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La Cappella Sansevero: un compendio di arte, filosofia, teologia ed esoterismo – Luigi Angelino

La Cappella Sansevero: un compendio di arte, filosofia, teologia ed esoterismo – Luigi Angelino

La Cappella Sansevero rappresenta uno dei più importanti Musei non solo di Napoli e d’Italia, ma addirittura del mondo. Negli ultimi anni, infatti, un’adeguata rivisitazione del sito ed una più intensa e capillare divulgazione culturale ed artistica, hanno reso la Cappella Sansevero uno dei luoghi più visitati al mondo. Essa è situata nel centro storico della metropoli partenopea, nelle vicinanze di Piazza San Domenico Maggiore, attigua al palazzo di famiglia dei principi di Sansevero. In origine si trattava di una vera e propria chiesa, dove si celebravano rituali religiosi, attualmente sconsacrata, separata dalla residenza dei nobili da un vicolo sormontato da un ponte che permetteva ai principi di accedervi direttamente.

La Cappella fu fondata sul finire del sedicesimo secolo, ma rinasce e fiorisce circa due secoli più tardi, grazie alla brillante personalità del principe Raimondo di Sangro, un vero e proprio “genius loci”, in grado di infondere la propria straordinaria creatività in ogni elemento artistico, scientifico e culturale della struttura (1). Per riuscire a penetrare meglio nelle caratteristiche storiche, artistiche, spirituali, filosofiche ed esoteriche della Cappella, si rende necessario spendere alcune parole sulla vicenda biografica del suo Mecenate, Raimondo di Sangro, principe di Sansevero. Egli nacque a Torremaggiore, feudo della famiglia in provincia di Foggia, da Antonio, duca di Torremaggiore e da Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, rimanendo orfano di madre pochi mesi dopo la nascita ed affidato dal padre alla disciplina educativa del nonno Paolo, principe di Sansevero, residente a Napoli (2). Di seguito, mostrando già pregevoli qualità intellettuali, fu inviato a Roma presso il Collegio dei Gesuiti, conosciuto per l’altissimo livello culturale. Dopo aver completato gli studi in una vasta gamma di discipline che comprendeva la letteratura, la filosofia, il diritto, l’araldica, la pirotecnica, l’ingegneria idraulica e perfino l’alchimia, Raimondo ereditò giovanissimo il titolo ed il patrimonio del nonno. Quando tornò da Roma sposò la cugina Carlotta Gaetani dell’Aquila d’Aragona, nel periodo in cui salì sul trono di Napoli Carlo di Borbone che, conosciuta la fama della sua genialità, lo inserì trai suoi più stretti collaboratori, attribuendogli la nomina di “Gentiluomo di Camera con Esercizio” e concedendogli l’onorificenza di “Cavaliere del Reale Ordine di S.Gennaro” (3). Gli studi di Raimondo negli anni successivi divennero più serrati ed approfonditi, ricevendo da papa Benedetto XIV (4)perfino l’autorizzazione a leggere i “libri proibiti” (5), cioè quei testi messi al bando dalla Chiesa. Dedicò, inoltre, gran parte della sua grande energia alle invenzioni, tra cui si possono annoverare un archibugio ad una sola canna che poteva sparare sia a polvere che a vento, una macchina idraulica capace di far risalire l’acqua, un cannone di materiale leggero ma con una sorprendente capacità di gittata, un avveniristico teatro pirotecnico. La sua competenza si distinse anche nell’architettura e nelle arti militari, compilando il “Gran Vocabolario della Arte di Terra” e “Pratica più agevole e più utile di esercizi militari per la fanteria”, riscuotendo addirittura il plauso dell’imperatore Federico II di Prussia (6). E, dopo la pausa militare, Raimondo si dedicò ad altre particolari invenzioni, come una stoffa impermeabile, una carrozza anfibia capace di andare per mare e per terra e soprattutto il “mitico lume perpetuo”, le cui portentose qualità furono descritte dallo stesso Raimondo in alcune lettere indirizzate ai suoi amici. Tra questi è giusto ricordare il filosofo Antonio Genovesi (7), che definisce Raimondo “di bello e gioviale aspetto, versatile nelle lingue”. Sembra, infatti, che Raimondo ne conoscesse un gran numero, tra cui il sanscrito, l’ebraico ed il greco antico. La sua più celebre invenzione è forse la macchina capace di stampare in vari colori ad una sola pressione di torchio che servì a pubblicare la famosa “Lettera apologetica” (8) che la Chiesa definì “una sentina di tutte le eresie”, mettendola pubblicamente all’indice. Quando divenne pubblica la sua militanza nella Loggia Massonica napoletana, divenendone “Gran Maestro”, arrivò senza indugio la condanna del papa. Nonostante qualche anno dopo avesse ottenuto il perdono da Benedetto XIV, si ritirò a vita privata, dedicandosi agli studi, agli esperimenti ed ai lavori nell’amata Cappella di famiglia, fino alla morte che lo colse nel 1771.Non è la sede adatta per approfondire l’alone di mistero e di leggenda che circonda questo straordinario personaggio, richiedendo questo tema una trattazione specifica e più mirata. Si può dire che è molto difficile definire i contorni della sua multiforme attività, in grado di spaziare dalla filosofia alle scienze, dalla religione all’esoterismo, dall’arte alla medicina. Si tratta sicuramente di un raffinatissimo intellettuale, esponente della vivace Napoli illuminista, precursore nell’intuire i veloci cambiamenti della storia e nel favorire quel risveglio della ricerca interiore che si realizzerà in maniera più netta nei secoli successivi (9).

Se vogliamo dare una panoramica generale della splendida Cappella, è necessario partire dal monumento posto al di sopra dell’ingresso personale, fatto elaborare da Raimondo per celebrare l’illustre antenato Cecco di Sangro. Questi è raffigurato, mentre esce fuori dal sarcofago, dove, secondo una leggenda, era rimasto chiuso, fingendosi morto per ben due giorni interni, allo scopo di ingannare i nemici durante la campagna bellica delle Fiandre. I due ippogrifi posti ai lati del monumento rappresentano la “cura” e la “sorveglianza”, mentre l’aquila che stringe fra gli artigli un fascio di fulmini simboleggia il coraggio. La particolarità di tale opera è costituita dal fatto che raffigura un vero e proprio evento storico, mentre tutte le altre opere della Cappella si riferiscono a virtù o a qualità eterne. Da notare che sul leone raffigurato sul monumento risulta la data e la firma di Celebrano, ma si suppone che il bozzetto originario sia stato formato da Francesco Queirolo(10). Procedendo si nota un altro monumento in onore di un antenato e, precisamente, del figlio di Paolo duca di Torremaggiore, morto durante una spedizione in Africa. Il monumento si presenta sviluppato in linea verticale, con una forma quasi geometrica, dove sotto l’angelo alato è posta un’acquasantiera a forma di conchiglia che sembra accogliere le lacrime dell’angelo.

Di notevolissimo pregio sono le sculture presenti nella Cappella. Agli occhi dei visitatori si impone innanzitutto la “Pudicizia”, attribuita dalla maggior parte degli storici al Corradini (11), dedicata alla memoria di Isabella Tolfa e di Laudonia Milano, mogli di Giovan Francesco de Sangro. Il decoro è raffigurato con un giovinetto semicoperto da una pelle di leone. Legata alla simbologia ermetica è la grossa testa di leone poggiata su di un tronco di colonna con l’iscrizione “sic floret decoro decus” (così la nobiltà risplende attraverso ciò che ad essa si addice). La grossa testa di leone simboleggia la vittoria dello spirito umano sulla natura animale, mentre l’unico calzare indossato dal fanciullo si collega ai miti classici ove tale usanza significava la duplice relazione con il cielo e con l’inferno, con gli dei del mondo degli abissi e con gli dei del cielo. Tra le più significative sculture, si può annoverare il monumento dedicato a Giulia Gaetani d’Aragona, moglie di Paolo, quarto principe di Sansevero. La figura femminile, morbida ed idealizzata, reca nella mano destra alcune monete ed un compasso, elementi che stanno ad indicare la generosità e l’equilibrio, mentre nella mano sinistra si nota una cornucopia riversante denari e gioielli. Accanto alla donnaè posta un’aquila (12) che, nell’iconografia tradizionale, è simbolo della temperanza, nonché l’unico animale capace di fissare il sole. Di grande suggestione è,inoltre, il complesso scultoreo in onore di Ippolita del Carretto e di Adriana Cerafa della Spina, moglie di Giovanni Francesco de Sangro. In tale complesso si nota un vecchio che reca nella mano sinistra una lanterna e nella mano destra una sferza, simbolo l’una della luce della verità, l’altra della punizione dell’eresia. Il vecchio spinge il piede su un libro dal quale spunto un serpente, simbolo di carattere satanico, mentre un puttino alato sembra partecipare all’azione di distruzione dei testi eretici. E come si fa a non parlare del gruppo marmoreo dedicato a Gaetana Mirelli Teora, l’ultimo in ordine di tempo ad essere scolpito. Nella raffigurazione, una giovane donna alza con la mano destra due cuori, mentre con la sinistra stringe un giogo piumano (il primo simbolo si riferisce all’amore, mentre il secondo alla dolce obbedienza). Ai piedi della donna vi è un putto alato che stringe tra le mani un pellicano (13), antico simbolo iconografico della carità (14). Tale animale, infatti, in alcune circostanze si lacera il petto per nutrire i figli, divenendo in epoca medioevale uno degli emblemi di Cristo.

E l’elenco delle altre sculture sarebbe interminabile. Si rimanda, pertanto, a guide più specifiche per una trattazione dettagliata ed esaustiva. Si menzionano, tuttavia, monumenti di particolare pregio come quello dedicato a Cecilia Gaetani dell’Aquila, dove il velo posto sulla figura della donna raggiunge un notevole elemento di perfezione realistica, come se il vapore esalato dai vasetti potesse realmente rendere il telo aderente al corpo della donna; l’altorilievo, o quadro marmoreo che comprende anche il ciborio inserito all’interno di un sudario, retto da due putti e chiuso dal volto metallico di Cristo; o, infine, il monumento dedicato a Carlotta Gaetani, dove si osserva una donna di placida bellezza, avvolta in una morbida tunica che le conferisce grazia ed eleganza, reggendo nella mano destra un caduceo (15) e nella sinistra un cuore, il primo simbolo di pace e di ragione, il secondo di amore e carità.

Il capolavoro più importante presente nella Cappella Sansevero è, senza dubbio, il “Cristo velato” (16). Si tratta di un complesso marmoreo di pregevolissima fattura, una delle opere più famose e sorprendenti al mondo che ha da sempre destato meraviglia e grande ammirazione. Vale la pena ricordare, tra i suoi illustri estimatori, Antonio Canova al quale si deve la frase, secondo la quale sarebbe stato pronto a rinunciare a dieci anni della sua vita pur di essere l’autore di siffatta opera. Per quanto riguarda la storia della sua elaborazione è necessario ricordare che il “Cristo velato”, pur essendo datato e firmato da Sanmartino, era stato in precedenza rappresentato nel bozzetto in creta da parte di Antonio Corradini, bozzetto attualmente conservato presso il Museo di San Martino di Napoli. Alla morte del Corradini, Raimondo di Sangro commissionò l’opera al giovane Sanmartino (17) che, comunque, non si attenne molto al preesistente bozzetto. Rispetto alla precedente raffigurazione, si nota tutta la sensibilità tardo-barocca del Sanmartino che imprime al sudario un movimento che si può definire “palpitante”. Il corpo senza vita del Cristo è avvolto in morbidi teli che sembrano abbracciarlo con pietà, mentre le tormentate pieghe del sudario evidenziano una profonda sofferenza, quasi come se la misericordiosa copertura rendesse ancora più evidenti le povere membra ed il corpo orrendamente martoriato. Il visitatore rimane letteralmente impressionato dai particolari realistici che si notano sulla scultura, come la vena gonfia sulla fronte che appare ancora trasmettere la linfa vitale, le trafitture dei chiodi sui e piedi e sulle mani, scolpite in maniera abilissima e pressochè ineguagliabile, il costato scavato che mostra finalmente il giungere di una morte liberatrice. Tutti questi raffinatissimi particolari rivelano uno studio accurato ed una ricerca profonda da parte dell’artista, non incline ad accettare precostituiti canoni di scuole già sperimentate. Nel “Cristo velato” l’arte si sposa alla scienza, raggiungendo livelli di precisione geometrica, come nella rappresentazione minuziosa dei bordi del sudario o nella descrizione degli strumenti della passione collocati ai piedi del Cristo sofferente. Il “Cristo velato” non appare semplicemente una evocazione drammatica, ma si impone come opera che trascende se stessa, illuminandola di ricchi significati teologici e religiosi, presentando il Cristo come simbolo del destino e della redenzione di tutta l’umanità sofferente. L’assoluta perfezione di tale complesso marmoreo ha dato vita a numerose leggende, legate soprattutto ai presunti esperimenti alchemici del Principe di Sansevero. Una delle leggende “più spinte” è quella che ritiene il velo il risultato di un processo alchemico che avrebbe marmorizzato il tessuto originale. E’ giusto precisare, tuttavia, che i documenti storici attestano che la statua sia stata ricavata da un unico blocco di marmo. E’ innegabile che l’effetto attribuito dal velo appare quasi inverosimile nella sua perfezione: il velo di marmo dovrebbe ricoprire completamente la figura sottostante ed, invece, dà maggior risalto all’immagine ricoperta. In sintesi, si osserva che il tessuto scolpito esalta ogni dettaglio del complesso marmoreo, quasi si trattasse di magica illusione ottica (18). Molto evidente nell’opera è il messaggio di speranza, in quanto il velo separa Cristo dal mondo dei vivi, ma un’attenta osservazione delle narici ci rivela che Egli sta respirando, segno dell’imminente resurrezione e del conseguente riscatto dell’umanità. Dal punto di vista esoterico, dietro la figura di Gesù si nascondono evidenti simbologie iniziatiche. Al di là dello strazio del corpo sofferente, è possibile leggere nel capolavoro del “Cristo velato”, l’allegoria del “letto di Dio”, dove avviene la “coniuctio” per antonomasia, cioè l’amplesso tra l’anima e Dio. Il sacrificio della passione di Cristo diventa l’emblema dello stadio finale del perfezionamento sapienziale e l’osservatore stesso si sente quasi prigioniero all’interno del velo, in attesa di un prodigioso risveglio o di un disvelamento illuminante. Il velo, in quest’ottica, apparirebbe ardente di fuoco alchemico rivolto alla trasformazione, rapendo gli iniziati “nel nido della Fenice” (19) per purificarsi nella sofferenza e rinascere verso una vita nuova.

La Cappella di Sansevero è anche adornata da una pregevole volta, l’affresco firmato e datato da Francesco Maria Russo (20), una delle prime opere commissionate da Raimondo di Sangro. L’artista crea una serie di fantasie illusionistiche con angeli ed altre figure che convergono idealmente verso il centro, dove è posta la Colomba dello Spirito Santo, nel cui becco è posizionato un triangolo, figura geometrica di grande significato: in ambito cristiano simboleggia la Trinità, mentre nel sistema dei pitagorici la lettera greca “delta”, dalla forma appunto triangolare, è il simbolo della rinascita cosmica; nel contesto massonico il triangolo distingue la dignità del Maestro Venerabile. Attorno al vertice centrale, una serie di finestre rendono più luminosa la “Gloria del paradiso”, al di sopra delle quali sei medaglioni di colore verde brillante contengono i ritratti dei santi appartenenti alla famiglia de Sangro. Davvero singolare appare al visitatore l’aspetto della tomba voluta da Raimondo de Sangro. Essa, a differenza degli altri monumenti sepolcrali, ha una struttura sobria ed austera nella quale spicca la lapide in marmo rosa, adornata lungo il suo perimetro da un prezioso ricamo. L’elogio funebre, ottenuto con un processo a base di solventi chimici ed intagliato senza scalpello, rappresenta l’ennesima invenzione del geniale principe di Sansevero, il cui ritratto è collocato proprio sopra la tomba, in simmetria con quello collocato sull’entrata laterale.

Scendendo, poi, mediante una piccola scala di ferro, si arriva in una stanza dalla forma ellittica, definita dallo stesso principe come “espece de Caveau”, destinata, negli intendimenti iniziali, ad essere ampliata per conservare le sepolture dei discendenti, ma rimasta incompiuta per motivi non noti. Il fatto che sul pavimento sia posta una lastra di marmo rettangolare, più o meno delle stesse dimensioni del “Cristo Velato”, ha fatto pensare che il principe inizialmente avesse avuto intenzione di collocarvi il complesso marmoreo destinato a diventare uno dei capolavori più ammirati di tutti i tempi. In questa stanza misteriosa, attualmente, si possono osservare due scheletri di un uomo e di una donna, in posizione eretta, forgiati dal medico siciliano Giuseppe Salerno con l’alta vigilanza del Principe di Sansevero. E’, tuttavia, ancora sconosciuto il procedimento attraverso il quale sia stato possibile ottenere un risultato così straordinario e stravagante. Tali scheletri sono stati definiti addirittura macchine anatomiche (21), solleticando la fantasia popolare al punto da diffondersi la voce che si trattasse dei corpi di due servitori del principe, ai quali era stato iniettato un liquido capace di pietrificare le loro vene ed arterie. L’aspetto che sorprende maggiormente e che meriterebbe una trattazione a sé stante è il fatto che il sistema circolatorio ricostruito appaia estremamente simile alla realtà, nonostante all’epoca le conoscenze anatomiche non avessero ancora raggiunto livelli avanzati.

Come si è detto, a proposito della biografia di Raimondo de Sangro, Egli fu membro della Massoneria partenopea, arrivando a ricoprire, per un breve periodo, il ruolo di Gran Maestro della Gran Loggia nazionale di Napoli, ma soprattutto tramite di quell’insegnamento alchimico – nilense che in percorsi ermetici consentì il riaffiorare della Sapienza della Tradizione Arcaica d’Occidente.  Nell’ambito della Cappella di famiglia, decise di inserire numerosi simboli che richiamassero la fratellanza e che potessero tramandare i principi massonici evitando il pericolo della censura sia da parte della Chiesa Cattolica che da parte del Regno di Napoli. La cappella di Sansevero, pertanto, può essere considerata un vero e proprio tempio massonico, mediante soprattutto la sua successione statuaria. Le dieci statue presenti, infatti, chiamate anche “Virtù”, starebbero ad indicare il percorso spirituale dell’iniziato per perfezionare il suo mondo interiore e raggiungere la lucedella verità. Lo stesso pavimento in bianco e nero, ora presente solo davanti alla tomba del principe, ma che prima era presente nell’intera cappella, riproduce un labirinto con tutta la simbologia iniziatica che esso comporta. Un altro elemento tipicamente massonico è l’ingresso situato ad Occidente e sorvegliato dalla statua di Cecco di Sangro con la spada sguainata, tipico esempio di “Guardiano” che vuole impedire ai profani di entrare nel tempio e che invece accoglie l’adepto durante la cerimonia di iniziazione. In più, nei templi massoni l’ingresso è formato anche da due colonne, Boaz (22) a nord e Jakin a sud. Queste due colonne, nell’ambito della Cappella di Sansevero, sarebbero sostituite dalle due statue del Decoro e dell’Amor divino. La statua della Pudicizia farebbe riferimento all’iniziando che abbandona le false verità, conseguendo finalmente la verità esoterica e l’autentica conoscenza, mentre la scena di Gesù che ridà la vista al cieco simboleggerebbe la fase in cui il Maestro Venerando mostra al neofita la giusta via da seguire. Ed altri molteplici emblemi alchimici sono disseminati nella Cappella, alcuni dei quali sono stati menzionati nel corso della breve rassegna sulle sculture presenti, come l’aquila, la cornucopia, il compasso, l’unico calzare e tanti altri.

Un osservatore inconsapevole non riesce a cogliere il vero significato illuminato ed illuminante del percorso tracciato da Raimondo di Sangro, principe di Sansevero. Se si riesce, tuttavia, a volgere lo sguardo della mente e del cuore oltre la scontata simbologia cristiana, il capolavoro architettonico della Cappella è in grado di rivelare un intricato schema di elementi legati al linguaggio ermetico, la cui interpretazione non può essere improvvisata, ma richiede una ricerca approfondita ed una preparazione specifica.  A noi semplici osservatori, amanti dell’arte e della bellezza in ogni sua forma espressiva, non resta che immergerci nella suggestiva ed enigmatica atmosfera della Cappella, per farci guidare in un catartico viaggio dello spirito.

Note:

(1) Cfr. La Cappella filosofica del principe di Sansevero, E.F.Hobel, Ed. La Stamperia del Valentino, Torino 2010;
(2) Cfr. Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, Antonio Emanuele Piedimonte, Ed. Intra Moenia, Napoli 2010;
(3) Si trattava di onorificenze e titoli appartenenti alla tradizione del Regno delle due Sicilie;
(4) Papa Benedetto XIV è stato il 247^ papa della Chiesa Cattolica. Al secolo Prospero Lorenzo Lambertini (1675-1758) divenne papa nel 1740 fino alla sua morte;
(5) L’indice dei libri proibiti era un elenco di pubblicazioni proibite che fu istituito da papa Paolo IV nel 1559. Tale elenco fu aggiornato fino alla metà del XX secolo, poi soppresso nel 1966 dalla Congregazione per la dottrina della fede, a seguito della rivoluzione copernicana di pensiero rappresentata dal Concilio Vaticano II;
(6) Cfr. Il principe alchimista. Vita e leggenda di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, Paola Amadesi, Ed. Moderna, Ravenna 2013;
(7) Antonio Genovesi (1713-1769)è stato uno dei più importanti scrittori, filosofi ed economisti del diciottesimo secolo;
(8) La “Lettera Apologetica”, scritta e stampata nel 1750 da Raimondo di Sangro, in sintesi, tende a convincere una misteriosa interlocutrice in merito al potenziale comunicativo e letterario dei “quipu”, il sistema di notazione, basato sui nodi e i colori, utilizzati dagli Inca nel Perù precolombiano;
(9) Cfr. Un sole nel labirinto. Storia e leggenda di Raimondo de Sangro, principe di Sansevero, Giuliano Capecelatro, Ed. Il Saggiatore, Milano 2000;
(10) Francesco Queirolo (1704-1762), genovese di nascita e napoletano di adozione, è stato uno dei più grandi scultori del diciottesimo secolo. La sua statua, “Il Disinganno”, presente nella Cappella di Sansevero che raffigura un uomo avvolto da una rete, è un vero e proprio capolavoro del “trompe l’oeil” in scultura;
(11) Antonio Corradino (1688-1752), eminente scultore che, dopo un’intensa attività a Venezia, a Vienna e a Roma, lavorò al servizio di Raimondo de Sangro nel cantiere della Cappella di famiglia;
(12) Il simbolo dell’aquila si diffuse già presso le civiltà antiche. Ad essa era associato il mito dell’invincibilità, con forti legami sia con il sole, inteso come disco solare e come divinità. All’aquila si riconosceva la grande facoltà di poter fissare con lo sguardo il sole, senza conseguenze negative per i suoi occhi. A tale proposito, si ricordano i versi di Dante nel “Paradiso” (vv. 46-48): “quando Beatrice, in sul sinistro fianco vidi rivolta e riguardar nel sole: aquila si non li s’affisse unquanco”;
(13) In araldica il pellicano è il simbolo di pietà, amore e carità. L’origine di tale simbologia si ritrova nella particolarità del sistema nutritivo dei piccoli. Per compiere tale azione, infatti, la femmina nutre i piccoli, stritolando i pesci che tiene a macerare nella sacca membranosa che pende dalla mandibola inferiore, in realtà premendo il becco contro il petto per far uscire il cibo;
(14) Cfr. Napoli, la Cappella San Severo. La storia, le opere, gli artisti, Aurelio De Rose, Ed. Rogiosi, Napoli 014;
(15) Il caduceo è una verga con due serpenti intrecciati in maniera simmetrica e due ali aperte alla sommità, simbolo di prosperità e di pace. Attualmente è il simbolo dell’ordine dei medici;
(16) Cfr. Napoli velata, Oreste Pipolo, Ed. Rogiosi, Napoli 2015;
(17) Giuseppe Sanmartino, denominato anche semplicemente “Sanmartino” (1720-1793), si ricorda come scultore dal grandissimo “virtuosismo tecnico”, ricordato soprattutto per l’impareggiabile opera del “Cristo velato”, ma autore di numerose sculture nelle più importanti chiese di Napoli, come quelle di Santa Chiara, di Santa Restituta o del Gesù Nuovo;
(18) Cfr. La Cappella Sansevero, Mauro Fermariello, Ed. Alos, Napoli 2018;
(19) La fenice è il mitico uccello di fuoco mitologico in grado di risorgere dalle proprie ceneri, dopo la morte. I primi a rappresentare la Fenice furono gli antichi Egizi, con il nome di “Bennu”, raffigurata con la corona Atef o con l’emblema del disco solare. Nelle leggende greche successive assunse, l’uccello di fuoco mitologico assunse il nome di “Fenice”;
(20) Francesco Maria Russo (a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo), della cui vita si hanno veramente pochi cenni biografici, comprese le date di nascita e di morte;
(21) Cfr. il rituale di pietra. Simboli e segreti della Cappella Sansevero, Ed. Alos, Napoli 2015;
(22) Boaze Yakin furono due colonne, fatte di rame, collocate nel vestibolo del Tempio di Salomone.

Luigi Angelino

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Categorie: Arte Ermetica

Pubblicato da Ereticamente il 31 Marzo 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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