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La più bella del mondo, quinta parte – Fabio Calabrese

La più bella del mondo, quinta parte – Fabio Calabrese

Riprendiamo l’analisi degli articoli della costituzione “più bella del mondo” che ci affligge da settant’anni. Come abbiamo visto, è congegnata in una serie di trappole occultate più o meno bene, per togliere alla gente la possibilità di esprimersi, oppure fare in modo che la volontà popolare non abbia peso nel determinare il destino comune. A questo riguardo abbiamo visto nella terza parte l’articolo 75 che proibisce il referendum sui trattati internazionali, e che ha permesso alla “nostra” classe politica di consegnarci legati mani e piedi agli usurocrati della UE senza consultarci e senza nemmeno informarci. Nella quarta parte abbiamo visto invece gli articoli da 101 a 113 che fanno della magistratura una “casta” del tutto sottratta a qualsiasi forma di controllo da parte della società civile, e di cui una magistratura pesantemente infeudata a sinistra ha approfittato e approfitta con disinvoltura per usare la “giustizia” come arma politica e creare una vera e propria dittatura giudiziaria, fenomeno reso ancora più nocivo dal fatto che di fronte all’immigrazione le “toghe rosse” assumono una posizione di scoperto razzismo anti-italiano.

Gli articoli da 114 a 133 si diffondono sull’ordinamento amministrativo dello stato: regioni, province (che dovevano essere abolite, ma ci sono sempre), comuni, e la nuova trovata delle città metropolitane.

Una cosa che salta subito agli occhi, è la distinzione fra regioni a statuto ordinario e a statuto speciale. Le regioni a statuto speciale sono Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Come c’era da aspettarsi, il trucco c’è, e lo si vede se si guarda con sufficiente attenzione.

Teniamo sempre presente quello che è il principio cardine che ha ispirato i “padri costituzionali”, i fondatori della “nostra” democrazia, il “popolino bue”, il popolo italiano deve contare il meno possibile. A parte la Sicilia e la Sardegna, dove la “specialità” dello statuto è in qualche modo giustificata dalla natura insulare di queste regioni, le altre tre “speciali” sono le regioni del nord che ospitano minoranze etniche, francese in Valle d’Aosta, tedesca in Alto Adige, slovena nella Venezia Giulia.

L’idea della “specialità” dello statuto può far pensare a una maggiore autonomia di queste regioni rispetto alle altre, ma la realtà è esattamente opposta. Statuto “speciale” significa che quelli di queste regioni sono leggi costituzionali, e che per essere eventualmente modificati, richiedono la complessa e farraginosa procedura occorrente per cambiare gli articoli della costituzione. Si tratta quindi non di una maggiore autonomia, ma di un’autonomia ridotta rispetto a quella delle altre regioni, e il motivo è chiaro: fin da subito si è voluto impedire che le popolazioni interessate potessero modificare statuti che attribuiscono non tutela, ma assurdi e ingiustificati privilegi alle minoranze etniche.

Ricordiamo che il problema della minoranza tedesca altoatesina, già risolto dal fascismo con il trasferimento della minoranza tedesca nell’Austria entrata a far parte del Reich germanico, è stato ricreato da Alcide De Gasperi con l’accordo De Gasperi-Gruber, che ha fatto rientrare in Alto Adige i sudtirolesi, che hanno riavuto i beni di cui erano stati risarciti, senza nemmeno dover restituire il controvalore che avevano ricevuto in contanti (Si confronti questo trattamento con quello ricevuto dai profughi istriani che sono stati “risarciti” – dallo stato italiano, non certo da quello jugoslavo – dei beni che hanno dovuto abbandonare per non finire nelle foibe, a mezzo secolo di distanza, e in misura non rivalutata, sì che quello che era il valore di un’azienda era diventato quello di un paio di scarpe, ma questi ultimi erano italiani, bestiame che non conta nulla per i “nostri” politici).

In pratica in Alto Adige vige la dittatura della SVP, il partito sudtirolese, al punto che essa ha potuto attuare cose come la dichiarazione di appartenenza etnica, in contrasto con l’articolo 3 della costituzione, a dimostrazione del fatto che in Alto Adige non vale la legge italiana, che la provincia di Bolzano non fa parte dell’Italia ma è un’enclave austro-germanica. Ma l’abbiamo già visto, come altri articoli della “nostra” costituzione, l’articolo 3 è un boomerang che funziona solo quando è rivolto contro gli Italiani.

La situazione del Friuli Venezia Giulia è meno drammatica (ma forse ancor più grottesca) di quella del Trentino Alto Adige solo perché la consistenza numerica della minoranza slovena è molto più esigua di quella dei tedeschi dell’Alto Adige.

Qual’è questa consistenza numerica? Questo nessuno lo sa, è uno dei segreti di stato meglio custoditi, perché con ogni verosimiglianza, è talmente esigua che se essa fosse conosciuta, i privilegi di cui gode (scuole, teatri, giornali tutti con sovvenzione pubblica e che danno lavoro solo ai membri della minoranza) diventerebbero insostenibili. Anni fa, gli sloveni avevano richiesto che le carte d’identità emesse dal comune di Trieste fossero bilingui. Vista l’impraticabilità della cosa in una città a stragrande maggioranza italiana, qualcuno avanzò una controproposta: che si potesse avere la carta bilingue a richiesta. La controproposta fu “respinta con sdegno” dagli esponenti sloveni, perché sarebbe equivalsa a un censimento.

Per quanto esigua, tuttavia pare che la minoranza slovena sia in espansione in una città come Trieste, che pure è in vistoso crollo demografico, e questo per un motivo piuttosto semplice: chi è di etnia mista (magari ha solo un nonno sloveno) ha tutta la convenienza a dichiararsi appartenente alla minoranza stessa per accedere ai privilegi di cui essa gode. Io ho conosciuto quando le mie figlie erano piccole, un pediatra “sloveno” (persona antipaticissima, tra l’altro), il cui cognome rivelava un’ascendenza chiaramente slava: Volpi.

Ho precisato, e assolutamente non a caso, che questi privilegi sono graziosamente concessi alle minoranze etniche del nord. Ci sono minoranze etniche anche nel meridione: soprattutto serbocroati, greci e albanesi sulla sponda adriatica del meridione italiano, discendenti di coloro che in età medioevale o cinque-seicentesca fuggirono dai Balcani per sottrarsi all’invasione turca. C’è poi una comunità affatto particolare come i Greci della Locride in Calabria. Costoro non parlano il greco moderno, ma quello antico dell’età classica, non sono il frutto di un’immigrazione recente, ma sono i discendenti della Magna Grecia, della colonizzazione greca dell’Italia meridionale avvenuta in epoca classica, rappresentano dunque un documento antropologico di enorme interesse, e ciò nonostante, non godono affatto delle tutele o dei privilegi riservati ai francesi della Valle d’Aosta, ai tedeschi dell’Alto Adige, agli sloveni del Friuli Venezia Giulia, perché?

La risposta è abbastanza ovvia: nell’immediato dopoguerra si è creato un sistema di lobby, di finta democrazia incentrato sull’egemonia della DC, sistema che a partire dal 1991 è stato ereditato dal PD. Nel nord gli allogeni erano/sono parte integrante di questo sistema, ma a sud, il sistema democristiano e poi PD poteva/può contare su ben altri “gruppi di riferimento”: mafia, camorra, ndrangheta, sacra corona unita, tutto quel sottobosco dove si intrecciano politica, affari e criminalità.

Uno dei capolavori della “nostra” costituzione è certamente l’articolo 117 che recita:

La potestà legislativa e’ esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

Questo, almeno sulla carta,disegnerebbe un sistema semi-federale. Se le cose stessero realmente in questo modo, noi potremmo discuterne la positività o negatività. Credo che al riguardo anche nella nostra Area non ci sia un’opinione uniforme. Da un certo punto di vista, un sistema federale o semi-federale presenterebbe dei vantaggi: enti pubblici più vicini alla realtà dei cittadini e più facilmente controllabili da questi ultimi, ma bisogna considerare i con attenzione il lato negativo della cosa: in un Paese dove la percezione dell’identità nazionale è così fragile, solcata da mille separatismi, non c’è certamente bisogno di incoraggiare le spinte centrifughe. Negli anni ’70, quando fu introdotto il sistema delle autonomie regionali, il MSI condusse una lunga battaglia contro di esso, e non penso si possa dire che avesse torto.

Tuttavia, l’articolo 117 è una mezza misura tipicamente italiana, l’arte di fingere di fare le cose ed effettivamente non farle. Subito dopo l’enunciazione di cui sopra, segue un lungo elenco di materie sulle quali lo stato si riserva la potestà legislativa esclusiva. In pratica, l’unica materia importante lasciata alla competenza legislativa delle regioni, è la sanità. E’ un bene o un male? Sappiamo che ciò ha prodotto una situazione “a macchia di leopardo”, con regioni dove – più o meno bene – la sanità funziona, e altre dove non funziona affatto.

La riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi allora premier avrebbe, fra le altre cose, portato all’abolizione della competenza legislativa regionale anche in questa materia, quindi a un’uniformazione del sistema sanitario. Voi pensate che il livello della sanità delle regioni dove essa non funziona sarebbe salito al livello di quelle dove essa funziona, o che piuttosto quello de queste ultime sarebbe sceso a quello delle prime? Perdonatemi lo scetticismo, ma la seconda ipotesi mi pare di gran lunga la più probabile (io vivo in una regione, il Friuli Venezia Giulia, dove tutto sommato la sanità funziona, nonostante che poco prima di lasciare la presidenza della regione, Debora Serracchiani, stretta collaboratrice di Matteo Renzi, abbia dato un robusto taglio ai posti letto ospedalieri allo scopo di reperire risorse da destinare alle “risorse” extracomunitarie, ma quasi non vale la pena di rilevare che le scelte del PD sono sempre contro gli Italiani, è quasi come dire che l’acqua bagna e il fuoco brucia).

Impedire uno scempio della sanità italiana ancora peggiore di quello che constatiamo attualmente, è stata una delle ragioni, ovviamente non la sola, che hanno spinto “Ereticamente” e me, pur nella modestia dei nostri mezzi, a fare “campagna elettorale” contro la riforma Renzi.

Noi vediamo sempre dall’articolo 117, che la potestà legislativa dello stato italiano, e quindi la sua effettiva sovranità è altresì limitata “dai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.” Da questo punto di vista, la riforma Renzi sarebbe stata ulteriormente peggiorativa, perché avrebbe imposto l’accettazione automatica nell’ordinamento italiano di quanto deciso a Bruxelles. In pratica, avremmo cessato del tutto di essere uno stato sovrano.

Alcuni “puristi” hanno assunto allora un atteggiamento di irrisione. Proprio noi amavamo la costituzione “nata dalla resistenza”? Irrisione senza dubbio mal posta e che dimostrava la lontananza di certe persone dalle situazioni concrete. Non si trattava di “amare” la costituzione resistenziale le cui pecche ci sono più che evidenti, e questa serie di articoli lo dimostra, ma di impedire di renderla ancora peggiore.

Rivendico la bontà della nostra scelta, a parte il fatto che il fallimento del referendum voluto da Renzi ha segnato l’inizio del crollo del PD, crollo che per l’Italia non può essere altro che un beneficio.

Ai 139 articoli della costituzione fanno seguito diciassette “Disposizioni transitorie e finali” numerate con numeri romani. Fra di esse, la più rilevante è senza dubbio la XII:

E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dalla entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.”

Questa disposizione è stata la base di tutta una legislazione volta a colpire la nostra Area politica, a essa sono seguite le leggi Scelba, Reale, Mancino, nonché le recenti leggi sull’odio razziale (che sono leggi razziste perché presuppongono che la capacità di odiare qualcuno perché appartenente a una razza diversa sia limitata a una sola razza, la nostra).

Tutto ciò è palesemente in contrasto con una serie di principi enunciati dalla stessa costituzione che dovrebbe garantire la libertà di opinione, ad esempio l’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche”, o l’articolo 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Noi possiamo tuttavia capire che la ratio della XII disposizione almeno in origine non era questa, lo si arguisce dal fatto che si tratta di una disposizione transitoria e che le limitazioni al diritto di voto per coloro che avevano fatto parte del passato regime, erano previste per non oltre un quinquennio. In altre parole, costoro probabilmente pensavano che presto non ci sarebbero stati più “fascisti”, soprattutto man mano che le nuove generazioni sarebbero state conquistate dalla bellezza (o quella che ritenevano essere la bellezza) della democrazia. Ricordiamo che durante tutti gli anni ’50 e ’60 ci era appioppata l’etichetta di nostalgici, come dire che coloro che erano “ancora” di queste idee, lo erano per una sorta di rimpianto degli anni giovanili.

Invece, sono passati settant’anni  e sono arrivate una prima, una seconda, una terza generazione di neofascisti postbellici. Noi, per ovvi motivi anagrafici, l’esperienza del fascismo non l’abbiamo vissuta, ma ben conosciamo la democrazia antifascista, le sue mille ipocrisie e falsità, la sua natura sostanzialmente tirannica, il suo essere sistematicamente contro il popolo e la patria italiana.

Col tempo, e sempre attraverso una procedura complessa e macchinosa, la costituzione ha subito varie modifiche, una delle più interessanti, probabilmente, è quella apportata con la legge costituzionale del 21 giugno 1967, che stabilisce l’imprescrittibilità e la possibilità di estradare l’imputato di reati politici, per i delitti di genocidio. Non è che dopo la seconda guerra mondiale genocidi non siano avvenuti o non stiano avvenendo al presente, si pensi al comportamento assolutamente criminale di Israele, l’entità sionista, verso l’indifeso popolo palestinese, delitti in spregio al comune senso di umanità prima ancora che del diritto internazionale, ma palesemente non è di questi delitti di genocidio, che si continua servilmente a ignorare, che si  occupa questa legge, ma sempre e solo di quelli attribuiti alla parte perdente del secondo conflitto mondiale, ma non è tutto: il 1967 ci può apparire un tempo lontano, ma dalla conclusione del secondo conflitto mondiale erano già passati 22 anni, quasi una generazione. All’epoca i “mostri nazisti” di cui fino a quel momento si era disposto in abbondanza, cominciavano a scarseggiare, e la democrazia ha bisogno di un’immagine destoricizzata e ridotta alla dimensione metafisica del fascismo come “male assoluto” come gli esorcisti hanno bisogno del diavolo per non restare disoccupati. Poiché lo scorrere del tempo e la falcidie naturale proseguono implacabili, ecco che la nostra  magistratura ha coinvolto in una vicenda giudiziaria kafkiana Eric Priebke, un uomo che durante la guerra era un semplice tenente, e non può quindi aver avuto grosse responsabilità, ma ha avuto la ventura di superare il secolo di vita. La prossima volta, forse, toccherà a qualcuno che all’epoca era un hitlerjugend in calzoncini corti. A Roma, in Vaticano ce n’è giusto uno che alcuni anni fa ha lasciato il suo posto a un argentino. Nei suoi panni, io non dormirei tranquillo.

Io torno a ripetere di non essere un giurista, solo un uomo dotato di una cultura non rudimentale, che è capace di capire quello che legge. Questa costituzione è davvero un capolavoro inarrivabile del diritto, o un documento ispirato a un’ideologia ipocrita che meriterebbe solo di finire nella pattumiera della storia?

 

 

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Categorie: Costituzione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 25 Marzo 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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