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Lo zoo delle donne – giraffa – 1^ parte – Martino Nicoletti

Lo zoo delle donne – giraffa – 1^ parte – Martino Nicoletti

PRIMA PARTE

Lo zoo delle “donne giraffa” tailandesi:
quando un’antica etnia viene trasformata in merce turistica

Un reportage di Martino Nicoletti

Che la nostra epoca, di tutto, possa e sappia far commercio, non è cosa che possa stupire. Quando tuttavia questo mercato riguarda un’identità etnica, antica e nobile, utilizzata e rivenduta come paccottiglia vivente ad uso turistico, beh questo aggiunge, al già ben triste nostro tempo, una stilla di miseria e squallore in più.

I Kayan: etnia di profughi birmani trasformata in merce turistica

Questo è il caso dei Kayan, un gruppo etnico di lingua tibeto-birmana originario della Birmania.1 Uomini, donne e bambini fuggiti negli ultimi anni, come profughi, nell’estremo nord della Tailandia per via della sanguinosa guerra civile che questa minoranza etnica combatte da lunghi decenni per la propria autonomia politica e culturale contro il feroce regime birmano di Rangoon. Una guerra civile che ha le sue origini nel riconoscimento del diritto di autonomia della regione/stato abitato dai Kayan; un diritto accordato nel 1948 al momento dell’indipendenza della Birmania dalla Gran Bretagna, ma poi negato dal governo centrale, come per altri simili minoranze etniche del paese. Da qui le violenze, la dura e sanguinosa lotta armata, la necessità per centinaia e centinaia di famiglie di trovare rifugio in terra straniera, prima tra tutte il territorio settentrionale della confinante Tailandia, per sfuggire alla tragedia.2

È tuttavia qui, in questa tropicale e verdeggiante regione a una sola manciata di chilometri dal confine con il Myammar e dallo stesso Triangolo D’oro, che, da qualche anno, il governo tailandese, in coordinamento con tour operator locali, ha trovato il modo di tesaurizzare la presenza dei Kayan, utilizzandoli come attrazione per promuovere il turismo etnico locale. Secondo la legislazione locale, infatti, al momento di arrivare in Tailandia, agli esuli Kayan – il cui numero complessivo supera le 500 unità – viene offerta una duplice possibilità: o l’opzione di risiedere all’interno dei campi profughi, con lo status di rifugiati, oppure quella di trasferirsi stabilmente in uno dei villaggi costruiti ad hoc negli ultimi anni per scopi turistici. Si tratta in quest’ultimo caso di una scelta apparentemente più allettante di quella di restare confinati all’interno dei campi profughi. Più allettante solo nell’apparenza, tuttavia, dal momento che questa possibilità comporta delle gravose conseguenze: una volta insediati nei villaggi, agli espatriati Kayan è infatti ritirata la certificazione attestante la loro condizione giuridica di rifugiati. Al suo posto è invece fornito un nuovo documento che conferisce loro lo status di membri delle chao khao ovvero delle “tribù di collina”, assommandosi in questo modo ai già 900.000 loro simili che, da secoli, in Tailandia sono variamente distribuiti in venti provincie del nord e nord-est del Paese. Diventando membri delle “tribù di collina”, i Kayan hanno l’ingiunzione di non potersi più spostare dal proprio luogo di residenza, neppure per una breve durata, senza un’autorizzazione formale da parte delle autorità locali. A questa già pesante limitazione delle libertà personali, si aggiunge inoltre la rinuncia esplicita a ogni richiesta di rimpatrio volontario in Birmania, nonché la cancellazione da ogni programma di accoglienza per rifugiati in paesi stranieri, come è invece il caso di coloro che sono rimasti nei campi profughi.

Le “donne giraffa”: le discendenti di una mitica dragonessa divina

Una volta dislocati dai campi profughi e trapiantati nei finti villaggi creati per il turismo, i Kayan vengono prodigiosamente trasformati in “merce” umana: carne da dare in pasto alle migliaia di turisti che, pagando un modesto biglietto d’ingresso, hanno il diritto e il “raro privilegio” di compiere un vero zoo-safari tra i membri di un’autentica “etnia in cattività”. In questi villaggi artificiali, regni dell’irreale e dell’assurdo, i Kayan infatti non sono più un popolo. Qui, essi diventano infatti semplicemente la curiosissima ed esoticissima razza delle “donne giraffa”. “Donne giraffa” e null’altro… E questo per via della tradizionale usanza delle donne Kayan di indossare un pesante collare ornamentale costituito da una serie di spirali in ottone tale da determinare un vistoso allungamento del proprio collo.3 Un ornamento che, se per il turista altro non è se non una curiosità o la testimonianza di un orribile retaggio primitivo – di cui, noi, “moderni” e “civilizzati” siamo fortunatamente liberi e privi – è invece, nella visione tradizionale dei Kayan, il simbolo concreto della propria identità etnica; quella ovvero della discendenza diretta e sacra dei membri della tribù da una divinità totemica del gruppo: la dragonessa dal lungo collo Ka Kwe Bu Pe.

In maniera simile a moltissime civiltà arcaiche, i Kayan possiedono infatti un’ampia mitologia che narra l’origine della propria etnia. Una narrazione splendida e luminosa che ha come esordio la descrizione di un’edenica età dell’oro primordiale, in cui uomini e dei vivevano in diretto contatto. A questo riguardo, le narrazioni Kayan raccontano di come:4

“All’inizio dei tempi nulla esisteva. Al centro di questo nulla, avvolto dal suo stesso splendore, abitava il grande dio creatore Phu Kabukathin. Phu Kabukathin era l’unico essere esistente dell’universo. Solo, completamente solo, in tutta la vastità del nulla. Un giorno Phu Kabukathin sentì che la sua esistenza era priva di senso e di scopi. La sua stessa vita solitaria gli sembrò misera e inutile. Fu così che il dio decise allora di creare l’universo. Per primo venne dunque creato il cielo. Dalla sua residenza celeste, il dio Pikahao indicò le quattro direzioni dello spazio, partendo da est. Ordinò quindi al demiurgo Mann di dare forma all’universo, stendendo una immensa rete celeste radialmente, cominciando proprio dalla sua dimora luminosa. Obbedendo prontamente agli ordini ricevuti, il demiurgo Mann creò dunque il sole a est e la luna a ovest, trapuntando di stelle la parte restante della rete.

Una volta che il cielo fu creato, il dio Pikahao domandò al dio messaggero Ti di dare forma alla Terra. La Terra fu fatta utilizzando otto parti di terra e sette di acqua, entrambe donate dal dio Phu Kabukathin. Come già gli astri del cielo, anche questa venne assicurata alla rete. La Terra a quell’epoca era una minuscola massa friabile che ondeggiava senza posa. Per questo motivo il dio supremo inviò allora un ragno il quale, servendosi di vari fili colorati, legò la Terra al sole, alla luna e alle stelle del nord e del sud, rendendola in tal modo salda. La Terra, seppur stabile era tuttavia ancora nel caos: terraferma e mare si trovavano infatti nei posti sbagliati. Per mettere ordine fu allora piantato un sottile palo. Questo palo permise al pianeta di crescere in modo graduale e uniforme, e, per questo motivo, gli venne dato il nome di “ Palo ombelico della terra”.

Da questo momento i Kayan iniziarono a rendere omaggio al Palo che era stato piantato dal dio Phu Kabukathin, fondando in questo modo il rituale Kan Khwan. Il sole e la luna presero a girare attorno alla terra e così si formarono il giorno e la notte.” Il palo di cui il mito parla costituiva in realtà un “ponte”, una via di comunicazione diretta tra il regno terrestre e quello delle civiltà uraniche, permettendo in questo modo alle stesse impalpabili potenze celesti di discendere verso il denso regno terrestre:

“Dopo che il sole, la luna e il globo terrestre furono formati, gli dei decisero di creare le diverse specie di piante e alberi che crescono sulla terra. Vennero quindi create le varie classi di spiriti invisibili che custodiscono le montagne, le selve, i fiumi e i mari. Dopo gli spiriti fu la volta degli esseri viventi che popolano la terra, l’aria e le acque. Tra questi anche l’uomo apparve.

Gli esseri umani nacquero grazie all’unione del dio messaggero La Nan con la Signora delle montagne e delle foreste, la dragonessa Ka Kwe Bu Pe, il cui nome letteralmente significa Ricciolo Bianco.  La dragonessa partorì tre figlie, da cui trassero origine i Kayan e le loro rispettive sotto tribù, il popolo cinese e la stirpe dei Thai. In questa epoca tutti gli esseri viventi vivevano felicemente in un grande giardino, al cui centro si trovava il grande palo “ombelico del mondo”. Il giardino era pieno di splendidi fiori e di piante che producevano incessantemente succulenti frutti. Alberi, animali e uomini parlavano tutti una stessa lingua vivendo in pace e armonia.

Un giorno, mentre tutti gli esseri si trovavano nel giardino, una nube luminosa discese dal cielo e si pose proprio sopra la cima del palo. Non passò molto tempo che la nube iniziò a danzare attorno al palo producendo degli splendidi melodiosi suoni. Immediatamente questa prese le sembianze di un uomo. L’uomo, abbigliato con un lungo mantello bianco, aveva capelli candidi e una lunga barba. Si trattava del dio Phu Kabukathin in persona. Al suo seguito apparvero altri esseri che si disposero in cerchio. Questi erano gli spiriti guardiani della natura. Il dio narrò ai presenti la storia dell’origine dell’universo e di tutte le creature viventi. Phu Kabukathin insegnò quindi a tutte gli esseri presenti come venerare il palo “ombelico del mondo”. Il culto del palo avrebbe infatti assicurato felicità e prosperità. Le invocazioni fatte al suo cospetto sarebbero state ascoltate e prontamente esaudite. Il dio insegnò quindi i principali precetti etici che le creature avrebbero dovuto seguire: sincerità, rettitudine, purezza di cuore, pace, solidarietà e amore. Terminata la sua opera, Phu Kabukathin salì nuovamente al cielo sparendo dalla vista di tutti.

Gli esseri viventi, mettendo in pratica le istruzioni ricevute, continuarono a vivere felicemente nel giardino, cibandosi di frutta, danzando in onore del palo rituale, ed emulando le sacre azioni degli esseri divini che erano apparsi. Sebbene all’inizio gli uomini fossero particolarmente solerti nell’esecuzione del rito, con il trascorrere dei giorni, essi cominciarono a rendere omaggio al palo rituale soltanto quando ne sentivano il desiderio. Trascorse del tempo e, lentamente, il numero degli uomini e degli altri esseri viventi iniziò ad aumentare. I frutti che la terra spontaneamente produceva cominciarono pertanto a non essere più sufficiente per tutti. Fu così che, per potersi sfamare, gli uomini impararono a uccidere gli animali, sino ad allora loro amici, e a cibarsi delle loro carni.

Un giorno il fragore di un’enorme boato riempì l’aria. Ad esso fece seguito un terribile terremoto. Gli esseri, spaventati, scapparono in ogni direzione. Gli uomini, presi dal terrore, fuggirono dal giardino. Gli spiriti stessi, adirati per il comportamento scellerato degli uomini, smisero di offrire il proprio omaggio agli dei celesti trasformandosi in creature demoniache. Il sacro palo “ombelico del mondo”, piantato in passato dallo stesso dio Phu Kabukathin, scomparve. Gli uomini, smarriti e confusi, tentarono allora di erigerne uno nuovo, servendosi di un alto albero di eugenia. Un apposito sacrario venne eretto alla sua sommità e delle strisce di stoffa furono fatte scendere dall’alto fino a toccare terra. Venne poi edificato un altare ai piedi del palo, così da potervi deporre le offerte. Fu in questo modo che gli uomini diedero continuità al rituale che avevano appreso quando ancora si trovavano nel giardino”.

Come tutti i miti sacri che si rispettino – e che portano in sé la consapevolezza del passato come anche la coscienza del presente – la perfezione delle origini non è destinata a durare per sempre. Per una misteriosa entropia interna al cosmo stesso, l’armonia iniziale s’infrange. L’Oro delle origini cede il posto all’argento. La connessione diretta con il mondo divino, testimoniata dal simbolo del palo “ombelico della terra”, s’interrompe. Gli uomini creano un sostituto materiale del palo originario, tentando in questo modo di mantenere viva la connessione con l’universo divino. La soluzione sembra funzionare, eppure qualcosa accade: nulla è infatti più come prima. Il tempo decade. L’universo stesso decade. L’Essere si fa divenire; il Tempo diventa Storia. L’uomo si guarda e si accorge che, il giardino paradisiaco delle origini in cui aveva abitato sino a quel momento, è in realtà svanito. L’uomo si guarda ancora: il suo corpo luminoso è diventato un corpo mortale fatto di carne, di sangue, di ossa, pelle e budella…. Una volta uscito dalla propria edenica orbita, il cosmo inizia a deragliare. La tradizione mitologica dei Kayan descrive questa lenta e inesorabile decadenza attraverso immagini nitide e inequivocabili: diluvi, discordie e lotte tra gli esseri umani che, con il tempo crescono a dismisura… L’età dell’Oro ha qui lasciato il posto a quella dell’amaro e ottuso Ferro….

Note:

1. I Kayan – la cui popolazione in Birmania è stimata attorno alle 50.000 unità – costituiscono un sotto-gruppo della più ampia koiné dei Karenni, o Karen Rossi. Gli stessi Karenni, rappresentano, a loro volta, un ramo dell’ancora più vasta realtà etnica e culturale dei Karen, composta da oltre 6 milioni di membri insediati in massima parte nelle regioni orientali della Birmania e in piccola parte entro i territori nord-occidentali della Tailandia. Impropriamente, in Tailandia, il termine Karen è spesso popolarmente usato per riferirsi al singolo gruppo dei Kayan.

2. Per un’analisi dettagliata delle vicende politiche dei Kayan, si rimanda a: Nicoletti M., Lo zoo delle donne giraffa: un viaggio tra i Kayan nella Tailandia del nord, Roma, Exòrma, 2011

3. I Kayan sono infatti talvolta conosciuti con il nome di Padaung, termine che significa per l’appunto “coloro che indossano le spirali di ottone”.

4. Questa citazione dal mito d’origine Kayan, come quelle che seguono, sono state tratte dal volume: Nicoletti M., Lo zoo delle donne giraffa: un viaggio tra i Kayan nella Tailandia del nord, Roma, Exòrma, 2011

Video:
Giovanni Lindo Ferretti in un cortometraggio dedicato alle “donne giraffa”: https://www.youtube.com/watch?v=9xHLPRBIwAk

Martino Nicoletti (Dottorato di ricerca in Antropologia e PhD in Multimedia Arts): antropologo, scrittore e viaggiatore, si occupa da oltre venticinque anni di etnografia e storia delle religioni dell’Asia meridionale. È autore di numerosi saggi dedicati alla spiritualità dell’Himalaya, opere letterarie, volumi multimediali e fotografici pubblicati in più lingue. Sul tema dell’articolo, è autore del volume: Nicoletti M., Lo zoo delle donne giraffa: un viaggio tra i Kayan nella Tailandia del nord, Roma, Exòrma, 2011
Vive in Francia. www.martinonicoletti.com   (continua…)

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Categorie: Antropologia

Pubblicato da Ereticamente il 20 Giugno 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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