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Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, ventisettesima parte – Fabio Calabrese

Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, ventisettesima parte – Fabio Calabrese

Questa volta prenderemo il nostro discorso un po’ alla lontana. Io credo che nessuno possa contestarmi il fatto di possedere una cultura piuttosto vasta, anche se – a volte me ne rendo disperatamente conto – non nella misura che sarebbe necessaria per portare avanti la battaglia intellettuale di “Ereticamente” con la dovuta efficacia, una cultura vasta e disordinata, frutto di interessi disparati e di letture onnivore, che non mi permette di essere uno specialista con conoscenze approfondite praticamente in nulla.

Ad esempio,  mi sono interessato parecchio del mondo celtico, ma dovrei ammettere di essere sostanzialmente digiuno dei classici dell’archeologia su questa tematica.

Una ventina di anni fa, all’incirca, qui da noi nel Friuli Venezia Giulia, ci fu una vera e propria esplosione di interesse nei riguardi del mondo celtico, grazie al fatto che l’allora presidente della regione, la leghista Alessandra Guerra, era appassionata della tematica, e sosteneva con larghezza le iniziative culturali in merito. Fu in quel periodo, ad esempio, che l’Associazione Culturale “La Bassa” di Latisana (Udine) editò con il sostegno pubblico il monumentale volume Kurm. (quest’ultimo termine nell’antichità indicava in lingua celtica la propaggine più orientale della Gallia cisalpina, grosso modo corrispondente al Friuli attuale).

Sempre in questo periodo e, ritengo sotto l’egida regionale, fu pubblicato un CD a cura del Maestro Raul Lovisoni contenente brani di musica celtica (ovviamente moderna), e testi sulla storia e la cultura dei Celti, intitolato I Celti, la tua storia. In più, il CD era accompagnato da un booklet che presenta una sintesi dei testi più interessanti, ed è un libriccino molto istruttivo.

In uno dei brani di testo del CD è contenuta un’osservazione molto interessante, che per me è stata spunto di ulteriori riflessioni. Come è noto, i Celti conobbero una grande espansione attorno al quinto secolo avanti Cristo, che li portò a diffondersi su un’area immensa, dalla Britannia all’Anatolia, e in tempi talmente rapidi che molti storici hanno parlato di una “fiammata” celtica. Gli autori avanzano l’ipotesi che in molti casi non si sarebbe trattato di una reale espansione etnica, ma piuttosto del fatto che lo “stile celtico” nei manufatti, nell’oreficeria, nel vasellame, negli armamenti, eccetera, sarebbe stato imitato dalle popolazioni vicine, per la sua praticità e soprattutto per le sue qualità estetiche.

Se questo è vero, mi è venuto da pensare, si può stabilire un parallelismo fra gli antichi Celti e i Greci. Questi ultimi con la creazione della filosofia avrebbero indotto gli Europei a uscire dalla gabbia del “si pensa così perché si è sempre pensato così” e i Celti da quella del “si fa così perché si è sempre fatto così”.

La plasticità, il dinamismo sono la forza dell’uomo europeo, ma sono anche la sua debolezza. La nostra identità è più fragile rispetto a quella degli appartenenti ad altre culture proprio per la ricorrente tentazione dell’esotismo. La volta scorsa vi ho parlato del punto di vista al riguardo di Silvano Lorenzoni, che identifica il miraggio della “luce da oriente” puramente e semplicemente con il cristianesimo. Al riguardo occorre essere chiari: i lambiccamenti e le arrampicate sugli specchi dei tradizionalisti cattolici e di quanti altri vorrebbero spacciare il cristianesimo per “la nostra” tradizione, valgono meno di nulla: i dati storici sono inoppugnabili, esso non è che un’eresia ebraica venuta a infettare l’Europa e a cancellarne le radici più antiche e autentiche. In questo senso Lorenzoni ha indiscutibilmente ragione, il cristianesimo è appunto il modello, il prototipo di tutte le infezioni, di tutte le false luci venute da oriente.

In senso propriamente cronologico, però, bisogna ammettere che quella cristiana non è la prima delle infezioni da oriente permesse e create dalla passione per l’esotismo. A posteriori è sorprendente notare con quanta passione gli antichi Romani cercassero un’inesistente radice “a oriente”. Aveva iniziato Erodoto in ambito greco, attribuendo un’origine anatolica agli Etruschi, una favola a cui ancora oggi qualcuno sembra dare credito, nonostante sia stata chiaramente smentita dalla genetica che invece riconduce i Rasna all’antico sostrato italico pre-indeuropeo, mostrandoceli connessi ai Terramaricoli e ai Villanoviani, poi i Romani ci hanno messo del loro, inventandosi un antenato orientale in Enea (che ovviamente non è mai esistito).

Il cristianesimo stesso non è che uno dei diversi culti di origine orientale che si infiltrano a Roma nell’epoca della decadenza, allo stesso modo degli egiziani Iside e Serapide, del persiano Mitra e di altri ancora, l’unica differenza sostanziale era l’efficiente organizzazione gerarchica, “militare” potremmo dire, della Chiesa cristiana che ha fatto sì che una volta infilata la punta del piede nell’angolo della porta, essa sia diventata padrona della casa.

Possiamo ricordare che già in età repubblicana Catone il Censore si sentiva in obbligo di reagire in nome dell’autentica tradizione romana contro l’ellenismo sponsorizzato dal circolo degli Scipioni.

Con tutto il rispetto per la grecità a cui la civiltà europea deve tuttora tantissimo, occorre ricordare che essa si trovava allora nella fase cosiddetta ellenistica, cioè contaminata da elementi orientali incompatibili con il più autentico spirito romano. Si fosse trattato ancora di quella dei tempi di Leonida che ci testimonia uno spirito assolutamente sovrapponibile a quello di Roma e frutto della comune matrice indoeuropea, certamente Catone non avrebbe trovato alcunché da ridire.

Noi spesso ci troviamo di fronte a una lettura distorta del mondo romano, frutto del  riutilizzo dei cascami della cultura classica da parte del cattolicesimo “romano” soprattutto a partire dalla controriforma, intesa ad accentuare al massimo la distanza fra il mondo latino-mediterraneo-cattolico e quello transalpino-celtico-germanico e a rigettare quest’ultimo come “barbaro”.

Quel che quasi altrettanto spesso ci sfugge, è anche il mondo ellenico è ugualmente vittima di un’analoga lettura fuorviata. Ne è una riprova il fatto che lo studio della filosofia greca tralascia del tutto lo studio della fase sapienziale e racchiude tutto quanto precede Socrate nella categoria dei “presocratici”, vale a dire dei rozzi precursori a cui non dare troppo peso. Con Socrate e Platone, però, siamo già a dopo la guerra del Peloponneso, vale a dire quando la grecità classica è ormai al tramonto, è proprio lo spirito di quest’ultima che ci viene occultato, o perlomeno non ci è permesso di guardare troppo da vicino, e questo sebbene Giorgio Colli nel suo ormai classico La sapienza greca avesse fatto rilevare che quando Platone ha coniato il termine “filosofia”, cioè “amore per la sapienza”, intendeva riferirsi appunto alla sapienza tradizionale posseduta dalle generazioni precedenti, un tesoro perduto da recuperare, mentre l’idea della filosofia come un sapere mai posseduto prima da alcuno, da costruire ex novo, nasce solo con Aristotele.

Quanto al contenuto di questa sapienza, esso sembra essere essenzialmente di tipo etico. E’ illuminante l’episodio di Solone che, in visita alla corte di Creso re di Lidia, gli furono mostrate da quest’ultimo le ingenti ricchezze che possedeva (ancora oggi il nome di Creso è un sinonimo di ricchezza), e quest’ultimo gli chiese se riteneva che egli fosse un uomo felice. Alla risposta negativa di Solone, Creso gli chiese di indicargli qualcuno più felice di lui. Solone rispose facendo il nome di un qualsiasi cittadino ateniese che era un lavoratore onesto e stimato, aveva servito bene la città in guerra, aveva una moglie e dei figli devoti, amici che lo apprezzavano.

Anni dopo, Creso fece guerra a Ciro, re dei Persiani, fu sconfitto e e catturato, e stava per essere messo a morte, invocò allora il nome del saggio ateniese di cui aveva finalmente compreso la lezione. Sorpreso, Ciro che l’aveva udito, gli chiese di che si trattasse e, ascoltata la storia, graziò Creso, pago di poter godere almeno del riflesso della saggezza di Solone.

Uno spirito non dissimile si ritrova nella filosofia presocratica. Democrito diceva: “Preferisco vivere povero e libero in una democrazia che essere uno schiavo ricoperto d’oro sotto una tirannide”. Sotto una tirannide, spiegava, nessuno può dire nemmeno di essere ricco, ed è solo uno schiavo ricoperto d’oro, perché il tiranno può togliergli in qualsiasi momento quello che ritiene suo. Naturalmente, se fosse vissuto nella nostra epoca, Democrito avrebbe certamente compreso che possono ben esserci tirannidi ipocrite che si mascherano sotto il nome di democrazia.

La distanza tra l’antica sapienza greca e l’ellenismo orientalizzato, potremmo dire, è la stessa che intercorre tra Leonida che si immola coi suoi trecento alle Termopili, e Aristotele che si mette al servizio di Filippo di Macedonia, il re straniero che minaccia la libertà delle città greche.

La passione per l’esotismo, la tendenza a privilegiare ciò che è straniero, a noi estraneo, non è una malattia che ha afflitto l’animo europeo solo nell’antichità, ma continua ad avere imponenti manifestazioni moderne ed odierne. Dal punto di vista storico-archeologico, la scoperta delle tombe micenee e la decifrazione della scrittura lineare B cretese equivalgono alla scoperta della tomba di Tutankhamon e alla decifrazione dei geroglifici, tuttavia non hanno certo avuto nella cultura di massa “pompata” dal sistema mediatico un’influenza nemmeno lontanamente paragonabile a quella delle scoperte di Champollion e di Howard Carter.

Di più, quando in Medio Oriente, dove ormai non ci dev’essere più nemmeno un sasso che non sia stato rivoltato più e più volte, saltano fuori quattro cocci di vaso, gli archeologi annunciano trionfanti “la scoperta di una civiltà finora sconosciuta”, gli stessi archeologi, ben s’intende, che ignorano bellamente i grandi complessi megalitici europei, da Stonehenge all’enorme campo di monoliti di Carnac, alla bellissima tomba neolitica irlandese di Newgrange che è il più antico edificio al mondo giunto intatto fino a noi, per arrivare fino ai templi dell’isola di Malta, e via dicendo. A ciò si aggiunge il fatto che i testi scolastici, dalle elementari all’università, che sono poi quelli su cui le nuove generazioni si formano la visione del mondo, ben raramente si degnano di menzionare qualcuna di queste cose.

Certamente, oggi dietro a tutto ciò è possibile scorgere anche un disegno politico: occorre che gli Europei abbiano l’idea meno elevata possibile di se stessi, in modo da accettare supinamente sia la sudditanza all’impero americano sia le ondate migratorie provenienti dal Terzo Mondo, vera invasione barbarica se mai ve n’è stata una, che preannunciano la sostituzione etnica e la scomparsa dei popoli europei, ma bisogna ammettere che tutto ciò viene ad attecchire su di un terreno già predisposto a ciò dalla mania per l’esotismo che induce a vedere presunte luci da oriente misconoscendo la propria tradizione.

Paradossalmente, il periodo in cui gli Europei sono stati più scevri dal sottostare a suggestioni orientali, a parte quella rappresentata dal cristianesimo stesso, è stata proprio l’età medioevale, il che però non significa che la cristianizzazione dell’Europa non sia stata di per sé in grado di produrre danni che sono impossibili da sopravvalutare. La cancellazione delle tradizioni native pressoché di tutti i popoli europei in nome della “nuova fede” in primo luogo, ma le cose non si fermano qui.

Lotta per le investiture, guelfi e ghibellini: in pratica tutta la storia dell’Europa medioevale è segnata dal conflitto fra il papato e l’impero, un conflitto che si può dire inizia già nella notte di natale dell’anno 800, quando Carlo Magno accoglie con malagrazia la sua promozione a “imperatore romano”, subodorando giustamente il tentativo della Chiesa di porre sotto il proprio controllo il regno dei Franchi, un lungo, interminabile conflitto, che è quello fra lo spirito semita incarnato dalla Chiesa e quello indoeuropeo di cui le genti germaniche erano portatrici.

Tranne che, appunto per quella rappresentata dal cristianesimo e dalla Chiesa, gli Europei dell’epoca si sono rivelati relativamente immuni da influenze orientalizzanti, ma al prezzo di una chiusura mentale favorita dalla Chiesa (“al chierico conviene la scrittura, al laico la dipintura”) che oggi non può non lasciarci stupefatti.

Consideriamo per esempio un fatto: gli Europei del Medioevo hanno avuto molto a che fare con gli islamici sui campi di battaglia, durante le crociate ma perlopiù sul nostro suolo per respingerne le scorrerie e le invasioni, prima durante la fase dell’espansione araba califfale, poi quella ottomana, ma ci sono stati anche periodi di relazioni pacifiche e scambi commerciali, addirittura alleanze, come quando mussulmani e crociati dovettero unirsi in Medio Oriente per tentare di respingere l’invasione mongola. Ebbene, può essere sorprendente, ma è un fatto che gli Europei dell’epoca non sapevano nulla dell’islam inteso come religione del Profeta.

Nel 1478, dunque alla fine dell’età medioevale, in un’epoca certamente più colta dei secoli che l’hanno preceduta, Luigi Pulci pubblica il Morgante, un poema satirico-cavalleresco. In esso, il protagonista, Morgante, appunto, incontrando Margutte che poi diventerà il suo compagno di avventure e peripezie, gli chiede: “Sei seguace di Cristo o d’Apollino (Apollo)?”, volendo dire se cristiano o mussulmano, e mostrando un’evidente confusione fra islam e paganesimo.

Ciò ci può apparire francamente ridicolo: allo stesso modo dell’ebraismo, l’islam è sostenitore del più rigido monoteismo, monoteismo che nel cristianesimo è attenuato non soltanto dal dogma trinitario, ma dalla rilevanza che vi hanno i culti di santi e madonne, di fatto entità semi-divine almeno per la devozione popolare. Certamente avrebbe più ragione un mussulmano a confondere cristianesimo e paganesimo.

Da un altro punto di vista, tale confusione appare comprensibile, addirittura ovvia: per l’Europa cristiana, paganesimo e islam entrano insieme in un generico concetto di “non cristiani”, il “loro” contrapposto al “noi”.

Un esempio forse ancora più chiaro e certamente più drammatico: una delle faccende più sporche dell’età medioevale è stata lo scioglimento e il processo all’ordine monastico-cavalleresco dei Templari, la cui vera ragione era il fatto che il re di Francia Filippo il Bello, di cui il papa Clemente V era soltanto uno strumento, intendeva sbarazzarsi di scomodi creditori e incamerare le loro sostanze.

Tra le accuse (inventate di sana pianta) rivolte contro i cavalieri templari, una delle più infamanti per l’epoca e per i membri di un ordine monastico cristiano, c’era quella di essere degli eretici, dei non cristiani, dei cripto-islamici.

I Templari furono accusati di adorare un idolo chiamato Bafometto, rappresentato come un uomo barbuto. “Bafometto” è palesemente una deformazione di Maometto. Ora, noi sappiamo che i mussulmani non adorano Maometto, che a differenza di Cristo per i cristiani, non è considerato una manifestazione della divinità, ma un semplice uomo, un profeta che Allah (Dio) ha onorato della rivelazione. Inoltre, come sappiamo, allo stesso modo degli ebrei, i mussulmani non solo rifiutano il culto delle immagini, ma proibiscono la raffigurazione di uomini e animali per evitare qualsiasi rischio di idolatria. Per questo motivo, noi non sappiamo neppure che faccia avesse Maometto, anche se è ragionevole supporre che avesse la barba come in genere la tengono gli Arabi.

Questo culto del Bafometto “scoperto” (in realtà inventato) dagli inquisitori di Filippo il Bello è esattamente l’idea che si farebbe qualcuno che vuole accusare qualcun altro di essere un cripto-islamico, ma non ha nessuna idea di cosa sia l’islam, e immagina che i mussulmani adorino Maometto allo stesso modo in cui i cristiani adorano Gesù Cristo.

Ammesso che fosse possibile, sarebbe auspicabile oggi tornare a un simile livello di ignoranza? Il problema non riguarda solo l’islam, ma ad esempio il marxismo, l’ideologia “rossa”. In generale, è utile o no conoscere le idee e i modi di pensare dell’avversario?

C’è per la verità il rischio marginale che qualcuno con una visione del mondo non sufficientemente strutturata si lasci suggestionare dalle idee “estranee”, ma in linea di massima, se si conoscono e si comprendono le idee e i punti di vista del nemico mentre quest’ultimo non capisce i nostri, si ha un vantaggio su di lui.

Credo di averla già riportata altre volte, ma vale la pena di ripetere questa citazione dello scrittore Erik Frank Russell:

“L’ignoranza può essere una benedizione, ma la conoscenza è un’arma”.

NOTA: Nell’illustrazione, la tomba neolitica irlandese di Newgrange, il più antico edificio al mondo giunto intatto fino a noi, una delle tante testimonianze della remota civiltà europea che gli archeologi con la fissazione mediorientale ignorano deliberatamente.

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Categorie: ex oriente

Pubblicato da Fabio Calabrese il 11 Marzo 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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