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Obitorio Occidente: il caso Noa Pothoven – Roberto Pecchioli

Obitorio Occidente: il caso Noa Pothoven – Roberto Pecchioli

Questo non è un articolo e neppure una riflessione. Cerca di essere una nuda cronaca tratta dalla stampa internazionale di un evento terribile che interrogherebbe la nostra coscienza se ancora ne avessimo una: la morte per eutanasia, ovvero per omicidio di Stato, di una bella ragazza olandese di 17 anni, Noa Pothoven, che si considerava troppo depressa per poter vivere. Le domande, le risposte, i pensieri li lasciano a chi legge, se vorrà. L’evento sarà presto dimenticato. Panta rei, tutto scorre, nell’obitorio Occidente. Gli ingredienti post moderni ci sono tutti: il disagio giovanile, lo stupro in tenera età che ha scatenato il suo male oscuro, la famiglia spappolata di fatto, lo Stato- mamma trasformato in assassino a termini di legge, il degrado delle professioni mediche e psicologiche – i dannati esperti! – la disperazione di vite senza significato, la riduzione di noi stessi a bestiame, anzi a cose, il carattere pubblico dell’“avvenimento” attraverso la condivisione sulle reti sociali.

Dopo i casi dei piccoli inglesi lasciati morire per il costo delle cure, la vicenda ancora aperta di Vincent Lambert, il giovane francese a cui la République vuole staccare la spina, avanti con l’orrore ordinario. La pena di morte, espunta dai codici penali per la sua disumanità, ritorna con prepotenza in una società non più malata, ma agonizzante. La domanda che rivolgiamo a chi conserva il senso della vita e della civiltà è la seguente: vale ancora la pena battersi, nell’Occidente terminale o non è preferibile che il moto discendente acceleri ulteriormente e la faccia finita con l’agonia straziante di una civilizzazione malata di tutto, drogata di falsa libertà, individualismo, pervasa da una violenza contro i più fragili e contro se stessa ormai irrefrenabile in quanto iscritta nel DNA del corpo sociale, garantita dalle leggi degli uomini, divenuta senso comune ? Forse, bisogna guardare dritto nei begli occhi azzurri e profondi di Noa per darsi una risposta, o almeno non cedere alla rassegnazione più cupa.

Vediamo i fatti, a partire dal titolo di un grande organo di stampa internazionale: un’adolescente olandese violentata da un cugino organizza il suo suicidio con la sua famiglia. Occorre sapere che nei Paesi Bassi, per inciso la nazione dove si è manifestato prima che in ogni altro angolo d’Europa lo spirito mercantile, l’eutanasia è legale da tempo, guarda caso proprio dall’anno di nascita della sfortunata Noa. Per i minori di 16 anni occorre il consenso dei genitori o dei tutori, dopo la morte è libera. Un’associazione di psicologi locali (Ippocrate non era olandese) chiede che il consenso familiare venga abilito a partire dei 12 anni di età: bambini. L’eutanasia, la dolce morte per i suoi sostenitori, impresari funebri seriali, costituisce almeno un quarto di tutti i decessi dei Paesi Bassi, dove più perfezionato è il sistema e dove molti medici, infermieri e operatori sanitari si sono trasformati in efficaci, igienici, asettici boia a carico del bilancio pubblico, altrettanti Mastro Titta con siringa, camice e laccio emostatico.

Noa Pothoven era una bella adolescente di talento, come dimostra la sua autobiografia, Vincere o imparare, divenuta un libro di successo. E’ vissuta in una società ricca di beni materiali, orgogliosa della sua emancipazione e tolleranza, dove la vita e la morte possono essere banalizzate, persino confuse, specie dai più giovani, attraverso la pratica corrente della morte assistita, garantita e pagata dallo Stato. E’ forse questa miscela esplosiva di ricchezza, indifferenza a ogni principio e solitudine esistenziale a spiegare la cupa vita e la tristissima fine di Noa, suicida a termini di legge nel salotto di casa sua trasformato in studio medico. E’ morta con il consenso dei suoi parenti che si sono placidamente accomiatati da lei. Placidamente, i giornali scrivono davvero così, ma non vorremmo essere nei loro panni. Noa era stata vittima di abusi nell’ infanzia da parte di un cugino, il che le aveva causato depressione prolungata, disturbo post-traumatico da stress e anoressia a un punto tale che considerava impossibile la permanenza in vita. Ha detto e scritto sulle reti sociali, ultimo brandello di vita di relazione: “sto ancora respirando, ma non sono viva”.

A sedici anni andò in una clinica specializzata (specializzata in che cosa? Forse anche i Gulag possono fregiarsi di tale qualifica) senza dirlo ai genitori per chiedere di togliersi la vita. In un barlume di saggezza gli operatori – una terribile professione i cui effetti ci atterriscono – rifiutarono convinti che la sua maturità cerebrale non fosse pienamente sviluppata. Strana motivazione, dall’inquietante, gelido materialismo burocratico. Noa aveva apparentemente tutto ciò che una ragazza della sua età poteva desiderare. I video in rete mostrano una giovane bionda che parla con disinvoltura, educazione, proprietà di linguaggio. Ma quello che svelano le parole è una profonda sofferenza emotiva che non le permette di vivere in pace, il suo unico desiderio è morire. Le autorità avevano dapprima deciso che Noa smettesse di andare a scuola a causa dei suoi problemi psicologici, quindi hanno accettato la soluzione del suicidio nel salotto di casa. Tutto sommato, un caso come tanti, nel paese dei tulipani, dove si praticano decine di “interventi” del genere al giorno (lavorativo). Morte su appuntamento.

Raggela un commento di Lisette, la madre di Noa, che lamenta che nei civili, avanzati, progressisti Paesi Bassi, non esista una rete di assistenza pubblica per casi come quelli di sua figlia. A suo parere, i tentativi di trovare aiuto psicologico e gli impacci burocratici del sistema sanitario sono stati esasperanti. Emblematico: ha delegato la vita di sua figlia allo Stato, chissà se ha lottato con tutte le forze di madre per la vita della ragazza. Non ci permettiamo di giudicare, ma almeno di dubitare. La sventurata non ha pensato che fosse sbagliato tenere la figlia per più di 10 giorni in una sorta di stanza d’ospedale montata nel salotto di casa sua ad Arnhem, fino alla morte per inedia, poiché aveva smesso di mangiare e bere.

La morte di Noa è stata praticamente un evento pubblico. Lei stessa aveva narrato su Instagram la sua storia: “Ho pensato a lungo se fosse necessario condividerlo o meno, ma alla fine ho deciso di farlo”, dice il suo ultimo post. “Forse sarà una sorpresa per molti, ma l’ho progettato, ho pensato a questo piano per molto tempo e non ho preso la decisione in modo impulsivo”. Spiega di aver smesso di mangiare e bere e di aver preso la decisione di smettere di vivere con l’assistenza di un’équipe medica. Una squadra di necrofori specializzati che, al termine delle otto ore lavorative, hanno timbrato il cartellino, sono tornati a casa e dormono sonni tranquilli. Con lucidità disarmante ha scritto: “andrò dritta al punto: morirò in un massimo di dieci giorni. Dopo aver combattuto e combattuto, sento di essere esausta per tutto questo.”

Non è mancata la presenza di una specie di Emma Bonino o Monica Cirinnà olandese, la deputata verde Lisa Westerveld, che ha seguito la storia, conosciuto bene la minore ed è andata a salutarla prima del trapasso. “E ‘stato bello rivederla, ma anche un po’ irreale. Noa era incredibilmente forte e molto aperta. Non lo dimenticherò mai. Continuerò la tua lotta”, ha dichiarato. Quale lotta? Quella per far morire altri disgraziati che avrebbero bisogno di una comunità, di un abbraccio e di un mondo che diffonda principi e valori, non messaggi di disperazione, inutilità, la cultura dello scarto che genera mostri e uccide chi è più fragile, più sensibile, più profondo?

I media olandesi – non stupisce granché – non hanno dedicato molto spazio alla vicenda. Cattiva coscienza, assuefazione, imbarazzo, timore a sollevare interrogativi, aprire il dibattito sulla verità di una società che uccide così i suoi figli? La maggior parte delle opinioni dei lettori sono di comprensione e financo di apprezzamento. C’è chi denuncia sintomi analoghi a quelli di Noa, alcuni sembrano intenzionati a seguire il suo esempio. Un commento ci ha colpito: rivolgendosi a Noa, accusa: “scrivere un libro su di te, inclusa la tua foto in copertina, in modo che tutti possano sapere quanto stai male, ha qualcosa di teatrale”. E’ tragicamente vera l’accusa alla società in cui tutto è spettacolo, anche il disagio, anche la morte. Un altro lettore aggiunge: “come amico di una persona morta di cancro troppo giovane (ventidue anni) l’anno scorso, è difficile accettare che le persone scelgano la propria morte, mentre altri non hanno l’opportunità di godersi la vita. Questa ragazza era malata di mente. Avrebbe meritato una vita migliore “.

Osservazioni che conducono a un punto centrale delle nostre orgogliose civilizzazioni che si ritengono onnipotenti. Non sappiamo quale fosse lo stato mentale della povera Noa. Certo, avrebbe meritato di essere curata e ricondotta alla speranza. Intanto, si consuma una nuova sconfitta dell’umanità, in società decomposte nei quali si sono rotti definitivamente i vincoli di prossimità. Il presidente di Scienza e Vita, Alberto Gambino, lancia un allarme. “Questa storia di grande tristezza deve essere un monito per il nostro Paese ad evitare di arrivare a punti di non ritorno. In Paesi come l’Olanda il suicidio assistito è legalizzato, ma questo modello porta ad una freddezza nei rapporti, a rompere qualsiasi vincolo di solidarietà. “ C’è di più, ed è l’allarme medico : “gli stati depressivi si curano, diversamente pensare che l’esito sia di potere arrivare alla morte artificiale è una grande sconfitta per l’umanità. Davanti alla depressione si combatte per trovare una via di uscita. Da un lato c’è la libertà della persona che vuole lasciarsi andare ma dall’altra c’è la situazione che fa leva sulla solidarietà. Invece qui si arma la libertà di chi deve farla finita e, paradossalmente, chi è accanto non può esprimere in pieno la solidarietà.”

Parole di verità da chi è in prima linea, alle quali va affiancato un dibattito più complessivo. Se la vita non vale niente, neppure quella di una ragazza all’alba dell’esistenza, è perché senza principi superiori alle leggi scritte dagli uomini diventiamo bestiame in balia delle onde, oggetti ammucchiati in un cantone, intercambiabili, lampadine da spegnere senza ripensamenti, con un clic. Un’iniezione e via nel nulla, poiché l’Oltre non è più neppure immaginato o posto come ipotesi.

La scienza senza Dio conduce ad Auschwitz, disse Benedetto XVI. Se la vita non è sacra, non siamo altro che animali sacrificabili. Dio dà e Dio toglie, ma non ci crediamo più. È stato più facile lavarsene le mani e ucciderla, ma ciò di cui quella ragazza aveva bisogno era amore, comprensione, una mano nella sua che la accompagnasse nel viaggio attraverso il dolore. È sempre più facile ignorare l’angoscia degli altri che cercare di placarla. La vita non è giusta, né facile, né equilibrata. Per questo ci tocca e ci interroga il dolore di Noa, i suoi occhi non ci possono lasciare indifferenti. Una comunità dignitosa e organizzata, ovvero civile, dovrebbe poter rispondere con compassione e tenerezza a quegli abissi e non cercare la soluzione più bieca, un colpo alla tempia, come cavalli feriti.

E’ il dramma dell’individualismo assoluto, del secolarismo, il dramma di aver espulso Dio dalle aule dove si insegna ma non si educa, dalle nostre conversazioni, dalle leggi, dal nostro modo di affrontare la vita. E’ la tragedia del piccolo gigantesco Sé che gonfia il nostro orgoglio e svuota il nostro cuore. L’uomo senza tensione spirituale è la sconfitta della creatura ribelle, la cospirazione del Male concretizzata: pupazzi dell’oscurità. Il secolarismo realizzato non è libertà, è un risentimento, una vendetta. Non possiamo uccidere le ragazze tristi; facilitare loro la morte è una forma di omicidio. La scienza senza Dio, come la folle ragione degli uomini, è una fossa di cadaveri ordinatamente in fila, ciascuno con un cartellino, un codice e la firma in calce di un burocrate del Nulla.

 

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Categorie: Società

Pubblicato da Ereticamente il 8 Giugno 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. PAOLO

    Ma è un pregiudizio del tutto cristiano-cattolico il fatto che si debba vivere a tutti i costi in questo corpo di carne. Che poi anche nella fase eroica dell’avvento del Cristianesimo quanta gente non cercava deliberatamente e ostinatamente il martirio, così per vocazione viscerale e cioè per imitare il sacrificio di Cristo. E la morte del Gesù storico stesso, ammesso che sia avvenuta, non fu forse una ricerca deliberata della morte nobile e sacrificale? E cioè una specie di suicidio camuffato?
    Gli Stoici facevamo molte meno storie dei cristiani: per gli Antichi era lecito se non addirittura nobile il fatto di darsi la morte per qualche valido motivo. Perché scandalizzarsi del fatto che attualmente una fetta di popolazione vagheggi e riesca poi a morire in una dimensione senza senso come questa?
    Direi che il loro è un gesto nobile, la logica conseguenza che ‘Dio è morto’ e che, constatatone il decesso, non ha più senso il protrarre la propria esistenza.
    Si deve soggiungere che purtroppo quegli individui afflitti dal ‘cupio dissolvi’ non hanno afferrato alcun appiglio metafisico ed esistenziale che abbia consentito loro di protrarre la propria esistenza. Il dramma è piuttosto quello e non il fatto che si siano dati la morte

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