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Storia dell’Associazione Pitagorica – 3^ parte – Roberto Sestito

Storia dell’Associazione Pitagorica – 3^ parte – Roberto Sestito

Capitolo 3°

YΓIEIA: Bollettino interno dell’Associazione Pitagorica

YΓEIA nacque sotto una buona stella: il pentalfa pitagorico. Avrebbe dovuto avere un lungo avvenire e un grande seguito. Il tempo di vita fu breve: fu pubblicato dal Solstizio d’Estate del 1984 fino al Solstizio d’Inverno del 1987, ma ebbe numerosi lettori e tutto sommato, considerato il tempo di pubblicazione, la scarsità di mezzi e i modi precari di diffusione (manuali o per posta e con le poste italiane!…) possiamo dire che YΓEIA ebbe un buon successo e fu una pubblicazione fortunata. Ancora oggi mi chiedono copie arretrate che purtroppo non possiedo. (1).

(Fig. 3 La testata di YΓIEIA)

 

 

Il Giornale dei Misteri, anno XIV dicembre 1984, n. 160, dava notizia dell’uscita del Bollettino

Le nostre fonti di finanziamento erano limitate: contributi personali dei soci, più altri da parte dei membri del Comitato Direttivo, gli abbonamenti e qualche donazione. In poche parole sostenevamo la stampa e la diffusione del Bollettino con i nostri mezzi. La linea culturale era quella tracciata nello Statuto e non erano permesse competizioni, concessioni, debolezze nei confronti di altre linee culturali che in quegli anni orchestravano l’ambiente editoriale italiano. L’associazione, come recitava l’art.4 dello Statuto aveva riservato speciale interesse alla storia e alla dottrina e alle influenze della Scuola Italica Pitagorica. In questo campo di studi veniva vista con rispetto la Myriam di Kremmerz per i ripetuti accenni di Ciro Formisano all’importanza del pitagorismo e della tradizione italiana e veniva stabilita una certa distanza da altri autori che avevano avuto nei confronti del pitagorismo un atteggiamento scettico, critico e polemico. Sia ben chiaro: non volevamo essere intolleranti con nessuno, ma era necessario riabilitare uno spazio culturale che per molti anni era stato negletto e occupato, senza alcun merito, da autori e gruppi che col pitagorismo e la tradizione italiana non avevano nulla in comune.
E infatti la linea da seguire risultò chiara dall’editoriale dei primi due numeri intitolato “Il dovere della continuità”. Dopo aver ricordato il lavoro degli uomini illustri che ci avevano preceduto, l’editorialista aggiungeva:

Basti ricordare il lavoro del Gruppo di Ur, la diffusione della riviste IGNIS e ATANOR l’opera meticolosa e sistematica di Giuliano kremmerz con il Mondo Secreto e Il Commentarium, il ruolo di Arturo Reghini di Amedeo Armentano e di Giustiniano Lebano nella difesa dei valori della Sapienza italica e romana”.

Precisava:

In particolare si può sottolineare che uno stile di vita Pitagorico è ben lontano da un astratto modello spiritualistico ed esistenziale tanto caro al misticismo moderno”.

Continuava così:

Sicuramente un’elevazione dell’uomo al di sopra delle diffuse ombre barbariche che lo soffocano, comporterà anche un miglioramento delle sue generali condizioni di vita. Per questa ragione i pitagorici si occupavano dei problemi dello Stato oltre che di tutte le arti e le scienze”.

Concludeva con la seguente dichiarazione:

L’associazione pitagorica è la continuazione di se stessa nella più assoluta rigorosità filosofica e tradizionale. Questa regolarità nella pratica degli Studi che si è imposta, per coerenza la ricollega legittimamente agli ultimi esponenti della Scuola Italica”.

In quel numero apparve uno studio di Sebastiano sul Concordato e sulle conseguenze “rovinose” che i Patti Lateranensi ebbero sul futuro dello Stato italiano. Si tratta di uno studio storico omogeno che abbraccia un lunghissimo periodo di storia che ebbe inizio nel 380 d. c. con l’editto di Teodosio e si conclude con la riforma del 1984 promossa e firmata da Bettino Craxi.

Sullo stesso numero apparve la traduzione dal francese del libro di Denyse Dalbian “Le comte di Cagliostro” ancora inedito in Italia. Di seguito fu pubblicata “la parte finale della Relazione di Roberto Sestito intitolata <Il futuro della Calabria bizantina nei rapporti con la Grecia moderna> presentata al convegno internazionale <La tradizione nel futuro> organizzato ad Arta in Grecia dal 22 al 25 settembre 1983 dalla Fondazione di Studi Tradizionali <Civiltà Bizantina>. La delegazione italiana era composta oltre che dall’autore del presente saggio da altri esponenti di studi tradizionalisti e storici italiani.

Quindi fu pubblicata una recensione del libro di Alain de Benoist “Come si può essere pagani”, di Gennaro d’Uva. Il D’Uva era stato presentato dal Presidente Sebastiano Recupero come suo amico personale e come valido studioso di letteratura classica e pagana, studioso di Reghini e di Evola. La sua collaborazione non poteva che esserci di grande aiuto.

L’anno successivo si apre con un editoriale dal titolo molto ambizioso: βίος όρψιχός. L’argomento prescelto dall’editorialista era la purificazione orfica. Perché ambizioso? Perché in un editoriale che normalmente non deve superare una colonna di giornale non sarebbe possibile trattare un argomento come questo. Ma l’editorialista riuscì a fare una sintesi citando il brano di un libro da poco uscito di Carmelo Fucarino: Pitagora e il vegetarianismo. “Lo stato di purezza (agnόs, όrios) raggiunto attraverso rigide pratiche ascetiche è per gli Orfici il sommo grado dell’iniziazione. Perché l’uomo possa liberarsi dal carcere del corpo delle mente (l’elemento titanico) e riacquistare l’originaria condizione divina (Zagreus-Dioniso) deve praticare il bios orfikos (modo di vita orfico) che è ardua e dura conquista della santità piena e assoluta”. L’articolo concludeva:

Solo così ha senso parlare di purezza, come sommo grado di iniziazione, processo armonico che precede l’incontro con il Maestro nascosto dietro il velo con il volto severo e impassibile della Giustizia e dell’Ordine”.

Ricordo che conversammo a lungo con Sebastiano sull’opportunità o meno di usare pseudonimi per la firma dei nostri articoli e sull’esempio di UR di “adottare l’anonimità dei collaboratori”. Ma alla fine riconoscemmo l’enorme differenza tra un semplice bollettino come il nostro e la grande palestra di dottrina e di scienza quale fu UR, mantenemmo i piedi per terra e firmammo umilmente i nostri articoli con i nostri nomi e cognomi.

Amedeo Armentano a San Paolo ai suoi tempi era entrato in polemica con un giornalista locale che denigrava la fama e il nome di Giulio Cesare e reagì alle accuse infamanti con uno scritto intitolato “Due parole ai pigmei” pubblicato sul Jornal da Manhā di San Paolo e che noi riproducemmo per la prima volta in Italia su YGHIEIA:

DUE PAROLE AI PIGMEI

Cesare fu il solo uomo dell’antichità manifestamente divino. La civile virtù, il senno, la forza la maschia bellezza la determinazione volontaria di ogni suo gesto e l’abbraccio imperiale alla terra dicono, di questo romano, ciò che la tradizione e la storia di altri popoli non può autorevolmente dire dei suoi eroi e dei suoi Dii. Noli me tangere.

* * *
Il fanatismo democratico di Bruto e compagni fruttò ai romani una sequela di tiranni: Tiberio, Nerone, Caligola ecc … Così la cieca malizia ebbe ragione dell’uomo più grande che la storia ricorda, e invece di Cesare si ebbero dei Cesari. . . come se l’appropriazione del nome avesse potuto ripetere il miracolo dell’uomo che incise nel tempo la potenza di Roma.
* * *
A questo punto sento gridare… la forca per il forcaiolo! Se vi riesce venga pure la forca! e poi? Forse che si può, insieme al forcaiolo, inforcare Cesare? Il pugnale di Bruto! Quel pugnale non uccise Cesare, uccise Bruto. Il tempo uccide i fantasmi, non gli eroi.
* * *
Tommaso Campanella, invitato a cantare le laudi di Cesare cantò cosi:
In stile io canterei forse non basso,
e farei molli i più rigidi cori,
signor Aurelio, se tempi migliori
lo spirto avesse, tormentato e lasso.

Ma a me non lice più gire in Parnasso,
né d’olive adornarmi, né d’allori,
che in atra tomba piango i miei dolori,
sol pianto rimbombando il ferro e i1 sasso.

Dite or, ch’io ascolto voi, canoro cigno,
cui avvien che in pene e pure in morte canti
Cesare invitto e vincitor benigno?

Troppo lungi son io dai pregi e vanti
d’uom si felice, a cui tutto è maligno
quanto adopran qua giù le stelle erranti.

Così scriveva di Cesare il frate che amò l’Italia come pochi italiani l’amarono e che soffrì come pochi uomini seppero soffrire i tormenti del corpo e dell’anima sempre superati dall’indomabile volontà di vincere.
°°°
Ma quel 1984 fu segnato da due eventi molto importanti sui quali ci diffonderemo descrivendone i principali dettagli. Il primo porta il titolo: “Una vicenda esemplare” e si riferisce a un clamoroso caso di censura sofferto dall’Associazione e che ebbe anche una certa ripercussione sulla stampa locale. Mi riferisco al viaggio di Giovanni Paolo II in Calabria, un ostentato caso di invasione di campo, di interferenza politica in una regione depressa per le secolari omissioni dello stato. In tale vuoto di potere due erano i poteri alternativi che tentavano prenderne il posto, quello dei preti o quello della ‘ndrangheta il più delle volte in amorevole idillio tra loro. Decidemmo reagire con un comunicato stampa a pagamento che doveva essere pubblicato su alcuni quotidiani. Nello stesso giorno della visita l’Agenzia di Stampa Manzoni & C di Milano ci comunicava telegraficamente che per “ordini superiori il comunicato non sarebbe stato pubblicato sui quotidiani calabresi”.
Pubblichiamo il comunicato stampa:

Il 1984 si concluse con due articoli molto belli uno di carattere storico filosofico di Gennaro d’Uva intitolato “Lo <stoicismo romano> di Panezio di Rodi” e l’altro una recensione di Sebastiano intitolata: “Yves Albert Dauge, Virgilio Maître de Sagesse”.
Infine per fare onore all’invito ricevuto dal Grande Oriente d’Italia di partecipare al Convegno Internazionale Pitagora 2000 dedicato a Pitagora nell’Hotel Parco dei Principi di Roma, decidemmo di pubblicare uno scritto di Nunzio Solendo che ha per titolo “La Basilica sotterranea neo pitagorica di Porta Maggiore a Roma” (fig. 4) “scoperta casualmente nell’aprile 1917, per il cedimento del terreno sottostante uno dei binari della linea ferroviaria Roma Termini-Napoli”.

Fig. 4 Interno della Basilica neo-pitagorica

Note:

(1) Forse in futuro farò una edizione fotografica della mia raccolta personale. Spesso mi chiedono anche copie della rivista IGNIS rifondata da me. Anche di questa spero di avere il tempo, le forze e le risorse necessarie per farne una edizione anastatica.

– continua

Roberto Sestito

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Categorie: Pitagorismo

Pubblicato da Ereticamente il 18 Maggio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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