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La narrativa esoterica di Algernon Blackwood, l’originale maestro del brivido – Simöne Gall

La narrativa esoterica di Algernon Blackwood, l’originale maestro del brivido – Simöne Gall

Algernon Henry Blackwood nasce nel 1869 a Shooter’s Hill, quartiere collocato nella zona sud-est di Londra – a quell’epoca ancora parte del Kent, territorio britannico in cui lo stesso autore si spegnerà nel dicembre del 1951, all’età di ottantadue anni. Che egli sia stato uno dei pilastri della narrativa dell’ignoto e delle storie di suspense, oltreché uno dei più prolifici del genere (delle sole ghost-stories se ne contano oltre centocinquanta) è fuori di dubbio.

Figlio di un predicatore evangelico, “l’uomo dei fantasmi”, come sarà definito al culmine della sua popolarità, iniziò a pubblicare sul finire dell’Ottocento, forte di un continuo oscillare fra occulto, occultismo, razionalismo di stampo positivistico, una potente attrattiva per la sfera della psiche umana e un’appartenenza all’eterogenea associazione esoterica e iniziatica della Golden Dawn, società segreta fondata sulla tradizione della Qabalah e orientata al recupero della più autentica tradizione d’Occidente. L’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata (alba in quanto simbolo del risveglio spirituale e dell’illuminazione alla consapevolezza), fortemente improntato al raggiungimento dello sviluppo spirituale che – come forse ricorderemo – ebbe grande influenza sull’occultismo occidentale del XX secolo, era solito accogliere spiriti molto diversi fra loro quali Arthur Machen, W.B. Yeats, Aleister Crowley e, a quanto sembra, anche il poeta Thomas Stearns Eliot autore de La Terra Desolata [The Waste Land].

Blackwood, ancora oggi, è noto principalmente per i racconti che ruotano attorno all’intrigante figura del “detective psichico” John Silence, sorta di Sherlock Holmes del soprannaturale, ma anche, per restare dalle nostre parti e sui sentieri del fumetto dell’orrore, un Dylan Dog ante litteram. Silence è un personaggio da cui proprio Tiziano Sclavi, peraltro, trasse in parte ispirazione nell’ideare il suo Indagatore dell’Incubo.

Va detto, nondimeno, che l’importanza di Blackwood è pari, se non addirittura superiore, a quella dei più celebri Edgar Allan Poe e Howard Philips Lovecraft. Proprio lui, fra l’altro, l’inviolabile autore del Necronomicon, aveva pubblicamente espresso un certo rispetto nei riguardi di Blackwood, tanto da arrivare a considerarlo il più abile dei narratori di paura (The Willows, secondo Lovecraft, sarebbe stata la weird tale per antonomasia). Blackwood, tuttavia, non sembrava manifestare grande entusiasmo di fronte ai lavori letterari del suo giovane ammiratore, ma era anzi incline ad osservare l’idea che gli scritti di Lovecraft non fossero sufficientemente impregnati di quel “terrore spirituale” necessario per prendere possesso dell’attenzione del lettore.

Così come per il caso di tanti altri narratori, per i suoi racconti morbosi Blackwood amava trarre linfa da avvenimenti cui era rimasto coinvolto in prima persona o attraverso cose per cui era solito subire una certa fascinazione. Nei confronti dell’Antico Egitto, per esempio, da lui definito un “arcano incantesimo”, Blackwood aveva per di più sviluppato, se così si può dire, un’autentica ossessione. Con A Descent Into Egypt (incluso originariamente nella collezione di racconti Incredible Adventures), egli anticipava di poco quella particolare propagazione dell’Egittologia che avrebbe fatto breccia in Nord America e in Europa a seguito della scoperta della tomba di Tutankhamon. In realtà, immergendoci nel testo, ci si rende conto che il Paese del Nilo rappresentato dall’autore sarebbe più verosimilmente da intendersi come una peculiare creazione dello stesso; una creazione singolare, appunto, pertanto non necessariamente il riflesso di una realtà storica ma piuttosto di un anfratto di Egitto, una visione personale e fantasiosa del meraviglioso universo dei Faraoni e di tutto il loro compendio di deità e monumenti.

A Descent Into Egypt, tra i testi più mesmerici dell’autore, è stato da qualche tempo riesumato dalla casa editrice esoterica Ester, tradotto con il titolo di L’inno a Ra e la Spirale d’Egitto [ISBN 9788899668143] ed incluso nella nascente collana “Cronache dell’Insolito”. Nel volume, si legge nell’introduzione, “…ci viene sottoposta una descrizione a tratti allucinata e alquanto psichedelica, se è lecito usare questo termine, del potere divorante e occulto che si cela dietro il suo personale Egitto [quello blackwoodiano]. Siffatta visione è incanalata nella figura e nell’esperienza personale di un uomo, George Isley, il cui viaggio ‘a ritroso’, come appureremo nel testo, è narrato in prima persona da un personaggio cui non ci è dato sapere né il nome né molto altro. Questi ritrova un amico di gioventù in un hotel di Helwan, città che sorge sulle rive del Nilo di fronte alle rovine dell’antica Menfi. L’amico in questione è proprio Isley, ora divenuto archeologo di professione il quale, tuttavia, presenta subito alcune stranezze, e da un punto di vista psicologico e da un punto di vista fisico. Isley, accettando di camminare ‘all’indietro’ verso un passato immortale, è consapevole che ciò non gli garantirà un’elevazione interiore, ma anzi, a rimetterci sarà proprio la sua anima, la quale verrà lentamente assorbita da una spirale inarrestabile verso il basso. Proprio su questo punto ci viene in aiuto il terzo personaggio della storia, un ambiguo archeologo chiamato semplicemente Moleson, abile pianista che si diletta superbamente con strane tecniche canore. Sarà proprio costui a indicarci una chiave di lettura utile a comprendere meglio l’aspetto prettamente spirituale del racconto:

L’anima, io credo, ha il diritto di scegliere i luoghi dove dirigersi e ha il diritto di farlo alle sue condizioni. Il passaggio verso un determinato luogo implica semplicemente la produzione di un movimento, non l’estinzione’.

Oltre a quella spirituale, ne L’inno a Ra viene senz’altro mostrata anche la vena fantasmatica ed esoterica che aveva reso altresì imperdibile la peculiare prosa di un autore che, sfortunatamente (ed anche disgraziatamente), resta ancora troppo poco considerato dai seguaci della narrativa thriller, forse più inclini ad accogliere quel genere di giallo-noir moderno e usa e getta.

Simone Gall

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Categorie: Letteratura esoterica

Pubblicato da Ereticamente il 19 Maggio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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