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Una Ahnenerbe casalinga, novantesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, novantesima parte – Fabio Calabrese

Nella vita occorre non dare mai nulla per scontato. Alcuni miei amici e pazienti lettori si stupiscono del fatto che finora sono riuscito a pubblicare ormai da anni un nuovo articolo su “Ereticamente” con regolarità settimanale. Bene, al riguardo non c’è nessun mistero, ma semplicemente il fatto di “portarmi avanti col lavoro”, di aver accumulato una scorta di materiale sufficiente da avere sempre a disposizione qualcosa da collocare sulle pagine di “Ereticamente”.

Tuttavia, questo modo di procedere ha anche degli inconvenienti, ad esempio, l’ottantottesima parte che riassume un po’ l’andamento delle ricerche paleoantropologiche del 2018, l’ho stesa agli inizi di dicembre, non prevedendo che il mese che mancava alla fine dell’anno potesse portare a delle novità eclatanti, anche considerando che i ritmi di questi eventi non sono certo quelli dello sport, della politica, del gossip. Invece, mai dire mai, e fare previsioni è sempre azzardato.

Da questo punto di vista, rilevavo, l’unica novità davvero importante dell’anno che andava a spirare, era stata il ritrovamento dei resti di Denny, la ragazzina tredicenne siberiana vissuta 90.000 anni fa, che l’analisi del DNA aveva dimostrato essere un ibrido di madre neanderthaliana e di padre denisoviano, non solo, ma a quanto il DNA ci ha permesso di capire, a sua volta il padre non doveva essere un denisoviano puro, ma doveva avere una parziale ascendenza neanderthal.

Questo ritrovamento, lo si ricorderà, era stato citato da Carlomanno Adinolfi nell’articolo pubblicato su “Il primato nazionale” (che ha provocato lo stizzito rimbrotto di “Ethnopedia”) come uno dei fatti che contraddicono la “teoria” dell’Out of Africa. La contraddicono, in che senso?

Non solo per il fatto di aver trovato già 90.000 anni fa tracce di presenza umana non distanti dal circolo polare artico, ma anche per il fatto che le prove che noi abbiamo di ripetuti incroci fertili fra questi antichi uomini, ci dimostrano che Cro Magnon, Neanderthal e Denisova non erano tre specie umane distinte, ma tre varietà di una medesima specie, la nostra, che era dunque presente in Eurasia da un tempo di gran lunga maggiore di quanto l’Out of Africa vorrebbe concedere.

A parte ciò, il 2018 non sembrava un anno che presentasse scoperte di rilievo, soprattutto facendo il confronto con l’intensissima stagione 2017 che ci ha fatto conoscere l’ominide “El Greco”, le impronte fossili cretesi, la “specie fantasma” individuata attraverso i DNA africani dai ricercatori dell’università di Buffalo, e altro ancora, un’annata che è stata un exploit eccezionale.

MAI DIRE MAI. Io non so quando questo articolo sarà pubblicato (c’è sempre un accavallarsi di miei scritti, dove io stesso ho a volte difficoltà a districarmi), ma al momento siamo sotto natale, ebbene, si può dire che l’anno che va a spirare ci sta riservando in extremis alcune novità importanti, quasi con una sorta di pentimento dell’avarizia finora mostrata.

Vi ho menzionato la scorsa volta la scoperta che l’esame del DNA dei resti di un giovane siberiano, il ragazzo di Malta, conservati da tempo al museo di San Pietroburgo ha rivelato un’insospettata componente europide che in pratica ci pone l’esigenza di riscrivere la storia dell’Asia e anche quella delle migrazioni verso le Americhe (siamo in un orizzonte temporale di 24.000 anni fa, 60-70.000 anni dopo l’epoca di Denny, e nessuna parentela è ipotizzabile fra i due, ma quando parliamo di “origini” non dobbiamo considerare solo la storia più remota, bensì tutto quanto si pone prima dell’inizio della storia documentata). Bene, questa non sembra sia la sola novità importante che questo 2018 prima di congedarsi, ha deciso di regalarci in extremis.
In effetti, non si tratta di una novità vera e propria, la notizia era già stata riportata dal quotidiano “The Independent” più di un anno fa, ma solo ora sembra sia riuscita a filtrare la cappa di silenzio che sembra avvolgere anche le novità più rilevanti in campo archeologico e paleoantropologico (stranamente!) quando mettono in crisi la concezione out-of-africana, e solo alla fine del 2018 è rimbalzata sul web, e ha acceso le discussioni sui siti internet e i gruppi facebook.

Alcuni archeologi tedeschi, un’equipe guidata dal direttore del Museo di Storia Naturale di Mainz, Herbert Lutz ha ritrovato nel letto del fiume Reno vicino alla città di Eppelsheim a sud di Francoforte, dei denti fossilizzati ominidi molto simili a quelli africani del genere Australopithecus di cui fa parte la famosa Lucy, con una differenza però, che gli australopitechi come Lucy risalgono, i più antichi, a tre milioni e mezzo di anni fa, mentre l’età dei denti tedeschi sembra essere di ben 9,7 milioni di anni.

L’importanza di questa scoperta è evidente: l’Out of Africa si fonda su di un assunto che potremmo ridurre a un sillogismo: “L’uomo deriva dagli ominidi, gli ominidi erano africani, quindi l’uomo deve essere nato in Africa”. Quanto meno la seconda parte del sillogismo appare ora estremamente dubbia: già la scoperta dell’ominide balcanico “El Greco” e delle impronte fossili ritrovate sull’isola di Creta l’aveva notevolmente indebolita, e ora arrivano anche i denti tedeschi.

Ricordiamo che la scoperta di “El Greco” ha a suo tempo provocato le ire di “Ethnopedia”, e che poco dopo la scoperta delle impronte cretesi risalenti a 5,7 milioni di anni fa, qualcuno ha pensato bene di scalpellarle per cancellare questa testimonianza “pericolosa” del nostro passato, pericolosa beninteso per l’Out Africa, quindi per la presunzione dell’inesistenza delle razze umane, e per tutto il sistema di menzogne di cui si alimenta la democrazia.

Un gesto spregevole quanto inutile, perché ormai sappiamo dell’esistenza di ominidi non africani, ormai la frittata è fatta, e quando la frittata è stata fatta, non si può sperare di rimettere insieme le uova.

Faccio poi notare che le impronte cretesi hanno circa 5,7 milioni di anni, “El Greco” si situa intorno ai 7, il possessore dei denti ritrovati nel letto del Reno sembra essere vissuto addirittura intorno ai 9,7 milioni di anni fa, abbiamo dunque un’antichità notevolmente maggiore dei reperti africani.

Io non vorrei adesso tornare se non in estrema sintesi a parlarvi della decisione di non considerare più l’attività svolta dai gruppi facebook, in proposito mi pare di essere stato sufficientemente chiaro.

Tuttavia va considerato anche il rovescio della medaglia, cioè il fatto che la non utilizzazione del materiale che compare in questi gruppi, comporterà per me una maggiore difficoltà a procedere con questa serie di articoli. Abbiamo raggiunto la fatidica quota novanta, ma il raggiungimento del numero cento, e il momento in cui gli articoli di questa serie dovranno essere numerati con tre cifre, appaiono indubbiamente più lontani.

Nei limiti del possibile, poiché ci tengo ad avere una presenza costante su “Ereticamente”, ho deciso di adottare alcune contromisure, in particolare di rilanciare la serie di articoli Ex Oriente lux, ma sarà poi vero? Ne avete già avuto un primo assaggio con la ventiquattresima e la venticinquesima parte, altre sono in attesa di vedere la pubblicazione.

A ogni modo, in contrasto con l’atteggiamento di persone alla cui attività nei gruppi facebook ho dato forse troppo spazio, e che ci hanno ricambiato con un totale disinteresse nei nostri confronti, i redattori di “Ereticamente” mi hanno fatto rimarcare l’atteggiamento di un nostro lettore, Daniele Bettini, che non manca quasi mai di chiosare i miei articoli con commenti spesso di grande interesse, e che talvolta sono così ampi e approfonditi che potrebbero benissimo figurare come articoli a sé stanti.

Io devo dire che in particolare ho trovato motivi di riflessione rispetto a un suo commento di grande interesse a un mio articolo, ma prima di parlarvene, è necessaria una precisazione.

Quando parliamo della tematica delle origini, parliamo di uno spazio temporale enorme, si va dai milioni di anni in cui compare qualcosa di anatomicamente simile all’essere umano, forse i nostri più antichi precursori, alle migliaia di anni che precedono appena la storia documentata e scritta, ed è proprio il non tenere conto adeguatamente degli ordini di grandezza temporali che fa sì che talvolta i “nostri” presentino facilmente il fianco agli attacchi dei sostenitori dell’ideologia ufficiale e “politicamente corretta” che si fa passare per scienza. Ora, proprio per evitare situazioni di questo genere, è bene precisare che le considerazioni che seguono riguardano l’estremo più vicino a noi della scala. Una riflessione sui fondamenti della “cultura” (nel senso più lato) indoeuropea ed europea, sui suoi miti, può riguardare l’estremo più vicino a noi, quello che precede, ma non di moltissimo, la storia documentata.

Tempo addietro, un bel po’ in realtà, credo un paio di anni fa, un amico mi ha posto una questione importante e delicata: lasciamo stare il fascismo italiano, che firmando il concordato con la Chiesa cattolica e ponendo il cristianesimo cattolico al centro del sistema educativo, ha rinunciato ad avere sulla mentalità degli Italiani un’influenza più che superficiale, con le conseguenze che poi si sono viste, ma persino il nazionalsocialismo non è riuscito a schiodarsi dalla mentalità abramitico-cristiana-mediorientale. Prova ne sia che appena avvenuto nel 1936 l’Anschluss, l’annessione dell’Austria, Hitler si preoccupò di mettere sotto controllo la santa Vehme conservata a Vienna, la lancia con la quale secondo la tradizione Longino avrebbe trafitto il costato di Cristo, e che Heirich Himmler impegnò le risorse della Società Ahnenerbe nella ricerca del Santo Graal e dell’Arca dell’Alleanza.

Bisogna purtroppo ammetterlo, gli scenari che Steven Spielberg ha tratteggiato nei film di Indiana Jones sono meno storicamente infondati di quanto penseremmo.

La domanda, ve lo confesso, mi imbarazzò alquanto. Riguardo al Graal, il discorso non è troppo imbarazzante, è un mito nel quale si sono fuse una tradizione pagana e una cristiana, i calderoni sacri usati dai druidi per la consacrazione dei re celtici si sono mescolati con il calice dell’eucaristia, e non è difficile ricordare che anche Julius Evola ha dedicato un libro al Mistero del Graal, ma la lancia di Longino e l’Arca dell’Alleanza cosa cavolo c’entrano con le radici indoeuropee. Soprattutto l’immagine delle legioni hitleriane che marciano con l’Arca dell’Alleanza alla testa, mi colpì come un pugno allo stomaco, visto il significato prettamente ebraico di questo simbolo. Tanto sarebbe valso sostituire sulle bandiere del Reich la croce uncinata con la stella a sei punte!

Risposi al mio conoscente, prima di tutto evidenziando il carattere tutt’altro che esclusivamente cristiano del mito del Graal, ma poi impostando un discorso più generale sul significato della religione. Il nazionalsocialismo, lo sappiamo, è stato particolarmente attento ai fenomeni religiosi, e certamente che la scomparsa del cristianesimo lasciasse il posto a un ateismo generalizzato, non rappresentava davvero un’opzione desiderabile. Le religioni non nascono mai dal nulla, ma come riforma di qualcosa di preesistente, il cristianesimo dell’ebraismo, il buddismo dell’induismo, l’islam riducendo l’antico pantheon preislamico alla sola divinità principale (come se in Europa avessimo avuto i testimoni di Giove, per intenderci), eccetera, eccetera. Non escludiamo che risalendo indietro nel tempo, sia possibile far risalire l’origine di tutte le religioni a un’unica tradizione primordiale, anche se non possiamo affermarlo con assoluta sicurezza.

I nazionalsocialisti non potevano costruire sul nulla, né resuscitare di colpo l’antico paganesimo germanico tranne che per una ristretta élite, meglio allora lavorare sullo stesso cristianesimo, cercando di depurarlo al massimo dei suoi aspetti ebraici.

L’argomento era importante, e mi parve opportuno fare in modo che non rimanesse l’oggetto di uno scambio epistolare privato, e ne feci un articolo per “Ereticamente”, e qui si inserisce l’interessante chiosa di Bettini.

La lancia – faceva osservare – ha un rilievo importante nella simbologia indoeuropea, si pensi per tutti alla lancia di Odino presso i popoli germanici, analogamente, il fatto di far precedere o accompagnare le truppe in battaglia da oggetti sacri, è dal pari un’antica tradizione indoeuropea, di cui forse il carroccio della Lega Lombarda alla battaglia di Legnano è stata l’ultima espressione. In sostanza la Vehme al pari del Graal e in un certo senso lo stesso discorso si potrebbe fare anche per l’Arca dell’Alleanza, non sarebbero che il travestimento ebraico-cristiano di antichi simboli e consuetudini indoeuropee.

Per secoli, potremmo dire, l’Europa è rimasta pagana al disotto di una vernice esteriore di cristianizzazione, ma man mano che questa vernice soffocante ha portato all’estinzione di queste tradizioni ancestrali, è iniziato un processo irresistibile di secolarizzazione. Forse senza accorgersene i cristiani (e i protestanti non sono stati certo migliori dei cattolici) assieme alle presunte streghe e ai cosiddetti eretici, hanno bruciato sul rogo anche il loro Dio.

Questo discorso, come potete vedere, si salda molto bene alle considerazioni che seguono.
Poiché sto stendendo questo articolo nel periodo natalizio, anche se con ogni probabilità voi lo leggerete alquanto più tardi, una riflessione non sarà forse fuori luogo: il natale, o meglio quello che noi ci siamo abituati a chiamare natale, non è una ricorrenza cristiana. Si tratta infatti della ricorrenza tradizionale del solstizio d’inverno, la festa della luce che segna il momento il cui il sole, dopo essere giunto al suo punto più basso nell’arco annuale, comincia la sua risalita verso lo zenit. Per i Romani il 25 dicembre era il Dies natalis solis invicti, e la tradizione di tutti i popoli ne ha fatto il giorno natale di svariate divinità o fondatori di religioni, da Osiride a Mitra, a Zoroastro.

Una tradizione che la Chiesa cattolica non riuscendo a estirparla, ha “battezzato” trasformandola nel compleanno del proprio fondatore, esattamente come Samain, il capodanno celtico è stato trasformato in Ognissanti. In realtà, quando sia nato Gesù Cristo, questo proprio non lo sappiamo.

Come vi ho raccontato altre volte, io mi sono occupato non poco di cultura celtica, e nel corso di queste mie ricerche mi è capitato di imbattermi in una tradizione friulana molto antica di probabile origine celtica o forse risalente a epoche ancor più remote, che però ci da probabilmente la chiave per capire il senso di quello che è uno dei simboli più diffusi di questo periodo: la convinzione che, con il declinare della luminosità nel semestre che va dal solstizio estivo a quello invernale, la luce non sparisca, ma si trasferisca negli abeti, certamente motivata dal fatto che le conifere, a differenza di altri alberi, non ingialliscono e non perdono le foglie.

Capiamo allora il significato dell’albero di natale: gli abeti “si accendono” per restituire al sole la luce che hanno ricevuto, per aiutarlo nella sua risalita fino al solstizio estivo.

Sono tradizioni di cui noi uomini “moderni” in possesso di una “conoscenza scientifica” dei fenomeni naturali, potremmo facilmente ridere, ma sbaglieremmo di molto, perché esse perlomeno ci fanno vedere quanto profonde sono le nostre radici che si perpetuano nei nostri gesti e consuetudini.

NOTA: Nell’illustrazione, il lago Sadeosero nella penisola di Kola, non lontano dalle piramidi “iperboree” di cui ha recentemente parlato la stampa russa. Può essere stato questo, e non le savane africane, il paesaggio primordiale in cui sono vissuti i nostri più remoti antenati.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 Febbraio 2019

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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