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I Misteri di Dioniso, un nuovo libro del progetto Antico Futuro – Giovanni Sessa

I Misteri di Dioniso, un nuovo libro del progetto Antico Futuro – Giovanni Sessa

L’Italia e l’ Europa languono: moralmente, politicamente, intellettualmente. Il vecchio continente, dal termine del secondo conflitto mondiale, pare essersi definitivamente identificato con l’Occidente, la terra del tramonto. Pochi i fuochi nel buio della notte di una società barbarizzata dal volgare consumismo. L’Italia, motore propulsivo delle rinascenze e dei nuovi inizi succedutisi nel corso dei millenni, pare crogiolarsi nella liquidità gaia contemporanea. Limitatissime, nel numero, le voci di quanti puntano al risveglio delle coscienze. Tra esse vanno annoverate quelle di alcuni artisti, consapevoli che solo la creatività è davvero ravvivante, atta, per dirla con il filosofo Adorno, a lenire le sofferenze della vita offesa. L’arte, inoltre, mette in opera le contraddizioni del presente. Ne sono consapevoli Vitaldo Conte e Dalmazio Frau che, da qualche anno, sono capofila di un progetto ambizioso denominato Antico Futuro che, nel corso del tempo, si è dotato di una rivista fuori dal coro, Dionysos. Sulle sue pagine si discetta, oltre ogni dogmatismo, di un modo di creare capace di ricongiungere Avanguardia e Tradizione.

Tale intento lo si evince anche dall’ultima comune fatica dei due autori, I misteri di Dioniso. Antico futuro come Immaginario, Mistica ed Eros, nelle librerie per i tipi di Solfanelli (per ordini: 335/6499393, edizionisolfanelli@yahoo.it, pp. 123, euro 11,00). Gli autori sono convinti, come rileva Conte, che: «gli archetipi dell’essere vivono ancora nelle memorie e storie della cultura, soprattutto quella mediterranea» (p. 71). Da qui la necessità di ri-animare, in senso hillmaniano, sia le intelligenze che i luoghi carichi di bellezza e memoria storica. Le prime devono potere re-incontrare le “acque mentali”, il dono delle Ninfe di Porfirio: consentivano agli artisti di alludere all’oltre e di leggere nel visibile i segni dell’invisibile. I siti storico-archeologici necessitano, invece, di essere sottratti all’omologazione consumistico-turistica, perché possano tornare a rivelare il Genio ad essi sotteso.

Frau ha contezza che nessun epoca può fare a meno del bello, in quanto è: «il brutto ad essere immorale» (p. 73). L’orrido prodotto dal moderno è stato scientemente voluto e perseguito, poiché solo l’identità artistica, e la consapevolezza che i popoli ne hanno, risulta: «fondamentale per una reale, effettiva ed efficace identità europea» (p. 74). L’artista, in senso eminente, è colui che ri-creando il mondo, diviene schellinghianamente partner di Dio. Lo si evince, nota Frau, dalla stessa radice della parola arte, ar, che stando all’etimologia greca si riferisce al principio, al comando, alla virtù, sottolineando il tratto aristocratico della creatività e, dall’altro, la sua accezione latina, allude a possibili rinascite. Breton, non casualmente, parlò di arte magica. Lo comprese, qualche decennio fa, Stefano Zecchi, quando scrisse che negli anfratti urbani contemporanei, tra le devastazioni dell’omologante cemento, si annida: «un nuovo eroismo» (p. 77), quello di coloro che non rinunciano, nonostante tutto, a pensare e a realizzare la bellezza. L’arte è per definizione fantastica, ma tale tratto, nell’ultimo periodo, pare essersi smarrito. Per Frau è necessario liberarsi dei vuoti cliché che hanno ossificato il fantastico, depotenziandolo della sua forza dirompente, atta a rinviarci all’oltre.

Il creatore è: «seduttore e seducente, mai servo di nessuno […]coltiva l’enigma ed il mistero come fiore raro» (p.117), ricorda il nostro autore. Può perdere delle battaglie, ma rappresenta l’ultimo baluardo alla deriva moderna. Il superamento del moderno può essere indotto anche dal recupero della dimensione del piacere, tratto peculiare che ha, ab origine, accompagnato il creare. Valentine de Saint-Point, con il suo Manifesto futurista della Lussuria, ha rivendicato in modo esemplare, chiosa Conte, il valore poietico della sensualità, il cui flusso fu avvertito e vissuto dagli arditi, nell’esperienza della Festa-Rivoluzione di Fiume. Alla ferialità anestetica del moderno, in quelle giornate davvero radiose, subentrò il tratto festivo del potere ludico. Il Vate incarnò il fascinum del seduttore, questo transita: «attraverso le immagini, queste passano soprattutto attraverso lo sguardo» (p. 56). Conte nota come l’immagine abbia un potere erotico, il medesimo colto nello sguardo del pittore intento a ritrarla, dalla modella. In ogni parte della sua magnetica corporeità, l’artista è in grado di percepire rivelazioni del profondo. Le medesime che sperimentava, nelle iniziazioni tantriche o dionisiache, il myste.

Il mondo antico, in Occidente ed Oriente, conobbe la prostituzione sacra. Le sue sacerdotesse erano dispensatrici del dono d’amore. La sensualità della “casa chiusa”, può divenire, in tal modo, luogo di sperimentazione sinestetica. Lo furono certamente i bordelli argentini: il tango, danzato tra quelle mura, induceva processi di memoria involontaria atti a far esperire l’eros nella sua immediatezza e purezza, oltre le barriere del sentimento. A dire di Conte la “casa chiusa” può: «essere una metafora dell’arte. In questa l’erotismo e il sesso sono espressione di pulsioni, ma anche evasione dalle ipocrisie degli stereotipi morali» (p. 61). Ciò pare trovare conferma nella giovinezza di Emil Cioran. Lo scrittore romeno, da adolescente, era attratto solo dai bordelli e dalle biblioteche. Del resto, come sostenne Walter Benjamin, libri e prostitute, hanno una vita parallela: entrambi possono essere portati a letto e dischiudono, per chi sappia leggere le loro pagine (anche il corpo è scrittura per Conte), mondi inusitati.

La fantasia, si badi, non è soltanto erotica. La stessa esperienza performativa di Conte, narrata nel testo, lo conferma. Essa è stata indotta dallo sconfinare nell’azione delle posizioni teoriche sinestetiche. Nacque così, d’improvviso, l’avatar dell’artista, Vitaldix. Questi si è fatto interprete di sfide poetiche: «fino al pensiero del folle volo fino all’azzurro del cielo» (p. 64), messo in atto con un gruppo di ardimentosi per celebrare degnamente l’avvento del Solstizio d’estate nel 2009. L’azione rianima l’arcaico come Tradizione, utilizzando strumenti e modalità dell’Avanguardia. Ciò consente di pensare e di vivere in un eterno Antico Futuro. I Misteri di Dioniso celano un insegnamento rilevante: il fantastico dell’arte è profonda descrittiva della vita, del suo mistero, molto più di quanto lo sia qualsiasi resoconto mimetico. La fantasia è massimamente vera, ma in maniera inversamente proporzionale alla sua plausibilità. Testimonia come nel noto sia sempre contenuto l’ignoto, come nella presenza individuale si celi il bruniano sigillo divino.

Giovanni Sessa

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Categorie: Libreria

Pubblicato da Giovanni Sessa il 2 Maggio 2019

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Sc. Politiche dell’Università “Sapienza” di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani e periodici. Suoi saggi sono apparsi in diversi volumi collettanei e Atti di Convegni di studio, nazionali e internazionali. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008 e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, in Appendice il Quaderno 122, inedito del filosofo veneto. Ha, inoltre, dato alle stampe una raccolta di saggi Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015. E’ Segretario della Scuola Romana di Filosofia politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del Movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

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