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Dal 25 aprile al 1 maggio – Fabio Calabrese

Dal 25 aprile al 1 maggio – Fabio Calabrese

In questo periodo di fine aprile, così come è diventata una consuetudine la retorica antifascista che mistifica come un che di eroico quello che fu uno degli episodi più vergognosi della nostra storia, la cosiddetta resistenza consistente in realtà in una guerra civile e delle più vili, nel colpire alle spalle coloro che ancora resistevano all’invasore della patria allo scopo di procurarsi benemerenze presso il nemico e probabile vincitore, del pari sono diventati una consuetudine da parte nostra  analizzare nella circostanza di queste ricorrenze il fenomeno resistenziale e mostrarne gli aspetti vili e sordidi, contro la retorica ufficiale.

Io stesso mi sono dedicato sulle pagine di “Ereticamente”  così tanto spesso a svelare i retroscena storici della “festa della vergogna” del 25 aprile, da avere l’impressione di essere arrivato al punto che non mi restasse più nulla da dire, dopo essermi dedicato l’anno scorso persino ad esaminare la fenomenologia dell’antifascismo, ero quindi in animo di non scrivere più nulla sull’argomento, quando ho avuto una sorta di intuizione. Dopo il 25 aprile viene il 1 maggio. Come è noto, in Italia il fascismo dovette mettere fuori legge la festa dei lavoratori, perché essa era divenuta per socialisti, comunisti, marxisti in genere, un pretesto per manifestazioni contro il regime, ma al contrario il nazionalsocialismo tedesco la considerò sempre una delle ricorrenze più importanti.

Al di là della vicinanza temporale di queste due ricorrenze, esiste fra esse un nesso più profondo? Denunciare l’abbandono, il tradimento da parte della sinistra delle classi lavoratrici, può essere un criterio per evidenziare la mistificazione di regime che si cela dietro la retorica fascismo – antifascismo?

Io credo che, in ultima analisi, per capire le scelte fondamentali di una persona, è dalla sua situazione esistenziale, umana, storica che bisogna partire. Io sono nato nel 1952, sette anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, quindi l’esperienza storica del fascismo non l’ho concretamente vissuta, come nemmeno – credo – la maggior parte di voi, ma ho ed abbiamo sperimentato l’antifascismo, la sua ipocrisia, il suo vantare una libertà che non esiste, mentre cerca in tutti i modi di tappare la bocca al dissenso.

Non meno importante della collocazione temporale è quella spaziale, e il fatto di essere nato a Trieste è certamente un elemento importante della mia biografia. Occorre ricordare che non solo le terre giuliane e le genti che le abitavano hanno, si può dire, pagato la sconfitta nella seconda guerra mondiale per tutti gli Italiani: non solo l’amputazione dell’Istria, di Fiume, di gran parte delle province di Trieste e Gorizia prebelliche, delle città della Dalmazia un tempo italianissime come Zara, non solo hanno subito il terrore slavo per costringere gli italiani ad andarsene da quelle terre, e il martirio a lungo misconosciuto delle foibe, ma anche il fatto che lo status internazionale di Trieste è rimasto a lungo incerto, fino al 1954, e anche dopo di allora noi italiani di Trieste abbiamo dovuto costantemente fare i conti con l’arroganza e l’aggressività dello scomodo vicino slavo comunista che nella repubblica italiana antifascista trovava immediata, servile complicità. Non abbiamo conosciuto il fascismo se non attraverso le letture e i racconti dei nostri padri, ma abbiamo ben conosciuto l’antifascismo, di cui l’ex partigiano Sandro Pertini, diventato presidente della repubblica, che bacia la bara del maresciallo Tito, carnefice e massacratore della nostra gente, è forse l’immagine più emblematica.

Allora, ma oggi le cose non sono sostanzialmente cambiate, antifascista si dimostrava sinonimo di anti-italiano.

La storia è piena di contrasti confinari tra popoli diversi, che spesso hanno dato luogo a guerre sanguinose, ma coloro che si trovano a vivere sui confini con un gruppo allogeno aggressivo e ostile, hanno perlopiù una nazione alle spalle a sostenerli. La sensazione che avevamo, che abbiamo sempre avuto, era di essere lasciati soli nella difesa dell’italianità della nostra terra. Alla repubblica democratica e antifascista l’italianità di Trieste non interessava, anzi ci dava addosso in tutti i modi possibili. Per noi, persistere in un atteggiamento di – vogliamo chiamarla destra radicale, visto che in questa democratica democrazia non è consentito usare i termini appropriati – era una semplice questione di sopravvivenza.

Ma c’è anche un altro elemento che va considerato. Io ho fatto il mio ingresso nella scuola superiore alla fine degli anni ’60, vale a dire nel pieno del periodo della contestazione. Mi apparve subito chiaro che essa rappresentava unicamente un danno. La scuola selettiva, meritocratica, gentiliana (e ricordo che a quei tempi si parlava di meritocrazia come un’infamia, come se invece del merito e della conoscenza si dovessero premiare il demerito e l’ignoranza), che i contestatori volevano distruggere e di fatto hanno distrutto – oggi abbiamo solo le macerie dell’edificio costruito da Giovanni Gentile – era un importante strumento di promozione sociale. Sicuramente chi proviene da strati sociali subalterni è meno favorito rispetto a chi fa parte di ambienti più benestanti e acculturati, ma ha almeno una possibilità, mentre la scuola ugualitaria e non selettiva finisce per distribuire diplomi che sono solo patacche svalutate, per non lasciare indietro nessuno, tiene tutti fermi ai blocchi di partenza.

Più avanti negli anni, avendo sperimentato la scuola italiana prima come studente poi come insegnante, mi sono reso conto di una cosa: l’attacco alla scuola selettiva “gentiliana” non era affatto un errore da parte dei contestatori, ma rispondeva a un disegno deliberato e assolutamente consapevole.

La contestazione è arrivata in Europa per imitazione delle proteste nei campus americani da parte degli studenti che non volevano essere mandati a combattere la guerra del Vietnam, e certamente sia i partiti di sinistra, sia i servizi segreti dell’Europa dell’est hanno soffiato sul fuoco. La conquista ideologica probabilmente appariva all’Unione Sovietica e ai suoi satelliti come un surrogato della conquista militare resa impossibile dall’ “ombrello nucleare” americano.

Tuttavia in Italia tutto ciò si saldava su di una situazione interamente “nostra”, come dimostra il fatto che quella che altrove fu “una stagione”, da noi si prolungò per un decennio, seguito poi dalla “coda” sanguinosa del terrorismo delle Brigate Rosse e gruppi consimili.

Per capire cosa stesse realmente avvenendo, occorre ampliare il discorso. Se la sinistra fosse stata ancora quella ottocentesca, deamicisiana, umanitaria e patriottica, ben poco ci sarebbe stato da obiettare a essa, ma ovviamente le cose non camminavano così.

Quel fenomeno che negli ultimi anni è stato chiamato “la mutazione genetica”, vale a dire l’abbandono da parte della sinistra delle classi lavoratrici, a mio parere ha radici lontane e non si è compiuto tutto in una volta, esso è cominciato all’atto stesso della cosiddetta rivoluzione d’ottobre, quando la feroce tirannide autocratica che si insediò in Russia fu spacciata per “lo stato dei lavoratori”, sebbene ad esempio la feroce repressione della rivolta operaia di Kronstadt nel 1921 avrebbe dovuto aprire gli occhi. Tra le due guerre mondiali, milioni di uomini di estrazione proletaria militarono nei movimenti fascisti, nella piena consapevolezza che l’Unione Sovietica staliniana, ben lungi dall’essere “il paradiso dei lavoratori”, non era altro che una brutale tirannide.

Lo stacco più netto, tuttavia, è probabilmente avvenuto con la contestazione del ’68 che ha portato all’immissione nei ranghi della sinistra di un gran numero di elementi borghesi e alto-borghesi che all’interno di essa continuano a perseguire il proprio interesse di classe.

Il fascismo aveva dato una spinta decisiva alla modernizzazione dell’Italia, ma non aveva fatto in tempo a vederne i frutti, che nonostante “la gelata” e le distruzioni del periodo bellico sono maturati nel dopoguerra: il “miracolo economico” degli anni ‘60 ebbe le sue basi nel lavoro compiuto dal fascismo. Si pensi alla creazione di un istituto come l’IRI, il ben bilanciato sistema di intervento statale e iniziativa privata che è stato a lungo la spina dorsale dell’economia italiana, oggi distrutto per accodarsi ai nefasti della UE liberista, o il fatto che “la forbice” della differenza di reddito fra nord e sud della Penisola si è gradatamente ridotta fino agli anni ’70 per poi tornare ad allargarsi, perché la repubblica antifascista del dopoguerra ha saputo solo campare di rendita su quanto fatto dal fascismo, o disperderne l’eredità. In conseguenza di tutto ciò, ha cominciato a svilupparsi una scolarità di massa, un grande “plateau” di giovani intelletti da cui la scuola selettiva e gentiliana avrebbe potuto estrarre i picchi delle eccellenze in grado di garantire il futuro dell’Italia, ma le cose non dovevano andare così. Quando esplose il movimento contestatore, gli allievi degli atenei da cui esso partì, erano ancora in gran parte rampolli delle famiglie alto-borghesi, ma alle loro spalle premeva la scolarità di massa. Già alle superiori, il panorama delle provenienze sociali era molto più variegato.

Costoro avrebbero avuto serie difficoltà a riprodurre lo status dei loro genitori: medici, avvocati, notai, professionisti, per la concorrenza di persone provenienti da una diversa estrazione sociale. Poiché non si poteva far regredire la scolarità, occorreva eliminare la selezione, prendere a modello di scuola quello di Barbiana di don Milani, la scuola che non boccia e non seleziona, che alla fine distribuisce titoli di studio che non sono null’altro che patacche inflazionate.

Cacciata fuori dalla scuola, la selezione ricompare nella società, sulla base di criteri che nulla hanno a che fare col merito: status della famiglia d’origine, raccomandazioni, tessere e di partito, magari appartenenze mafiose. La distruzione della scuola gentiliana fu la cancellazione di un importante strumento di promozione sociale.

In sostanza si arrivò non senza qualche contrasto vivace, a un pactum sceleris fra la sinistra “classica” e i contestatori che travestivano da rivoluzione la loro manovra conservatrice. Costoro ci guadagnavano la consacrazione come forza “rivoluzionaria”, la sinistra una forte iniezione di ideologia “rossa” in tutti i gangli della società, e una serie di posizioni di potere man mano che i rampolli “rossi” avessero ripercorso le carriere dei loro padri nella scuola, nel giornalismo, nella magistratura, e via dicendo.

Chi ci rimetteva erano prima di tutto le classi lavoratrici che si vedevano negare una possibilità di promozione sociale per i loro figli, e poi l’Italia nel suo insieme, perché una classe dirigente che si perpetua attraverso lo  status di nascita e il privilegio piuttosto che la capacità e il merito, non è in grado di fare fronte alle sfide dell’età industriale e post-industriale.

La scomparsa per implosione, per collasso interno, del sistema sovietico e dei suoi regimi vassalli fu l’occasione per questa sinistra sempre più lontana dalle classi lavoratrici, per gettare la maschera. Bisogna notare che le “democrazie borghesi” dopo aver fatto per decenni la politica dello struzzo nascondendo la testa nella sabbia davanti alla minaccia sovietica, non diedero contributi di sorta alla caduta di questi regimi, in compenso diedero per buona la conversione dei “compagni” alla democrazia liberale nel giro di una notte, cosa certamente paradossale se pensiamo che l’ostracismo nei nostri confronti perdura ormai da tre generazioni.

E’ come se si fosse riformata l’alleanza fra “rossi” e “democrazie borghesi” che stritolò l’Europa nella seconda guerra mondiale. Ai “compagni” la faccia di bronzo non manca davvero, sarebbero dovuti sparire, invece si ripresentarono ai loro elettori dopo un semplice cambio di etichetta, come se dicessero al loro elettorato: “Vi abbiamo sempre presi in giro, quindi continuate ad avere fiducia in noi”.

Il PD è l’erede diretto del PCI, quello che fu il maggior partito comunista dell’Europa occidentale, ciò che è rimasto in sostanza di quegli uomini e di quell’ideologia dopo la scomparsa dei regimi dell’est. Il segretario del PD è un po’ come dire il papa di quell’ideologia o di ciò che ne rimane.

Anni fa, Walter Veltroni, fondatore e primo segretario dell’allora neonato PD, ebbe a dichiarare: “La lotta di classe non esiste”.

Capite? E’ come se il papa avesse proclamato che i vangeli sono un falso e che la passione e la resurrezione di Cristo non sono mai avvenute (E’ vero che da papa Bergoglio c’è da aspettarsi anche questo).

Credo che nessun politico di destra o conservatore avrebbe osato fare un’affermazione del genere. Si può ritenere, e io ritengo  che i conflitti di classe siano una realtà secondaria rispetto alla contrapposizione fra nazioni, popoli, etnie, e che per il bene della comunità nazionale occorre cercare di contemperare i diversi interessi di classe, ma che una società sia divisa in classi i cui interessi sono obiettivamente divergenti, questo è semplicemente un fatto. Veramente Veltroni e il PD hanno buttato via il bambino assieme all’acqua sporca.

In questa aberrazione, in questo progressivo allontanamento dalla realtà, si inserisce anche la politica della sinistra sull’immigrazione, che è allo stato dei fatti follia pura. Una politica di incentivo all’immigrazione aveva senso in un’economia in espansione come quella degli Stati uniti fino alla metà del XX secolo, dove il saldo naturale della popolazione non era sufficiente a fornire tutti gli addetti che occorrevano all’industria in espansione. In una situazione di ristagno economico dove i nostri giovani faticano a trovare lavoro, l’importazione di queste masse umane può soltanto creare problemi insormontabili, a prescindere dal fatto che questa gente che proviene dalle aree più arretrate del mondo, ci porta degrado, violenza, criminalità e stupri.

Non serve nemmeno dirlo, ma le più danneggiate da ciò sono proprio le classi lavoratrici, che vedono il valore del loro lavoro deprezzato dall’immissione sul mercato di un gran numero di braccia a bassissimo prezzo, oltre a essere costrette a convivenze problematiche e innaturali. La politica della sinistra è oggi una politica CONTRO i lavoratori.

Alla base c’è un’utopia delirante, impastata del falsissimo mito rousseauiano del “buon selvaggio”, l’illusione di costruire “l’uomo nuovo” da sempre delirato dall’ideologia marxista partendo “da zero” piuttosto che dalle riluttanti classi lavoratrici europee che si vogliono sostituire.

Solo che “lo zero” non è affatto tale, non è che gli immigrati non abbiano una “cultura”, ce l’hanno, solo che è fatta di barbarie, violenza, ignoranza, disprezzo per la donna, fanatismo religioso nel caso degli islamici, superstizione e un malcelato odio per il mondo bianco, nulla affatto attenuato dall’intenzione di sfruttarlo in tutti i modi possibili, perché è chiaro che questa gente non immigra per lavorare ma per farsi mantenere a nostre spese.

Oggi occorre farsi carico dei lavoratori italiani ed europei che la sinistra ha abbandonato e tradito, e credo di non sbagliarmi affermando che questo compito spetta a noi.

 

NOTA: Nell’illustrazione, un momento della contestazione del ’68 A parere di chi scrive, dietro l’apparenza rivoluzionaria, in realtà il ’68, con l’immissione nei movimenti di sinistra di abbondanti “quadri” di estrazione borghese, in realtà è stato uno snodo fondamentale della “mutazione genetica”, dell’allontanamento della sinistra dalle classi lavoratrici.

 

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Categorie: venticinqueaprile

Pubblicato da Fabio Calabrese il 22 Aprile 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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