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Tormento e morte di Tommaso Pignatelli – 1^ Parte – Roberto Sestito (*)

Tormento e morte di Tommaso Pignatelli – 1^ Parte – Roberto Sestito (*)

 

Capitolo 1°

L’uomo e il suo destino

Tommaso Pignatelli non ci ha lasciato nessun documento scritto ed è forse questa la ragione per cui la totalità degli storici e degli studiosi (con l’unica eccezione dell’Amabile) ne ha ignorato la dolorosa vicenda. Giovanni Francesco Pignatelli, figlio naturale del principe Giulio Pignatelli, nasce nel 1605 in Calabria, presumibilmente a Cerchiara, in provincia di Cosenza. Il padre Giulio, capostipite dei Pignatelli di Cerchiara, aveva ereditato il titolo di marchese dal suo genitore Fabrizio che era stato anche vice-re di Calabria. La famiglia Pignatelli era tra le più antiche e illustri del regno, e tra le più benemerite della Corte Spagnola. Fabrizio, del ramo dei marchesi di Cerchiera, nel 1600 aveva ottenuto il titolo di principe di Noia.

Lo stemma nobiliare della Linea di Cerchiara (Cosenza) della Famiglia Pignatelli da cui discende Tommaso, figlio di Giulio Pignatelli

Mentre fra Tommaso in convento cospirava contro gli Spagnoli, Girolamo Pignatelli, primogenito tra i figli legittimi del principe di Noia, si arruolava nell’esercito spagnolo come capitano per combattere a Nordlingen contro gli Svedesi. Morì di peste. Ugualmente devoto alla monarchia spagnola, Giuseppe, terzogenito di quella casa, aveva ottenuto dal conte di Monterey il comando di due compagnie a cavallo. Giacomo, legittimo quartogenito, seguendo uguale esempio partì come capitano di fanteria per combattere contro i Francesi a Barcellona; miseramente morì in battaglia. Il sesto figlio del principe, l’ultimo, acquistò grandi meriti con i titoli di principe di Montecorvino e di grande di Spagna. Giovanni Francesco era figlio naturale di Giulio, figlio che il marchese aveva avuto fuori dal matrimonio da una donna (forse una domestica) il cui cognome Ranci si desume unicamente dal fatto che una sorella di latte di Giovanni Francesco si chiamava Cornelia Ranci. Il diritto nobiliare escludeva dalla successione dei titoli e dei vasti possedimenti i figli illegittimi e anche se Giulio aveva dato il suo cognome a Giovanni Francesco, nell’impossibilità di sposare la donna che lo aveva partorito, condannava quel figlio ad essere tagliato fuori dalla vita sociale della famiglia aristocratica dei Pignatelli.

I Pignatelli erano anche imparentati con le famiglie più nobili del Regno di Napoli e ciò non faceva che aggravare la posizione del giovane illegittimo che si vedeva destinato ad una vita di inferiorità e di emarginazione sociale. Riteniamo pertanto che sia stato questo l’unico motivo che indusse Giovanni Francesco, giunto all’età della ragione, di dedicarsi alla vita religiosa e di percorrere la strada che portava al convento, onde ricevere un’istruzione adeguata e sperare quindi in un futuro degno del suo rango. A quei tempi la via conventuale era l’unico mezzo attraverso il quale raggiungere una buona formazione culturale. Il nome Tommaso il giovane Pignatelli lo assunse quando indossò l’abito di frate domenicano. Da quel momento perciò sarà conosciuto come frate Tommaso Pignatelli ed è con questo nome che noi lo chiameremo nel corso del nostro racconto. Il marchese suo padre assecondò, se non anche “incoraggiò” questa presunta “vocazione”, convinto di fare un bene a quel ragazzo sfortunato, impegnandosi a sostenere le spese necessarie alla sua educazione e, come era costume del tempo, a versare consistenti contributi finanziari al convento che lo accolse per il noviziato.

(Albero genealogico famiglia Pignatelli)

Ma non fu solo il nobile padre, anche i numerosi parenti si prodigarono in visite e sovvenzioni, dal momento che la condizione di illegittimo del ragazzo, se lo privava di tutti i privilegi e delle ricchezze dovute ai discendenti legittimi, non sarebbe stata motivo di vergogna per i parenti i quali, al contrario, si dimostrarono sempre molto teneri e premurosi verso l’incolpevole congiunto. Non abbiamo notizia su quale convento domenicano, dove rinchiudere il giovinetto, cadde la scelta della famiglia. E’ un poco azzardato affermare che sia stato scelto il convento di Stilo, patria di frate Tommaso Campanella, per la semplice ragione che Stilo non faceva parte dei feudi del Pignatelli ed era alquanto difficile raggiungerlo perché lontano da Cerchiara. Ma questa possibilità non si può neanche escludere a priori in quanto era radicato in tutta la Calabria il ricordo del filosofo di Stilo che in quel tempo languiva nelle carceri spagnole di Napoli. La fama di Campanella come rivoluzionario oltre che di filosofo aveva percorso le contrade di tutta la Calabria ed esaltato il sentimento patriottico di quei giovani che soffrivano le angherie del baronato asservito al padrone spagnolo.

Inoltre, la scelta del nome Tommaso, decisione che deve essere certamente attribuita al giovane novizio non può essere stata casuale. Ma se la preferenza del convento di Stilo, noto anche per essere stato il covo della rivolta antispagnola, fosse vera e fosse stata decisa dal padre del ragazzo o col suo consenso, ci sarebbe da riflettere a lungo sulle motivazioni che avrebbero consigliato il principe Giulio Pignatelli, esponente di una famiglia patrizia normalmente devota alla casa reale di Madrid e al governo del vicereame napoletano, a un passo del genere. Comunque sia, il giovane Pignatelli, trasferitosi a Napoli subito si preoccupò di far visita nel Carcere nuovo, ove si trovava rinchiuso, al frate di Stilo e quindi di partecipare alle lezioni di filosofia razionale che questi impartiva ai religiosi di origine calabrese, i quali vi accorrevano numerosi.

Scrive lo stesso Campanella nel Sintagma de libris propriis et recta ratione studendi: “Scrissi in Napoli nel Castello dell’Ovo una filosofia razionale in quattro parti, ed aggiunsi una quinta nel Castel nuovo, cioè Logica, Rettorica, Poetica, Istoriografia e Grammatica che posseggono Piromallo e fra Tommaso Pignatelli ed altri, ma solo alcune parti, non tutte”.  Paolo Piromallo era un frate domenicano di Siderno. Aveva studiato nei conventi calabresi di San Giorgio Morgeto, all’epoca uno dei più nominati e ricercati, e di Soriano ed è presumibile che abbia conosciuto il giovane Pignatelli in uno di questi conventi nel breve periodo in cui il giovane patrizio compì il noviziato.
Fra Paolo Piromalli e non Piromallo nasce a Siderno in Calabria nel 1592. La sua figura viene ricordata per la sua opera di missionario nell’Armenia. Studia a Napoli e qui ha come maestro ed amico Nicola Antonio Stelliola, uno dei più grandi geni matematici del sedicesimo secolo. Ritornato in Calabria con una ricca cultura filosofico-umanistica, il Piromalli si sente attratto dalla vocazione religiosa, che abbraccia nel Convento di San Giorgio Morgeto. Passa, in seguito, nel Convento di Soriano Calabro: perfeziona i suoi studi e prende gli Ordini Sacri. Divenuto sacerdote, il Piromalli, fonda un Convento nell’abitato di Siderno, distrutto – però – dal terremoto del 1783 e mai riedificato. Chiamato a Roma, ottiene da Frà Vincenzo Candiolo l’incarico di maestro sull’educazione dei numerosi novizi romani. Per la sua buona conoscenza delle lingue medio-orientali, viene nominato, il 31 maggio del 1631, dalla S. Congregazione, Missionario apostolico dell’Armenia maggiore.

Nel 1632 raggiunge la sede arcivescovile di Nassivan: qui viene sottoposto a due anni di prigionia. In carcere compone un vocabolario armeno di trentacinquemila vocaboli. Nel 1634 il Pontefice Urbano VIII dimostra l’innocenza del Piromalli, il quale ottiene, così, l’attesa libertà. Riprende con fervore la sua azione apostolica e riesce a convertire il patriarca Ciriaco, poi diventato Vescovo di una diocesi armena. Ricevuto l’incarico di insegnare grammatica e logica, ha l’opportunità di correggere numerosi errori nei libri armeni e di rivedere anche la Bibbia armena. Viaggia moltissimo: dall’India al Malabar; nel 1635 visita la Georgia, la Polonia, e Costantinopoli. Nel 1639, tornato a Roma, presenta al Pontefice Urbano VIII tre opere scritte in lingua armena: “Il lessico”, scritto in carcere; “Il Direttorio teologico” e “La grammatica armena”. Nel 1654 raggiunge l’Africa e qui evangelizza alcune tribù. Nel 1655 ottiene la nomina di Arcivescovo di Nassivan. Lasciato il Nassivan per tornare in Italia, nel 1664 viene nominato vescovo di Bisignano, in Calabria. Muore nel 1667.

Da qualche anno Campanella aveva terminato di scrivere la versione definitiva de il Del senso delle cose e della magia e quindi tutto fa credere che le lezioni di filosofia razionale al Pignatelli e al Piromallo vertessero essenzialmente sulla natura dei corpi e degli elementi e sulle relazioni dell’uomo dotato di intelligenza razionale e filosofica col cosmo. Basta dare una lettura agli argomenti trattati dallo stilese nell’opera citata per farsi un’idea degli insegnamenti che deve aver impartito ai giovani discepoli.

Il Pignatelli si dimostrò particolarmente attento e disposto ad apprendere le complesse illustrazioni sulla trasmutazione degli elementi, sull’uso dei sensi umani, sul ricco simbolismo e le corrispondenze astrali, argomenti sui quali il Campanella era particolarmente versato. Ma quando terminavano le lezioni di filosofia razionale, si parlava d’altro, il frate di Stilo lamentava la sua triste condizione di detenuto e, interrogato dai discepoli, si dichiarava un perseguitato politico, tradito dalla chiesa e dagli amici che lo derubavano e lo calunniavano. Nel 1623 e 1624, gli anni in cui seguiva le lezioni del maestro, il Pignatelli era un giovane di soli 17 anni e il suo animo nobile e puro finì per l’essere segnato per sempre dalle magiche parole di quell’uomo straordinario dotato di una suggestiva potenza discorsiva.  Nel 1626 Tommaso Campanella fu scarcerato e consegnato al Santo Ufficio che lo trasferì a Roma. Tommaso Pignatelli continuò la sua vita religiosa nel convento domenicano di S. Maria della Salute, inaugurato nel 1602 alla presenza delle famiglie più aristocratiche di Napoli come i Pignatelli e i De Sangro e dove era trattato con molto rispetto, sia perché i suoi nobili parenti continuavano a fargli visita e ad aiutarlo economicamente e sia perché il suo cognome imponeva il dovuto riguardo.

______________

Note:

(*) Fonte: Blog dell’Associazione Culturale IGNIS giugno 2019

Roberto Sestito (continua)

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 15 Giugno 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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