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Alle radici dell’italianità – 2^ parte – Fabio Calabrese

Alle radici dell’italianità – 2^ parte – Fabio Calabrese

Provatevi a nominare quattro uomini che abbiano influenzato più di ogni altro in senso positivo il destino di questo pianeta. Io menzionerei questi quattro: Marco Polo che con “Il Milione”, il resoconto dei suoi viaggi, ha fatto capire agli Europei che il mondo era ben più vasto delle terre da loro conosciute e di quelle che circondavano le sponde del Mediterraneo. Cristoforo Colombo, che sarà anche stato preceduto nelle Americhe dai Vichinghi, ma è grazie a lui che la storia umana che fino a quel momento si era svolta come su due palcoscenici separati, si incontra e si unisce. Leonardo Da Vinci, il grande genio del Rinascimento: artista, poeta, ingegnere e scienziato, anticipatore di molte delle invenzioni tecniche moderne. Galileo Galilei, creatore del metodo scientifico e padre della scienza moderna. Sapete cosa avevano in comune questi quattro uomini? Erano tutti e quattro italiani, come voi e me.

A qualsiasi altra latitudine, aver dato i natali a uno solo di uomini di questa levatura, sarebbe per una nazione motivo di fierezza; andate a vedere negli Stati Uniti che razza di mitologia hanno costruito attorno alla figura di Benjamin Franklin per nulla di più dell’invenzione del parafulmine, che tra l’altro è dubbio che debba essergli effettivamente attribuita, ma i nostri connazionali sono disabituati alla conoscenza della loro storia, è stato fatto di tutto perché l’insegnamento della storia diventasse nelle nostre scuole una materia morta e insipida (esattamente come prevedono su questo punto certi Protocolli, ma è un discorso che ci porterebbe lontano). Noi però dobbiamo essere assolutamente ben consapevoli dell’importanza dell’eredità che dobbiamo difendere in tutti i modi dall’aggressione mondialista e multietnica, eredità che non è soltanto storica e culturale ma il primo luogo, e a dispetto di tutte le utopie egualitarie. Noi possiamo anche pensare, e in realtà è sciaguratamente così che la pensa, si illude la maggior parte delle persone intorno a noi, che l’età dei nazionalismi sia definitivamente tramontata, ma questo è vero solo per questa “serva Italia di dolore ostello” dove la già fragile consapevolezza della nostra identità nazionale, faticosamente recuperata dopo quindici secoli di divisioni e di invasioni straniere, e che non lo stato liberale, ma solo il fascismo ha cercato di trasformare in un patrimonio comune di tutti gli Italiani, è stata profondamente intaccata prima dal voltafaccia dell’8 settembre 1943, poi da due anni di guerra civile, e infine da tre quarti di secolo di lavaggio del cervello mediatico a ogni livello da parte della democrazia antifascista.

A ciò va aggiunta, come se non bastasse, a partire dagli anni ’70, una diffusione capillare dell’ideologia marxista che non ha uguali fuori dal mondo comunista o ex comunista. Bisogna infatti ricordare che il ’68, quella che altrove fu una stagione, da noi si prolungò per almeno un decennio, tuttavia non bisogna neppure credere che questo “decennio rosso” sia realmente finito e non si prolunghi invece in maniera subdola e insidiosa fino al momento presente. Lavorando nella scuola ho avuto modo di farne ampia esperienza: la stragrande maggioranza degli insegnanti è costituita da ex sessantottini a cui i decenni successivi e nemmeno la caduta dell’Unione Sovietica e lo squagliamento inglorioso dei regimi comunisti nell’Europa dell’est hanno insegnato qualcosa, provocato qualche salutare ripensamento, e continuano a occuparsi della (de)formazione dei nostri giovani travasando nelle menti immature di questi ultimi le loro stantie menate ideologiche. Chi la pensa diversamente, è costretto al silenzio o ad esporsi alle più dure rappresaglie, e ho fatto ampia esperienza anche di questo.

Altrove, le cose camminano in maniera ben diversa. Ne sono un esempio molto chiaro i nostri “vicini” sloveni. Non solo costoro mantengono un vivace sciovinismo nazionalistico, ma ci sarebbe da pensare che l’ampia acquisizione di terre italiane avvenuta all’indomani della seconda guerra mondiale, ottenuta scacciando i nostri connazionali dalle loro case e dalle loro città con il terrore e le stragi (gli eccidi delle foibe, il massacro di migliaia di nostri connazionali colpevoli solo di essere tali, un genocidio subito dalla nostra gente che la repubblica democratica e antifascista si è a lungo ostinata colpevolmente e vergognosamente a ignorare, sono serviti proprio a questo scopo) avesse in qualche modo appagato le aspirazioni espansionistiche di costoro, e invece pare proprio che non sia così, entra in gioco una logica da cellula tumorale del “più ho, più voglio” che è la stessa che caratterizza ad esempio le tristi vicende che caratterizzano in Palestina la povera popolazione arabo – palestinese.

Riporto al riguardo un’informazione di estrema importanza, passata inosservata o censurata su tutti i nostri media (che fanno parte di un sistema volto contro di noi), ma che per fortuna non è sfuggita a un ricercatore attento delle vicende adriatiche come il nostro Giorgio Rustia che l’ha riportata nel libro Atti, meriti e sacrifici dei reggimenti Milizia Difesa Territoriale al confine orientale italiano (Aviani & Aviani editore, Udine 2011):

In realtà siamo solo noi italiani che non ne parliamo più e non vogliamo ricordare più. Gli sloveni, invece, non solo ricordano ciò che fa loro comodo, ma continuano anche a rivendicare quella parte di Venezia Giulia che non sono ancora riusciti a strappare all’Italia. In questo momento essi portano avanti le loro rivendicazioni in modo subdolo, riproponendo il concetto di “territorio etnico sloveno” che comprende il cosiddetto (da loro) “litorale sloveno” e costituisce ancora oggi il loro sogno imperialistico mai riposto. Infatti il 30 giugno 2008, al termine del semestre di presidenza slovena dell’Unione Europea, il governo sloveno pubblicò un documento di sintesi dell’attività svolta a Bruxelles. Nello stesso documento di sintesi del semestre europeo, comparve una paginetta di presentazione di cosa fosse la Slovenia e delle tappe fondamentali dalla sua storia nazionale. In detta paginetta viene affermato che alla fine della Prima Guerra Mondiale “il territorio etnicamente sloveno” venne diviso tra Austria, Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, “la gran parte del Litorale sloveno non venne affatto riunificata alla Slovenia”.

In pratica, continua la rivendicazione slovena già avanzata dal 1843 di tutte le terre a oriente del Tagliamento e possibilmente anche oltre, e avanzata non da qualche esaltato, ma dal governo sloveno! Si tratta di un fatto gravissimo a cui il sistema mediatico italiano non ha dato nessuna rilevanza, continuando la “tradizione” ormai più che settantennale di servilismo e di sottomissione agli interessi stranieri. Per chiarire bene lo sfondo storico, bisogna ricordare che nel 1843, ben cinque anni prima della famosa “primavera dei popoli” del 1848, come riferisce sempre Rustia, da Zagabria Drog Sejan diffuse in tutta Europa le sue carte etnografiche che fissavano al Tagliamento il confine occidentale del “territorio etnico sloveno”, incurante del fatto che a oriente di questo fiume vivessero migliaia di italiani, e tracciando una linea di rivendicazione a cui gli Sloveni non hanno mai smesso di guardare. Ricordiamo anche che durante la seconda guerra mondiale vi fu un pactum sceleris tra Tito e Togliatti, che prevedeva la cessione alla Jugoslavia di tutte le terre italiane a oriente del Tagliamento in cambio dell’aiuto titino a “fare la rivoluzione” comunista in Italia, e precisamente in conseguenza di questo fatto, alle bande partigiane operanti nella nostra regione fu comandato di mettersi agli ordini del IX Corpus jugoslavo, e che il rifiuto della brigata partigiana italiana e non comunista Osoppo di ottemperare a quest’ordine provocò l’eccidio delle Malghe di Porzus, dove gli uomini della Osoppo, dopo essere stati circondati e catturati con l’inganno dalla brigata comunista sedicente Garibaldi, furono trucidati in massa.

Nel complesso, noi non possiamo mancare di riconoscere ai “compagni” di sinistra una singolare coerenza. Oggi dalla parte degli invasori cosiddetti immigrati, ieri da quella degli slavi infoibatori, sempre e comunque contro l’Italia e gli italiani! Un concetto che gli psicologi hanno più volte messo in luce, è quello della profezia che si auto-adempie. Di che si tratta? Non è difficile da capire. Immaginiamo di ripetere insistentemente a un ragazzo di essere un buono a nulla, un fallito, o come si dice oggi, un perdente, di creare una situazione di pressioni ambientali per cui la persona vi creda e interiorizzi il messaggio. Il risultato che otterremo sarà di abbassare la sua autostima, di indurlo a ridurre gli obiettivi che si propone nella vita, di far sì che affronti ogni prova con la convinzione preventiva del fallimento, e il risultato sarà appunto che fallirà, che sarà un fallito come avevamo predetto, cosa che però senza la nostra “profezia” non si sarebbe verificata. E’ importante capire questo meccanismo che può essere usato per plagiare e rovinare la vita non solo delle persone, ma di interi popoli.

Il cliché, la profezia che si auto-adempie che ci viene imposta da settant’anni allo scopo di castrare gli Italiani delle loro qualità migliori, è quella dell’italiano furbetto-vigliacchetto che risponde alla logica del “soldato che fugge è buono per un’altra volta”. (Prescindiamo dal fatto che il soldato che fugge non è buono per nessuna volta, perché chi si è dimostrato vigliacco, tale con ogni probabilità si dimostrerà ancora e ancora). Diciamo pure che questa profezia che si auto-adempie è stata appassionatamente alimentata da sette decenni e mezzo a questa parte da clericali e sinistrorsi che hanno voluto un’Italia quanto meno caserma possibile, perché fosse quanto più possibile sacrestia e cellula di partito. Essa è sciaguratamente diventa sentire comune, come dice il proverbio, “batti e ribatti, il chiodo entra”. Ricordo anni fa una trasmissione televisiva, un noto comico (di cui non voglio fare qui il nome, perché di solito è bravo e divertente, e perché una simile idiozia non era interamente colpa sua, ma solo la ripetizione di un “sentire comune” forzatamente inculcatoci), recitare precisamente lo sketch del furbetto-vigliacchetto e dire con incredibile compiacimento: “Le guerre che àmo fatto, l’àmo perse tutte” (è romanesco). Perse tutte? Una frase di questo genere non si segnala solo per la palese ignoranza storica, ma per il fatto che chi l’ha pronunciata sapeva bene di rivolgersi a un pubblico che si compiace gli venga mostrata l’immagine più meschina possibile di se stesso.

Certo, abbiamo perso la seconda guerra mondiale, anche se una classe dirigente illegittima ci impone di festeggiare annualmente la ricorrenza della sconfitta, il 25 aprile, come se fosse stata una vittoria, attirandoci fuori di dubbio la derisione dell’intero pianeta, ma si è trattato di una guerra che, data la sproporzione delle forze in campo, era impossibile vincere, e ci sarebbe molto da dire su come l’Italia entrò in questa infausta guerra, spintavi soprattutto da una monarchia, da una Corte e dagli alti comandi militari che videro nella sconfitta militare un mezzo per sbarazzarsi del fascismo, e cominciarono da subito a collaborare sottobanco con il nemico e a sabotare lo sforzo bellico, laddove i Tedeschi, conoscendo le debolezze e il logorio causato al nostro apparato militare da ben due successivi conflitti (Etiopia e Spagna) avevano sconsigliato la nostra partecipazione agli eventi bellici. Questo inoltre nulla toglie al valore dimostrato dai nostri combattenti nelle circostanze più drammatiche. Nomi come Giarabub, El Alamein Nikolaewka, in qualunque altra parte del mondo sarebbero conosciuti da ogni ragazzo e sacri alla memoria collettiva.

Il primo conflitto mondiale indubbiamente l’abbiamo vinto anche se i risultati ottenuti non sono stati in definitiva pari al sacrificio sopportato dai nostri combattenti. Ma, di nuovo, gli aspetti politici, diplomatici e strategici del conflitto nulla possono togliere al valore dei nostri soldati. Fra tutti, un episodio che amerei ricordare è quello di Pozzuolo del Friuli dove, dopo lo sfondamento di Caporetto, i nostri reparti di cavalleria si sacrificarono facendosi ammazzare sul posto fino all’ultimo uomo con uno spirito di dedizione che trova un equivalente forse solo nei kamikaze giapponesi, per permettere al resto del nostro esercito di ripararsi dietro la linea del Piave. In realtà la Grande Guerra da parte italiana fu vinta lì in quel momento, vanificando il progetto austriaco di fare dello sfondamento di Caporetto una battaglia di annientamento dell’esercito italiano.

Riguardo alle guerre risorgimentali, il discorso sembrerebbe quasi pleonastico: chiaramente, se non fossimo stati capaci altro che di accumulare batoste, oggi un’Italia unita non esisterebbe, ma esiste una certa “tradizione” storiografica che, contrariamente di quel che avviene a ogni latitudine, si è assunta il compito di denigrare tutto quel che è nazionale, e che tende a presentare l’unità italiana come un effetto collaterale nel gioco delle potenze europee, nella quale gli Italiani stessi avrebbero avuto poca o al limite nessuna parte. E’ la teoria delle “tre S”: Solferino-Sadowa-Sedan. Sedan rappresenta certamente un caso particolare. In questo caso, la sconfitta di Napoleone III ad opera dei Prussiani e la caduta del secondo impero napoleonico tolsero di mezzo l’ingombrante figura di questo Bonaparte che si era arrogato il compito di protettore dello stato pontificio, permettendoci così di annettere Roma e di completare quell’unità nazionale, che d’altra parte sarebbe rimasta una chimera se non fosse stata preparata dalle lotte e dai sacrifici dei decenni precedenti. Solferino. Seconda guerra d’indipendenza, 1859. Ma che strano, vero? Fu una battaglia doppia, e se a Solferino furono i Francesi, a San Martino furono invece i Piemontesi, gli Italiani a riportare la vittoria sugli Austriaci. Come mai una certa storiografia si dimentica sempre di San Martino? Sadowa nel 1866 fu la battaglia decisiva della guerra austro-prussiana, quella che per noi fu la terza guerra d’indipendenza, in conseguenza della quale ottenemmo il Veneto, ma che sul campo ci costrinse a registrare le pesanti sconfitte di Custoza sulla terraferma e di Lissa sul mare, anche se anche qui “stranamente” certe storiografia dimentica sempre la vittoria italiana di Bezzecca. Vogliamo dire una volta per tutte la verità anche su questo conflitto? I Prussiani riuscirono a cogliere contro l’Austria la brillante vittoria di Sadowa soprattutto perché gli Austriaci avevano concentrato le loro forze sul fronte italiano, e agli Italiani toccò sopportare il peso maggiore del conflitto e fare fronte alla preponderanza austriaca. Contrariamente a quanto è stato spesso detto, anche il Veneto non ci fu per nulla “regalato”, ma fu acquistato coi sacrifici e col sangue dei nostri soldati e marinai.

La “teoria” delle “tre S” va valutata per quello che è: una favola auto-denigratoria, niente altro. A ridare dignità di nazione all’Italia, sono stati null’altri che gli Italiani, con dedizione e sacrifici di cui i loro discendenti sembrano essersi dimenticati, “col ferro e col sangue”. Io non so se il dio delle coincidenze mi ami in maniera particolare, ma mentre stavo preparando questo testo, un amico mi ha segnalato un articolo comparso in internet sul sito “Forze speciali e corpi di élite italiani”, in data 21 marzo 2017, di cui sono lieto di riportare uno stralcio:

La Storia del nostro Pianeta racconta come nella penisola italica siano nati e vissuti combattenti di prim’ordine, in assoluto probabilmente i migliori soldati del mondo. Senza voler affondare i ricordi sino all’Impero romano e limitandosi ad analizzare le due guerre mondiali, non si può non riconoscere come gli italiani abbiano inventato un rivoluzionario modo di combattere, creando di fatto i moderni corpi di élite, assoluti antesignani dei reparti di forze speciali attuali.  Nel primo conflitto mondiale, dapprima i MAS di Luigi Rizzo per mare, seguiti poi dagli Arditi di Giuseppe Bassi per terra, hanno scavato un profondissimo solco tra il modus pugnandi tradizionalmente adottato sino a quell’epoca e la rivoluzionaria e temeraria cultura del “colpo di mano”, prettamente italica e divenuta in seguito imprescindibile per qualsiasi operazione militare, da quel conflitto sino ai giorni nostri. Il colpo di grazia a qualsiasi ambizione di rivoluzionarie invenzioni militari, fu infine dato dalla nascita della X^ Flottiglia MAS.  Nessun eroe moderno, nessuna forza armata al mondo, potrà mai scrollarsi di dosso il pesantissimo fardello costituito dalle inarrivabili gesta dei nostri palombari.  “L’arte della Guerra” di Sun Tsu e le azioni della X^ MAS sono, da più di mezzo secolo, le “materie” irrinunciabili da studiare e conoscere a memoria, nelle accademie militari di tutto il mondo.  (…). Il soldato è soldato, in tutto il mondo.  Ma quello Italiano… è un’altra cosa”.

Riassumendo, l’Italia non è un’entità che nasce dalla sovrapposizione a un territorio geograficamente ben strutturato, di un certo tipo di cultura in presenza di una totale eterogeneità di stirpe, così come sostengono fraudolentemente i media di regime. In secondo luogo, noi non abbiamo alcun motivo di vergognarci, ma solo motivi di fierezza riguardo all’eredità storica che ci viene dai nostri Padri. Dobbiamo semmai recuperare questa consapevolezza, ed essere determinati a lottare contro la morte del nostro popolo per sostituzione etnica, che non è più una minaccia che si profila all’orizzonte, ma si sta facendo di giorno in giorno sempre più terribilmente concreta.

Fabio Calabrese

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Categorie: Identità

Pubblicato da Fabio Calabrese il 15 Aprile 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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