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La volontà di rivincita: nascono i FdC, Milano 1919 (terza parte). A cura di Giacinto Reale

La volontà di rivincita: nascono i FdC, Milano 1919 (terza parte). A cura di Giacinto Reale

 

Al deludente risultato elettorale, dopo una campagna condotta tra mille difficoltà, si aggiunge l’arresto di Mussolini e dei maggiori capi fascisti. Mentre anche “Il Popolo d’Italia” viene coinvolto in una vicenda giudiziaria, sembra proprio che sia arrivata la fine del movimento nato nove mesi prima. Sembra…

 

  1. LE ELEZIONI NON FANNO PER NOI

Ad ottobre, in un clima di ostilità creato dagli avversari, si tiene a Firenze il primo Congresso fascista, che, in conclusione dei lavori, approva quattro ordini del giorno. A favore della classe operaia, per l’abolizione della censura sulla stampa, di solidarietà a D’Annunzio, e per le prossime alleanze elettorali.

Quest’ultimo, che è il più importante, ha una precisa indicazione di sinistra. In esso infatti, è detto a chiare lettere che: “il blocco preferibile per i fascisti è quello che comprende i volontari di guerra, gli Arditi, gli smobilitati,i combattenti, i repubblicani, i socialisti interventisti, i futuristi”.

Umberto Pasella, che è succeduto ad Attilio Longoni, dimissionario dopo alcuni mesi, forse per sospette irregolarità amministrative, nella carica di Segretario generale, comunica i dati relativi alla diffusione del movimento. 137 Fasci costituiti, 62 in via di costituzione, 40.385 aderenti. Sono dati soddisfacenti, sia pure con un valore molto relativo. Si tratta, per lo più, di associazioni molto aleatorie, questi primi Fasci sono veramente “nuvole che il vento aduna, disperde e raduna per poi disperdere ancora”.

Indette le elezioni per il 16 novembre, a Milano il primo tentativo fascista, in conformità ai deliberati fiorentini, è quello di cercare un’intesa a sinistra. La manovra si dimostra, però, ben presto poco praticabile, anche per la personale avversione verso Mussolini da parte di molti suoi ex compagni.

Si ripete così una situazione di stallo, già verificatasi in agosto, allorché analoghe trattative avevano trovato da un canto l’ostilità dei repubblicani e dall’altro i mugugni dei più intransigenti fascisti, contrari ad ogni ipotesi “blocchista”.

Inevitabile, a questo punto, la decisione di scendere in campo da soli, con una propria lista, appoggiata da futuristi, Arditi e volontari di guerra. La lista è subito soprannominata “blocco Thevenot”, dal nome di un petardo molto usato in guerra, o “blocco delle teste di ferro”, a conferma degli stretti legami con Fiume dannunziana.

I candidati sono venti. In testa a tutti Mussolini, e con lui figurano nomi di spicco come Marinetti, il Magg. Cristoforo Baseggio, Guido Podrecca, Agostino Lanzillo, Edmondo Mazzuccato, Piero Bolzon e il maestro Arturo Toscanini

Un clima teso ed artatamente montato contro i fascisti, dipinti come servi della borghesia e guardie bianche del capitale, circonda fin dall’inizio i propagandisti e gli oratori della lista. La mistificante attribuzione di un ruolo che essi rifiutano si unisce all’altra che vuole la forzata identificazione tra il socialismo di “padron Serrati”e il proletariato tout court. Mistificazione ancor più grave perchè autorizza a considerare automaticamente antiproletaria ogni azione antisocialista.

E’ indubbio, invece,  che l’antisocialismo fascista nasce da motivazioni ideali, culturali e “comportamentali” piuttosto che da presupposti economico-sociali. A fare la differenza è, prima tra tutte,  la posizione assunta di fronte alla guerra dal socialismo ufficiale, ma si può ben dire che si contrappongono due concezioni della vita e della storia. L’esasperato economicismo e l’idolatria delle masse popolari del socialismo del dopoguerra sono dogmi inaccettabili per i mussoliniani,che pure alle stesse masse popolari guardano con simpatia e partecipazione, alieni da ogni tentazione puramente conservatrice.

Una conferma viene dalla lettura dei postulati elettorali del blocco fascista. Essi, dopo aver ribadito la recisa ed aperta opposizione a Nitti, chiedono in politica estera l’annessione di Fiume e l’assegnazione all’Italia delle città italiane della Dalmazia. Anche in politica interna le richieste sono categoriche. Camera trasformata in Assemblea costituente per risolvere il problema istituzionale, attuazione rapida della Nazione armata, con conseguente  trasformazione degli ordinamenti militari, e poi, nel campo delle realizzazioni sociali:

…radicale riforma tributaria dello Stato che comprenda: a) decimazione delle ricchezze; b) confisca dei sopraprofitti di guerra; c) tassazione onerosa sull’eredità, per sistemare definitivamente i mutilati, gli invalidi, i combattenti e le loro famiglie; la confisca dei beni ecclesiastici per devolverli ad istituzioni di assistenza locale amministrate dai cittadini (1)

 

A dispetto di tante belle intenzioni, in campagna elettorale il diritto al comizio e la stessa libertà di parola devono essere conquistati dai fascisti di volta in volta.

Il 4 novembre la commemorazione della vittoria è possibile solo “a scartamento ridotto”, dopo che qualche giorno prima, il 31 ottobre, i socialisti hanno chiaramente manifestato la loro volontà di lasciare poco spazio agli avversari di qualunque tipo, impedendo un comizio del blocco di sinistra alla palestra di Porta Romana.

Il timore di essere schiacciati, è forte a Milano. L’indispensabilità di un intervento legionario “di rinforzo” è particolarmente sottolineata e sollecitata da Mussolini, in due lettere a D’Annunzio; la prima, in data 30 ottobre:

 

Stiamo organizzando squadre di venti uomini l’una, con una specie di divisa e armi,  sia per rivendicare la nostra libertà di parola, sia per gli altri eventi, per i quali attendiamo vostri ordini. Nel complesso la situazione è difficile e le manca la coordinazione e la sincronicità del movimento. Noi delle grandi città saremmo facilmente sommersi dall’ondata pussista. (2)

 

L’aiuto richiesto arriva da Fiume e così, il 9 novembre, Mussolini ringrazia il poeta, confermandogli la sua devozione:

Sono già arrivati a Milano molti elementi nostri di Fiume, che utilizzerò perchè sarebbe il colmo degli assurdi e il più grande delitto se la voce delle teste di ferro fosse soffocata dalla gracidante bestialità pussista…La lotta è impegnata nel vostro nome. Voi sarete il presidente dei nostri comizi. Vi rinnovo l’attestazione della mia devozione assoluta. (3)

 

Alla tutela della campagna elettorale fascista provvede anche la “guardia del fascismo”, costituita in ottobre da un gruppo di giovani, guidati da tre ex combattenti che si sono vincolati con carattere di esclusività, per almeno quattro mesi,  con un giuramento scritto.

Il 23 ottobre, in occasione della prima adunata del blocco elettorale fascista, viene decretata la scelta del fascio come simbolo e dei locali della Federazione garibaldina, in Galleria Vittorio Emanuele, come sede del Comitato elettorale. Sono, inoltre, create anche speciali commissioni “d’organizzazione comizi e squadre” e “trasporti”, affidate a Vecchi e altri, con l’incarico di assicurare lo svolgimento della campagna elettorale.

Ma è soprattutto la presenza a Milano dei legionari fiumani, ai quali si sono aggiunti volontari fascisti provenienti da altre città, a consentire la formazione di squadre con lo scopo di proteggere gli oratori ed assicurare la propaganda. Esse si incaricano anche della difesa della sede de “Il Popolo d’Italia”, del Comitato elettorale, dell’Associazione Arditi, primi bersagli di una possibile offensiva socialista.

In questo senso, l’impegno civile a Milano dei legionari può essere, a giusta ragione, considerato come un proseguimento della battaglia fiumana. Comuni sono gli intenti, comuni sono le volontà, comune deve essere l’azione.

Comizi fascisti si tengono, senza incidenti, ma in un clima di grande tensione, a Milano, in piazza Belgioioso, ed a Monza. Il comizio nel capoluogo, in particolare, assume toni molto suggestivi e originali, per la coreografia nuova e di stile “ardito” che l’accompagna.

A decidere per la manifestazione in piazza, e non al chiuso del teatro Dal Verme, come consigliano i più prudenti, e non solo per questioni meteorologiche, è proprio Mussolini, nel corso di una riunione al Comitato elettorale. Egli stesso, accompagnato dall’Ufficiale degli Arditi Gino Svanoni, fa un giro delle piazze disponibili e sceglie la più affidabile “strategicamente”, piazza Belgioioso, appunto.

A conferma dell’estrema eccitabilità degli animi, alla vigilia, il 7 novembre, si rinnovano in Galleria incidenti e corrono pistolettate tra gruppi di fascisti e sovversivi, che, al termine di un comizio, hanno riproposto l’ormai consueta “marcia” sul centro cittadino, a caccia di ex combattenti e avversari.

La solerte Questura provvede a fermare Vecchi e Marinetti, che sono sempre in prima fila, e ritenuti anche in questo caso, non a torto,  i “caporioni” di parte fascista,  responsabili dell’accaduto.

Appunto per prevenire nuove provocazioni in occasione del comizio, il Popolo d’Italia del 10 riporta severe disposizioni organizzative, probabilmente stilate proprio da Mussolini:

All’ora stabilita, i fascisti, gli Arditi, gli smobilitati, i volontari di guerra, i combattenti, i futuristi, gli studenti futuristi si troveranno alle loro sedi, per recarsi al luogo del comizio. Il comizio si terrà anche in caso di pioggia. Durante il comizio, gli aderenti al blocco fascista sono impegnati al più profondo silenzio, per individuare ed isolare immediatamente gli eventuali disturbatori e per udire gli ordini e vedere i segnali. Nel caso di conflitti, il pubblico deve filare rapidamente per via Morone, verso via Manzoni. Il comizio, come tutte le manifestazioni fasciste e dell’arditismo, sarà sbrigativo. Terminato il comizio, al grido di “eja, eja, alalà”, la massa fascista sfilerà compattamente per via Morone, via Manzoni, piazza della Scala via Silvio Pellico e si scioglierà, senza dar luogo ad incidenti, davanti alla sede del Comitato elettorale fascista. Altre misure minuziose, che non possiamo rendere di pubblica ragione, sono state prese perché il comizio fascista riesca, come riuscirà, indisturbato e solenne. (4)

 

Contemporaneamente, viene organizzato il concentramento in Milano di squadre di Arditi e fascisti, provenienti anche da fuori città. Sono piccoli gruppi, ma molto “decisi”. Arriva da Cremona anche Roberto Farinacci, che porta con sé “quattro pellacce, forse poco fascisti, ma capaci di tutto”.

Per i suoi uomini egli chiederà, a fine giornata, un rimborso extra rispetto alle 30 lire accordate agli altri, e per questo litigherà con Mecheri, spuntandola solo per il personale intervento di Mussolini.

In piazza, alla sera, mischiati alla folla, si ritrovano anche almeno un centinaio di Arditi in uniforme, armati ed inquadrati che, guidati da Mazzuccato, presidiano gli ingressi e le vie di accesso, per evitare brutte sorprese.

La manifestazione inizia, dunque, con l’esplosione di un razzo bianco da segnalazione, sparato da Mecheri con una pistola Very, e i vari oratori, tra i quali i soliti Vecchi, Marinetti e Mussolini, parlano alla folla da sopra un camion posto a ridosso della casa manzoniana. Viene concessa la parola anche ad un contraddittore, un giovane operaio socialista iscritto alla Camera del Lavoro, il cui intervento è seguito dall’uditorio in maniera sostanzialmente tranquilla. Al termine del comizio, i partecipanti improvvisano un piccolo corteo nelle vie del centro, alla suggestiva luce delle fiaccole a vento rette dagli Arditi, e poi si sciolgono ordinatamente.

Il giorno dopo, Mussolini parla a Monza, senza che anche qui abbia a lamentarsi alcun incidente.

Viene così fissato per il 13 un comizio a Lodi, dove il clima è particolarmente teso, per avere i socialisti impedito già una prima manifestazione fascista. E’ questo il motivo per cui da Milano partono, in treno, una cinquantina di neo-squadristi, molti dei quali non milanesi, ma presenti in città, come già detto, per dare manforte ai camerati del capoluogo. Con loro, l’avv. Ferrari ed il Magg. Bianchi, oratori designati in sostituzione di Mussolini, che all’ultimo momento ha dato forfait.

Giunti al teatro, facendosi strada tra la massa inferocita che li aspettava, essi si dispongono in Galleria e sul palco, strategicamente, in modo da poter fronteggiare nel modo migliore un assalto avversario che, a questo punto, appare più che probabile.

L’attacco, infatti, puntualmente si verifica, allorché una marea urlante, sfondato il portone, invade la platea. In un attimo il palcoscenico è bersagliato da tavole, attaccapanni, sedie divelte ed altri oggetti contundenti. Per qualche minuto la rissa si spezzetta in una serie di corpo a corpo isolati, finchè dal fondo della sala vengono esplosi dei colpi di pistola, ed è il fuggi fuggi degli aggressori, che lasciano sul terreno un morto e due moribondi.

Il gruppo fascista, rimasto padrone del teatro, è arrestato quasi per intero dalla forza pubblica finalmente sopraggiunta.

 

 

  1. UN CADAVERE IN STATO DI PUTREFAZIONE

Qualche giorno dopo la sparatoria di Lodi, l’esito elettorale sembra condannare definitivamente le speranze dei fascisti ed avvicinare la vittoria socialista. Alle urne si reca poco più del 50 % degli 11.000.000 circa aventi diritto al voto: ai socialisti vanno 156 seggi, ai popolari 100, mentre i restanti 252 vengono divisi tra liberali, radicali e repubblicani.

La lista fascista, presente solo a Milano, che è la roccaforte del movimento, prende 4.675 voti su 270.000 votanti circa. Alla sconfitta si aggiunge la beffa del commento meneghino: “Già, con un maestro d’orchestra come Toscanini, la sonata non poteva che essere eccezionale”.

Mussolini in privato sembra prenderla allegramente. La vittoria schedaiola degli avversari non lo spaventa, ostenta quasi una certa strafottenza: “Voti ne abbiamo ottenuti pochi sì, ma in compenso di rivoltellate ne abbiamo sparate molte!”.

Ufficialmente, il commento è quello de “Il Popolo d’Italia” del 18, che minimizza l’insuccesso e, con un’arditezza retorica, trasforma la sconfitta in una vittoria politica.

Lo stesso giorno l’Avanti pubblica un trafiletto in cronaca, dove si annuncia che “un cadavere in stato di putrefazione fu ripescato stamane nel Naviglio: pare si tratti di Benito Mussolini”.

E infatti, un fantoccio raffigurante Mussolini viene gettato nel fiume. L’infelice commento del giornale socialista sembra così  destinato ad aggiungere benzina sul fuoco che cova in città.

La sera del 17, alle prime notizie dei risultati elettorali,  sono già scoppiati incidenti tra socialisti e fascisti. I primi si sono radunati, in via S. Damiano, sotto la sede del loro giornale, ad ascoltare le infuocate parole di “sua santità” Giacinto Menotti Serrati: “Lavoratori, la vittoria è nostra. Non dimentichiamo in quest’ora di legittima esultanza che nella vicina via Cerva i banditi fascisti attendono la nostra esemplare vendetta”.

Ma l’oratore si sbaglia. I “banditi” fascisti non “attendono”, ma, piuttosto, passano all’attacco. Un gruppetto, guidato da Albino Volpi, arriva in via S. Damiano e fa esplodere tra la folla un petardo Thevenot, che provoca poco danno e tanto panico. E’ un’intollerabile provocazione, che va subito rintuzzata. La massa sovversiva si trasferisce minacciosa sotto la sede del Comitato elettorale fascista, dove puntualmente gli incidenti si ripetono, con un bilancio complessivo di dieci feriti. Segue la tradizionale proclamazione di sciopero generale, alla quale si aggiunge, questa volta, un’inaspettata quanto violenta reazione poliziesca.

E’ proprio Nitti che da Roma telegrafa per sollecitare severi provvedimenti contro i perturbatori dell’ordine pubblico, contro chiunque detenga “armi e, soprattutto esplodenti”, contro i complottatori ed i sediziosi. Nella stessa notte del 17 viene perquisita la sede del Comitato elettorale fascista e sono arrestati una quindicina di Arditi e fascisti rimasti di presidio.

Il giorno dopo tocca al giornale, dove sono rinvenute, in una stufa, 15 pistole ed una Very da segnalazione. Scatta l’arresto per Mussolini. Anche l’abitazione di Vecchi, la sede degli Arditi e quella del Fascio in via Silvio Pellico sono perquisite dai poliziotti ormai scatenati, che arrestano praticamente tutto lo Stato Maggiore interventista e non rinunciatario milanese. Per Vecchi, Marinetti, Pasella, Bolzon ed altri  l’accusa  è di detenere armi senza permesso.

Non è ancora contento l’Avanti, che, nel chiedere, infuriato: “corda e sapone ci vuole non contro l’ignoto sciagurato bombardiere, ma contro tutti i fascisti, minoranza che, pur sconfitta alle lezioni, continua a far tanta paura ai vincitori”, continua ad irridere in particolar modo, a Mussolini, che: “…aveva cercato la Camera dei Deputati e aveva trovato la camera di sicurezza”.

Gli arresti però, appaiono ai più, precipitosi e non necessari, di fronte a tanta precedente tolleranza dimostrata verso le intemperanze delle due parti. Il Corriere della Sera, che pure non è tenero verso Mussolini e i suoi seguaci, parla il 19 di “atto di dedizione ai socialisti vincitori” e sottolinea “l’impressione penosa” che l’arresto di Mussolini produce nel paese. Lo stesso Nitti si rende allora conto che a Milano si è andato un po’ troppo oltre, e si rimangia i severissimi ordini, con una lavata di testa al Prefetto troppo solerte.

Il sospetto di una certa acquiescenza verso i vincitori delle elezioni è avvalorato dal fatto che lo zelante funzionario ha anticipato la notizia dell’arresto dei capi fascisti alla delegazione socialista che, guidata da Treves, Turati e D’Aragona si è recata da lui per protestare dopo gli incidenti in Galleria e per chiedere, in sovrappiù,  un manifesto ufficiale che annunci l’allontanamento da Milano di tutti gli Arditi e lo scioglimento del Fascio cittadino.

L’accenno di persecuzione “a caldo”, subito dopo l’insuccesso elettorale, non spaventa però  più di tanto i fascisti. “Il Popolo d’Italia” del 19 riconferma la piena solidarietà al direttore detenuto ed agli altri arrestati, con un appello  firmato da tutti i maggiori dirigenti   ancora in libertà:

Il compenso è venuto, e quale nessuno di noi osava sperare. Benito Mussolini è in carcere. Ai demagoghi del Partito socialista che trascinano nel fango la vittoria e rinnovano in gioia aperta il tripudio silenzioso di Caporetto, il governo di sua eccellenza Francesco Nitti ha voluto gettare un uomo, un simbolo, una bandiera: Benito Mussolini…Non protestiamo. Ma siamo fieri ed orgogliosi di dichiararci colpevoli colui. Il suo reato è il nostro. Giuridicamente e moralmente ci accusiamo. Lui è con noi; noi siamo con lui. Se i demagoghi socialisti hanno bisogno di essere placati, ci offriamo a loro. Oggi come ieri, domani come dopodomani. Sempre. Viva l’Italia. (5)

 

Mussolini viene comunque scarcerato quasi subito: lo stesso pomeriggio del 19. Per gli altri arrestati, la detenzione si protrarrà ancora per una ventina di giorni.

La situazione, peraltro, resta grave e l’avvenire nebuloso. Occorre tenere i nervi saldi e serrare le fila per superare la “raffica” che si è abbattuta sul fascismo.

Quel “manipolo di gente di fegato, capace di far scappare mille sovversivi, ma non di ricomporre un’urna elettorale”, ha bisogno di fare il punto della situazione, di fronte al deludente risultato elettorale, alla reazione poliziesca ed alla montante offensiva socialista.

E’ però inevitabile che, passata la buriana, qualcuno si sbandi. Mentre ancora sono carcerati molti fascisti, la stessa redazione del Popolo d’Italia è sconvolta dal caso Rossato – Capodivacca, o “caso dei finanziamenti di Fiume”, come dicono i maligni.

Infatti, due redattori del giornale, Arturo Rossato e Giovanni Capodivacca, si dimettono dal loro incarico, adducendo dissensi di ordine politico. Poi, però, di fronte alla reazione di Mussolini, che nega loro ogni indennità di liquidazione, si lasciano ad andare a rivelazioni che vogliono essere compromettenti per il loro ex direttore.

In particolare, essi denunciano un uso distorto dei fondi raccolti per Fiume. Tali fondi sarebbero, infatti, stati adoperati in parte da Mussolini per mantenere a Milano, nel corso della campagna elettorale, il forte gruppo di Arditi e volontari di cui abbiamo detto.

La denuncia è inconsistente dal punto di vista della correttezza dei rapporti tra Mussolini e D’Annunzio. Infatti, l’impiego di parte dei soldi per assicurare la presenza del capoluogo lombardo di una forza di supporto è stato esplicitamente autorizzato dal poeta. Egli, a chiarire ogni dubbio, lo confermerà a Mussolini, nuovamente in una lettera del febbraio del ’20:

Da parte mia dichiaro ancora una volta che –avendo spedito a Milano una Compagnia dei miei legionari bene scelti per rinforzo alla vostra e dalla nostra lotta civica- io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti.(6)

 

L’intera questione si concluderà, quindi, con la sconfitta dei due denuncianti, ai quali darà torto anche il lodo dei probiviri dell’Associazione lombarda dei giornalisti, investito dell’inchiesta. Indubbiamente, comunque, l’episodio porta in luce tensioni, contrapposizioni e delusioni che qua e là cominciano ad emergere all’interno del movimento fascista.

 

 

NOTE

  1. Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Firenze 1929, vol. I, pag. 207
  2. (a cura di) Edoardo e Duilio Susmel, Opera Omnia di Benito Mussolini, Firenze 1954, vol. XIV, pag. 478
  3. ibidem
  4. Mario Giampaoli, 1919, Roma-Milano 1928, pag. 305
  5. In: (a cura di) Edoardo e Duilio Susmel, cit., pag. 494
  6. Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino 1965, pag. 586

 

 

 

 

FOTO 5: LA LISTA ELETTORALE FASCISTA

FOTO 6: L’ARRESTO DI MUSSOLINI

 

 

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Categorie: Storia, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 31 Luglio 2019

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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