fbpx

Tra Occidente ed Oriente: René Guénon ed il Vedanta – Umberto Bianchi

Tra Occidente ed Oriente: René Guénon ed il Vedanta – Umberto Bianchi

Mi sono letto con attenzione e tutto d’un fiato “L’uomo ed il suo divenire secondo il Vedanta” del grande scrittore francese di cose esoteriche, Renè Guenon. Una pietra miliare per comprendere il pensiero del grande francese, in grado di offrire una visione inedita di un aspetto delle dottrine Hindu, ai più misconosciuto ma che, ritengo assolutamente sconsigliato a chi non abbia un minimo di dimestichezza con la filosofia in genere e con l’”Arya Dharma”, la religiosità Indo-Buddhista. Un linguaggio irto di terminologie Hindu e ricco di sofisticate elaborazioni concettuali, che vanno sovrapponendosi in un crescente, fanno di questo, un testo sicuramente importante, ma dalla lettura assolutamente impegnativa e difficoltosa, assorbibile con molta difficoltà.

Cominciamo con il dire che il Vedanta rappresenta un particolare settore delle Upanishad, ovverosia di quella raccolta di scritti di impostazione filosofica che, in un’ottica di epocale salto di qualità nel pensiero umano, rappresenta uno di quegli esempi di passaggio dal pensiero mitico del Rg Veda a quello di matrice più prettamente filosofica (per l’ambito Hindu dovremmo più esattamente dire “teosofica”….), in virtù di quel generale passaggio all’ “Età Assiale” dell’umanità, così magistralmente descritto da Karl Jaspers, ma altrettanto da questi successivamente mal interpretato (sic!). Il Guénon ci dice il Vedanta non esser né una dottrina filosofica né una forma di religione, bensì una dottrina metafisica a sé e pertanto non assimilabile nè comparabile con alcuna limitante elaborazione teoretica occidentale o alcuna forma di devozionalismo che dir si voglia. Quella del Vedanta, è una trattazione sulla struttura dell’uomo in rapporto all’Essere ed all’Assoluto, dei quali costui rappresenta solo una piccola ed infima parte, una goccia nel mare, assolutamente confondibile con questo.

E qui Guénon attraverso l’idea di una onnipervasività dell’Assoluto accompagnata ad un sua siderale distanza dalle cose del mondo, attraverso la descrizione del Brahman, ci spinge in direzione di una visione “neoplatonica” del Vedanta e dell’intero corpo dottrinale Hindu. Sensazione che sembra trovare la sua riconferma in un’idea piuttosto “stratificata” dei vari stadi dell’essere umano in rapporto con Brahman/Assoluto. Purusha, Prakriti, Buddhi, Manas e quant’altro, poco o nulla contano se non supportati da un concetto che fa da impalcatura all’intera narrazione guenoniana: quello di Atman (dal Guénon chiamato Atma…).

Atman è lo stato superiore dell’Io, in connessione con l’Essere; è quello che potremmo definire quale ”Io sovrasensibile”, in veste di stadio ultimo di una natura umana progressivamente liberata dalle incrostazioni dell’individualità, sino a raggiungere uno stato di connessione con l’Assoluto e realizzare il tanto agognato “Moksa” o “Liberazione”, coincidente con la assoluta e definitiva spersonalizzazione e perdita di individualità del singolo essere, finalmente libero dalle illusorie catene della Maya e del desiderio.

La concezione del Vedanta vede l’uomo composto fondamentalmente da due stati, uno prettamente materiale, rappresentato dalla dimensione della corporea materialità e degli animici impulsi ad essa collegati, l’altro più propriamente spirituale, tendente all’Assoluto e del quale Atman rappresenta uno stadio di finale compiutezza. Ambedue gli stati, sebbene differenziati ed opposti, sono tra loro ed al loro stesso interno, strettamente interrelati da una molteplice serie di stadi intermedi che sembrano dare dell’uomo l’immagine di una gigantesca cipolla, ricoperta da molti strati di bucce.

Gli stessi stati di manifestazione di Atman nell’essere umano ripercorrono Veglia/ Vaishwanara, Sogno/Taijasa, Sonno profondo/Prajna, proprio nel nome di quell’ anelito dell’animo umano alla Liberazione finale e che sembrano direttamente riportarci ad una valenza neoplatonica dell’intero contesto. La qual cosa, sembra esser riconfermata dalla definizione che Guénon ci dà di un Brahman, che tanto ci ricorda quell’Uno di plotiniana memoria, la cui distanza dall’umano pensare e dalla realtà è tale da non poter “essere”, definizione questa che costituisce un limite all’illimitatezza da cui Brahman/Assoluto è caratterizzato.

Gli stessi concetti di Buddhi/Intelletto superiore ed Ishwara/ Universale Personalità Divina, sebbene, dal punto dei rispettivi stadi di appartenenza, si collochino su superiori piani di “spersonalizzazione attiva”, rispetto al Brahman/Assoluto, costituiscono delle limitanti ipostasi. E’ dunque possibile un diacronico parallelismo tra il Vedanta Hindu, le Upanishad ed il Neoplatonismo, nella sua essenza emanazionista? A detta di taluni sì, poiché le uniche differenze ravvisabili in ambedue le narrazioni, sarebbero rappresentate dal tipo di uditorio a cui si rivolgerebbero, di impronta prettamente religiosa l’una, di impronta prettamente “profana” e razionalista l’altra.

Ma a noi non sembra esser così. Le differenze ci sono, eccome, e stanno proprio nella radicale differenza dell’impostazione che sia l’uno che l’altro, hanno nel loro rapportarsi verso l’Essere e l’Assoluto. Gli indoeuropei d’Oriente il divino lo fanno passare sopra le proprie teste, lo accettano passivamente, facendo della spersonalizzazione e dell’annullamento totale dell’individualità, attraverso il Moksa-Nirvana, la tappa finale a coronamento del proprio percorso. Pertanto l’intera riflessione razionale, è qui concentrata all’interno della sostanza divina (teosofia). Gli Indoeuropei d’Occidente, sono figli di Prometeo, di una conoscenza cioè volta ad illuminare ed a definire ciò che definibile non è, ovverosia l’Assoluto stesso, dall’alto di una conoscenza in grado di porsi oltre ed al di sopra di quest’ultimo, ovverosia quella filosofica che andrà via via facendosi essoterica o esoterica, a seconda dei vari contesti epocali di riferimento.

In base a quanto sin qui detto, ci dobbiamo chiedere se l’emanazionismo gnostico-platonico può essere applicabile all’Arya Dharma e, nello specifico, all’Induismo nelle sue molteplici espressioni. Diciamo che se, da un punto di vista prettamente strutturale, l’Induismo ed il Vedanta possiedono delle valenze all’apparenza sicuramente emanazioniste, da un altro bisognerebbe muoversi con prudenza . Quella Induista è una forma di religiosità “enoteista”, ovverosia imperniata sulla compresenza di un Assoluto neutro ed indefinibile accanto ad una estroflessione della sostanza divina in una strabordante molteplicità di attive personificazioni. (La Trimurti Brahma, Civa, Visnu, alle innumerevoli divinità “minori” (Indra, Varuna, Krisna, Yama, Agni, Rudra, Garuda, etc.).

La stessa narrazione mitologica a proposito della nascita del mondo, è improntata su un ruolo attivo delle divinità, volto ad addivenire alla creazione, e comunque sia, il Pantheon delle divinità Hindu mantiene un ruolo molto attivo nella vita spirituale dei suoi praticanti, ben lontano, pertanto, da un etereo emanazionismo che, nell’Occidente Ellenistico, pervenne in una fase di senescenza del politeismo greco-romano, non riscontrabile nel subcontinente indiano dove, invece, l’Arya Dharma, sarebbe sopravvissuto sino ai giorni nostri, perpetuandosi e cercando, in qualche modo, di rinnovarsi.
Pertanto lo stesso Vedanta potrebbe essere anche inteso, più che come espressione di una versione orientale del neoplatonismo, come invece una vera e propria forma di manifestazione del divino, all’insegna di una complessa stratificazione, data dal fatto che, contrariamente al Neoplatonismo, essa viene elaborata in un ambito assolutamente “teosofico”. Se da una parte, la guenoniana idea di una Tradizione Primordiale, Assoluta, indefinibile, a guisa di quell’Uno di plotiniana memoria, intesa quale perno centrale, dal quale si diparte un’infinita serie di espressioni, è sicuramente suggestiva e corretta.

Se il rigore e la puntigliosità con cui il Guénon cerca di far piazza pulita di tutti i vari fraintendimenti o delle facilonesche interpretazioni sul Vedanta e la Tradizione in genere, sono giusti e degni di rilievo. D’altra parte, però, a parere di chi scrive, va rilevato che, sul Nostro, parimenti ad altri consimili autori, pesa come un macigno, una carenza di impostazione di non poco conto. Se si va a ben vedere, in tutto lo scritto del Guénon sul Vedanta si rileva un sottile disprezzo verso l’Occidente, accompagnato dalla implicita asserzione di una pretesa superiorità spirituale dell’Oriente sull’Occidente. Lo stessa vicenda di vita guenoniana, conclusasi in quel del Cairo, in coerenza con la sua aderenza alla dottrina Sufi, è indicativa di quanto detto.

Questa asserzione nasce da un ben preciso fraintendimento sulla natura dell’Occidente. Se in scritti come “Il Regno della Quantità ed il segno dei tempi” (al pari di altri consimili scritti, di altri autori…) viene effettuata una esatta e corretta disamina sui mali d’Occidente, sembra però ci si dimentichi o si voglia omettere quel dato nodale rappresentato dalla costitutiva ambiguità e mutevolezza del pensiero occidentale che, senza ombra di dubbio, possiamo definire quale “bipolarità” del pensiero occidentale.

Una “bipolarità”, in virtù della quale l’intero percorso occidentale, è caratterizzata dal sorgere di forme-pensiero, quali narrazioni a carattere universale ed omologante, animate da una propensione a confinare l’Assoluto in una dimensione eterea ed astratta, nel nome di una progressiva razionalizzazione ed oggettivazione dell’Essere, alle quali hanno sempre fatto da contraltare forme di pensiero dalla opposta valenza, irrazionaliste, vitaliste, animate dall’afflato di far convivere nel medesimo ambito immanenza e trascendenza.

Ambedue queste spinte si susseguono e si inseguono, lungo tutta la storia d’Occidente, facendone un “unicum” , in grado di auto perpetuarsi e sopravvivere a sé stesso, proprio grazie alle proprie aporie. Questo contrariamente a quanto accaduto in Oriente ove, la sopravvivenza delle rispettive espressioni di civiltà, è rappresentata dalla pedissequa imitazione del modello occidentale o da parodistici ritorni di fiamma di “integralismi” di vario tipo e marca. Senza voler togliere nulla a nessuno, l’implicito intento di questo breve scritto, è sicuramente quello di uno stimolo alla riflessione e ad un rinnovato dibattito, che sia finalmente in grado di portarci fuori dalle secche di una ristretta e sterile idea di Tradizione.

UMBERTO BIANCHI

Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Tradizione

Pubblicato da Umberto Bianchi il 2 Luglio 2019

Umberto Bianchi

Giornalista, opinionista ed editorialista, prolifico autore di scritti di poesia, oltre ad essere impenitente “motorbiker” e giramondo, Umberto Bianchi (1960),è specializzato nella pubblicazione di saggi e di analisi su tematiche che spaziano dalla politologia all’economia, giungendo a toccare la riflessione filosofica e lo studio delle varie correnti del pensiero esoterico. Direttore del Quotidiano “on line” di ispirazione sovranista, “L’Unico”, è stato collaboratore di lungo corso del quotidiano "Rinascita" e del periodico "on line" "Il Fondo/Magazine di Miro Renzaglia", presso i quali ha pubblicato la maggior parte dei propri saggi, altresì reperibili presso il catalogo di "Arianna Editrice": Ha anche scritto sulle pagine del periodico “Il Ribelle” di Massimo Fini, oltre ad aver precedentemente collaborato con "Orion" ed "Il Giornale d'Italia". Nel 1999 crea il sito www.ripensareilpensiero.it, (ora sostituito dal presente “Il Pensiero Antagonista”) e nel 2005 ha dato alle stampe, per i tipi di "Nuove idee" "Alle origini della Globalizzazione/ Per una revisione del pensiero". Ha pubblicato i propri saggi anche sulle pagine della rivista on line “Scuola Romana di Filosofia Politica” diretta ed animata dal Prof. Giovanni Sessa e nell’Ottobre 2011, inoltre, prende parte alla stesura del libro-manifesto “Per una Nuova Oggettività/Popolo-Partecipazione-Destino”, a cura della Heliopolis Edizioni, con il saggio “Post Modernità e Nuova Oggettività”. Nel Novembre 2014, sempre per i tipi della Heliopolis Edizioni, ripete l’esperienza della partecipazione alla stesura di un’altra antologia, “Non aver paura di dire…”, con il saggio “Elogio della Moto Avventura”. Nel 2015 pubblica , per i tipi della Carmelina Edizioni, il saggio “Il fascino discreto dell’Occidente”. Relatore in numerose conferenze e convegni, a partire da quelli organizzati e realizzati con grande frequenza e partecipazione di pubblico sia dal “Movimento Tradizionale Romano”, che da “Pietas”, passando anche attraverso la partecipazione, sempre nel ruolo di relatore, ad alcuni eventi di taglio meta politico, organizzati da “La Destra”. Al momento, oltre a continuare a pubblicare sulle pagine de “L’Unico”, collabora con la rivista on line “Ereticamente”, presso la quale ha pubblicato altri saggi, alcuni dei quali, riguardanti le vicende del cosiddetto “Gruppo di Ur” e la dottrina Ermetica, di taglio prettamente esoterico. Tutti quegli spunti necessari a poter effettuare analisi nei settori dell’economia e della finanza, sono, invece, frutto di una trentennale esperienza lavorativa quale operatore del mercato assicurativo e finanziario, accompagnata ad una profonda conoscenza dei meccanismi del settore principalmente in Italia, con l’esperienza di stage di lavoro in America Latina (Argentina e Brasile). Tuttora, Umberto Bianchi è titolare di un’attività di consulenza tecnico-legale specializzata nel patrocinio stragiudiziale.

Commenti

  1. Andrea Franco

    L’approccio di Guènon all’India , come giustamente nota Bianchi, parte da uno “svilimento” di fondo dell'”inteleltto occidentale” anche se,paradossalmente, come faceva notare già nel 1951 Massimo Scaligero, espresso in forme “matematizzanti” tipicamente occidentali, Tale approccio , lascia quindi “intatta” la questione capitale del rapporto rra “metafisica e dialettica” e quindi sulla “natura” dell’intelligere che permette all’uomo,, sotto qualsiasi “cielo” di connettersi con quella che ,in primis, appare “realtà” esterna,oissia il mondo del percepire, ed il pensare che le “decodifica”;, ;Ora sul punto del nesso fra Oriente ed Occidente è interessante notare come alcuni autentici hindu, non francesi “orientalizzati” per scopi non molto nobile, ma questo è a ltro discorso “complottista”, abbiano viceversa approcciato la questione,, Adf esempio Sri Aurobindo ha tentato, anche per ragioni biografiche, di gettare un possente “ponte” fra i due “poli” nella sua opera, a cominciare dall’esplorazione della propria tradizione in “Sintesi dello Yoga” ed ancor di piu Ramana Maharshi è andato alla “radice” di ogni cosa, nella sua “ricerca dell’Io” che ne fa una sorta di “collega” nella queste di base che si è espressa nella Geisteswissenchaft mitteleuropea,, Poi se vogliamo vedere l’universo dell’India d’oggi, potenza “nuova-antica” emergente sullo scenario geopolitico il discorso s’allargherebbe all’estremo,,,negli enigmi dell'”oggi” che non è piu’, ormai il 1911, quanto gli “incaricati dell’est” andarano a “pescare” il ns Guènon, che allora si barcamenva fra matematiche, occultismi, seances e quant’altro,,,,

  2. Tirnanog

    Ma per caso qualcuno osa ancora pensare che in Occidente sia rimasto ancora qualche maestro? L’ultimo, forse, fu proprio Guénon. E’ un fenomeno strano quello di voler difendere l’Occidente attuale, e di trovarvi una capacità di connessione con la dimensione metafisica che non ha più rimestando in tradizioni che da noi sono morte, sepole e mummificate. Ben venga Guénon, dunque, e le sue raffinate ed adamantine analisi.

Lascia un commento

    Fai una donazione


  • roma 14 dicembre

  • siamo su telegram

  • afrodite

  • ekatlos

  • melissano 21 dicembre

  • teatro andromeda

    Pio Filippani Ronconi 1

  • emergenza vaccini

    Vaccini: Cosa non conosciamo? Storia,tabelle e grafici mai visionati – Vacciniinforma

    di Ereticamente

    VACCINI: COSA CI È STATO OMESSO? Nella letteratura medica, si esaltano da sempre le virtù della vaccinazione. Dopo aver letto questi libri, si riman[...]

  • post Popolari

  • a dominique venner

  • Ultimi commenti
  • archivio ereticamente

    Tag

    Newsletter

    Google Analytics

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

a. dugin