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Tormento e morte di Tommaso Pignatelli – 5^ Parte – Roberto Sestito

Tormento e morte di Tommaso Pignatelli – 5^ Parte – Roberto Sestito

Capitolo 5°

I tormenti e la morte

 

  • I tormenti.

La tortura della corda, fra le tante torture che venivano inflitte ai condannati, era considerata fra le peggiori e fra le più disumane. Questo perché era economica, facilmente reperibile e poteva infliggere molto dolore con il minimo sforzo. In effetti è proprio alla corda che dobbiamo il nome “tortura”, poiché grazie ad essa venivano torte (da torcere) le membra dei condannati. Ma vediamo nel dettaglio quali erano le torture con la corda. La più frequente in questo tipo di tortura era il tratto di corda. Come veniva eseguito? Il metodo principale era questo: alla vittima venivano legate le mani dietro la schiena, poi un’altra corda veniva fatta passare in mezzo alle braccia e veniva legata. L’estremità di questa corda era fissata a una carrucola e la vittima veniva issata a qualche metro da terra, facendo così gravare tutto il peso del corpo sulle spalle. A questo punto il prigioniero veniva lasciato in questa posizione, magari con dei pesi attaccati ai piedi per provocare più dolore alle spalle, o venivano applicati i tratti di corda. La corda alla quale la vittima era legata veniva lasciata andare brevemente, facendo precipitare il prigioniero. Prima che cadesse al suolo, però, la corda veniva fermata di colpo, provocando un forte dolore alle spalle e molto spesso slogandole.

Il prigioniero veniva così lasciato penzolante con le spalle slogate fino a un’ora, o fino a quando la legge lo permetteva. Poi le spalle venivano risistemate e una nuova sessione poteva avere luogo nei giorni successivi. Pignatelli, al pari del suo maestro Campanella che aveva subito a Napoli un processo per eresia, fu sottoposto alla tortura della corda. Ma i torturatori del governo del vice-re assistiti dai padri domenicani oltre a temere le presunte trame politiche del giovane frate sospettavano fortemente che all’ombra della cospirazione antispagnola di Pignatelli agisse il famigerato Campanella che, su intercessione del Papa, era riuscito ad ottenere la liberazione, e subito dopo a fuggire da Napoli. Oltre alla tortura della corda a Pignatelli fu inflitta anche quella del “polledro”. Terribile anche questa. Era composto da una struttura in legno su cui la vittima veniva distesa. Grazie a un sistema di corde e pulegge le braccia e le gambe venivano tirate, fino anche alla disarticolazione. Un altro tipo di “pulledro” di origine spagnola, consisteva in una trave di legno triangolare posta su due cavalletti con lo spigolo rivolto verso l’alto. La vittima era fatta salire a cavallo sulla trave per provocargli dolori e lesioni al perineo e agli organi genitali.

Le torture avevano il preciso scopo di persuadere e il più delle volte estorcere al condannato confessioni che i giudici ritenevano valide per giustificare la condanna da infliggere al presunto reo e soprattutto mettere le mani, come nel caso di Pignatelli, su eventuali complici della congiura antispagnola. Osservando bene le immagini degli strumenti di tortura qui sopra riprodotte è da ritenere che nessuno sarebbe stato nelle condizioni di resistere, per cui la maggior parte dei condannati, se non subentrava subito la morte, per porre fine allo strazio, confessava tutto ciò che veniva loro chiesto. Nel caso di Pignatelli erano numerosi i sospetti che pendevano sul suo capo e che i giudici si accanivano a formalizzare con prove basate su una confessione strappata nel corso della tortura; a loro modo di vedere, una cospirazione politica non poteva essere opera di una sola persona e in quel caso i giudici erano terrorizzati dall’idea che dietro fra Tommaso ci fosse una trama del grande nemico della corona spagnola, Tommaso Campanella e ancora di più che nell’ombra agissero insospettabili membri di qualche casato nobiliare napoletano. Durante i tormenti Pignatelli non esitò a fare il nome di Tommaso Campanella, come ispiratore della congiura, probabilmente perché lo sapeva lontano e al sicuro dalla capitale del regno. Infatti il frate filosofo era stato rilasciato nel 1626, grazie al Papa Urbano VIII, che personalmente intercedette presso Filippo IV di Spagna, subito dopo condotto a Roma dove fu liberato definitivamente nel 1629.

Le testimonianze dell’epoca ritengono invece che l’idea della sollevazione popolare a seguito della morte del vice re e dei membri della sua corte per avvelenamento, fosse di Pignatelli e dei suoi confratelli. Fatto sta che al termine del processo e poco prima di essere condannato Pignatelli ritrattò tutto ciò che aveva confessato.

Prima di morire Pignatelli ‘escolpò’ il Campanella, ritirando quanto dichiarato nella ‘forza dei tormenti’, ossia di aver ‘ tenuto intelligenza con lui nel trattato della ribellione”, verbalizzarono i confratelli dei Bianchi.

In una situazione come questa, l’apparente contraddizione di confessare e poi ritrattare non offende la dignità del reo, ma siamo propensi a credere in una ritrattazione fatta in punto di morte piuttosto che in una confessione estorta sotto tortura. Per una ragione molto semplice: una confessione, specialmente quando soddisfa le attese dei giudici, può essere vista come una difesa naturale del condannato, la legittima speranza di ottenere una pena minore mentre una ritrattazione doveva rispecchiare la realtà dei fatti che erano stati confessati al solo scopo di arrestare o diminuire il tormento della tortura. Nel caso di Campanella, eresia e complotto anti-spagnolo erano intimamente connessi, ma secondo il punto di vista filosofico Campanella non può essere giudicato un eretico e sulle motivazioni della congiura anti-spagnola di cui fu accusato ci sarebbe molto da discutere.

  1. – La morte

Verbale della morte

Il 18 settembre 1634 Tommaso Pignatelli fu dichiarato reo di lesa maestà, privato d’ogni onore, ufficio, privilegio e sconsacrato secondo i riti della Chiesa Nel giorno 28 dello stesso mese, dal vescovo di Sarno, fu rimesso alla corte civile. Il verbale della dolorosa morte di Pignatelli fu redatto dai confratelli della Compagnia Napoletana dei Bianchi della Giustizia (1) pubblicato dalla scrittrice napoletana Antonella Orefice sul “Nuovo Monitore Napolitano”, riprodotto nell’immagine e che trascriviamo fedelmente per la sua importanza storica, omettendo alcuni brani poco rilevanti per la nostra storia, soprattutto perché è l’unico documento ufficiale che attesta la morte del nostro giovane principe. Mi sembra opportuno riassumere in lingua italiana in un breve testo la farraginosa e in alcuni tratti incomprensibile descrizione dei Bianchi scritta nell’italiano di quel secolo la cui prosa certamente non spiccava per bellezza letteraria e proprietà di vocaboli. Ecco ciò che sono riuscito a sintetizzare nell’italiano moderno:

Il giorno 6 di del ottobre 1634 per ordine di Sua Eccellenza (presumibilmente il vice-re di Napoli, nda) fu strozzato nel Castello Nuovo un povero afflitto, di nome Giovanni Francesco e dell’ordine di San Domenico, Fra Tommaso Pignatelli figlio di Don Giulio Pignatelli principe di Noia per avere, insieme ad altri congiurati, tentato di avvelenare S.E. e gli ufficiali del Regno usando un potente veleno da diffondersi in aria,, il quale uccideva in meno di 22 giorni, motivando il crimine con la pretesa di voler liberare la propria patria dalla tirannia degli spagnoli. Il cospiratore ha 29 anni circa. Nell’ultimo interrogatorio dichiarò: Nel corso dei tormenti e della tortura avevo confessato di aver come ispiratore e complice Fra Tommaso Campanella, il che non è vero, ritratto fermamente, dichiaro di aver fatto tale confessione sotto tortura e con l’intento di ridurre i tormenti a cui ero sottoposto e prego quindi i Giudici di verbalizzare quanto sopra detto. I fratelli Barberisis e Maranta, incaricati dai Bianchi, entrarono nella Torre e videro seduto su uno sgabello un povero frate domenicano che diceva di chiamarsi Fra Tommaso Pignatelli, calabrese, magro, pallido e con i cappelli color castani il quale era rimasto 14 messi imprigionato in una fossa profonda, oscura, umida detta Miglio. Accolse i nostri fratelli con espressione forte ed intrepida e i nostri fratelli scoprirono in lui una forza d’animo non comune e negli occhi neri e profondi una grande intelligenza. Giovedì 28 settembre i nostri Fratelli si recarono nel Castel Nuovo e trovarono il condannato, al quale era stata già comunicata la condanna a morte, lo trovarono turbato e confuso, gli consegnarono un vestito di damasco nero che avrebbe dovuto subito indossare. Fra Tommaso lo indossò sopra l’abito da domenicano. Fu quindi legato su una sedia ferrata e trasportato nella Chiesa del Castello per essere sconsacrato ad opera del Vescovo di Sarno.”.

Ma chi erano i Bianchi della Giustizia e quale la loro funzione? Era un’organizzazione caritatevole che sin dalle origini si era assunta il triste compito di confortare i condannati a morte, disporne funerali e le messe di suffragio, nonché assistere le famiglie in lutto, e da questa “ragione sociale” deriva il nome “Succurre Miseris”; fondata da Giacomo della Marca nella seconda metà del Quattrocento, registravano tutti i processi e le morti ai quali erano chiamati in un archivio dettagliato, un patrimonio di preziosi documenti, oggi custodito nell’ archivio storico diocesano che offre la possibilità di rileggere pezzi importanti della storia di Napoli ripercorrendo le vicende della Compagnia sino al 20 dicembre del 1862, data dell’ultima condanna a morte registrata a Napoli e quindi dello scioglimento dei Bianchi. Il Pignatelli fu arrestato in una fossa del Castel Nuovo, comunemente detta del Miglio profonda e oscura che si inondava d’acqua e nella quale non filtrava nemmeno uno spiraglio di luce. Castel Nuovo, oggi conosciuto come Maschio Angioino, era stato anche il carcere di Tommaso Campanella dove il filosofo di Stilo aveva trascorso 27 anni della sua vita. Mentre Campanella venne incarcerato, processato, torturato e condannato per eresia e per ribellione, quindi per motivi religiosi e politici, Pignatelli fu condannato e giustiziato per motivi esclusivamente politici. E la cosa più strana è che gli storici abbiano in buona parte ignorato una vicenda dai risvolti così tragici. Dai cronisti del tempo la fossa del coccodrillo definita anche del miglio, era utilizzata anticamente per depositare il grano della corte aragonese, ma era usata anche come prigione in cui venivano isolati coloro che erano condannati a morte.

Una leggenda narra che nelle carceri sotterranee si erano verificate misteriose sparizioni di prigionieri ma subito dopo si venne a sapere che tali sparizioni avvenivano a causa di un coccodrillo, che si infilava nei sotterranei quasi sempre allagati attraverso un’apertura e trascinava i detenuti in mare dopo averli addentati. Per uccidere il coccodrillo, si utilizzò come esca una coscia di cavallo avvelenata, una volta morto venne impagliato ed agganciato sulla porta d’ingresso del castello. Il castello fu chiamato “castrum novum” per distinguerlo da altre fortificazioni presenti in città. Un’altra leggenda popolare narra che Giovanna II ospitava ogni notte nel castello un giovane popolano che poi, per tutelare il proprio buon nome, avrebbe destinato ad un pozzo abitato da coccodrilli provenienti dall’Africa attraverso i sotterranei del Maschio angioino. Data l’impossibilità che un coccodrillo viaggi motu proprio dalle coste dell’Africa a Napoli, il rettile veniva con tutta probabilità importato e collocato lì dagli aguzzini delle carceri per incutere terrore nei poveri condannati. Nel verbale dei Bianchi della Giustizia si legge: “L’esecuzione avvenne il 6 ottobre del 1634 per strozzamento all’interno della stessa fossa. Il verbalizzante dei Bianchi, nel narrare le ore angoscianti che precedono il macabro rito, forniva l’immagine di un frate magro, pallido e remissivo, pronto ad affrontare torture e morte, ritenute giuste punizioni per i suoi peccati, un atteggiamento questo che commosse perfino i presenti fino alle lacrime, dalle guardie ai padri confessori, ma che certo non cambiò lo spietato verdetto”.

Confessori e giudici che piangono e si commuovono: cosa può significare? Forse sapevano che stavano mandando a morte un uomo giusto e innocente?

E’ difficile dire quale sia la versione più giusta. Le testimonianze storiche non sono tanto favorevoli ad ammettere come possibile e sincera la versione di crudeli giustizieri e torturatori che di fronte alle sofferenze delle vittime mostrino segni di commozione e di pentimento. Soprattutto perché il più delle volte sapevano in partenza di aver sotto i ferri della tortura persone innocenti, ferventi patrioti o difensori della libertà di pensiero che pagavano non per avere commesso crimini violenti ma per aver denunciato le falsità del potere o per aver professato e difeso le proprie idee. Al nutrito elenco dei martiri del libero pensiero, che vede in testa il celebre Giordano Bruno, possiamo adesso aggiungere anche il nome di quello meno noto di Pignatelli, al quale nessuno ha mai pensato di erigere un monumento in una pubblica piazza, ma il cui ricordo è vivo quanto quello dei suoi più famosi sventurati che lo precedettero o lo seguirono, pagando con la vita, nella mai interrotta battaglia contro l’oppressione oscurantista e il terrore inquisitoriale.

Termina così la storia di un martire-eroe vittima altresì dell’ignavia e della docile sottomissione dei nobili meridionali ad una potenza straniera, nobili che non mossero un dito per evitare una infamia tanto grande e che sacrificarono un loro figlio dotto, onesto e coraggioso sugli altari dei loro interessi e dei loro privilegi. E come meritata apoteosi per questa giovane vittima del santo dispotismo abbiamo deciso di dedicargli il testo di una nostra conferenza che pronunciammo in occasione di un convegno internazionale a Sintra (Portogallo) e che aveva per oggetto un viaggio iniziatico, un viaggio iniziatico che poteva essergli offerto solo dal suo maestro Tommaso Campanella, dall’uomo cioè che aveva illuminato il cammino del suo giovane discepolo con la luce della scienza e con la fede in un futuro libero dai pregiudizi e dall’oppressione straniera.

_____________

 

Note:

  1. Archivio dei Bianchi della Giustizia di Napoli, Manoscritto 76.

 

Roberto Sestito ( continua … )

 

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 13 Luglio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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