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Una Ahnenerbe casalinga, novantottesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, novantottesima parte – Fabio Calabrese

Ci rimettiamo sulla pista dei nostri lontani antenati, in un periodo che sembra offrire un florilegio davvero intenso di novità dove non è sempre facile raccapezzarsi, tuttavia pare che alcuni punti fermi si possano fissare. In particolare le volte scorse siamo andati un po’ a ritroso, come in uno scavo archeologico dove emergono dapprima gli strati più recenti e ci si sposta più indietro nel tempo mano mano che si scende in profondità.

Nella novantasettesima parte abbiamo visto che ci sono fondati motivi per ritenere che gli ominidi africani non siano affatto nostri antenati, ma rami collaterali della famiglia dell’uomo, e che questa conclusione emerge proprio da un’analisi attenta di ciò che hanno da dirci paleoantropologi e divulgatori ufficialmente sostenitori dell’Out of Africa, Ian Tattersall e Donald Johanson, lo scopritore della famosa Lucy. Andando, come vi dicevo, a ritroso, nella novantaseiesima parte abbiamo visto che tutti gli indizi puntano verso un’origine eurasiatica della nostra specie: è in Eurasia e non in Africa che l’Homo erectus si sarebbe evoluto in Heidelbergensis, quindi suddiviso nelle tre ramificazioni Cro Magnon, Neanderthal e Denisova (con una lunga storia di re-incroci), fino a dare origine a noi.

Francamente se l’Out of Africa non fosse il frutto di una scelta non scientifica ma politica, volta a negare l’esistenza delle razze umane e a farci accettare l’immigrazione e il meticciato, non ci sarebbe partita per questa cosiddetta teoria che il potere vuole imporre come ortodossia ufficiale.

Come era prevedibile le ultime scoperte e l’interesse dei ricercatori ultimamente si sono concentrati soprattutto sulla terza e meno conosciuta sottospecie umana, l’uomo di Denisova, che ci ha lasciato ben poche tracce fossili, ma in compenso un’impronta genetica pari al 4-6% del DNA delle attuali popolazioni asiatiche e australoidi. Ci sarebbe inoltre da menzionare il fatto che nelle Filippine sono stati ritrovati i resti di quella che potrebbe essere una specie umana finora sconosciuta e che è stata provvisoriamente battezzata Homo Luzonensis. Io mi sento di avanzare dubbi al riguardo. Vista la collocazione geografica e temporale (50.000 anni fa), è verosimile che si tratti di una variante locale dell’uomo di Denisova.

C’è un discorso “scomodo” da fare a questo riguardo. Noi in genere tendiamo a sopravvalutare l’obiettività scientifica, l’amore per la conoscenza che animerebbe questi ricercatori. In realtà, il più delle volte l’ambizione personale e il desiderio di mettersi in mostra hanno un peso incomparabilmente superiore, così succede che ogni volta che qualcuno trova un fossile, deve essere per forza qualcosa di speciale, di unico, che deve rientrare in un genere o almeno in una specie finora sconosciuti.

Se guardiamo l’elenco dei generi che sono stati finora denominati, per non parlare delle specie, troviamo un bestiario davvero impressionante: Pitecanthropus, Sinanthropus, Atlanthropus, Paranthropus, Teleanthropus, Zinjanthropus e via dicendo, che non ha retto ad analisi successive. Attualmente sono riconosciuti solo due generi di ominidi: Australopithecus e Homo. Se ha ragione sir Solly Zuckerman, probabilmente il maggior esperto vivente di anatomia comparata il cui team ha recentemente riesaminato lo scheletro della famosa Lucy, concludendo che gli australopitechi erano un genere di scimmie estinte che non ha nulla a che fare con il lignaggio umano, allora dobbiamo arrivare alla conclusione “imbarazzante” e molto poco evoluzionista, che tutte le creature indubbiamente riconoscibili come nostri antenati sono sempre state Homo e nient’altro che Homo.

Procedendo ancora a ritroso e giungendo più vicino a noi sulla linea temporale, abbiamo visto che un altro dogma dell’ortodossia ufficiale mostra imminenti segni di crollo: nella novantacinquesima parte abbiamo visto che una quantità sempre maggiore di indizi suggerisce che i popoli indoeuropei e la civiltà umana avrebbero avuto origine non in Medio Oriente ma nel nord eurasiatico, e si fa sempre più strada il nome mitico di Iperborea.

Vediamo allora quali nuovi elementi vengono ad arricchire il quadro delle nostre origini, sempre più preciso, complesso e articolato.

Non poteva essere altrimenti, ma dopo il convegno di Cleveland di cui vi ho parlato nella novantaseiesima parte, il dibattito sui nostri misteriosi predecessori denisoviani ha ripreso sempre più quota. “Antropology News” del 15 aprile fa il punto della situazione. Sappiamo che questo nostro antico parente ancora misterioso ha lasciato traccia di sé (fino al 4-6% del genoma) nelle popolazioni del sud-est asiatico e del Pacifico, con cui deve essersi incrociato almeno tre volte tra 30.000 e 15.000 anni fa, e si sarebbe trattato di tre gruppi di denisoviani diversi a quanto riferisce il genetista Murray Cox della Massey University (Nuova Zelanda), perché quella di Denisova deve essere stata una sottospecie umana dotata di notevole variabilità.

Lo stesso tema è trattato da “Le scienze” on line, sempre del 15 aprile, in un articolo che fa anch’esso riferimento alle ricerche di Murray Cox, e semmai sottolinea maggiormente la grande variabilità di questi antichi uomini, infatti l’articolo s’intitola Le tante famiglie dei Denisoviani.

Se noi non sapessimo già che quella che chiamiamo “democrazia” è nella realtà dei fatti un impasto di violenza e di mistificazione, o meglio, dove la violenza e la censura sono lo strumento principe a cui ricorrere quando la mistificazione non funziona più, ci sarebbe da rimanere veramente trasecolati alla notizia riportata dall’edizione on line di “Le Figaro”, il più noto quotidiano francese, del 13 aprile: una mostra su Tutankhamon organizzata dall’Università della Sorbona a La Halle de la Villette ha provocato le ire degli “antirazzisti”. Dopo aver cercato di farla proibire, la LDNA (Ligue de Defense Noire Africaine), associazione che, come è facile capire, raccoglie i subsahariani residenti in Francia, ha bloccato gli ingressi della mostra coi suoi militanti che ostentavano striscioni e gridavano slogan ingiuriosi.

Il motivo è facile da capire: l’aspetto “troppo bianco” di Tutankhamon e degli altri faraoni. Le ricerche genetiche l’hanno dimostrato mille volte: gli antichi Egizi erano etnicamente caucasici, più simili agli Europei che agli Egiziani attuali che hanno subito l’infiltrazione di elementi arabo-semitici e subsahariani, e fra le élite faraoniche si sono riscontrati genomi chiaramente nordici.

Queste non sono opinioni, questi sono i fatti, ma i fatti non contano nulla per sinistri, democratici, antirazzisti e antifascisti, per i quali la civiltà egizia, poiché collocata geograficamente in Africa, deve per forza e contro ogni evidenza, essere nera, è il concetto orwelliano della democrazia: la verità non esiste, o è quello che tutti credono in conseguenza del bombardamento propagandistico mediatico. Ricordiamo che contemporaneamente a ciò, Hollywood sta “colorizzando” i protagonisti della storia europea, per farci credere che mostruosità come le società multirazziali siano qualcosa di normale e sempre esistito, hanno fatto diventare Giovanna D’Arco Jeanne Dark e via dicendo.

Ma vediamo, ed è molto rivelatore, quel che dicono gli striscioni inalberati dagli attivisti africani, lo possiamo leggere direttamente dalle foto pubblicate dal “Figaro”, un contenuto che l’articolista definisce giustamente “nauseabondo”. Vi traduco in italiano:

Europei e famiglia [poiché evidentemente le persone di origine europea che vivono in altri continenti non sono affatto escluse] il vostro genoma è criminale, ipocrita, menzognero”.

Il nostro genoma, capite? Questo ci da l’esatta misura di cosa sia in realtà questo cosiddetto antirazzismo: razzismo anti-bianco!

Noi facciamo lo sbaglio di immaginare che all’accoglienza umanitaria che diamo a questi finti profughi, debba corrispondere da parte loro un qualche senso di gratitudine, ebbene, dovrebbe essere chiaro che non è così. Questi invasori vengono da noi con l’animo del conquistatore, per loro la nostra generosità è solo debolezza che rinfocola l’odio e gli istinti predatori, il desiderio di sottometterci.

Una notizia da “Il Messaggero” del 18 aprile. Io vi avevo già parlato in una delle parti precedenti, del ritrovamento in Siberia nel cratere di Batagaika vicino a Verkhoyansk della mummia di un puledro conservata nel permafrost risalente a 42.000 anni fa. Bene, a quanto riferisce ora “Il Messaggero”, i ricercatori russi hanno sottoposto la mummia ad autopsia e vi hanno trovato sangue e orina come se l’animale fosse morto da pochi giorni, al punto che si sta prendendo in considerazione l’ipotesi di tentare una clonazione.

E’ una tessera che viene ad aggiungersi a un mosaico che si sta facendo sempre più chiaro e interessante: il nord della Russia e la Siberia ci stanno rivelando i resti di mammut, rinoceronti lanosi, cavalli, persino grandi predatori come i leoni delle caverne, tutti risalenti a decine di migliaia di anni fa, che non potrebbero certo sopravvivere nel rigido clima odierno, non tanto per il freddo, ma perché la vegetazione è rappresentata da rade macchie di licheni che solo le renne riescono a brucare sotto la neve, e sono la riprova del fatto che allora, mentre le regioni oggi temperate erano strette dalla morsa dell’età glaciale, queste aree godevano di un clima ben più mite e favorevole all’insediamento umano. Elementi che trasformano sempre più “il mito” iperboreo in una realtà concreta e storicamente plausibile.

Voi lo sapete, ne abbiamo parlato e riparlato più volte. Un concetto che vi ho spiegato più volte è che tutte le specie del mondo naturale, animali e vegetali sono suddivise in sottospecie, varietà, razze, non è dunque strano presumere, d’altronde andando contro i dati dell’osservazione e dell’esperienza, che solo la specie umana farebbe curiosamente eccezione? D’altra parte, si tratta di un’osservazione talmente ovvia che non credo proprio di averla formulata solo io, ma che debba presentarsi a chiunque consideri le cose con un minimo di obiettività.

Questa deve essere una vera spina nel fianco per gli antirazzisti, ecco che allora qualcuno ha avuto la brillante idea: negare l’esistenza delle razze in tutto il mondo naturale, a cominciare da là dove la loro esistenza sembrerebbe più ovvia, cioè dalle razze canine.

E’ in questa direzione che si muove un articolo pubblicato sul numero di aprile di Esquire.com a firma di Francesca Vertuccio che ci spiega Come gli Inglesi hanno creato le razze dei cani per ragioni puramente classiste. Secondo l’autrice, le razze canine sarebbero una creazione degli Inglesi dell’età vittoriana, per di più in base a una stretta associazione tra  queste ultime e le classi sociali di appartenenza dei rispettivi padroni (vediamo dunque un vecchio leitmotiv della sinistra secondo cui non esisterebbero né nazionalità né etnia né razza, ma solo la classe sociale, esteso dall’umanità a tutto il mondo naturale).

Ridicolo, è il minimo che si possa dire. E’ vero che gli Inglesi del XIX secolo, grandi cinofili hanno selezionato e creato diverse nuove razze canine, e perlopiù le razze più pregiate erano appannaggio delle classi più elevate, ma le razze canine sono sempre esistite: da sempre esistono i levrieri, i molossi da guardia, le piccole razze da tana. E la stessa cosa vale per tutti gli altri animali domestici. Pensiamo per esempio ai cavalli: da sempre ci sono i purosangue da corsa, le razze pesanti da tiro, i pony.

A democratici e antirazzisti non basta stravolgere la storia, l’archeologia, l’antropologia pur di non smentire i dogmi democratici, sono pronti a falsificare l’universo mondo.

BigThink (bigthink.com)  del 20 aprile presenta un articolo di Kevin Dickinson il cui titolo (ve lo cito tradotto) dovrebbe già essere sufficiente a far sobbalzare qualcuno: Nuovi fossili suggeriscono che gli antenati dell’uomo si siano evoluti in Europa, non in Africa.  Eppure, si tratta di una conclusione che alla luce delle ultime scoperte appare irrefutabile. Di diverse di esse vi ho parlato più di una volta: il Graecopithecus Freibergi, “El Greco”, risalente a 7,2 milioni di anni fa, il rinvenimento dei cui resti ha dato un fastidio incredibile ai professionisti dell’antirazzismo intenti a coltivare in ogni modo la leggenda di “Madre Africa”, le impronte cretesi risalenti a 6,5 milioni di anni fa, e dunque di un’antichità più che doppia rispetto a quelle, enormemente più pubblicizzate, africane di Laetoli (Sappiamo che non molto dopo il rinvenimento, qualcuno vi ha lavorato di scalpello nel tentativo di cancellarle: è la prassi della democrazia e dell’antirazzismo, far sparire le prove che ne contraddicono i dogmi), i resti ancor più antichi rinvenuti in Germania, consistenti in una serie di denti fossili che avrebbero ben 9,5 milioni di anni.

Tutto questo lo sapevamo già, così come sappiamo che l’Out of Africa non è una teoria scientifica ma una costruzione ideologica volta a imporre l’antirazzismo come pensiero obbligato, ma c’è dell’altro, la notizia del ritrovamento a Nikiti nel nord della Grecia di una mascella risalente a 8-9 milioni di anni fa. Adesso stiamo a vedere. Man mano che salteranno fuori nuove prove sempre più evidenti della nostra origine europea e non africana, cosa farà la democrazia antirazzista, censurerà la ricerca scientifica in blocco?

Intanto, nell’attesa di arrivarci, i democratici fanno il possibile per confondere le idee e intorbidare le acque. Una notizia è stata pubblicata con grande risalto sia da Repubblica.it del 17 aprile sia da Wired.it del 19 aprile Secondo uno studio recentemente comparso su “Nature, Ecology and Evolution” a opera di ricercatori del Natural History Museum e dell’University College di Londra, il DNA dei costruttori di Stonehenge, forse il più noto monumento europeo dell’età neolitica, presenta chiare affinità con quello di coloro che hanno edificato un altro grande complesso monumentale preistorico, quello anatolico di Gobekli Tepe.

“Ovvia” deduzione dei pennivendoli dei due periodici di sinistra: “I costruttori di Stonehenge erano migranti e venivano dalla Turchia”, strano che le due pubblicazioni non menzionino anche le ONG che sarebbero venute a soccorrerli nel tragitto.

Si tratta di un esempio da manuale di come si possa raccontare solo una parte della verità in modo tale da generare un’impressione completamente falsa. Per prima cosa, l’analisi del DNA può rivelarci l’affinità genetica, l’ascendenza comune di due popolazioni, ma non può dirci in che senso sia avvenuta la migrazione. “L’ovvia deduzione” che essa debba per forza essere proceduta dall’Asia Minore all’Europa, non è che l’ennesima manifestazione della leggenda, del radicato pregiudizio “ex Oriente lux” di cui credo di aver dimostrato più volte tutta l’infondatezza.

Se questi costruttori di templi megalitici fossero migrati dall’Europa all’Anatolia e non viceversa, allora secondo l’aberrante logica sinistra-democratica-antirazzista non sarebbero stati “bravi migranti” ma “cattivi colonialisti”.

Ma la questione non finisce qui, perché c’è una parte della storia che i due periodici di sinistra si sono guardati bene dal raccontare. L’Anatolia, quella che è oggi la Turchia ha visto quella che è stata probabilmente una delle sostituzioni etniche più estese mai avvenute in tempi precedenti l’era moderna. Di certo, i costruttori di Stonehenge non erano turchi, ma non lo erano nemmeno quelli di Gobekli Tepe. La conquista ottomana dell’Anatolia, infatti, è stata preceduta, accompagnata e seguita dall’immissione nella regione di genti turaniche provenienti dall’Asia centrale, al punto che si parla di “effetto Cappadocia” (che è appunto una regione dell’Anatolia, oggi Turchia) intendendo la totale estraneità fra i monumenti, la storia, la cultura materiale di una regione e la popolazione che attualmente la abita.

Ne ho già parlato parecchio tempo fa in una delle parti precedenti, ma nei dintorni di Gobekli Tepe sono state trovate statuette non solo dai lineamenti prettamente europidi, ma che nei globi oculari avevano infilate delle pietruzze azzurre.

I due articoli di “La Repubblica” e “Wired” sono un esempio molto chiaro di cosa sia il modo “democratico” e “antirazzista” di fare scienza e soprattutto di divulgarla: ciarlataneria allo stato puro.

Ma finché mi sarà possibile, ci sarà sempre qualcuno pronto a ribattere alle loro mistificazioni.

 

NOTA: Nell’illustrazione: Il tempio anatolico preistorico di Gobekli Tepe.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 10 Giugno 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. https://www.scribd.com/document/413370444/Una-Ahnenerbe-Casalinga-1-98-di-Fabio-Calabrese-di-ereticamente-com

    E con l’arrivo del Solstizio ecco la raccolta completa e aggiornata di tutti numeri di Una-Ahnenerbe-Casalinga-1-98
    Liberamente scaricabile e diffondibile.
    Si consiglia di leggere dal numero 40 in poi perchè sono quelli che hanno segnato la fine definitiva dell’Out of Africa.

  2. Pier Ferreri

    Bravissimo Daniele Bettini, ottima iniziativa.

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