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Il disastro del 737: la caduta degli Dei – Umberto Bianchi

Il disastro del 737: la caduta degli Dei – Umberto Bianchi

Sono un consumato ed impenitente viaggiatore. In treno, aereo, pullman, auto e moto, ho girato (e tuttora giro) laddove ho potuto, animato da inesorabile curiosità e voglia di conoscere. E’ più che naturale che il recente disastro del Boeing 737 caduto in quel dell’Etiopia mi abbia riempito di tristezza ed angoscia, non senza però, lasciarmi con alcune riflessioni ed interrogativi ancora aperti. La dinamica dell’evento, anzitutto. L’aereo non è precipitato per quella tragica concomitanza di casualità che, sovente, costituiscono il brodo di coltura di ogni buon disastro che si conviene. Stavolta, il velivolo è precipitato perché il sofisticato sistema computerizzato di controllo, indirizzo e guida del velivolo, è improvvisamente andato in “tilt” e, questo è quel che maggiormente preoccupa, nulla il pilota ha potuto fare per intervenire manualmente, perché quel così sofisticato ed aggiornato sistema di controllo, non lo permetteva.

Nell’intenzione dei suoi progettisti, la macchina, il software, doveva fare dell’uomo e del pilota, un semplice e puro cooperante, una variabile manuale in più, un additivo alla perfetta logica di un avanzato “database”. E invece, ahimè, così non è andata; come in Indonesia pochi mesi prima, il software si è “impallato”, punto e basta, lasciando piloti e passeggeri in balia del proprio tragico destino. Questa sequela di tragedie, stanno qui, forse, ad insegnarci qualcosa, ad enunciarci un’indicibile verità, di cui nessuno sembra, ad ora, volersi prendere il fardello. La Tecnica nel mostrare, con questi eventi, i propri angusti limiti, sta forse arrivando alla sua fase terminale. Checchè il multimiliardario ed imbecille James Kaplan dagli Usa, ci venga a dire che, ben presto, le macchine sostituiranno l’uomo in molte attività lavorative, quelle tanto idolatrate macchine, ci stanno mostrando una inusitata fragilità: basta un contatto, un cortocircuito o il subitaneo spegnersi di un relais e blasonate e lucide apparecchiature, giganti d’acciaio, autostrade di fili e luci, mostrano tutta la loro limitata finitezza, la loro vuota incapacità, lasciando deserti di ferraglia, macerie e fili bruciati attorno a loro.

Tutto il frutto di sofisticate elaborazioni, di colossali investimenti, torna, d’un tratto, al proprio primitivo stato di materia bruta ed informe, lasciando con l’amaro in bocca, quanti credevano nel perverso sogno di un’umanità disumanizzata dalla tecnologia, in una misura tale da far preconizzare l’avvento di nuove e splendide generazioni di robot umani, in grado di sostituire l’uomo in molte, troppe mansioni. E invece no. Il sogno è crollato e sta crollando dinanzi all’incapacità ed alla manifesta impossibilità della Techne di sostituire l’uomo, il suo genio, la sua versatilità, la sua splendida imprevedibilità, le sue cadute e le sue risalite d’umore, che stanno alla base della sua innata genialità. A detta delle antiche forme di Teurgia, dell’Ermetismo e dello stesso Hegel, l’uomo ed il suo Spirito Individuale, possono andare a coincidere con lo Spirito Assoluto, con il Divino, assurgendo alla dimensione di Dei o semidei, in grado di interagire attivamente sull’intero Ordine Cosmico. Qui invece, ancora una volta, le ali di Icaro si sono squagliate, lasciando in terra un uomo, sbatacchiato ma, finalmente liberato dalla “maya” dell’onnipotenza della Techne. Un nostalgico ritorno al passato? Un romantico “memento” primitivista e luddista? Oppure l’inizio di una nuova stagione di consapevolezza karmica?

Ci sovviene, a tal proposito, l’eco di un contrasto che, con le sue polemiche, segnò l’inizio della Modernità e che ebbe come protagonisti, il mago ed ermetista inglese Robert Fludd e l’astronomo polacco Niccolò Copernico, nel ruolo di pedante ed imbecille difensore ad oltranza, di un ottuso empirismo razionalista, di contro alle tesi ermetiche del primo. A vincere, come ben sappiamo, furono le tesi copernicane, supportate da una degenerata forma di ermetismo razionalista che, all’insegna dello “Scientia est Potentia” di baconiana memoria, ben presto fece della “Techne”, tramite lo strumento economico, un vero e proprio “Pensiero Pensante” autonomo, la cosiddetta Tecno-Economia, svincolato da qualsiasi vincolo e limite di sorta, morale, spirituale o legislativo che dir si voglia, unicamente animato dall’obiettivo di assimilare ed omologare il mondo intero ai propri dettami.

Fase finale di questo percorso, la cancellazione di qualsiasi residuo di “humanitas”, attraverso la sostituzione dell’umano agire con quello delle macchine, conferendo, da una parte, alla scienza informatica, il compito di sostituire l’umano ingegno, dall’altra, dal punto di vista antropologico, preconizzando l’avvento del “trans umanesimo”, ovverosia di una fisiologia umana, pesantemente condizionata da un innaturale ed invadente innesto di tecnologie “intra corpore” (il cosiddetto “uomo bionico”, sic!). Ma le cose non vanno come “qualcuno” avrebbe voluto. Il disastro ambientale globale alle porte, le sempre più ricorrenti crisi economico-finanziarie globali ed altro ancora,stanno lì a dimostrarci tutta la caducità e l’inanità della Tecno Economia e l’inizio di una clamorosa sconfitta, di cui, la caduta dei giganti del cielo, causato da qualche infimo “relais” fulminato, rappresenta un più che evidente segnale.

Il Progetto Mondialista ha clamorosamente fallito i propri obiettivi. La Globalizzazione si sta sgretolando sotto i nostri occhi, lasciando dietro a sé, sgomento, paura ed incertezza. E ritornando a quanto, poc’anzi accennato, il momento di una nuova e generale presa di coscienza “karmica”, destinale, è alle porte. Il pervenire ad un superiore livello di tale coscienza, è il compito che l’Europa e l’Occidente intero, si dovranno ben presto assumere, per ritornare a giuocare un ruolo centrale nella storia della civiltà umana.

UMBERTO BIANCHI

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Categorie: Attualità

Pubblicato da Ereticamente il 14 Marzo 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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