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La volontà di rivincita: nascono i FdC, Trieste 1919 (prima parte). A cura di Giacinto Reale

La volontà di rivincita: nascono i FdC, Trieste 1919 (prima parte). A cura di Giacinto Reale

 A Trieste, al termine della guerra, i sovversivi socialisti che sognano la rivoluzione bolscevica e gli annessionisti slavi che vogliono il confine all’Isonzo, sono alleati contro i cittadini di parte “nazionale”. Qualche timido accenno di reazione sembra destinato al fallimento, finchè, il 3 aprile del 1919, viene costituito il Fascio di Combattimento.

 

“Trieste è pazza di felicità”. Niente meglio di questa nota frase di Ugo Ojetti può descrivere lo stato d’animo della città quando, il 3 novembre del 1918, arriva la nave italiana “Audace”, a segnare la fine di una guerra che qui, oltre alle “normali” sofferenze, ha voluto dire per tanti le famiglie divise, per molti giovani la fuga per servire nell’Esercito italiano, e per chi resta la giornaliera battaglia contro una propaganda che mistifica i fatti e, utilizzando le menzogne, vuole soffocare le speranze:

Allegoria del ritorno di Trieste all’Italia

 

Go imparà a leger nei comunicati
Giorno per giorno so come la va
Cò se legi: “I nemici ricacciati”
Vol dir: “Bote da orbi, in quantità”

 

“In un punto ci siamo ritirati”
Vol dir che un Regimento xe disfà
Se te legi: “A nord-est siamo avanzati”
Vol dir che i no poi moverse di là” (1)

 

Quando scoppia la pace, però, la situazione si presenta subito complessa:

 

“Città imperiale, municipale e italiana, insieme unite e nemiche; nella città una grassa borghesia, economicamente predominate, socialmente egoista e brutale, politicamente austriacante (salvo le nobili eccezioni) e servile o indifferente fino a Vittorio Veneto, e, dopo Vittorio Veneto, italianissima, anzi nazionalista, con nauseabondo fervore, quanto più era stata vile ed austriacante; una plebe italiana di sentimenti, desiderosa di indipendenza o almeno di autonomia…..una forte ed invadente, e, negli ultimi tempi che precedettero la guerra, pericolosa minoranza slava.

[…]

Ma, oltre a costoro, sopra di tutti, più forte, più nobile di tutti, una media ed una piccola borghesia appassionatamente e religiosamente italiana, che trasfigurò le forze diverse ed avverse, o le seppe far confluire in una sola potenza obbediente alla vita ed alla fortuna di Trieste, assimilò e contenne gli Slavi…..oppose alla plutocrazia negriera la sua giustizia sociale, impose alla plutocrazia austriacante e scettica la imponenza minacciosa e la dignità della sua fede. (2)

 

Forse un po’ esagerato, come al suo solito, Farinacci in queste righe, ma il ritratto della città e della sua popolazione è sostanzialmente rispondente al vero, come i fatti dimostravano allora e gli storici avrebbero confermato dopo.

Prima della guerra, il movimento delle merci nel porto, con un volume di 3.450.000 tonnellate nel 1913, assicurava un diffuso benessere all’intera città, insieme ad una crescente industrializzazione (p. es., verrà poi contestato a Torino di aver stroncato “gli inizi di una organizzazione attrezzaturale automobilistica notevolmente promettente”), e ad un comparto agricolo che nel rifornimento al vicino mercato danubiano aveva il suo punto di forza.

Nel 1918, con la vittoria italiana, tutto questo verrà a finire. Il protezionismo dell’Impero verso il porto di Trieste cedrà il posto alla concorrenza degli altri porti italiani, lo sviluppo industriale dovrà fare i conti con i più robusti analoghi tentativi, soprattutto del “triangolo”, la produzione agricola sarà surclassata da quella più abbondante ed economica della fertile Italia.

In questa situazione, con il conseguente aumento della disoccupazione, come ovvio, c’è molto spazio di manovra per il Partito Socialista e per le sue frange proto-comuniste, ammaliate dalle parole d’ordine che provengono dalla Russia.

Anche nel campo politico, a sinistra, si avvia una piccola rivoluzione. Il moderatismo dell’anteguerra, sprezzantemente definito “austromarxismo” viene spazzato via dal massimalismo di giovani capi estremisti che sposano la loro azione disgregatrice a quella degli Sloveni, i quali, già dal 1917, in segreto, agiscono “per la rivoluzione civile, cioè per l’assoluta indipendenza di queste terre”, e nel 1919 vedono, alla Conferenza di Parigi, i delegati jugoslavi rivendicare il confine all’Isonzo, e cercano di unire alla propria causa nazionale anche quella dei residenti a Trieste.

Ciò significa, in soldoni, che dalle originarie ipotesi di autonomismo “internazionalista” si passa al panslavismo dichiarato, con una rottura completa e definitiva con gli ambienti “di sinistra”, repubblicani e mazziniani che pure la guerra avevano voluto.

E’ in questo clima, effervescente da subito, che, mentre i socialisti sloveni invitano a “marciare sopra l’alabarda di San Giusto per piantare la bandiera slovena sopra la città di Trieste”, il Partito Liberale Nazionale, nella testimonianza di chi c’era, come Attilio Tamaro:

 

attraversò allora una fase che, per molti versi, si può chiamare veramente precorritrice del fascismo, poiché si trattò di stringere tutta la popolazione in un fascio, e si ebbe un vero squadrismo, con le cosiddette squadre o comitati d’azione, composte per lo più da giovani che eseguivano gli atti più radicali, attaccavano gli Slavi, bastonavano socialisti e austriacanti, affiggevano proclami”. (3)

 

Forse un po’ esagerato, anche in questo caso (e, infatti, l’A non tornerà più sull’argomento nelle edizioni successive delle sue opere), anche perchè, pensare che ciò basti si rivelerà ben presto una pia illusione. Aldilà di qualche legnata e dell’attacchinaggio di manifesti, vi è, al fondo dell’azione di questi primi elementi “nazionali”, un sentimento di moderazione non idoneo a rispondere alle esigenze dei tempi.

Essi, forse perché abituati al pugno di ferro –che, all’occorrenza, prevaleva su un paternalismo di facciata- austriaco, credono di poter contare su una tutela da parte delle Autorità dello Stato, di quelle nuove Autorità insediatesi in città che dovrebbero proteggere il diritto di chi la guerra ha vinto, contro l’ azione di chi, invece, svillaneggia la vittoria e mina, con discorsi rivoluzionari, la pace sociale.

Così non è. L’Italia di Orlando e Nitti è troppo condizionata, sia dai problemi sul fronte internazionale, causati dalla irriconoscenza degli Alleati di ieri, che da quelli sul fronte interno, agitato dalla sovversiva azione socialista, per poter seguire, come pure dovrebbe, la questione di Trieste.

In città, per reazione, è un fiorire di iniziative patriottiche. Federzoni viene a costituire la locale Sezione nazionalista, mentre, con il sostegno decisivo della “Trento e Trieste” nasce la “Sursum corda”, un’organizzazione di tipo paramilitare, che arriverà a contare su diverse centinaia di aderenti, armati di moschetto e pronti a scendere nelle strade in funzione antislava e antisocialista:

 

A Trieste, allora, per iniziativa del Segretario Generale Vittorio Fresco, si costituì il Battaglione della “Sursum Corda”, apparentemente con gli scopi fissati nello Statuto, nella mente dei dirigenti della “Trento e Trieste” con lo scopo preciso di avere pronto, a disposizione, in ogni evenienza, un nucleo di armati non legati a doveri militari, per premunirsi contro la sottile perfidia internazionale.

Al Battaglione si iscrisse la nuova generazione di Trieste, che non aveva potuto offrire il suo braccio alla guerra di redenzione, con entusiasmo. Segretario Alberto Riccoboni.

Il Battaglione potè contare in breve più di 500 armati, muniti di moschetto. (4)

 

Un ribollire di iniziative, insomma, che si collegano alla migliore tradizione cittadina:

 

A Trieste, un una atmosfera di “irredentismo trionfante”, il motivo della “vittoria mutilata”, unitamente a quello della “difesa dell’italianità”, contro le manovre degli slavi e l’ambiguo indipendentismo dei socialisti, non potevano non ridestare approvazioni e consensi tra quei volontari di guerra che allora facevano parte della “Trento e Trieste”, l’associazione nazionalista che, sorta nel Regno nel 1901, col compito di mantenere vivo il sentimento irredentista, aveva, già nel novembre del 1918, esteso a Trieste la sua attività, con iniziative di assistenza, e, soprattutto, di stampa e propaganda.

Suo scopo era di corroborare l’italianità nelle terre che la vittoria aveva restituito alla Patria dopo secoli di oppressione e di esplicare questa missione principalmente colà “dove agli elementi indigeni si erano sovrapposti elementi etnici diversi”. (5)

Ancora poco, di fronte ad un atteggiamento delle Autorità che definire “prudente” sarebbe eufemistico. Già il 29 novembre del 1918 il Comando Supremo ha diramato una circolare riservatissima, a firma di Pietro Badoglio, con la quale vengono disposte una serie di norme relative al governo dei territori occupati. Viene ribadito: “il principio del rispetto delle leggi, delle istituzioni e degli ordinamenti preesistenti, e, in quanto possibile, degli stessi funzionari del passato regime”, e tradite così, di fatto, le legittime aspettative di cambiamento di chi a quel regime e a quei funzionari si era opposto, in nome dell’Italia, rischiando vita e libertà.

Sulla stessa linea badogliana si muove il Governatore militare, Generale Petitti di Roreto, il quale –incurante della disapprovazione degli ambienti “nazionali”- affida, per esempio, ai socialisti il recupero, in Austria, di valori e titoli italiani, con un atteggiamento generale che appare indifendibile allo stesso Nitti:

 

[…] sottoposto a critiche anche molto dure da parte del Governo centrale e degli Alti Comandi militari per il suo atteggiamento eccessivamente remissivo verso “ogni soverchieria degli jugoslavi”, osava difendersi opponendo una linea di necessaria moderazione e cautela. (6)

 

Con questi presupposti, non appare condivisibile l’opinione di Angelo Tasca, secondo il quale a Trieste e zone limitrofe più che altrove i fascisti si muovono, da subito, con l’appoggio della Autorità, mentre è certamente vero che:

 

I Fasci hanno qui una missione quasi ufficiale: rappresentano la “italianità” che si vuole imporre alla regione.

[…]

In tutta questa regione, le cui frontiere per tanto tempo discusse, sono state appena fissate, e dove è rimasta di fatto aperta la questione di Fiume, l’Italia non ha smobilitato. Tra la popolazione slava e i “regnicoli” non vi è nessun contatto; gli italiani, salvo qualche città, si sentono in territorio occupato: così i Fasci vengono formati in gran parte dagli Ufficiali delle guarnigioni, da funzionari e da altri elementi importati dalla penisola, che continuano in certo modo la guerra di “liberazione” contro gli slavi e contro i comunisti. (7)

 

Parlare di singoli “Ufficiali delle guarnigioni e funzionari” è, ognun ben lo vede, cosa ben diversa dall’ipotizzare un appoggio istituzionalizzato dei rappresentanti dello Stato.

E’ piuttosto esatto dire che, nella situazione che si è creata, al fascismo guarderanno tutti coloro che hanno a cuore le sorti della città (da difendere dalle mire slave, ma anche dalla rapacità di affaristi che vi sono precipitati da tutta l’Italia), e, di fronte a questa esigenza, le finezze ideologiche passano in secondo piano.

Una borghesia illuminata e non conservatrice quella che in gran parte si riconosce nel Fascio, e tale resterà anche negli anni a venire, se è vero che, ancora su “Il Popolo di Trieste” del 5 febbraio del 1921, questa tendenza “sociale” sarà fortemente ribadita, con la –per certi versi sorprendente- sottoscrizione piena di quanto Mussolini aveva affermato nel 1914, e cioè che: fra uno sfruttatore italiano e uno sfruttato slavo, io sono solidale con lo sfruttato” e la riaffermazione che: “il fascismo non fu e non sarà mai contro il proletariato, ogniqualvolta questa nobilissima parola non nasconda il contrabbando dei pidocchi di Lenin”.

Immagini dello squadrismo triestino

Non pochi tra i primi aderenti a Fascio e squadre, quindi, quelli che, pur riconoscendosi in questo momento nei postulati mussoliniani poi progressivamente si allontaneranno, fino ad arrivare, in qualche caso, all’antifascismo.

Vale la pena citare solo due nomi: l’avvocato Giusto Piero Jacchia (detto Piero) e il Capitano Ercole Miani

Il primo, avvocato di religione ebraica, irredentista, costretto a lasciare Trieste e poi volontario in guerra, è tra i fondatori del movimento mussoliniano locale, per essere poi sempre presente e “marciatore su Roma”.

Massone, si allontanerà dopo le leggi contro le Logge, e progressivamente scivolerà sulla china antifascista, fino alla partecipazione alla Guerra di Spagna, dove cadrà in combattimento, sul fronte di Madrid, a gennaio del 1937.

Per adesso, proprio a lui si deve quella che è forse la prima iniziativa pubblica di quanti alle ragioni della guerra non intendono rinunciare.

Il 3 aprile, sul giornale locale ”La Nazione” appare un proclama a sua firma che, col titolo “Fiamme Nere a raccolta”, si fa promotore del Fascio di combattimento cittadino (fondato proprio in quelle ore) e unisce l’esigenza di rigenerare la Nazione a quella di un nuovo patto sociale.

Contro uno Stato “confusionario, ingiusto e antidemocratico, inefficiente, pieno di ingiustizie palesi” e contro il bolscevismo “pazzo e anarchico”, riprendendo le parole d’ordine della riunione del 23 marzo, devono essere i combattenti di ieri ad assumere l’iniziativa.

L’appello, come altri simili, sul piano nazionale e locale, non cadrà nel vuoto. Anche nella Venezia Giulia le Fiamme, smobilitate, smobilitande o ancora in servizio, saranno la vera bestia nera di sovversivi e nemici della Patria, che qui sono pure alleati.

A settembre, dopo i violenti incidenti in città dei quali dirò, Aldo Oberdorfer, accompagnato dagli Onorevoli socialisti Marangoni e Armando Bussi, sarà ricevuto da Nitti, e farà le sue richieste:

 

Ho chiesto l’allontanamento degli Arditi concentrati nell’altipiano, e pronti a calare su Trieste al primo tentativo di una ipotetica sollevazione: oggi, inutili lassù, e pericolosa esca ad un incendio d’ odio che, di momento in momento può divampare tra le popolazioni slovene del Carso e del Territorio. Nitti ha risposto:

“Allontanarli subito, impossibile ! Non si pretenderà già di riversarli tutti nell’interno. Ma siamo tutti egualmente interessati a farli sparire dalla vita d’Italia nel più breve tempo possibile”.

Questa risposta mi pare in carattere con l’uomo. E ci avrei creduto, se non mi paresse ch’egli si serva ancora troppo di questa arma a doppio taglio che è l’Arditismo. (8)

 

E proprio un Ardito è il secondo personaggio al quale intendo dedicare due parole, Ercole Miani, “Villa” nome di battaglia. Egli, allo scoppio della guerra lascia Trieste per arruolarsi volontario, si guadagna due medaglie d’argento e due di bronzo, per essere poi un protagonista di primo piano dell’avventura fiumana. A lui si dovrà il “prelievo” dei camion utili alla spedizione dall’autoparco di Palmanova, dove, con Guido Keller, Tommaso Beltrani e Nicola Benagli costringerà alla retromarcia il Comandante che si è rimangiato la promessa disponibilità.

La sua natura di uomo abituato ad andare per le spicce, avallerà l’aneddoto che circonderà questa azione, secondo il quale, all’Ufficiale che invoca il suo status di militare, tenuto a “obbedire agli ordini”, egli avrebbe risposto brusco: “Bene, signor mio, tu obbedisci agli ordini e io ti uccido qui, seduta stante, e poi vado a prendermi i carri, con la forza. Perciò, decidi, e in fretta, o tu cedi, o io sparo”.

Con questi precedenti, sarà nominato, benché assente, impegnato a Fiume col Vate, componente del Direttorio fascista costituito alla metà del 1920, e, al rientro a Trieste, non potrà che essere nelle squadre, attivo protagonista di molte azioni. Quasi prevedibile che il suo carattere tempestoso non potrà non portarlo, in seguito, all’insofferenza, fino alla rottura con i vertici normalizzatori del Partito post marcia.

Spostatosi su posizioni antifasciste, sarà nelle Resistenza come esponente del Partito d’Azione, pur mantenendo contati, in funzione antislava, con Bruno Coceani ed altri esponenti fascisti. Sarà proprio l’intervento dei vecchi camerati delle squadre a favorirne la scarcerazione –e quindi la salvezza- dopo l’arresto da parte della “banda Collotti”.

Tutto di là da venire. Per ora sono qui, in casa del dottor Bartolomeo Vigini, dove, il 3 aprile del 1919, una trentina di volenterosi, in gran parte gli stessi irredentisti che fino ad allora, e già ai tempi dell’Austria, si riunivano al centralissimo Caffè degli Specchi, costituiscono il Fascio triestino.

La successiva sede di riunioni sarà la sede della “Società operaia triestina”, e solo ad ottobre, praticamente in coincidenza con il primo Congresso nazionale del Movimento, a Firenze, avverrà il definitivo insediamento nel palazzo Conti, in via del Pozzo Bianco 9, che era una viuzza –ora non più esistente- di Città Vecchia (“quartiere degli immigrati poveri e dei fascisti”, nella memoria popolare), che ospiterà anche Francesco Giunta, arrivato in città agli inizi del 1920.

La voglia di fare è tanta, fin dall’inizio. Per questo, il piccolo nucleo indice, tra il 27 e il 28 aprile, una manifestazione pro Fiume e Dalmazia, ed aderisce con entusiasmo al “Comitato centrale di azione per le rivendicazioni nazionali”, che si costituisce a Roma il 4 maggio.

Viene anche stabilito un contatto ufficiale con il vertice del movimento fascista, a Milano, così che, il 24 luglio, l’avvocato Enzo Ferrari, appositamente inviato, tiene una conferenza di propaganda al teatro Fenice.

Anche se il particolare contesto della città, restituita all’Italia dopo una guerra vittoriosa e al prezzo di 600.000 morti, lascia intravedere la futura, invitabile affermazione del fascismo locale, per ora, comunque la situazione è quella così mirabilmente sintetizzata:

 

Il fascismo triestino nacque povero. Non c’erano agrari e non c’erano industriali.

I primi contatti tra combattenti ed ex internati risalgono al mese di febbraio, ma la fondazione vera e propria si ebbe il 3 aprile 1919, pochi giorni dopo la fondazione del fascismo avvenuta nel marzo del 1919 a Milano.

Non c’erano neanche i soldi per aprire una sede, e la prima riunione fu tenuta in una casa privata.

Gli aderenti erano una trentina, e la prima giunta direttiva fu composta dal dott. Edvino Biasol, dall’avv. Sergio Damperi, e dal prof. Ruggero Conforto.

Gli attivisti erano pochi, ma instancabili e determinati, e quando, dopo una giornata di lavoro e di lotta, si ritrovavano affranti, mettevano in comune quel poco che avevano e trascorrevano qualche ora lieta in una modesta trattoria. Costituivano una piccola famiglia, ma tenace e unita. (9)

 

E’, anche questa voglia di stare insieme e di “costruire” la nuova Trieste, una manifestazione di quel ritorno alla vita che, dopo i tempi cupi della dominazione austriaca e quelli tragici della guerra, anima la parte migliore della popolazione. Donne comprese. Le triestine sono, in questo, per chi arriva in città dalle altri parti del Regno, quasi un’anticipazione con la realtà diversa che poi, a Fiume, molti sperimenteranno di persona. E’ il caso di Marcello Gallian, giovanissimo volontario diretto alla città adriatica, che, nella sosta triestina, conoscerà una fanciulla che lo ragguaglierà sulla realtà cittadina:

 

Diceva: “Tutte le donne di Trieste hanno combattuto, maggiormente che non gli uomini, durante il massacro mondiale, e se non hanno sparato alcune, ciò si deve che furono asservite ad incombenze famigliari, casalinghe, in modo che tutta Trieste intera fu una casa sola, abitata da madri e nonni e figli piccoli. La mia età intermedia risultò di tutte le nature e di tutte le mansioni, se fui madre, zia, nonna, fanciulla e vecchia, amante e fidanzata, e senza amante e senza marito, al punto che adesso non so più che cosa scegliere e dove buttarmi. Ma tu sei il primo che mi ispiri una tale confidenza: puoi credermi. Adesso ho fatto festa –ribattè alzandosi- e tu puoi dunque partire da me”. (10)

 

 

NOTE

  1. Flaminio Cavedali, L’anima di Trieste, detta per la prima volta la sera del 15 febbraio 1919 nel teatro Carlo Felice dal Tenente delle Fiamme Nere Giuseppe Dalledonne, Genova 1919, pag. 12
  2. Roberto Farinacci, Storia della rivoluzione fascista, Cremona 1937, vol. II, pag. 207
  3. Attilio Tamaro, in: Elio Apih, Avvento del fascismo a Trieste, Udine sid, pag. 4
  4. Bruno Coceani, 1919, L’opera della “Trento e Trieste”, Trieste 1933, pag. 30
  5. Claudio Silvestri, Dalla redenzione al fascismo, Trieste 1918-1922, Udine 1959, pag. 34
  6. Annamaria Vinci, Sentinelle della Patria, Bari 2011, pag. 23
  7. Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Bari 1965, vol. I, pag. 167
  8. Aldo Oberdorfer, Il socialismo del dopoguerra a Trieste, Firenze 1922, pag. 47
  9. Giorgio Almirante e Sergio Giacomelli, Francesco Giunta e il fascismo triestino, 1918-1925 dalle origini alla conquista del potere, Trieste 1983, pag. 5
  10. Marcello Gallian, Primo diario, Roma 1940. Pag. 61

 

 

Foto 1: Allegoria del ritorno di Trieste all’Italia

Foto 2: Immagini dello squadrismo triestino

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Categorie: Storia, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 26 Giugno 2019

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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