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Storie controcorrente: Giuseppe Solaro e il sogno della socializzazione

Storie controcorrente: Giuseppe Solaro e il sogno della socializzazione

Anche quest’anno il 25 aprile è passato, intriso come sempre della sua immancabile retorica  strumentale, oligarchica, fondata sulla manichea divisione fra buoni e cattivi secondo la lettura che i “padroni del discorso” impongono da più di settant’anni. Adesso passata la sbornia delle celebrazioni vogliamo raccontare un’altra storia, quella di un giovane uomo a cui in quei giorni venne barbaramente tolta la vita proprio da coloro i quali oggi vengono definiti “eroi”, e gli venne tolta solo perché schierato dalla parte sbagliata della storia, un uomo che non ebbe altra colpa che questa e che spese la sua esistenza in favore delle classi lavoratrici e dell’ideale della socializzazione.

 

Partiamo dalla fine, perché fu una fine tragica quanto virile ed eroica. Giorno 29 aprile del 1945,  un ragazzo poco più che trentenne, dallo sguardo limpido e sereno, senza timore della morte che di li a poco sarebbe sopraggiunta, sguardo di chi coerentemente lottò fino alla fine, di chi non si arrese all’inevitabilità della sconfitta, sguardo impetuoso di un rivoluzionario al servizio della giustizia sociale… Questo era lo sguardo di Giuseppe Solaro, un grande italiano ucciso da suoi compatrioti, un italiano ancora troppo poco conosciuto e ricordato. Ora facciamo qualche passo indietro per raccontare la sua storia. Solaro nacque da famiglia proletaria, il padre lavorava come ferroviere, egli però era portato per lo studio, quindi prese prima il diploma di geometra e poi si iscrisse nel 1936 alla facoltà di Economia di Torino allo stesso tempo aderendo ai GUF di cui in breve fu rappresentante cittadino. Dopo il primo anno di università però Solaro si arruolò volontario nelle Camicie Nere (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale MVSN)  ed andò a combattere nella guerra in Spagna. Egli già aveva cominciato a scrivere  su alcune riviste a proposito di tematiche legate al lavoro ed all’economia, e continuò a farlo anche quando, rientrato definitivamente in Italia, si laureò nel 1940 e fu richiamato alle armi come Ufficiale di complemento in artiglieria.

Continuò nel frattempo anche la sua attività politica e giornalistica, così sempre nello stesso anno fondò il Centro Studi Economici e Sociali, scrisse anche sul quotidiano “La Stampa” di Torino e per il periodico della Federazione provinciale del PNF.  Nel 1943 aderì alla RSI e il 16 settembre dello stesso anno fu nominato Federale di Torino da Alessandro Pavolini, che lo ebbe sempre in grande stima. Solaro da questo momento inizia quella che sarà la sua principale lotta, ovvero quella per la socializzazione dei mezzi di produzione, lotta che lo porterà a scontrarsi con molti poteri e lobby sia esterne, sia purtroppo anche interne al Fascismo. Egli si occupò principalmente delle rivendicazioni degli operai della Fiat, che il 15 novembre di quell’anno si mobilitarono in uno sciopero, Solaro che sosteneva le loro richieste si recò personalmente allo stabilimento Mirafiori per parlare con gli stessi e nel dicembre su richiesta del PFR le autorità tedesche acconsentirono un aumento del 30% dei salari. In questo periodo Solaro fu in grado anche di evitare alcune rappresaglie in seguito ad attentati e violenze partigiane, questo andrebbe ricordato agli attuali manichei della storia. La sua lotta per la socializzazione delle classi lavoratrici del nord Italia lo pone come uno dei massimi esponenti della corrente rivoluzionaria e ortodossa del Fascismo che forse troppo tardi ritrovò la sua vera natura che dal sansepolcrismo giunge fino al Manifesto di Verona, una natura che però era stata spesso tenuta a bada oppure contrastata non solo dalle forze reazionarie del paese, ma anche dalle forze che si dicevano emancipatrici e che invece lavoravano in accordo con i grandi capitalisti sia nazionali che internazionali. Comunque per tornare a Solaro, egli si dedicò convintamente al sostegno della socializzazione, attraverso l’attuazione dei decreti ed allo stesso tempo organizzando fra i lavoratori dei corsi per far conoscere e spiegare i contenuti della nuova legislazione, fra questi si può ricordare il “Corso di preparazione dei lavoratori alla socializzazione” avviato nell’aprile del 1944. Solaro aveva un rapporto molto confidenziale e di immensa stima con il Duce, pare che egli fosse uno dei pochi a potersi recare sulle rive del Garda senza preavviso e in quel periodo del ’44 ebbe a denunciare anche dei boicottaggi verso le sue iniziative di socializzazione da parte dei tedeschi in accordo con la Fiat, segnalando al contrario l’ottima ricezione avuta fra le classi lavoratrici:

«Posso informare che il provvedimento di legge circa la socializzazione della produzione ha incontrato il favore dei lavoratori intelligenti, che vedono in questo equilibrato e ponderato programma sociale la salvaguardia a movimenti estremisti, che porterebbero al comunismo e cioè alla statolatria.»

C’è un ottimo libro che ci sentiamo di consigliare, uno dei pochissimi che tratta puntualmente la biografia e le lotte di Giuseppe Solaro, ed è “Giuseppe Solaro. Il fascista che sfidò la Fiat e Wall Street” scritto da Fabrizio Vincenti, per chiunque voglia approfondire questa grande figura di socializzatore, di autentico fascista dal cuore rosso, vale la pena leggerlo. Ora torniamo a noi, siamo arrivati al 1945 e precisamente il 23 aprile Solaro diventa ispettore regionale per le Brigate Nere, da qui in avanti il suo percorso sarà esemplare e ci darà un idea di chi fu quest’uomo. Dopo la resa italiana, quando ormai anche il crollo della RSI sembrava impossibile da evitare i vertici militari decisero di lasciare Torino e riparare in Valtellina, l’indomito Solaro provò  inutilmente a convincerli a restare per opporre una  resistenza, perlomeno simbolica in città ai partigiani. Così egli decise comunque di rimanere ed organizzò una squadra di franchi tiratori intento a “fare di Torino un Alcazar” e bloccare l’avanzata partigiana almeno fino all’arrivo degli anglo-americani. Ormai però la smobilitazione era inevitabile ed egli a questo punto, con centinaia di franchi tiratori al suo comando compì un ultimo gesto di giustizia nei confronti di questi fedeli militi, infatti il 26 aprile ordinò di prelevare dalla Banca d’Italia una  somma di denaro sufficiente a pagare gli stipendi arretrati di tutti, ma avendola trovata chiusa diresse i commilitoni con un blindato verso la Cassa di Risparmio, a questo punto dopo un rifiuto del direttore sfondarono il cancello e prelevarono circa 17 milioni di lire; in seguito quando presso Casa Littoria gli fu contestato questo prelievo forzoso da parte dell’avv. Salza egli disse:

“L’ho fatto io e ne assumo tutte le responsabilità… non potevo lasciare tutta questa gente alla mercè dell’uragano”…

così consegnati gli stipendi egli decise la smobilitazione che era ormai inevitabile delle Brigate Nere di Torino, ma non si unì alla colonna in partenza riparando appunto insieme con altri camerati nel consorzio agrario, che era poco lontano da Casa Littoria,all’insaputa anche di alcuni famigliari, infatti mentre il fratello Ferdinando recatosi in federazione lo aveva pregato di unirsi alla gente in fuga, l’altro fratello Adriano che si era già unito alla colonna lo aspettò inutilmente fino all’ultimo. Comunque nonostante la smobilitazione delle Brigate Nere alcuni gruppi di franchi tiratori rimasero dando filo da torcere ai partigiani e seguendo così alla lettera il piano di Solaro di difendere ad oltranza la città. Solaro, come abbiamo detto, aveva riparato con altri camerati nel consorzio agrario di via Mario Gioda 22 ,vicino sia a casa Littoria che alla caserma Podgora, ma proprio qui la mattina seguente a seguito di una soffiata il gruppetto fu catturato dai partigiani e portati alla caserma Bergia.

Ora purtroppo è necessario, come in un movimento circolare, tornare all’inizio del nostro racconto, ovvero alla fine coraggiosa, immortalata per sempre in una stupenda foto, di questo giovane grande italiano, avvenuta il 29 aprile del 1945. Egli fu sottoposto a sommario processo avvenuto a porte chiuse, di cui non ci sono verbali ma di cui sappiamo che la sentenza fu la condanna tramite impiccaggione, egli che spesso aveva evitato inutili rappresaglie da parte dei tedeschi  ed aveva lottato per la giustizia sociale e l’emancipazione della classe lavoratrice adesso subiva, forse proprio per la sua vicinanza a certi ideali, un trattamento ingiusto e bestiale,ma del resto sappiamo come le pagine della resistenza siano piene di fatti simili…scrisse un ultima lettera alla moglie Tina  che recita:

«Cara Tina, prima di morire ti esprimo tutto il mio amore e la mia devozione. Sono stato onesto tutta la vita e onesto muoio per un’idea. Che essa aiuti l’Italia sulla via della Redenzione e della costruzione. Ricordami e amami, come io ho sempre amato l’Italia. Cara Tina, viva l’Italia libera, viva il Duce! Tuo Peppino.»

Il giorno dopo la sentenza come abitudine partigiana fu portato in processione per le vie cittadine, in questi momenti è stata scattata la celebre foto in cui egli con sguardo fiero e sereno affronta la morte imminente, sapendo di aver combattuto per le sue idee fino alla fine da uomo libero, crediamo senza rimpianti ne rancori perchè questo ci dice quella foto.  In seguito fu condotto in via Vinzaglio dove nove mesi prima erano stati impiccati quattro partigiani in rappresaglia al ferimento di un ufficiale della RSI. Ma Solaro non aveva alcuna responsabilità per i quattro partigiani che erano stati impiccati. Qui l’esecuzione fu cruenta, Solaro fu impiccato una prima volta ma il ramo si spezzò ed egli rimase in stato di semi-incoscienza, quindi fu impiccato una seconda volta ed alla fine il cadavere fu nuovamente portato in processione per le strade e infine gettato nel fiume Po dal Ponte Isabella. Ma lo scempio non era ancora finito, così dalle rive ci fu un barbaro tiro al bersaglio sul cadavere. Poi fu ripescato, messo in una bara e portato via.

Oggi è sepolto al cimitero monumentale di Torino presso il sacrario dei Caduti della Rsi (terza ampliazione sud est, scomparto 539) , dove riposa sotto lo stemma della Repubblica Sociale. Quella foto però non può e non deve essere solo un motivo di ricordo nostalgico, perchè la lotta e le idee di Solaro sono assolutamente attuali, egli infatti oltre alla sua immagine pulita e coraggiosa ci lascia in eredità anche le sue battaglie e le sue idee sulla sovranità monetaria, sull’Europa, sulla lotta a favore della liberazione dei  popoli dalla  tecnocrazia finanziaria che noi oggi sperimentiamo in tutta la sua aggressività usuraia…  Quindi oggi più che mai possiamo riscoprire questo “fascista immenso e rosso”  che è stato Giuseppe Solaro, che merita di essere debitamente ricordato e amato come lui amò l’Italia, merita di essere riconosciuto come un grande socializzatore e fra i migliori esponenti della parte più pura, rivoluzionaria ed ortodossa del Fascismo, è doveroso altresì ristudiare la sua opera oggi che i problemi dell’economia gravano come mai sul paese, forse quella “terza via” che il Fascismo cercò con alti e bassi di incarnare, quel socialismo nazionale che guardava oltre il capitalismo liberale occidentale ed il capitalismo di stato sovietico è ancora oggi una possibilità che se attualizzata alla situazione odierna potrebbe rappresentare una strada maestra da seguire.  Giuseppe Solaro fu fedele sempre all’Idea per la quale morì pur avendo occasione di salvarsi, un esempio che va al di là di ogni appartenenza ideologica soprattutto in un mondo, come quello in cui viviamo, caratterizzato da edonismo individualista e nichilismo di massa, in cui parole come sacrificio, senso dell’onore, fedeltà, coraggio, sembrano solo fantasmi di un passato lontano che pure, in qualche modo, pensiamo possano essere ancora presenti, almeno a livello sommerso e potenziale, nel carattere della migliore italianità di cui il patriota Solaro fu fulgido esempio.

 

 

 

Scritto da:  Stefano Savo

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Categorie: Socializzazione, Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 1 Maggio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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