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Kathmandu: da città sacra a specchio fedele del Kali Yuga contemporaneo – Martino Nicoletti

Kathmandu: da città sacra a specchio fedele del Kali Yuga contemporaneo – Martino Nicoletti

1. Kathmandu: città incantata e miraggio

Esistono luoghi che si predispongono per loro natura a essere descritti secondo un ordine possibile, in cui gli elementi che compongono questa stessa disposizione si lasciano afferrare, osservare e collocare secondo una mappa percepibile e comprensibile. Questo accade a spazi naturali, a territori decifrabili, a città, a metropoli. Quando però questo luogo ha il nome di Kathmandu, allora tale possibilità sembra improvvisamente vanificarsi. E questo perché Kathamndu, la metropoli himalayana capitale del Nepal, non è una semplice città. È una stratificazione densa, uno specchio rotto costituito da frammenti irregolari quanto taglienti, appartenenti a epoche e retaggi differenti tra loro e spesso incapaci di combaciare e dialogare.

Per decenni, nell’immaginario occidentale contemporaneo, Kathmandu, è stata ben più che una lontana città asiatica, placidamente distesa su uno splendido altopiano himalayano intarsiato di fiumi e di vegetazione lussureggiante. Kathmandu è stata piuttosto la quintessenza dell’immaginario di un’intera generazione di hippies e di “figli dei fiori”: una Shangrillà incantata fuori dal tempo; una destinazione non-euclidea dell’anima; un miraggio; un anelito; una dimensione di evasione, di fuga e di reinnesto; una meta interiore; un’alternativa possibile rispetto alle idiosincrasie e alla violenza endemica del logoro involucro culturale europeo e nordamericano. …e tutto questo, al di là di ogni proiezione, è stata in gran parte la città realmente vista, toccata e vissuta da quanti, per ragioni diverse, conobbero Kathmandu tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’80. Questi, i riflessi di un universo ancora, autenticamente, fuori dal tempo. Un riverbero tuttavia tenue ed evanescente; lì ad annunciare l’imminente caduta libera di questa città-mito in quell’indistinto immondezzaio senza fondo eufemisticamente chiamato oggigiorno: “Mondo globalizzato”.

2. Kathmandu: città dalle origini sacre e immenso mandala a cielo aperto

Crogiolo di culture e luogo d’incontro di civiltà di origine tibeto-birmane, indo-nepalesi e tibetane, le origini di Kathmandu hanno connotati divini. Prima ancora che il tempo storico fosse, la Valle dove sarebbe in seguito sorta la Città, era occupata infatti da un immenso lago sacro. Un bacino pullulante di creature divine ofidiche, i Naga, e posto sotto la tutela di Swayambunath: forte e sfolgorante dio, il cui nome evoca il potere proprio della Sorgente prima e primordiale di ogni cosa e fenomeno. Swayambunath, dunque, vale a dire: “colui che si è auto-generato”. Sua dimora elettiva, la sommità di una collina sacra situata proprio al centro dell’immenso lago. Come i miti narrano, fu per consentire ai devoti, fedeli del dio, di recarsi a rendergli omaggio, che l’eccelso Bodhisattva Manjushri, con un terribile fendente della sua spada, spezzò le rocce di uno degli argini meridionali del lago, così da permettere alle acque di defluire, lasciando in tal modo affiorare lentamente il molle suolo della pianeggiante Valle. Con l’emergere di questa primigenia terra, colma di ogni potenzialità, gli dei acquatici si ritirarono docilmente nei corsi d’acqua che ovunque solcavano il terreno. Giunsero poi le prime stirpi umane che decisero d’insediarsi in questo fertilissimo e florido luogo: per primi i Kiranti di origine tibeto-birmana, intorno all’VIII secolo a.C.; quindi, in epoca medievale, i Licchavi di stirpe indoeuropea; in seguito le dinastie tibeto-birmane dei Malla, per arrivare infine a metà ‘700 ai potenti Shah che, discendendo dal nord, conquistarono la Valle, dando così inizio all’unificazione del Nepal e disegnandone i confini; gli stessi che ancor oggi esistono. Al di là dell’avvicendarsi delle popolazioni, delle dominazioni e del susseguirsi delle generazioni, per le genti della Valle, un unico luogo e un unico panorama: guardando a nord, le scintillanti vette himalayane perennemente innevate. A sud, le verdeggianti colline del Mahabharat, ricoperte di foreste impenetrabili. Più oltre, le pianure del Terai e infine l’infinita pianura gangetica dell’India.

Kathmandu – città e regno al tempo stesso – venne fondata ai piedi della collina di Swayambhunath. Come città sacra dedicata a Durga, Kathmandu fu creata secondo un piano urbanistico simbolico che riproduceva il disegno di un’enorme spada, l’emblema stesso della potente dea indù.  A questa stessa concezione, se ne sovrappose inoltre una seconda: fu quella che contemplava lo sviluppo della città sulla base della struttura di un immenso mandala. Un mandala smisurato e tridimensionale, edificato secondo una serie di cerchi concentrici ideali che si diramavano a partire dal settore centrale, identificato con il palazzo reale. Il monarca, dunque al centro di tutto: fulcro assoluto di ogni attività che si svolgeva in città e catalizzatore supremo delle potenze magiche e sacrali da cui dipendeva la vita del suo regno. Egli era infatti il garante dell’ordine umano e sociale, nonché il tutore della stessa prosperità dei territori sotto la sua diretta giurisdizione. E ciò per via dell’auctoritas che gli derivava dal suo intimo legame con le potenze numinose che vivificano, governano e ordinano il cosmo. Tra queste primeggiava in primis la giovane Taleju, divinità femminile dai connotati eternamente virginali, che, nel rappresentare la divinità tutelare del monarca, rappresentava al tempo stesso la sorgente del suo potere temporale. Emanazione della potente Durga e personificazione concreta della Shakti divina presente in ogni cosa, Taleju si manifestava concretamente a fianco de re, incarnandosi periodicamente nel corpo di una fanciulla, la Kumari: bimba, prescelta per via di specifici connotati fisici, caratteriali e immateriali al fine di divenire la “dimora” vivente della dea. Insediata in una dimora consacrata a soli pochi passi del palazzo reale, la Kumari, lontano dagli sguardi profananti dei più, era servita e venerata come un’autentica dea, divenendo oggetto di culto collettivo e privato da parte del re, nel corso dei numerosi rituali annuali officiati in suo onore. Tutto questo, sino al momento in cui, nella piccola Kumari non si manifestavano le prime mestruazioni. Era infatti il menarca, considerato come fonte di contaminazione rituale, a obbligare Taleju ad abbandonare la propria dimora umana così da scegliere una nuova creatura destinata ad accoglierla nel suo corpo, permettendole in tal modo di proseguire in maniera ininterrotta il suo operato di divinità protettrice. Come sorgente perenne di potenza sacrale era infatti Taleju a consacrare ritualmente i monarchi di Kathmandu, ad accompagnarli nel loro operato terreno e a garantire loro la vittoria contro le potenze nemiche e le forze caotiche che potevano mettere a repentaglio la sicurezza della città-regno1.

A partire dal fulcro centrale costituito dal palazzo reale e dalla dimora della Kumari –luoghi concreti d’intersezione tra l’ordine umano e quello divino – la città si dipanava articolandosi secondo diverse aree occupate dagli abitanti, suddivisi secondo il proprio status sociale, e costellandosi di edifici templari e aree sacrali, la cui funzione essenziale era, ancora una volta, quella di “ancorare” lo spazio terrestre alla dimensione soprannaturale divina. Quando non si trattava di costruzioni, era la stessa “rilevanza” sacrale della morfologia del territorio della Valle di Kathmandu a disegnare il profilo di questo gigantesco mandala a cielo aperto: ecco dunque l’importanza dei fiumi con la loro fluida sacralità, quella dei rilievi collinari e quella ancora delle zone ricche di vegetazione selvatica, serbatoi naturali di potenza numinosa, densa e spesso incontrollabile.

Man mano che ci si allontanava dal centro, per incedere verso le aree più periferiche, l’influsso sacrale proveniente dal centro della città perdeva forza e, gradatamente, si dissipava. Giungendo ai limiti estremi della città – residenza dei gruppi sociali più bassi e dimora degli stessi “intoccabili”, posti al di fuori di ogni definizione castale – la città mutava dunque di polarità. Se il centro di Kathmandu era, per antonomasia, la manifestazione della potenza e della purezza, via via che ci si allontanava da esso era, al contrario, l’impuro ad avanzare: le zone periferiche, già dimora degli “intoccabili” e sede delle attività professionali considerate come degradanti (lavandai, macellai, sarti…), diventavano allora quelle più atte a ospitare i crematori e le dimore dei morti. La città-regno terminava e, al di là di essa, appariva lo spazio neutro, indomito e selvatico governato da potenze invisibili pericolose quanto insidiose. È qui che il mandala invisibile di Kathmandu aveva termine. Ed era, non a caso, qui, sulla linea ideale di questo cerchio perimetrale estremo, che dimoravano le potenti divinità tantriche, dall’aspetto feroce e sanguinario che avevano la funzione precipua di agire come sentinelle invisibili della città e della cinta muraria invisibile qui edificata.

Questa la città che esistette per secoli e che era leggendariamente declamata nell’antichità come il luogo dove “gli dèi sono più numerosi degli uomini e i templi più copiosi delle abitazioni”. A creare questa identità concorse il confluire simultaneo di numerose componenti spirituali, favorite dal carattere intrinseco di Kathmandu e della sua posizione geografica unica e privilegiata: potente centro gravitazionale e di scambio ove culture di origine nepalese, indiana, cinese e tibetana si sono incontrate per secoli e secoli, dialogando e dando forma a splendide espressioni e sintesi nel campo artistico, spirituale, filosofico e letterario. Induismo, buddhismo e antiche credenze ancestrali autoctone, crearono infatti nella valle di Katmandu una sintesi religiosa stupefacente. In particolare, la spiritualità tantrica, naturalmente predisposta alla sperimentazione estrema e al trascendimento della norma formale, trovò in questa stessa Valle il luogo più congeniale per nidificare, germogliare ed effondere la propria marcata presenza.

Questa, la Kathmandu del passato, la città-mandala saggiamente edificata in maniera tale da fungere da perfetto specchio microcosmico dell’universo intero e delle sue potenze. Questa la struttura che, seguendo i dettami di un’architettura sacrale codificata nei millenni, si ripeteva, in modo analogo, anche per le altre città-regno della Valle di Kathmandu: Patan, Bhaktapur e altre ancora. Queste, le concezioni che sopravvissero nel corso di lunghi secoli e che non mutarono neppure quando, a metà del XVIII secolo, la reggenza di Kathmandu – sino a quel momento nelle mani delle dinastie Newar – venne violentemente sostituita da quella imposta da un lignaggio indoeuropeo: la rude stirpe Shah, originaria del nord del Nepal. Il potere cambiò, eppure Kathamndu continuò ad essere nella sua essenza ciò che è stata per lungo tempo: un modo in gran parte intatto, fuori dal tempo, fuori da ogni contatto con l’Occidente.

Kathmandu si modernizza: dai primi venti di democrazia, alla guerriglia maoista; dalla monarchia teocratica alla democrazia “Made in Nepal”

Come un universo sigillatosi per scelta entro un proprio lento, lentissimo corso storico, Kathmandu apre le porte agli europei e all’occidente soltanto all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso. Quello che, all’epoca, sembrava essere soltanto un’irrilevante “incrinatura”, si trasforma in soli pochi anni in una vera e propria falla. La falla si fa largo e l’occidente, in brevissimo tempo, dilaga. Le prime ambasciate, i primi investimenti da parte di capitali stranieri, i primi viaggiatori e i primi turisti. Basta poco che, agli sparuti hippies di cui abbiamo già fato cenno, si sostituisce un fiotto ininterrotto di occidentali che inonda Kathmandu, invadendone gli stretti e umidi vicoli, serpeggiando tra le sue stesse pagode. Per gli abitanti di Kathmandu, i “fuoricasta occidentali” di qualche giorno prima, diventano ora, in un batter d’occhio, degli “onorevoli ospiti” con cui comunicare, scambiare, commerciare, trafficare.

A partire dalla metà degli anni ‘80 la città si trasforma rapidamente. La popolazione aumenta, i bisogni crescono. Kathmandu si espande, assorbe nuovi flussi di popolazione provenienti dalle campagne, diventando così una vera metropoli, con tutti i disagi e i contrasti tipici di una megalopoli dell’Asia meridionale. Il vecchio, il mondo tradizionale comincia lentamente a recedere, a implodere, a farsi sempre più invisibile. L’“antico” si perde nel “nuovo”, nel cemento “malamente” armato che sale verticale verso l’alto in una spinta che rimane tuttavia quasi sempre incompiuta. L’antica “spada di Durga” sprofonda soffocata dall’incedere irrefrenabile e canceroso della modernità. Il “sacro mandala a cielo aperto” si sbiadisce rapidamente nei suoi contorni, per venir poi definitivamente fagocitato e sbriciolato dall’avanzata delle infrastrutture urbane e dallo straripare della carne umana che cerca nuovi spazi dove attecchire. Tutto quello che resta di tutto questo arcaico mondo, sono unicamente delle “testimonianze sparse”: evidenze architettoniche di un’archeologia fatta tuttavia al presente.

Con la fine degli anni ’80, i primi venti di democrazia cominciano ad avvertirsi nell’aria. Kathmandu diventa allora il teatro dei primi sanguinosi scontri civili tra popolo ed esercito. Il monarca, nonostante la presenza di un parlamento che ne limita le prerogative, ha il polso forte e non vacilla. Non trascorrono molti anni ed ecco che, in Nepal, la lotta popolare prende la forma della guerriglia maoista. È l’epoca dello scempio e della violenza senza quartiere, durante la quale, un numero incalcolabile di gente di campagna, terrorizzata dalle terribili brutalità perpetuate dalle sedicenti milizie maoiste, si riversa nella Valle di Kathmandu cercando di insediarsi e trovare migliori condizioni di vita. Come già in passato, Kathmandu assorbe. Assorbe sino a gonfiarsi. Sino a crepare. Alla fine, esausta, la città ha un cedimento: quella che si vede dal finestrino di un aereo all’inizio del 2000 non è più una città: è un immenso, quanto denso, accartocciamento di abitazioni in cui, di tanto in tanto, è dato di notare qualche misero campo verde strozzato dall’avanzata della carne umana e dalla pressione smisurata del cemento.

L’aprile 2006 è l’anno della grande guerra civile. I guerriglieri maoisti, sino ad allora attivamente presenti soprattutto nelle zone rurali del Nepal, entrano nella Valle di Kathmandu. Morti su morti. Davanti agli occhi dei rari e sparuti occidentali che, come me, in quei giorni stavano lì a lavorare per dare testimonianza al mondo di fuori come fotografi e reporter, si para lo spettacolo di un mondo autenticamente allo sbando, addentato dalla violenza cieca. Passa qualche mese e il popolo – in apparenza soltanto – sembra vincere. Il re, nonostante le infinite reticenze tipiche del caso, è scardinato dal suo secolare trono e tirato giù. È la democrazia. La democrazia? Non proprio la democrazia, per la verità: la democrazia Nepali style, fatta di corruzione e d’intrighi internazionali. La democrazia di ex terroristi e tagliagole divenuti ora complici del capitalismo internazionale più avanzato. La democrazia, anche, terreno di gioco delle superpotenze della Cina e dell’India che vedono, nel minuscolo fazzoletto di terra del Nepal, una risorsa, una “nazione cuscinetto”, un paese da mettere in ginocchio a colpi d’investimenti e da sbranare per farne bottino.

In poco la città, che ormai sembra essersi messa in moto irrefrenabile verso la contemporaneità, diventa una bestia ansiosa e affamata. Il desiderio frustrato di lambire un occidente tenuto a bada per tanto tempo si trasforma in un grande ululato che si spande nell’aria invadendo le orecchie di chiunque, grandi e piccoli. I vecchi, quelli che restano, si fanno da parte scuotendo la testa. La grande marcia è partita. Nessuno vuole più stare fuori. E Kathmandu avanza: è la metropoli di oggi ancora bestia, ancora ululante fra i rottami di sé e le spoglie del proprio glorioso passato. Nel 2015 un grave terremoto colpisce il Nepal. Kathmandu, ne è gravemente colpita. La parte vecchia della città, crolla in gran parte. Non è solo un disastro dalle proporzioni incalcolabili. Questo è anche un colpo di grazia a tutto ciò che Kathmandu è stato per millenni.  Come mi trovai a scrivere in una mia opera letteraria e musicale dedicata a Kathmandu dopo il terremoto, e realizzata grazie ai contributi artistici di Franco Battiato, di Giovanni Lindo Ferretti, di Teresa De Sio e di Roberto Passuti:

Lo si avverte nettamente: non sono le cose o le persone che, dopo questo disastro, non sono più. Non sono le architetture, le prospettive o i fregi secolari che sono crollati a terra. Quella che, qui, è evaporata via è, in realtà, l’aura di un’intera civiltà. Kathmandu non la trovo più. No, davvero, non le case: quelle si rifanno. È proprio “Kathmandu” che non esiste più. Quella impalpabile, eppure così presente e nitida quando c’era.”

Quest’aura è l’aura del sacro: quella che autenticamente tiene assieme le cose e infonde loro un senso. Eccoci alla Kathmandu di oggi. Andare oggi a Kathmandu? Turisti cinesi che saltano come cavallette per scattare una foto ai monumenti della città, emergendo qualche microsecondo dal denso gruppo di cui sono parte; la silhouette dei primi alti grattacieli che si stagliano all’orizzonte sulla piatta Valle; abitanti che non si distinguono quasi più in nulla da noi, né tantomeno noi da loro. È la cancellazione sistematica di ogni segno esteriore o profondo di un’identità, di una differenza: loro come noi; noi come loro. Cambia la lingua, cambia la forma del cranio, ma questo è oramai un dettaglio. Più su, un Everest carico d’immondizia e farcito di moltitudine d’improvvisati alpinisti issati a suon di spinte, calci in culo, strattoni e respiratori sino alla vetta. Il mandala? Dov’è il mandala sacro che servì un tempo a costruire un mondo umano perché in esso si riflettesse la luce degli dei? Nessun mandala, più, oggi. Ad ogni passo, unicamente, il nitido e vivido specchio del più insensato e spettrale Kali Yuga”.

Note:
1. A Kathmandu, la Kumari e il suo culto continuano a sussistere sino ai giorni nostri, senza che, tuttavia, esista più alcuna connessione diretta con la dimensione sacrale del potere politico.

Per saperne di più:

– Stenopeica, Franco Battiato, Teresa de Sio, Giovanni Lindo Ferretti, Martino Nicoletti, Roberto Passuti, Kathmandu: diario dal Kali Yuga (libro + CD), Paris, Le loup des steppes, 2016

– Martino Nicoletti, Kathmandu. Lezioni di tenebre, Roma, Casadei Libri Editore, 2012

Martino Nicoletti (Dottorato di ricerca in Antropologia e PhD in Multimedia Arts): antropologo, scrittore e viaggiatore, si occupa da oltre venticinque anni di etnografia e storia delle religioni dell’Asia meridionale. È autore di numerosi saggi dedicati alla spiritualità dell’Himalaya, opere letterarie, volumi multimediali e fotografici pubblicati in più lingue. Vive in Francia. www.martinonicoletti.com

 

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Categorie: Storia delle Religioni

Pubblicato da Ereticamente il 25 Luglio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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