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Alle radici dell’italianità – 1^ parte – Fabio Calabrese

Alle radici dell’italianità – 1^ parte – Fabio Calabrese

Questo articolo e il prossimo che seguirà hanno una collocazione un po’ particolare, si tratta delle due parti del testo di una conferenza che non sono riuscito a tenere presso la Casa del Combattente di Trieste. Questo, oltre a una serie di reazioni negative che alcuni miei articoli sul medesimo argomento hanno suscitato fra i lettori di “Ereticamente”, dimostra che proprio nei nostri ambienti che si definiscono “nazionali”, c’è talvolta una singolare resistenza ad affrontare la tematica nazionale. Il motivo di ciò non è difficile da comprendere: il capovolgimento di fronte avvenuto durante la seconda guerra mondiale e tre quarti di secolo di repubblica democratica e antifascista ci hanno indotti ad avere un’immagine negativa dell’Italia e di noi stessi.

Ma diciamolo pure, è una questione di carattere. Io penso che sia sempre meglio dire le verità “scomode” piuttosto che accodarsi alle menzogne consolatorie.

A volte, per quanto spiacevole possa essere ammetterlo, si può imparare una lezione importante anche dai nemici. Per quanto io abbia in generale simpatia per le persone di etnia tedesca, nei confronti dei tirolesi della SVP non posso nutrire altro che avversione: costoro sono stati ampiamente risarciti dell’amara sorte loro capitata di essere caduti sotto la sovranità italiana, credo che non esistano al mondo altrettante minoranze privilegiate e coccolate, al punto che sono gli Italiani in Alto Adige ad essere una minoranza discriminata, grazie a uno stato democratico che ha la spina dorsale di una lumaca, la pulizia di un maiale, la correttezza di un avvoltoio e per il quale i propri connazionali vengono sempre per ultimi.

Tuttavia, un interessante spunto di riflessione penso ci possa essere offerto da un esponente della SVP che intervistato dalla televisione, e interrogato su cosa ne pensasse degli Italiani, rispose:

“Non conosco gli Italiani, conosco gli Italici”.

Una persona che su di un fronte opposto al nostro ci ha ricordato un concetto che non ci dovrebbe essere estraneo. Se per essere italiani si intende avere la cittadinanza italiana, cioè avere scritto “italiano” su un pezzo di carta, questo è un concetto che vale meno di nulla. E’ italiano chi è di etnia italica, di sangue italiano.

In teoria, in una situazione ideale, etnia e cittadinanza dovrebbero coincidere: lo stato dovrebbe essere il contenitore, la forma, e la nazione, una comunità unita da vincoli di sangue, storia suolo e cultura, ma innanzi tutto di sangue, la sostanza, ma sappiamo che oggi, nel disgraziato momento storico che abbiamo la ventura di vivere, questo si verifica sempre meno spesso. A causa di un’immigrazione provocata dal potere mondialista al deliberato scopo di distruggere i popoli europei e del meticciato che ne consegue, diventa sempre più difficile distinguere il connazionale dallo straniero, e tale distinzione è sempre meno assicurata dal pezzo di carta con la scritta “Repubblica italiana”.

Bisogna guardare in faccia la realtà: oggi i popoli europei stanno subendo le conseguenze della sconfitta nella seconda guerra mondiale, rimaste in sospeso per oltre mezzo secolo nel periodo della Guerra Fredda.

Molto dipende per quanto riguarda il futuro che potremo o non potremo avere, dalla resistenza dei popoli europei a questa invasione, e questa resistenza dipende dalla consapevolezza di ciò che deve essere a ogni costo preservato. Al riguardo occorre essere estremamente chiari: chi parla di accoglienza e integrazione è dalla parte del nemico, addolcisce il veleno dell’invasione con un’utopia impossibile in ragione precisamente dell’incompatibilità etnica fra gli Europei e questi allogeni nuovi venuti. L’idea che la cultura, la civiltà europea possa sopravvivere alla scomparsa del supporto etnico-biologico delle genti che l’hanno generata, è semplicemente folle.

Per difendere ciò che oggi rischiamo di perdere, occorre avere consapevolezza della sua natura. Non si tratta di vanteria nazionalistica, ma io credo che la creatività del popolo italiano non possa essere sopravvalutata. Sono i dati dell’UNESCO a dirci che il 70 per cento delle opere d’arte al mondo si trova in Europa, il 50% di esse in Italia, e questo senza naturalmente contare le opere italiane che nel corso dei secoli per un motivo o per l’altro hanno preso la via dell’estero, o quelle che gli artisti italiani hanno prodotto in terra straniera (tutto l’impianto architettonico di una importante capitale europea come Vienna, per dirne una).

[NOTA del 2019: E’ importante comprendere che il sistema di falsa sovranità popolare che caratterizza la democrazia è concepito apposta per ridurre al minimo gli effetti della volontà del popolo. Le elezioni del 4 marzo 2018 e il formarsi di un governo “populista” giallo-verde hanno appena scalfito il regime al servizio del mondialismo e che si pone come obiettivo la sostituzione etnica, l’estinzione dei popoli europei e di quello italiano, regime di cui fanno parte la finta Unione Europea cui i governi di sinistra hanno ceduto un bel pezzo della nostra sovranità, le posizioni di potere che la sinistra conserva nella pubblica amministrazione, nel sistema mediatico, nella magistratura, nella scuola, nonché l’eterno nemico, la malattia cronica dell’Italia, la Chiesa cattolica, oggi guidata da un demagogo travestito da papa palesemente al servizio del potere mondialista. La lotta per la salvezza della nostra gente è ancora lunga e dura].

Noi abbiamo il dovere di nutrire il massimo della diffidenza verso le “informazioni” che ci vengono dal sistema mediatico, e cercare per quanto ci è possibile, di riconoscerle per quello che sono, cioè menzogne propagandistiche al servizio del potere.

Una di queste favole interessate sosterrebbe che noi Italiani saremmo definiti dall’appartenenza a un territorio geografico molto ben definito da precisi confini naturali, da una storia comune, da una cultura elaborata nel corso dei secoli, ma da nessuna coerenza etnica e genetica (con il sottinteso ipocrita che l’invasione di cui oggi siamo oggetto non modificherebbe gran che le cose). Recentemente questa fola è stata ribadita da uno dei soliti servi e corifei del potere uso a mascherare le menzogne propagandistiche con una veste sedicente “scientifica”, l’ineffabile Alberto Angela nella trasmissione “Ulisse” in una puntata appositamente dedicata a ciò (non a caso, va in onda su RAI3, la più sinistra delle tre reti RAI, anche se non è che le altre due siano tanto migliori).

“Peccato” solo che questa favola a suo modo consolatoria, sia smentita da seri studi scientifici (di cui però – guarda caso – da noi si è parlato pochissimo). Nel 2013 ne ho parlato su di un articolo apparso su “Ereticamente” di cui vi riporto uno stralcio:

Adesso sembra che qualcuno finalmente si sia deciso a dire una parola SERIA sulla genetica degli Italiani. Ai primi di novembre è comparso sul sito di Geocities un articolo (in inglese) sulla realtà genetica degli Italiani. Questo articolo, che è un lavoro collettivo, sintetizza le ricerche di Plaza (2003), Romano (2003), Semino (2004), Cruciani (2004), Rosenberg (2005), Di Giacomo (2003), Simoni (1999), Cavalli-Sforza (1997) e le tesi ancora valide e semmai confermate dalle ricerche successive, di uno degli antropologi più odiati dai democratici (perché, nessuno abbia dubbi, viviamo in un mondo in cui la verità fa spavento) Carleton S. Coon.

L’insieme di queste ricerche ha permesso di rilevare che gli Italiani sono, dal punto di vista genetico e antropologico, una popolazione europide sostanzialmente omogenea con una prevalenza di caratteri mediterranei e scarse differenze fra il nord e il sud della Penisola. Gli autori ci dicono che nel nord è rilevabile un certo elemento celtico e nel sud uno greco, ma in proporzioni trascurabili, che non determinano grosse differenze fra le due parti della Penisola, differenze che, ci dicono chiaramente, sono state invece esagerate per ragioni politiche, e noi tutti sappiamo quali.

Un’ipotesi che queste ricerche intendevano verificare, era se in particolare nel sud Italia si potesse rilevare un’impronta genetica mediorientale riconducibile alla colonizzazione fenicio-cartaginese della Sicilia oppure alle invasioni arabe dell’età medievale, invece praticamente non se ne è trovata traccia: i Siciliani non differiscono in nessun modo sostanziale dagli altri Italiani (…).

La presenza di geni non caucasici nel pool genetico degli Italiani è, ci dicono queste ricerche, dell’1/2%, tipica della media delle popolazioni europee, la stessa che si riscontra ad esempio fra i Tedeschi e nettamente inferiore a quella, per esempio, dei Russi, fra i quali si riscontra una presenza di geni di origine mongolica non del tutto irrilevante”.

La ricerca in questione è stata pubblicata su “Geocities” in lingua inglese nel novembre 2012 e, a parte i passi che ho tradotto e/o sunteggiato io, non mi risulta sia mai stata tradotta in italiano.

Nel luglio 2016, Paolo Sizzi, un valido collaboratore di “Ereticamente” ha pubblicato sul proprio sito personale, “Il Sizzi” ( ilsizzi.worldpress.com ) un ampio articolo su La struttura genetica degli Italiani basato sulle ricerche di due genetisti: Di Gaetano (2012) e Fiorito (2015), e il quadro che ne esce non è sostanzialmente diverso da quello delle ricerche citate su “Geocities”.

Vi riporto qui alcuni passi dell’articolo che, anche se consiglio di leggerlo per esteso in originale, ce ne danno un’idea alquanto precisa:

Se ne sentono di ogni tipo sul nostro Mezzogiorno, a livello etnico, ma il fantomatico meticciamento con genti levantine e nordafricane non sussiste: la verità è che l’Italia tutta costituisce una realtà peculiare nel panorama europeo, tanto che appare smarcata parzialmente dal resto del Continente; le Alpi a nord e i mari tutt’intorno hanno fatto sì che gli Italiani assurgessero a popolazione originale anche in senso genetico (…).

Le Alpi hanno ovviamente frenato la germanizzazione (ma anche i Galli storici dei Romani), così come i mari (e l’endogamia) hanno preservato l’Italia peninsulare da incursioni e colonizzazioni esterne, se non a livello decisamente limitato (…).

Dico questo perché sulla Rete circolano diverse storielle, diffuse anche da sedicenti esperti di genetica (amatori, dilettanti o principianti, non scienziati si capisce), dove gli Italiani meridionali vengono dipinti come pesantemente arabizzati o berberizzati e con una forte mistura levantina recente dovuta anche agli Ebrei. Favole. (…).

D’altro canto anche il Nord e il Centro d’Italia non hanno subito germanizzazioni o slavizzazioni di un certo peso, tanto che gli idiomi sono romanzi e anche etnicamente popoli come Toscani e Lombardi conservano sostanzialmente l’aspetto formatosi in epoca preromana. In altre parole, non esiste alcun Mezzogiorno arabo-nordafricano-levantino così come non esiste un Centro-Nord celto-germanico-nordico: esistono ben note influenze che vanno però alquanto ridimensionate e che, spesso, sono più culturali che biologiche (…).

Per quanto la romanizzazione non abbia unito l’Italia anche da un punto di vista genetico ed etnico, essendo stata un fenomeno più che altro politico, militare e culturale le caratteristiche salienti del genoma italico affondano le proprie radici nelle origini preromane d’Italia e né i Germani a nord né tanto meno gli Arabi (che poi erano perlopiù Berberi) a sud hanno alterato in maniera tangibile il retaggio biologico della nostra popolazione”.

La verità storica è che le numerose invasioni straniere che la nostra Penisola ha subito nei secoli fra la caduta dell’impero romano e il XIX secolo, ne hanno potuto alterare ben poco la sostanza etnica e la fisionomia genetica. I Longobardi discesi al seguito di Alboino, ad esempio, non erano più di centomila persone, donne e bambini compresi; gli Ostrogoti di Teodorico ancora meno, non più di 60.000.

Un discorso a parte andrebbe fatto per il mito fasullo della Sicilia araba, oggi rilanciato da una sinistra che così ha modo di ricollegare ai piani del mondialismo e alla propaganda pro-immigrazione il suo veleno anti-italiano di sempre. La conquista araba della Sicilia richiese un secolo e mezzo fino all’eliminazione delle ultime isole di resistenza bizantine, certamente appoggiate dalla popolazione locale che si opponeva agli invasori. Durò meno di un secolo, e i Normanni, un pugno di avventurieri che senza l’appoggio della popolazione nativa non sarebbero riusciti a fare nulla, vi posero fine in meno di vent’anni. E teniamo anche conto del fatto che la gran parte dei coloni di origine arabo-berbera e religione mussulmana che si erano insediati nell’isola se ne andò in seguito alla riconquista normanna, e vaste zone furono ripopolate da immigrati provenienti dall’Italia continentale, soprattutto dal nord (sicché oggi dal punto di vista genetico i siciliani non solo della presenza araba non conservano effettivamente tracce, ma sono meno “meridionali” di altri italiani del sud, ad esempio dei calabresi).

Gli Arabi non furono che invasori dell’isola, fra i tanti che vi si sono avvicendati, e il loro dominio fu più breve di quel che generalmente si creda, sicuramente non hanno lasciato tracce significative nel patrimonio genetico dei Siciliani. Questo “mito” è solo uno spettro evocato dai soliti pidioti complici del potere mondialista per indurre all’accettazione dell’invasione di cui oggi la Sicilia e l’Italia sono oggetto.

Onestamente, io credevo di dire qualcosa di cui mi aspettavo un’accettazione pacifica spiegando che gli studi genetici hanno sostanzialmente dimostrato che gli Italiani esistono, che la nostra Penisola non è abitata (non è stata finora abitata) da un’accozzaglia incoerente di genti venute da un po’ di qua un po’ di là, tenute insieme al massimo da un sottile collante “culturale” nonché dalle istituzioni di uno degli stati più corrotti che esistano al disopra della linea dell’equatore, come predicano le menzogne che spurgano da quell’apparato di veleni che conosciamo come democrazia, ma da un popolo che ha una fisionomia etnica e genetica coerente, legami di sangue antichi e profondi.

In tutta sincerità, io non sono il tipo che si tira indietro di fronte alle polemiche, ma in quell’occasione, alla pubblicazione del mio articolo del 2013 di cui vi dicevo, rimasi veramente spiazzato dalla levata di scudi di  diversi lettori di “Ereticamente”; né prima né dopo di allora ho riscontrato reazioni così negative, neppure quando mi sono trovato ad affrontare tematiche fortemente controverse nei nostri ambienti, come quelle religiose.

Che cosa significa ciò in concreto, non è difficile da capire. Oggi si stanno “riscoprendo” o per meglio dire inventando pseudo-identità del genere più svariato: padani, mitteleuropei, galli cisalpini, Magni Greci (della Magna Grecia), bi-siculi (delle Due Sicilie), magari etruschi o longobardi, vogliamo essere tutto meno che italiani, e questo atteggiamento che spesso si appoggia su separatismi e campanilismi ridicoli, è sciaguratamente diffuso anche in ambienti che si definiscono “nostri”.

Una piccola domanda che sarebbe opportuno farsi, è come questa smania masochista di auto-negazionismo possa essere vista fuori dai nostri confini. L’articolo di Geocities di cui ho dato una traduzione quanto più possibile letterale, ricordava che la distanza tra nord e sud della Penisola “viene esagerata per motivi politici”, e certamente questi motivi politici non possono che suonare piuttosto strani al di fuori di questa “serva Italia, di dolore ostello”, altrove si trova semmai la tendenza a creare o a pretendere una compattezza e un orgoglio nazionale anche dove di fatto una nazione non esiste all’infuori della cittadinanza cartacea, si pensi ad esempio agli Stati Uniti.

Laddove il fascismo aveva cercato in tutti i modi di instillare negli Italiani la fierezza di essere tali, e si pensi che ne avremmo ben donde se solo pensiamo alla storia del nostro risorgimento: quasi un secolo di lotte per ritrovare l’unità nazionale dalla ribellione dello squadro di Nola nel 1821 alla battaglia del Col Moschin, l’ultima della prima guerra mondiale nel 1918, quattro generazioni dei nostri padri che hanno affrontato lotte e sacrifici, sui campi di battaglia e nelle galere degli oppressori per ridare all’Italia la dignità di nazione, un’epopea di cui altrove le nuove generazioni non cesserebbero di nutrirsi e trarne motivi di orgoglio mentre da noi è compressa nei libri di storia al minimo indispensabile e trattata da docenti di sinistra con leggerezza e denigrazione, un settantennio e passa di repubblica democratica e antifascista nata dalla “resistenza”, cioè dal tradimento dell’8 settembre 1943 e dalla pugnalata alla schiena a quello che era stato il nostro alleato fin allora, ci hanno indotti ad avere vergogna e nausea dell’Italia  e di noi stessi, ma non è del fatto di essere italiani che dobbiamo provare nausea e schifo, ma di questa repubblica democratica e antifascista, e se nella storia esistesse un minimo di giustizia, questa classe dirigente (o piuttosto digerente, vista la disinvoltura con cui mette le mani sulla cosa pubblica per i suoi interessi privati) fosse chiamata a rispondere delle sue responsabilità, quella di aver distrutto negli Italiani il senso di appartenenza nazionale, non sarebbe la colpa minore.

Un lettore probabilmente meno prevenuto di altri, mi fece notare che l’espressione che io avevo esplicitamente richiamato nel mio articolo, sangue e suolo (Blut und Boden), è tipica della cultura germanica, mentre la nostra tradizione punterebbe a definire la nazionalità piuttosto in termini di storia, cultura e tradizioni. Da un certo punto di vista è effettivamente così, infatti anche il fascismo ha commesso questo errore e ad esempio si è illuso sul confine orientale che obbligando gli sloveni a parlare italiano, facendo apprendere ai loro figli la lingua e la cultura italiana, poco per volta li si sarebbe trasformati in italiani. Il risultato è stato che quando il vento è cambiato, abbiamo pagato estremamente caro questo errore di valutazione, con migliaia di morti ammazzati nelle foibe e centinaia di migliaia di nostri connazionali costretti alla fuga dalle terre cadute sotto il dominio jugoslavo per non subire la stessa sorte.

Nella loro assurda negazione dell’importanza dei legami di sangue, i “compagni” italiani sono singolarmente coerenti: ieri erano dalla parte degli slavi infoibatori del maresciallo Tito, oggi da quella degli allogeni clandestini che si spacciano per immigrati o “richiedenti asilo”, sempre e comunque contro i loro connazionali. Questo però non ci stupisce più di tanto: quando si parla di “sinistra” significa entrare nella patologia del pensiero, politico e non soltanto politico. Fa più specie vedere la confusione che regna negli ambienti “nostri”. Se si vanno a prendere in mano le rivelazioni sul piano Kalergi che ci ha fatto Gert Honsik al prezzo di un lungo periodo di detenzione inflittogli da una democrazia per la quale la libera circolazione delle idee e delle informazioni è il peggiore dei delitti, scopriamo che incentivare i movimenti separatisti e localisti allo scopo di disgregare gli stati nazionali, è precisamente uno degli elementi del suddetto piano. Abbiamo a che fare con un nemico oltre che potente, estremamente abile nel ribaltare le nostre armi contro di noi, e il sentimento di appartenenza identitaria non è affatto escluso da ciò.

Se, oltre a riconoscere la coerenza genetica della nazione italiana, riconoscere del pari il valore della connessione fra sangue e suolo significa germanizzarci, questo è un prezzo che dovremmo essere ben lieti di pagare per evitare la terzomondizzazione della nostra Penisola.

Noi siamo molto di più di quel che siamo diventati, di quel che ci hanno fatto diventare. Sul nostro suolo italico sono sorte grandi civiltà come quella etrusca antica, quella comunale dell’Età di Mezzo, quella rinascimentale, ma soprattutto Roma, che è riuscita non solo a dominare tutto il mondo allora conosciuto, ma a dargli leggi, costumi, amministrazione, cultura, “Urbem fecisti quod prius orbis erat”. “Hai fatto una città di quello che prima era il mondo”, come cantò il poeta Rutilio Namaziano.

Fabio Calabrese

 

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Categorie: Identità

Pubblicato da Fabio Calabrese il 8 Aprile 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. giuseppe

    non fate anche voi l’errore di dimenticare il fiero e indomito popolo dei sanniti, la vera spina nel fianco dei romani con battaglie durate per quasi mezzo secolo

  2. TheTruthSeeker

    Questo lo si deve all’autorazzismo propagandato con cialtronate dai media mainstream ( TV e giornaloni ) e anche a qualche autore controinformativo molto in voga sul web che fa propaganda antimeridionale martellante e continua, sono due in Italia, uno è milanese e un altro è veneto, ovviamente questi due non hanno particolari colpe rispetto a quelle molto più grandi dei media mainstream ma non sono da sottovalutare perché sul web nel settore della controinformazione vanno davvero forte e alla fine dei conti all’atto pratico fanno il gioco dei globalizzatori neoliberisti che invece tanto in teoria contestano, ma un conto è la teoria e un conto molto diverso è la pratica.

    Complimementi per l’articolo e cordiali saluti.

    TheTruthSeeker

  3. Francesco Zucconi

    Articolo interessante. Tuttavia dovremmo conoscere esattamente in che cosa la genetica differenzia gli italici, che so, dai tedeschi o dai danesi o dai cinesi etc etc
    Insomma un cucchiaino di sale in 4 litri d’acqua cambia completamente il sapore dell’acqua; in questo senso anche “piccoli apporti” genetici fanno la differenza e, secondo me, “fanno” spesso bene, se son piccoli…
    Circa la svalorizzazione del nostro Risorgimento e dello splendido tentativo della massoneria italiana di costruire uno stato per gli italiani dopo il 1870, purtroppo, (e nonostante la più gigantesca vittoria militare nella storia degli italici, avvenuta nel 1918,)
    non posso che darle ragione!
    Il mondo neoguelfo ha sempre vinto dopo il 1918… e mandato Reghini nel dimenticatoio! Non perdonano, ai veri italiani, il ridimensionamento in termini di potere temporale che hanno subito con la nascita dello stato degli italici.
    Circa i pericoli contenuti nel piano Kalergi sono completamente d’accordo. In fondo anche Kalergi era orfano di un impero antitradizionale ma transnazionale…
    L’obnubilamento di certa “cultura” sinistrorsa in relazione a tale schifezza è in perfetta sintonia, veramente anti-italiana, con le aspirazioni di certo mondo cattolico; ciò non mi sorprende, ma è un fatto grave e da denunciare, ovunque sia possibile.

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