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Storia dell’Associazione Pitagorica – 4^ parte – Roberto Sestito

Storia dell’Associazione Pitagorica – 4^ parte – Roberto Sestito

Capitolo IV
YΓIEIA: gli avvenimenti marcanti

L’episodio più marcante dell’anno 1984 fu certamente quello del 21 aprile data in cui si celebra il Natale di Roma. La notizia che aveva irritato tutti noi fu il gesto di pacificazione del sindaco comunista di Roma con il sindaco di Cartagine. Il gesto fu giudicato oltraggioso per un insieme di motivi. Il primo: a voler firmare la pace era un sindaco comunista di origini calabresi. Il più importante: la storia di Roma. Con la celebre frase “Carthagodelenda est”, Catone il censore aveva posto la parola fine decretando che con Cartagine non si sarebbe giammai venuti a patti. Cartagine fin dai tempi antichi era diventato il simbolo di quel mercantilismo materialista combattuto da Roma, nemico dichiarato della spiritualità romana e italica, infine il gesto seguiva il viaggio oltraggioso del papa in Calabria e mirava a sugellare il dominio del catto-comunismo sull’Italia. La mentalità mercantilista e materialista con i tempi moderni aveva fatto passi da gigante trovando preziosi alleati nelle ideologie post-industriali e nelle religioni secolarizzate.

Ci riunimmo subito per decidere il da farsi e, forti del precedente del viaggio del papa in Calabria e della censura al nostro comunicato stampa, cambiammo strategia e optammo per un manifesto da far affiggere a Roma e in Calabria. Entrai subito in contatto con Marco Baistrocchi che in quei giorni si trovava a Roma e lo misi al corrente del nostro progetto. Lo condivise senza riserve e su mia richiesta e con grande entusiasmo, si rese disponibile a farsi carico dell’affissione del manifesto sulle principali vie della Capitale. (Fig. 1) Preparammo il testo e lo facemmo stampare a tempo di record. Ne spedimmo un numero considerevole a Stelvio Marini a Crotone, facemmo un pacco espresso per Marco Baistrocchi per l’affissione a Roma e il resto fu affisso a Reggio Calabria.

La reazione più curiosa ma anche la più deludente la registrammo a Roma: nella totale e assoluta perdita di valori e di memoria storica in cui precipitava la gens italica, ci fu riferito che alcuni romani nel vedere e leggere il nostro manifesto pensarono al lancio pubblicitario di un nuovo prodotto commerciale. Ci restammo parecchio male, sapevamo che in molte cose navigavamo contro-corrente, ma essere scambiati per dei promotori di pubblicità, questo era troppo!!! Il 1985 YΓIEIA si aprì con una bella testimonianza di Lorenzo Armentano. In un breve articolo intitolato “ARA mio Padre” ricordava la figura e l’opera di Amedeo Armentano. Fu quindi pubblicato un testo di Proclo tratto dal I° Libro degli Elementi di Euclide intitolato “Origine e significato della Matematica”.

Due nuovi collaboratori siciliani presentatici da Sebastiano, Mario Foti e Armando Lopes firmarono rispettivamente due buoni articoli: “La restaurazione di Wojtyla” il primo e una recensione del libro di Pierre Grimal “La vita a Roma nell’antichità” il secondo. Infine, quell’anno si concluse con un ottimo studio sul gesuitismo di Sebastiano Recupero intitolato “Fedeli al Papa devoti a Baal”. Il titolo la dice lunga sulla natura e la caratteristica dell’ordine dei gesuiti. Mel citare il gesuita Guido Sommavilla Sebastiano scrive: “Le voci <gesuita> e <gesuitismo>, dice Sommavilla, sono spiegate in tutti i vocabolari, almeno delle lingue euroamericane, nel senso di persona e condotta ipocrita, dissimulatrice, simulatrice, scaltra, astuta e lo Zingarelli recita alla voce gesuita<persona ipocrita>, astuta e alla voce Gesuitismo: sistema dei Gesuiti. Ipocrisia furberia. Arte subdola di governare”. “Il fine di questa astuzia è buono, anzi santo. Esso santifica tutti i mezzi anche quelli disonesti”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 1 Il manifesto per il Natale di Roma

Nell’editoriale del 1985 intitolato “Noi e gli altri” avvertimmo la necessità, sollecitati da più parti in questo senso, di definire la nostra posizione rispetto ai diversi movimenti politici, spirituali, religiosi dell’epoca. Rispondemmo in maniera netta e categorica che non volevamo confonderci con nessuno perché “non abbiamo nulla da dividere con le sette, con le religioni e con le ideologie materialistiche che invadono l’Europa”. Volendo così delimitare il nostro campo e definire le nostre linee d’azione. Tradotti dal francese dalla nostra socia Elvira Tesi, oggi scomparsa, socia che ritroveremo alla fine di questa storia nel momento della chiusura dell’Associazione, pubblicammo per la prima volta in italiano “Gli Inni agli Dei” di Giorgio Gemisto Pletone. (Fig.2)  “Giorgio Gemisto meglio conosciuto col nome di Pletone, nacque a Costantinopoli verso il 1355 (Bessarione all’inizio del suo trattato “De natura et De arte” lo chiama Pletone Bizantino) da una famiglia nobile ed illustre: si ignora per quali ragioni fu obbligato a lasciare Bisanzio. Sappiamo soltanto che in un momento non precisato della sua vita probabilmente verso la fine della giovinezza dovette cercare asilo ad Adrianopoli allora capitale dell’impero Ottomano; si legò ad un ebreo di nome Eliseo, molto influente alla Corte della Porta Sublime il quale si intendeva di scienze occulte e per questo motivo finì coll’ essere bruciato vivo. In seguito alla disgrazia e alla morte di Eliseo fu costretto a trasferirsi a Mistra l’antica Sparta, capoluogo a quel tempo di un principato greco posto sotto la sovranità di un Paleologo. Trascorse quasi tutto il resto della sua vita occupandosi di letteratura e di filosofia a capo di una scuola e ricoprendo negli ultimi anni importanti incarichi nella magistratura e dello Stato”.

Il testo completo degli “Inni agli Dei” fa parte di alcuni capitoli di una grande opera di Pletone sulle Leggi. Del Trattato delle Leggi esisteva soltanto una versione in francese (di cui ci procurammo una copia) dovuta a una traduzione di A. Pellissier del 1858. Tale versione contiene una Introduzione di C. Alexandre da cui furono tratte le informazioni sulla vita e sull’opera del grande Maestro di sapienza. Un traduzione in italiano è comparsa solo nel 2012 ad opera della Victrix Edizioni. Io non ho visto questa edizione, ma dovrebbe essere buona in quanto la “Victrix Edizioni, come recita una didascalia in rete, svolge un’opera editoriale volta al mantenimento e alla diffusione della Sapienza e della Cultura Romano-Italiana”. Gli “Inni in onore agli Dei”, da noi pubblicati, sono in numero di 27 in tutto, ognuno di nove versi. Si cantano sul metro dell’esametro eroico, che è il più bello in tutti i ritmi. Vi sono infatti due specie di sillabe la lunga e la breve la breve sempre di un tempo e la lunga più spesso di due tempi ma qualche volta di un maggior numero quando le parole sono cantate. Il verso eroico non usa che due piedi il dàttilo e lo spondéo. Il dàttilo è formato da una lunga per la battuta seguito da due brevi per la levata. Lo spondéo è formato da una lunga per la battuta ed è una lunga ancora per l’elevata. Così questi due piedi, cominciando tutti e due con una lunga e terminando col tempo in levare, essendo uguali per il tempo danno a questo ritmo un carattere maestoso al quale nessun altro si avvicina.

La pubblicazione degli Inni agli Dei fu interrotta nel 1985. Fu ripresa nel giugno 1990 nella rivista IGNIS come risulta dalla nota che precede la pubblicazione di tutti gli Inni: Nel 1985 avevano iniziato su YΓIEIA la pubblicazione degli “Inni agli Dei” di Giorgio Gemisto Pletone, lavoro che rimase interrotto in seguito alla chiusura del Bollettino pitagorico. Riprendiamo la pubblicazione completandola e includendo anche gli Inni mancanti, dedicando questa ristampa al caro amico e fratello Sebastiano Recupero che fu Presidente dell’Associazione Pitagorica”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig.2 Giorgio Gemisto Pletone

L’ultimo articolo di quel 1985 che è doveroso segnalare è quello di Marco Baistrocchi “La figura divina di Giano e il Fuoco di Vesta”. Marco, illustre discendente di una famiglia di militari e di patrioti, era uno scrittore finissimo, colto e documentato. Nei suoi scritti sulla storia della Roma sacra non lasciava nulla al caso. Si sarebbe col tempo dimostrato, prima che una morte prematura ce lo portasse via, un autore prezioso e un amico straordinario. Terminata YΓIEIA proseguì a scrivere su IGNIS confermando di essere l’amico sincero che avevamo conosciuto nell’Associazione Pitagorica. E’ doveroso aprire una piccola parentesi per ricordare l’impegno di queste persone che sono mancate ai loro cari e ai loro amici e che dedicarono il loro tempo libero e parte delle loro risorse alla causa del pitagorismo e della tradizione italica e romana: essi meritano il nostro doveroso ricordo e il nostro apprezzamento per lo spirito di sacrificio e di dedicazione che dimostrarono. Chiusa la parentesi, ritorniamo al racconto.

Nella prima pagina dell’anno 1986 troviamo l’editoriale intitolato “Roma Aeterna” e due articoli, il primo a firma dell’autore del presente saggio dedicato al Maestro ARA e il secondo un ritratto della figura e dell’opera di Arturo Reghini firmato da Giulio Parise che era stato pubblicato per la prima volta subito dopo la morte del pitagorico fiorentino nel 1946, sul giornale “L’Acacia”. Nel paginone centrale del Bollettino apparve un selezionato numero di “Massime di Scienza Iniziatica” di Armentano; la raccolta completa delle “Massime” unitamente al Commento pubblicato da Reghini su Atanor furono stampate nel 1992 dalla Casa Editrice IGNIS in un volume curato da Roberto Sestito e successivamente ristampato a cura dell’Associazione Culturale IGNIS. Subito dopo Gennaro d’Uva in uno scritto intitolato “La tomba di Enea (Fig. 3) e la sua profanazione” si occupò della recente scoperta archeologica di “un singolarissimo monumento nel quale si è ritenuto di riconoscere, a ragione, l’heroondi Enea, il sacrario, cioè, ove furono venerate le ossa e la memoria dell’Eroe troiano” celebrato dal sommo poeta latino Virgilio nel poema che porta il nome di Enea.

“Noi stessi – continua l’articolo – insieme ad altri autorevoli membri dell’Associazione Pitagorica essendoci nello scorso novembre recati presso la tomba di Enea per onorarne ritualmente la memoria abbiamo dovuto amaramente constatare lo stato di penoso abbandono in cui versava e tuttora versa il sacrario dell’Eroe: erbacce alte ed intrise di fango, lunghe tavole bruciacchiate (miseri resti di una molto precaria recinzione protettiva) ed ogni sorta di rifiuti avevano completamente sommerso le antiche pietre venute alla luce dallo scavo. Tutti noi fummo e ancora oggi siamo pervasi da sconforto ed indignazione per l’autentica profanazione e l’ignobile scempio così scandalosamente perpetrati a danno di una delle più sacre reliquie della tradizione nostra”.

L’Heroon di Enea, un tumulo di pietra di circa 18 metri di diametro, risalente al VII sec.a.C., descritto da Dionigi di Alicarnasso, è oggi finalmente visibile e si può visitare. Ma quell’anno, che risultò poi essere l’ultimo del generoso Bollettino, fu prodigo di ricordi e di testimonianze estremamente interessanti. Il primo contributo ci venne da Marco Mori con un testo dedicato al “Gruppo di UR” ricco di notizie che contribuirono a placare in piccola parte la nostra sete di sapere su un argomento che per i nostri lettori era ancora avvolto nel mistero. Molti di noi avevano già letto la ristampa fatta dalla Tilopa presentata da Massimo Scaligero e quella delle Mediterranee del 1978 avente come titolo “Introduzione alla Magia”. Ma la lettura non aveva fatto che acuire la nostra curiosità e accrescere il nostro interesse. Marco Mori col suo articolo gettò qualche fascio di luce sulla storia del misterioso gruppo di UR. D’altra parte non poteva che essere così, vista l’amicizia fraterna che aveva legato il padre di Marco a Reghini, uno dei fondatori di UR. In quel numero infine “L’Associazione Pitagorica, ricorrendo il 40° anniversario della morte di Reghini” dava notizia della pubblicazione di “un volume dell’Illustre Iniziato Pitagorico, PAGANESIMO PITAGORISMO MASSONERIA. Il volume si compone di scritti e saggi apparsi su riviste d’epoca e non più ripubblicati.”. Il volume costava £ire 25.000 e poteva essere prenotato e pagato direttamente sul conto corrente postale dell’Associazione. Parleremo di questa prestigiosa raccolta di scritti nel prossimo capitolo.

 

 

 

 

 

 

Fig. 3 – Lavinio: la tomba di Enea

 

continua –

 

Roberto Sestito

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Categorie: Pitagorismo

Pubblicato da Ereticamente il 25 Maggio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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