tendenza sul problema dell’arrivo e della collocazione degli stranieri.

Per costoro sarebbe “odio” rivendicare prioritariamente per gli italiani il diritto al lavoro, alla casa, alla assistenza, alla sicurezza e la possibilità di decidere autonomamente del loro destino, della disponibilità dei loro beni e delle loro risorse, della intangibilità delle loro frontiere, della tutela delle loro tradizioni, della loro cultura, della loro discendenza e del loro territorio.

Si sostiene, al contrario, che rimosso il mostro sovranista anche il problema della immigrazione potrà essere facilmente ridimensionato e riportato sui binari “più umani” dell’apertura dei porti, della integrazione e della redistribuzione, così come invasivamente propagandato dalle centrali della accoglienza, dalle ONG mondialiste e dal Vaticano di Bergoglio.

Molti già vagheggiano anche una riproposizione dello ius soli e sulle tematiche etiche un’ulteriore spinta alle politiche di contrasto alla famiglia naturale e un rilancio della ideologia gender, della propaganda LGBT, dello sdoganamento – anche contra legem – di ogni limite all’acquisto di bambini da parte di coppie omosessuali e della pratica dell’utero in affitto. Si prospetta l’arrivo di una nuova ondata antiumana.

Ebbene su queste tematiche, fondamentali ancora più di quelle economiche, perchè attinenti direttamente alla tutela della stirpe e coinvolgenti il destino dell’Italia come Nazione, come comunità di popolo, sociale, culturale, identitaria ed etnica, l’avversione nei confronti della nuova compagine governativa non può che essere assoluta e irriducibile.

Chi si fa portavoce e alfiere di temi disgreganti la natura profonda, l’essenza stessa di un popolo nonché assertore della totale inversione degli assetti naturali, dev’essere combattuto senza possibilità di mediazione e non può essere ridimensionato al rango di semplice avversario politico.

Chi è portatore di una visione radicalmente sovversiva e totalmente invertita della società e del mondo è un nemico e come tale va trattato. O noi o loro, questa è l’alternativa. “Parcere subiectis et debellare superbos” ammonivano i romani, che seppero conquistare un impero amministrando saggiamente e con equilibrio tanto l’uso della forza quanto quello della moderazione e della clemenza. Questo non è ancora il momento dell’indulgenza e della tolleranza perché abbiamo di fronte un nemico arrogante che rialza la testa e vuole imporre la sua visione di ordine mondiale. Comportiamoci di conseguenza.

Enrico Marino

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Categorie: Politica

Pubblicato da Ereticamente il 31 Agosto 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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