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Tormento e morte di Tommaso Pignatelli: la cospirazione antispagnola – 4^ Parte – Roberto Sestito

Tormento e morte di Tommaso Pignatelli: la cospirazione antispagnola – 4^ Parte – Roberto Sestito

Capitolo 4°
La cospirazione antispagnola.

“Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia…”
Tommaso Campanella

La congiura di fra Tommaso Pignatelli per rovesciare il regno di Napoli governato dagli Spagnoli, si presume fosse stata ideata e organizzata da Tommaso Campanella, e si basava su un’unica azione rivoltosa: quella di diffondere la peste col veleno; cosicché, una volta morti il Viceré i ministri e i capi militari, i Francesi potessero entrare in città e stabilirvi un governo più tollerante. Scarse sono le testimonianze storiche sull’episodio per un motivo molto semplice: essendo Tommaso rampollo di una nobile famiglia molto legata ai reali di Spagna, quest’ultima si adoperò in tutti i modi per cancellare il tragico evento dalla memoria storica della nobiltà e dei napoletani. Tommaso aveva acquisito nel corso della sua frequentazione dei circoli culturali napoletani una buona conoscenza dell’arte della spagiria, delle erbe e dei veleni i quali nella concezione della terapeutica magica naturale del Similiasimilibuscurantur venivano utilizzati per curare e non per uccidere, come accadeva con la famosa Teriaca napoletana che impiegava il veleno delle vipere e che era considerata un miracoloso antidoto salvavita. (1)
Tommaso Campanella trasferitosi a Roma era assediato dalle spie e viveva con l’incubo del sospetto: di essere derubato e di essere tradito. Agli agenti del vice-re spagnolo che non lo perdevano di vista si affiancavano i chierici e le spie del Santo Ufficio che lo aveva liberato dietro personale intervento di Urbano VIII. Lo tenevano d’occhio frati e fiduciari di principi e di chierici interessati alle sue opere filosofiche e teologiche, alcuni con l’intento di derubarlo, altri per accusarlo di eresia. I più pericolosi e agguerriti erano i fiduciari spagnoli. Il Vice-re di Napoli, non pago delle torture e dei lunghi anni di carcerazione inflitti al filosofo, ne desiderava ardentemente la morte. Insospettiti inoltre dalla liberazione che Urbano VIII aveva voluto per lo stilese, videro in questo gesto di clemenza del papa il segreto proposito di servirsi del Campanella per un ennesimo tentativo di ingerenza nel regno di Napoli.

L’implacabile odio spagnolo, era altrettanto implacabilmente ricambiato da Campanella e l’arrivo a Roma di fra Pignatelli gli offrì l’occasione che sperava si presentasse per portare a segno la sua vendetta. Per suo sollievo e consolazione viveva in compagnia di discepoli e amici, giovani frati che seguivano le sue lezioni con passione, disposti ad assorbire dallo spirito del maestro e dalle sue parole un poco di quella sapienza che aveva reso celebre il filosofo nell’Europa intera. Questi discepoli provenivano quasi tutti dal sud d’Italia, in special modo dalla Calabria che continuava ad essere il serbatoio umano e spirituale più numeroso e qualificato. Fra di essi infatti emergevano non solo i teologi, ma gli alchimisti, i naturalisti, gli astrologi e i cultori della dottrina politica dello stato che si ispirava alla “Città del Sole”, opera che per quanto utopistica e immaginaria, ma giustamente per questo, accendeva soprattutto nel cuore dei più giovani gli ideali di Patria e di Libertà. Ma ben altri nemici, pieni di astio e di invidia, insidiavano la pace e la libertà di Campanella. Alcuni prelati, come il card. Francesco Barberini ed i padri Ridolfi e Riccardi avevano solo finto di riporre le armi contro il filosofo, soprattutto nel periodo in cui Campanella godeva del favore del papa. In realtà continuavano a diffondere il sospetto che il Campanella, con l’aiuto della magia e dell’astrologia, continuasse a complottare contro la Spagna. Il fatto poi che fra Tommaso si fosse circondato di discepoli e di giovani ammiratori non faceva che aumentare nei suoi avversari il livore e la rabbia. Nel frattempo Campanella conduceva a Roma una vita da povero, vivendo con il misero sussidio che gli passava il Papa senza riuscire a trarre profitto, a causa degli immensi ostacoli frapposti dal clero e dal Santo Ufficio che lo considerava sempre un eretico relapso, dalla sua monumentale opera filosofica, politica e teologica.

Il giovane Pignatelli, abituale frequentatore del frate, ne condivideva la pena e l’odio contro lo straniero, sentimenti che aveva maturato inizialmente in Calabria, sua regione di origine, colpita dalle angherie dei baronati al servizio del vice-re e subito dopo a Napoli nei circoli intellettuali partenopei ed era curioso di scoprire le ragioni della fallita insurrezione calabrese. Il maestro si mostrava piuttosto reticente e faceva intendere che la disonestà e la slealtà degli uomini è scritta nel destino di ciascuno di loro, che può essere letto, con una certa prudenza, nella rispettiva mappa astrale. Ma Pignatelli, giovane e ardimentoso, era un poco meno fatalista del suo maestro già avanti negli anni e quando a Roma, al gruppo dei discepoli di Campanella, si unirono alcuni elementi che tramavano da tempo il rovesciamento della monarchia spagnola, fu giocoforza che quel circolo di studiosi si trasformasse in un covo di rivoluzionari. Per cui, ancora una volta, Tommaso Campanella si vide nella condizione di ispiratore occulto di un’audace trama politica tendente ad abbattere il tiranno che sedeva a Napoli. Audace e rischiosa quanto mai, prima di tutto perché i componenti del gruppo che partecipavano a queste riunioni, erano per la maggior parte giovani ed inesperti, provvisti di un grande entusiasmo e di poca esperienza e quindi inclini a sbagliare per eccesso di fiducia in se stessi e negli altri. E Campanella sapeva che anche un piccolo errore avrebbe potuto costare la vita. Sapeva inoltre di aver addosso gli occhi delle spie di tutti i principi d’Europa, ma aveva altresì intuito che il clima politico di quel momento, paragonato a quello del suo primo processo e condanna, era cambiato e che Urbano VIII, animato da forti sentimenti anti-spagnoli gli aveva segretamente confidato che se il popolo napoletano si fosse sollevato, avrebbe avuto il pretesto per intervenire nello stato napoletano con truppe proprie allo scopo di difendere il popolo cristiano dalle prevedibili violenze e vendette.

La Repubblica di Venezia inoltre, come la Sublime Porta, avrebbero visto con segreta simpatia e assistito con neutralità a una cacciata degli spagnoli dall’Italia e a un ridimensionamento della presenza iberica nei mari italiani. Infine fra Tommaso fin dalla sua liberazione aveva stretto rapporti di amicizia con gli ambasciatori di Francia, paese che ardeva dal desiderio di veder diminuire la potenza e l’influenza spagnola in Italia e in Europa. Gli agenti spagnoli riferivano a Napoli che il Campanella soleva recarsi frequentemente nel palazzo dell’Ambasciata francese in compagnia del giovane Pignatelli e quindi i sospetti che una cospirazione fosse in corso e che di essa facesse parte un rampollo, seppure bastardo, del ramo calabrese di quella nobile casata mise in agitazione la corte partenopea. Gli spagnoli, dal canto loro, non se ne stavano con le mani in mano. Il vice-re di Napoli, conte di Monterej, uomo debole e sospettoso, non perdonava al papa Urbano di aver dato la libertà al frate nemico mortale della Spagna ed era al corrente, tramite le sue numerose spie ed il clero filo-spagnolo, di tutti gli intrighi e i pettegolezzi nei palazzi apostolici. Per tutte queste ragioni eminentemente politiche che si assommavano a quelle personali Tommaso Campanella partecipava con vivo interesse alle discussioni dei suoi allievi, tra i quali il chierico pugliese Giovan Carlo Coppola e il calabrese Pietro Giacomo Failla, che ardevano dal proposito di farla finita con la tirannia di Spagna a Napoli.

 

§ § §

Il 15 agosto 1633 soldati accompagnati da alcuni giudici si recarono presso il convento di S. Domenico Soriano per arrestare fra Tommaso Pignatelli. Lo stesso giorno il vice-re conte di Monterey inviò alcuni messaggeri a Roma per avvisare Papa Urbano VIII che però, a quanto pare, era già stato informato sulla decisione dell’arresto. Insieme a Pignatelli furono arrestati altri quattro sospettati e un certo Francesco Massa, vicario del Cardinal Magalotti nella Badia di S. Antonio Abate. Fu diffusa la notizia che il Pignatelli era accusato di voler avvelenare la città di Pozzuoli per consegnarla ai Turchi. Tommaso Pignatelli, a causa della sua estrazione sociale godeva di alcune immunità e di alcuni privilegi che furono tutti violati. Sull’arresto le testimonianze dell’epoca sono pressoché unanimi, mentre sulle cause della cospirazione e sullo svolgimento del processo le discordanze sono numerose. Le evidenzieremo nel corso del nostro racconto. Comunque sia, due furono le aggravanti che pesarono e affrettarono la decisione: frate Tommaso era figlio (anche se illegittimo) del principe di una delle casate più influenti del regno e discepolo di quel Tommaso Campanella le cui idee politiche erano l’incubo della Spagna e della Santa Inquisizione. Il solo immaginare che dietro le quinte della cospirazione ci potesse essere uno dei rami della nobiltà napoletana o qualcuna delle istituzioni monastiche fedeli al Papa e alle idee di Campanella, faceva perdere il sonno e il senno al vice-re di Napoli. Come se non bastasse, il giovane frate fu anche accusato di aver alimentato nelle riunioni col Campanella l’odio contro gli spagnoli, di aver mantenuto legami con l’ambasciata francese a Roma e di aver macchinato con lo Stilese una sollevazione popolare al fine di abbattere la monarchia di Spagna e consegnare il trono di Napoli a don Taddeo Barberini, nipote del papa, che avrebbe governato il regno di Napoli il tempo necessario col segreto proposito di annetterlo a Roma.

In realtà, fra Pignatelli quando si trovava a Roma, abitando nel convento di Santa Maria sopra Minerva e vivendo in compagnia del filosofo ebbe l’opportunità di stringere relazioni importanti e di fare amicizia con esponenti del mondo diplomatico di Francia e della Repubblica di Venezia e con rappresentanti dell’aristocrazia, persone con le quali si mantenne in corrispondenza anche quando fece ritorno a Napoli. (Vedi Doc. n.56 della Storia dell’Amabile citata). Preso da sacro furore patriottico era solito fare discorsi infiammati contro lo straniero oppressore, nel corso dei quali intervenivano oltre agli abituali compagni di studio, il reggino Antonio Maria Pepe e don Giuseppe Grillo che furono accusati di essere tra gli organizzatori della rivolta. Sulla persona di Antonio Maria Pepe è il caso di soffermarsi brevemente. Filosofo, medico e naturalista abitava presso il Colosseo ed era nipote di Antonio Pepe di Squillace incarcerato in Calabria insieme a Tommaso Campanella e trasferito nel carcere di Castel nuovo di Napoli per essere processato insieme a Campanella a causa della nota congiura antispagnola. (Attilio Pepe, storico moderno nativo di Scalea, autore di numerosi saggi storici intrisi di amore patrio, contemporaneo e amico di Amedeo Armentano, dedicò a Tommaso Campanella un eccellente studio pubblicato sul “Mattino” di Napoli. Non possiamo escludere che fosse un discendente del Pepe cospiratore antispagnolo). Don Giuseppe Grillo, originario di Longobucco in provincia di Cosenza, era figlio di Alfonso Grillo che da giovane si era stabilito a Stignano vicino a Stilo ed era stato un sodale di Campanella nella cospirazione contro la Spagna ed incarcerato insieme al filosofo. Don Giuseppe, medico ed esperto mercante, aveva conosciuto Pignatelli a Napoli e, dopo essersi trasferito a Venezia si era tenuto in contatto col giovane frate. Era particolarmente odiato dagli spagnoli perché la Serenissima lo aveva insignito del titolo di cavaliere di San Marco, un’onorificenza che la Repubblica soleva riconoscere solo ai suoi figli devoti.

Ma il personaggio chiave di questa cospirazione era l’alchimista messinese Don Michele Cervellone. Personaggio misterioso ed esperto di alchimia vegetale entrò a far parte della cerchia dei congiurati a Roma, quando ancora non era stato deciso il piano di azione. Piuttosto anziano, di circa 61 anni, don Michele era stato in carcere a Napoli per sospetto spionaggio a favore dei turchi al tempo in cui governava il vice-re conte di Lemos (nello stesso periodo del processo di Campanella). Cervellone aveva conosciuto Campanella a Napoli nel carcere di Castel nuovo, condividendone certamente ideali e programmi politici, al punto di progettare per l’amico frate una fuga. Probabilmente il filosofo si rifiutò di aderire, ma il complotto venne scoperto e Cervellone fu condannato a dieci anni di carcere. Liberato, si trasferì a Madrid, passò poi a Milano e Bologna quando infuriava la peste per giungere infine a Roma dove vi rimase fino a quando non fu deciso di partire insieme a Pignatelli per Napoli. A Roma, aveva avuto modo di riprendere i contatti col l’ambiente degli oppositori del governo spagnolo a Napoli. Fu appunto con alcuni di questi che prese parte all’impresa più sfortunata della sua carriera di avventuriero, la congiura di fra’ Tommaso Pignatelli. Leggendo le cronache del tempo, salta subito all’occhio che la maggior parte delle persone nominate in questa storia si trovavano più o meno coinvolte in vicende processuali simili a quelle di Campanella, per cui, anche senza la prova di documenti è facile supporre che queste persone siano state direttamente o indirettamente legate allo stesso progetto insurrezionale. A Roma Cervellone ritrovò Campanella, il vecchio amico di prigionia, il quale si mostrò alquanto turbato nel vederlo ridotto male. Ecco la versione che ne dà l’Enciclopedia Treccani, stranamente più informata sui comprimari della cospirazione e non sul Pignatelli, la maggiore e più celebre vittima:

Cervellone conobbe Pignatelli attraverso il calabrese Antonio Maria Pepe, al quale aveva confidato di possedere la ricetta di un potente veleno che, sparso sugli abiti della vittima prescelta, la conduceva a sicura morte nello spazio di pochi giorni. Il Pignatelli pensò di utilizzare questo tipo di veneficio per eliminare con poca fatica il conte di Monterey, viceré di Napoli, e i più alti funzionari del governo spagnolo nel Regno. Svelò quindi il suo folle piano al Cervellone, che vi aderì prontamente con l’evidente intenzione di vivere un po’ di tempo alle spalle del Pignatelli. Dopo un breve viaggio in Basilicata (forse presso Giulio Pignatelli, principe di Noia e padre naturale del domenicano), i due congiurati si stabilirono a Napoli nella primavera del 1633. Il Cervellone cercò di guadagnare tempo con la scusa che per la preparazione dell’antidoto del veleno gli occorrevano certi frutti selvatici che si raccoglievano in gennaio: nel frattempo egli si sarebbe dedicato alla realizzazione di un suo esperimento per la solidificazione dell’argento vivo col quale si sarebbe potuta finanziare ulteriormente la congiura. A questo scopo l’ingenuo Pignatelli lo spedì a Pozzuoli, dove il C., a spese del frate, trascorse vario tempo nella ricerca dell'”erba mercurella”. Nel corso dell’estate però il Pignatelli compì il passo falso decisivo della sua impresa, confidandosi con un tal Pompeo Mazza, capitano disoccupato, che per un comando in Puglia svelò il progetto alle autorità.

Nel corso del primo incontro con Pignatelli, alla presenza di Campanella, Cervellone si lamentò di vivere in estreme ristrettezze, accusò il governo spagnolo di averlo perseguitato e angariato, ma Campanella gli rimproverò di aver tenuto un comportamento piuttosto ambiguo con la corte di Madrid pur sapendo che dalla Spagna avrebbe ricevuto solo dispiaceri. Ma conoscendo bene il soggetto, subito dopo lo soccorse e lo affidò al Pepe che lo accolse prontamente nella sua casa. Fu nel corso di una riunione al Colosseo che il Cervellone rivelò ai presenti di aver scoperto, nel corso dei suoi esperimenti alchemici, “una ricetta – scrive l’Amabile – di un veleno efficacissimo che uccideva con l’odore che mescolando (con esso) certi ingredienti di odore gradevole e profumatone un collaretto o dei guanti, a chi l’odorava dava un dolore di capo tanto grande che in 15 o 20 giorni moriva irreparabilmente”. Quando Pignatelli fu messo al corrente del segreto capì subito che aveva in mano l’arma potente e invisibile che gli mancava per eliminare la corte napoletana. Chiese al Cervellone di rivelargli la formula, volendosene servire per uccidere non solo il vice-re spagnolo ma tutti i ministri e subito dopo spingere il popolo a sollevarsi contro il tiranno. Cervellone si rifiutò di rivelare i suoi segreti, ma si mostrò disponibile ad accompagnare il Pignatelli a Napoli per dare insieme esecuzione all’audace piano. D’altra parte – osservava con acutezza il Cervellone – non basta preparare il veleno, ci vuole qualcuno di grande fiducia che non solo sia disposto a versarlo nei profumi delle persone destinate a morire, ma che lo faccia cosciente dei pericoli che corre, o in alternativa studiando il modo come farlo, senza correre rischi e senza rischiare la vita di nessuno. Pignatelli, da questo punto di vista, si sentiva sicuro. L’abito di frate domenicano e il fatto di appartenere a una nobile famiglia gli avrebbero facilitato l’ingresso nei palazzi governativi o, quanto meno, poteva accompagnare la persona giusta che lo avrebbe fatto. Don Michele Cervellone non si limitò a parlare solo del veleno, ma per provare la sua straordinaria abilità di alchimista confessò di possedere – racconta l’Amabile – un grande segreto per ammassare e congelare il mercurio con l’erba mercurella”. Dall’applicazione pratica di questo segreto il Cervellone pensava di trarre grande profitto e quindi convinse il Pignatelli di partire insieme per Napoli e dare il via al piano insurrezionale.

Dobbiamo soffermarci un attimo su questo segreto di cui il Cervellone si vantava e capire di cosa si tratta. Mercurialis è un genere di pianta della famiglia Euforbiacee nota comunemente con il nome di mercorella o erba della strega. E’ usata nella medicina popolare per le diverse proprietà e in particolare per l’azione purgativa. La Mercurialisperennis (mercorella bastarda), è una varietà ermafrodita altamente velenosa. Fin qui le caratteristiche botaniche della pianta. L’arte di congelare il mercurio era un segreto che aveva appassionato tutti gli alchimisti, da Raimondo Lullo, a Paracelso ad Arnaldo de Villanova. Nelle “Vite” Giorgio Vasari, quando parla di Francesco Parmigiano che “nel darsi all’alchimia e pensando in breve arricchire tentava di congelare il mercurio” la giudica una pazzia. Nel secolo XVIII diversi fisici sperimentarono il congelamento del mercurio collocandolo sotto freddo artificiale in un recipiente. E’ difficile dire se il Cervellone con quelle parole volesse realmente occultare un segreto o millantare di essere in possesso di conoscenze prodigiose. C’è da osservare che il siciliano era certamente una persona poco comune perché, com’è stato detto, oltre a viaggiare molto in Europa, si era recato per qualche tempo anche a Costantinopoli, incaricato da alcuni signori di Napoli e di Palermo di imprecisate missioni. E Costantinopoli in quel tempo era nota non solo per essere la capitale di un impero nemico della cristianità, ma per essere la città dei misteri. Le conoscenze che nel corso delle riunioni romane il Cervellone disse di possedere, convinsero non solo Pignatelli e gli altri, ma anche il filosofo di Stilo, sicché si pervenne all’ideazione di un piano la cui esecuzione fu affidata al Pignatelli e al Cervellone mentre il Grillo ed il Pepe avrebbero agito in copertura.

Per concludere questo paragrafo di maniera ed esauriente cito un brano del “Documento inedito della Congiura di Tommaso Pignatelli” depositato presso l “Archivio storico per le province napoletane”:

Era don Michele un vecchio di sessantaquattro anni, gran saccente e brontolone, che non rifiniva di sparlare e di lagnarsi del governo e de’ ministri spagnuoli. E frequentando i luoghi dove gli pareva che s’udisse con gusto la sua maledica parlantina, s’incontrò con Campanella, che gli fece buon viso, riprovò i servigi che avea resi alla corte ingrata, lo sovvenne nei bisogni, confortollo a sperare. E cosi il vecchio ciarliere ebbe occasione di conoscere anche fra Tommaso Pignatelli, e ne divenne amicissimo. Il fantastico frate, quando seppe da Antonio Maria Pepe, presso il quale era ospite don Michele, che questi avea detto di possedere un veleno tanto efficace, che sparso appena sopra un colletto o sopra i guanti, bastava coll’ odore ad uccidere senza rimedio, cominciò a farneticarvi su, e parendogli non poter desiderare di meglio, pregò, ripregò, scoperse i suoi disegni, largheggiò di promesse, finché don Michele piegossi ad entrare nella congiura, ed a promettere il veleno portentoso. Anzi postosi in vena di spacciar segreti, gliene svelò pure un altro per unire e congelare la sugna e il mercurio, dal quale confidava ritrarre guadagni grandissimi. E allora fra Tommaso, trovandosi anche scarso a danari, decise di andarsene a Napoli e di condurre seco quell’uomo singolare. Ma perché il terribile veleno non si poteva preparare senza tener pronto l’antidoto preservativo, e a comporre questo bisognavano certe bacche silvestri che si raccolgono in gennaio, partiti entrambi da Roma, fecero prima, non si sa a qual fine, un viaggio in Basilicata. E al ritorno, il frate comandò a Cervellone di fermarsi in Pozzuoli nel palazzo dell’avola sua, per manipolarvi il veleno e fare l’esperienza dell’unguento; e intanto egli se ne venne a Napoli nel convento di S. Domenico Soriano. Disgraziatamente però una lettera imprudente di Giuseppe Grillo, impedì che si vedessero i prodigi degli arcani rimedii, che dovevano risanare gli abitanti del regno dalla peste spagnuola, e dal gallico morbo.”

Fu così che i congiurati partirono per Napoli.

 

§ § §

La situazione sociale ed economica del Regno di Napoli di quegli anni si può così riassumere: il vice-re conte di Monterej, molto indebitato con i suoi creditori, aveva chiesto alla città, dicendo di doverlo rimettere al Re, un donativo di 500 mila ducati: pari a 500.000 euro al cambio attuale: una somma considerevole! Aveva aumentato notevolmente le imposte, particolarmente quella sul macinato (quindi, indirettamente sul pane) e sulla famiglia che risultavano estremamente penose e gravose per i napoletani. Il malcontento nel regno crebbe a dismisura. Le spoliazioni ordinate dal Monterej e i prelievi forzati di denaro depositato nei Banchi provocarono il fallimento e la liquidazione del Banco del popolo e portarono alla chiusura della Santa Casa degli Incurabili (importante complesso farmaceutico-ospedaliero tuttora esistente). Il malcontento si trasformò presto in esasperazione contro un vice-re che depredava una città che non amava perché la giudicava pregiudizievole per la sua salute malferma e per la sua natura cupa e melanconica. Si mostrò particolarmente duro con i poveri, i vagabondi e i condannati; vedeva nemici dappertutto e in ogni gesto di dissenso sospettava una congiura per assassinarlo. Le notizie che arrivavano da Milano, che usciva dalla peste ferita e affamata, avevano creato nei palazzi dei nobili un clima di paura e di diffidenza e nella città si dava la caccia all’untore (2), sicché bastava un nonnulla come un semplice pettegolezzo o una calunnia, per mandare in carcere un cittadino onesto e innocente. E nella visione politica del Monterej, la sola intenzione delittuosa valeva, in materia di stato, come l’aver commesso un delitto: in poche parole, il solo pensare in un possibile cambiamento di governo era considerato un comportamento criminale passibile di arresto e di condanna. Pignatelli tornava a Napoli col progetto di abbattere la monarchia spagnola mentre in città tirava un’aria sinistra, consapevole di giocare una partita che se avesse perso avrebbe significato per lui la fine. Il suo maestro a Roma, forte della propria esperienza personale, lo aveva ammonito: memento Thomae! se ti arrestano, non resisterai alle torture degli aguzzini spagnoli e li scongiurerai di darti la morte, perché vedrai nella morte la liberazione dai peggiori tormenti che mente umana possa concepire. Pignatelli arrivò a Napoli agli inizi del 1633 e ritornò nel suo convento di Santa Maria della Salute. Cervellone, come abbiamo visto, era partito per la Basilicata, ospite del principe Giulio Pignatelli, padre di Tommaso, per raccogliere nei dintorni di Noia le erbe che dovevano servire alla preparazione sia del veleno sia dell’antidoto necessario all’alchimista per immunizzarsi durante la preparazione. Di ritorno a Napoli, Pignatelli gli ordina di andarsi a nascondere a Pozzuoli, nel palazzo di sua nonna donna Violante di Sangro Pignatelli, principessa di San Severo, dove avrebbe potuto lavorare, sia alla confezione del veleno, sia alla preparazione del mercurio solido, senza essere disturbato. A quanto riferiscono le cronache del tempo nel palazzo di Sangro di Pozzuoli pare esistesse una “osteria” attrezzata a laboratorio alchemico (Doc. 38 dell’Amabile citato). Nel corso della sua permanenza a Pozzuoli Cervellone, oltre a lavorare nel laboratorio, cercò di associare alla causa insurrezionale il medico del luogo Don Pasquale Lopez y Coronel che era stato protomedico del Regno e medico personale del Duca d’Alcalà, il vice-re predecessore del Monterej.

Nel frattempo fra Tommaso non era rimasto con le mani in mano. Non solo si dedicava al proselitismo, per assicurare alla sua causa il maggior numero di sostenitori, ma si dava da fare per organizzare l’esecuzione alla parte più insidiosa del piano: la diffusione del veleno. La parte militare del “colpo di stato” sarebbe stata affidata ad un valoroso maestro d’armi Marcantonio Brancaccio trasferitosi da tempo a Venezia. Appartenente alla nobile famiglia dei marchesi di Montesilvano, doveva giungere a Napoli ad un segnale del Pignatelli ed alla guida di un battaglione, composto da disertori, albanesi ed ex-soldati doveva sobillare la popolazione all’assalto dei presidi spagnoli e dei depositi di granaglie dopo la morte del vice-re. Una volta penetrato nella residenza dei reali avrebbe dovuto diffondere il veleno. Un altro militare riformato che si trovava a Napoli e faceva parte della congiura era il capitano Pompeo Mazza originario di Catanzaro. Aveva motivi personali per odiare la monarchia spagnola ed il Grillo, approfittando di questo, gli aveva scritto esaltando i suoi sentimenti patriottici e antispagnoli e, raccomandandolo al Pignatelli, lo aveva esortato ad andare a trovare il frate nel convento di Santa Maria della Salute per essere messo al corrente e ingaggiato. I documenti dell’epoca non accennano a dissidi di natura politica tra le famiglie patrizie e la monarchia spagnola, ma sappiamo che i Pignatelli e i di Sangro non amavano fare “ingrassare il cavallo di Madrid”. Con quest’espressione colorita volevano dire che detestavano l’idea di un vicereame molto potente a discapito di una popolazione affamata. Il fatto che sia il principe Giulio che la principessa di San Severo abbiano ospitato nelle loro residenze l’alchimista della cospirazione antispagnola non può essere casuale. Noi non vogliamo fare alcuna ipotesi, ma nello stesso tempo non possiamo non parlare di una circostanza senza rilevarne la singolarità, cioè della presenza (non diciamo partecipazione, in assenza di prove), in questa storia di alcuni nomi (tra cui alcuni molto illustri) che lascia riflettere molto. Se poi consideriamo che i documenti più importanti su cui l’Amabile si basa e noi con lui furono redatti quasi tutti dalle diverse autorità che diedero notizie ufficiali della congiura, è da immaginare che nessuno, nel denunciare il complotto, abbia minimamente sospettato, o se l’avesse fatto si sarà guardato bene dall’aprire bocca, l’esistenza dietro le quinte di manovratori molto potenti. Al contrario, specialmente il personale diplomatico accreditato presso la corte napoletana, imbeccato quasi certamente dall’alto, tendeva a minimizzare al massimo la gravità del delitto di cui Pignatelli era accusato.

Il principe Luigi d’Aquino (a sinistra nella foto), Gran Maestro della Confraternita dei Dodici di Napoli, poi denominata Rosa d’Ordine Magno, unica vera Loggia massonica depositaria del pensiero dei Rosa-Croce, sarebbe stato il vero Althotas, precettore del giovane futuro conte di Cagliostro, il cui nome rappresenterebbe solo un acronimo, così da lui definito: A-quino, L-uigi, THOT-divinità egizia, A-lto, S-acerdote. Allo stesso Ordine apparteneva suo cugino il principe Raimondo di Sangro. (a destra nella foto) Era questa la Confraternita dei 12 Venerabili Vegliardi da cui Kremmerz fu autorizzato per fondare la Fratellanza di Myriam?

______________

Note:
(1) Bartolomeo Maranta dice anche che, essendo dunque già nel corpo umano entrato il veleno, per volerlo smuovere da luogo, dove forse sta fisso, per fermarvisi, hanno stimato i medici razionali, che mettendomi dentro un altro veleno facilmente si smuoverebbe, per andare a trovare il suo simile; ma perché il muoversi solo non basta a salvare l’uomo, hanno posto tanti controveleni insieme, con questo veleno, a ciò l’uno dall’altro fusse poi domato, vinto e discacciato fuori come essi scrittori vogliono. (Teatro farmaceutico, dogmatico e spagirico di Giuseppe Donzelli);
(2) Untore era un termine utilizzato nel Cinquecento e nel Seicento per indicare chi si credeva diffondesse volontariamente il morbo della peste spalmando in luoghi pubblici appositi unguenti venefici.

Roberto Sestito (continua…)

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 6 Luglio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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