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Tormento e morte di Tommaso Pignatelli: il pitagorico Stigliola – 3^ Parte – Roberto Sestito

Tormento e morte di Tommaso Pignatelli: il pitagorico Stigliola – 3^ Parte – Roberto Sestito

Capitolo 3°
Il pitagorico Nicola Antonio Stelliola

Per avere una idea alquanto precisa e veritiera dell’elevato livello culturale raggiunto nelle province napoletane (includiamo in queste anche la Calabria, giusto il monito di Campanella: ricordati che i calabresi hanno addosso il fiato di Napoli e la Calabria non sarà mai libera senza la libertà di Napoli) parleremo brevemente di Nicola Antonio Stelliola nato a Siderno in Calabria (1547-1632), noto anche col nome di Colantonio Stigliola, genio filosofico e matematico, insigne pitagorico, rappresentante fedele di quella gloriosa tradizione sapienziale che risale a Pitagora, ai pitagorici e agli egizi presenti a Napoli.

In epoca moderna si fece portavoce della presenza a Napoli di una sacerdozio magico egiziano Giuliano Kremmerz il quale, nello spirito della continuità spirituale della Fratellanza di Myriam con la tradizione sapienziale delle antiche Accademie napoletane, (le Accademie napoletane attive tra il 1200 e il 1700 furono 220) nel racconto intitolato “Il ritorno” dedicato a Mamo Rosar Amru redatto per il “Commentarium” (dicembre 1911) scrive

Chi fu Mamo Rosar Amru? Non ne so la storia, racconto la leggenda. Quando i sacerdoti iniziati dell`Egitto ebbero udita la sfinge annunziare che la missione era finita, i maestri e i pontefici si separarono. Chi affrontò il deserto, chi il mare, chi si confuse nelle turbe delle grandi città. L`ultimo dei pontefici di Iside si avviò alla foce del Nilo e vi si assise pensieroso sulla riva. Tutto era solitudine e silenzio. (…)Mamo si avanzò, discese nella barca e avvicinò la nave. Appena vi fu sopra un vento dolcissimo gonfiò le vele e la nave filò come un genio l`avesse condotta per mano. Ma sulla costa della Campania una tempesta furiosa portò il naviglio a riva e Mamo toccò la terra delle sirene, Baia, Paestum, Puteoli, Partenope, Ercolano, Pompei, Stabia accoglievano nell`incanto di un mare dalle sponde fiorite il lusso dell`opulenza latina. Si fermò a Pompei, Iside ebbe un tempio e riti sacrificali.

Le poche notizie raccolte sullo Stigliola meritano di essere riferite e commentate nel quadro più vasto della grande tragedia che si abbatté sulle province napoletane in seguito al processo di Campanella e alla morte del suo fedele discepolo Pignatelli. Con molta probabilità, negli ultimi mesi della sua dimora nel carcere, Campanella vide entrarvi anche un dotto napoletano, Colantonio Stigliola, che senza dubbio aveva già conosciuto quando frequentava l’Accademia di Giovambattista Della Porta. In quegli anni Nicola Antonio Stelliola stava lavorando ad un ambizioso progetto il quale non riuscì a realizzare perché le opere che aveva iniziato a scrivere non furono mai completate. Apprendiamo questa notizia dalla lettera che un suo discepolo di nome Tommaso Cornelio, cosentino, aveva pubblicato in appendice ai suoi Progymnasmata physica e che immagina indirizzata nel 1656 dall’ombra di Marco Aurelio Severino vagante nei Campi Elisi, morto a causa della famosa peste di Napoli.

Cornelio crede di incontrare nei Campi Elisi accanto a tutte le grandi ombre dei celebri filosofi e medici della Magna Grecia anche le ombre dei grandi che erano vissuti in un passato più recente come Telesio, Bruno, Campanella; assieme a costoro egli incontra anche l’ombra dello Stelliola suo vecchio maestro. Questi mantiene anche nell’aldilà le stesse caratteristiche che aveva quando era in vita: esuberante ed un poco impulsivo, si dimostra un acceso sostenitore della nuova scienza anticipando le teorie della Scienza Nuovaespresse nell’immediato futuro da Giovambattista Vico. Si vanta di aver compilato un’Enciclopedia nella quale aveva racchiuso l’essenziale di tutte le discipline e che questa sola opera vale tutte quante le altre che sinora sono state pubblicate di Teologia di Fisiologia e di Matematica. Probabilmente si tratta della grandiosa opera “Encyclopedia Pythagorea” che porta la data Napoli 1616 e che probabilmente non fu mai completata. (Al termine dell’articolo vedansi copertina e Indice dell’Encyclopedia Pythagorea). Il Cornelio così risponde: conosco, o Stelliola, il tuo ingegno e la molteplicità delle discipline alle quali ti dedicavi; ma avesse voluto il cielo che queste cose fossero state conosciute e divulgate; di sicuro infatti la nostra Napoli godrebbe maggior Gloria!

Ma a parte i sogni e gli incontri nei Campi Elisi sulla figura e sull’opera di Stelliola esistono notizie ragguardevoli.

Fra i soci napoletani dell’Accademia dei Lincei affidata a Giovambattista della Porta vi furono, fra gli altri, oltre a Della Porta, l’astronomo, architetto, medico e filosofo Niccolò Antonio Stelliola, e il botanico Fabio Colonna (1567-1640). Fra i pensatori e gli scienziati meridionali che, pur non ascritti all’Accademia, furono in continuo e fecondo contatto con i Lincei, vanno ricordati Tommaso Campanella, i naturalisti Ferrante e Francesco Imperato. Attraverso il suo ‘liceo’ (sede lincea) di Napoli, l’Accademia fu dunque in costante, propizio rapporto con le tradizioni e le correnti più vive e anche anticonformiste della cultura filosofica e scientifica meridionale, particolarmente ammirata da Cesi, che lasciò una testimonianza entusiastica del suo primo soggiorno a Napoli, nella primavera e nell’estate del 1604: “ho trattato in modo con il sig. Gio. Battista Porta, et sig. Ferrante Imperato, che son tutti miei et de’ Lincei amicissimi, et invero sono miracoli di Natura, et molto più di quello che si dice; io ho imparato grandemente nel discorrer con loro, et ho havuto et havrò bellissimi secreti”. A Napoli, attraverso Della Porta, Stelliola, Campanella e Persio, i Lincei recuperarono i fermenti e gli studi del naturalismo meridionale, telesiano e bruniano; entrarono in contatto con sviluppi e tensioni del copernicanesimo; percepirono il profondo legame che nella cultura fiorita nel Mezzogiorno d’Italia coniugava le battaglie scientifiche e filosofiche con quelle civili e religiose, politiche e sociali” riferisce la Treccani. Per comprendere meglio Stelliola e il suo lavoro scientifico dobbiamo collocarlo nella giusta cornice dei grandi scrittori di magia e di scienze naturali, come per esempio Ferrante Imperato su citato autore di una straordinaria Historia Naturalis pubblicata 10 anni dopo la Magia Naturalis di Della Porta.

Ci sono indizi certi che l’Imperato, essendo grande amico dello Stelliola, e avendo con lui a lungo conversato sulle scienze occulte, abbia appreso proprio da quest’ultimo le basi dell’alchimia e della scienza ermetica. Per questo motivo lo Stelliola, come il suo maestro Bartolomeo Maranta (1500-1571) (1) essendo amico del Della Porta e anche di Campanella, quest’ultimo convinto ammiratore di Giordano Bruno, fu oggetto delle persecuzioni della santa inquisizione.

Basta dare una rapida occhiata all’Introduzione al testo del Ferrante stesso, per rendersi conto del debito di riconoscenza nei confronti dell’amico: “… Le cose da noi trattate han fatto progresso dall’aiuto degli amici, che o sono concorsi come fautori in procurarmi la sumministratione delle cose venutemi da diverse parti del mondo: o sono stati come compagni e consorti delle fatiche…e Colantonio Stelliola, professore di scienze recondite con cui ho communicato la maggior parte delle mie cose date in luce nella presente opera…

La sua prima opera pubblicata dallo Stelliola è di argomento spagirico, il Theriace, et Mithridatia libellus, in quo harum [sic] antidotorum apparatus atque usus monstratur. Marantæ, ac Patavini Collegii controversiæ perpenduntur. Præterea de plurimis haud satis cognitis medicamentis disseritur.(Napoli, 1577). Nello Stigliola l’interesse per le erbe non è disgiunto dagli effetti allucinogeni delle piante (ad es. dell’oppio). Bartolomeo Maranta “dice che per tale simiglianza si mettono nella Teriaca le Vipere, e non altro serpente, e dice, che la vera cagione è la naturalità di tutte le cose, le quali per la somiglianza, volentieri stanno insieme e si vanno a trovare con un certo istinto di natura”.

E’ un’affermazione che anticipa il celebre Similia similibus curantur base della scuola moderna di medicina omeopatica. Un ambiente culturale così incline alla magia e alle scienze occulte e a quelle naturali non poteva non esercitare una forte suggestione sul giovane animo di Pignatelli il quale, come abbiamo visto, si dedicò fin da giovane a questo genere di studi.
_________
Note:
(1) Maranta, Bartolomeo. – Medico e botanico (Venosa 1500 – Molfetta 1571). Esercitò la professione medica a Napoli, Roma e Molfetta. Fu in corrispondenza con Falloppio. Si occupò anche di botanica, specialmente in rapporto alle virtù curative delle piante. È autore dei Methodi cognoscendorum simplicium medicamentorum libri tres. (1559).

Segue l’Indice dell’Enciclopedia nell’edizione originale:

 

Roberto Sestito (continua…)

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 29 Giugno 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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