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Evola e l’arte – Giovanni Sessa

Evola e l’arte – Giovanni Sessa

Scritti sull’arte e opere pittorico-poetiche del filosofo in un solo volume

 

Da decenni le benemerite edizioni Mediterranee si stanno prodigando nel dare alle stampe l’opera omnia di Evola. I loro volumi, impeccabili nella curatela di Gianfranco de Turris, hanno consentito, a più di una generazione di lettori, un accesso privilegiato al pensiero evoliano. Momento saliente di tale sforzo lo si è registrato con la recente pubblicazione del volume, Teoria e pratica dell’arte d’avanguardia. Manifesti, Poesie, Lettere, Pittura (per ordini: ordinipv@edizionimediterranee.net; 06/3235433, pp. 473, euro 45,00). Opera monumentale, per la cui realizzazione sono occorsi diversi anni di impegno. Il volume, curato da de Turris, è stato coordinato da Carlo Fabrizi Carli, a cui si deve l’interessante saggio introduttivo. Il testo raccoglie per la prima volta, e per questo lo si consiglia caldamente, l’intera produzione artistica di Evola, tanto quella poetica che quella pittorica, oltre gli scritti teorici relativi all’arte d’avanguardia. Si tratta, pertanto, di un quadro d’insieme sull’intensa esperienza estetica del tradizionalista, che permette di fare il punto sul contributo da lui fornito alla cultura europea primo novecentesca.

   Il pensatore esordì nel panorama intellettuale nel 1916, anno in cui pubblicò le prime poesie ed iniziò la frequentazione dello studio futurista di Giacomo Balla, in una Roma in piena effervescenza creativa. Il suo primo scritto di teoria estetica apparve nel 1917. Attraversata la prima guerra mondiale, Evola trasfuse l’esperienza del combattimento nella propria produzione. La sua arte è, per definizione, filosofica: egli è ‘filosofo dadaista’, mentre il suo dadaismo è magico-alchemico. Ciò spiega le ragioni che lo indussero, dopo l’entusiasmo maturato nei confronti del futurismo, ad interessarsi del gruppo Dada, avanguardia che: «considerava maggiormente radicale rispetto al movimento marinettiano» (p. 9). In soli cinque anni, la fase in cui effettivamente partecipò allo sturm und drang italiano, riuscì ad imporsi quale punto di riferimento imprescindibile, intrattenendo proficui rapporti con artisti europei, non ultimo con lo stesso Tristan Tzara. Ufficialmente portò a termine la stagione artistica nel 1921, ma tale esperienza segnò il suo percorso verso la Tradizione.  

   La riscoperta dell’Evola poietes va attribuita al critico Enrico Crispolti, che, nel 1963, allestì, presso la galleria “La Medusa” di Roma, un’esposizione delle opere con la ripubblicazione di alcuni degli scritti teorici. Successivamente, tra le altre, vanno ricordate la mostra in occasione del centenario della nascita del filosofo tenutasi a Milano nel 1998 e la mostra a Reggio Calabria del 2005. Il volume in questione fa ora il punto in merito allo acquisizioni critiche, conseguite negli ultimi anni, attorno all’arte evoliana. Per tale ragione il libro è articolato in quattro sezioni. La prima è dedicata ai manifesti e ai contributi critici d’occasione (fino al 1931) e presenta un’introduzione di Francesco Tedeschi e note di Elisabetta Valento. In una addenda sono raccolti i saggi usciti tra il 1939 e il 1964. Il testo più rilevante è Arte Astratta del 1920. La sezione si chiude con uno scritto di Guido Andrea Pautasso, relativo all’immagine che i commentatori dell’epoca ebbero di Evola. La seconda sezione presenta le opere poetiche, introdotte da Vitaldo Conte. Oltre alle poesie edite, in un addenda vengono pubblicati i testi, rintracciati da Pautasso, di componimenti inediti che furono inviati a Dadaglobe. Andrea Scarabelli si sofferma su tre varianti di poesie appartenenti al componimento Raâga Blanda.

     La terza sezione comprende l’epistolario con Trista Tzara, una introduzione di Emanuele La Rosa e una nota della Valento, alla quale si deve la scoperta di queste lettere nel 1989: nell’Appendice viene presentata l’attività estetica del pensatore in Germania. La quarta parte è dedicata alla produzione pittorica, ed è arricchita da una introduzione di Crispolti, da un’Appendice in cui Dalmazio Frau analizza l’attività grafica (poco conosciuta) di Evola. Carli e Tedeschi hanno realizzato il catalogo-schedario delle opere, mentre La Rosa ha redatto un’ampia bibliografia internazionale dagli anni Venti ad oggi, relativa ad Evola. Il testo è impreziosito da un significativo apparato fotografico dei quadri del pensatore.

   Per aver contezza del valore della produzione evoliana è necessario far riferimento alla sua adesione a Dada. Essa fu motivata dalla scoperta teoretica più rilevante di Evola: la necessità di lasciarsi alle spalle la logica eleatica. In Note di filosofia dada, così si esprimeva il filosofo:«Io ho la logica, e non la logica ha me; io ho pensiero e contraddizione, non è che tutto ciò mi abbia» (p. 28). Nel Manifesto saccaromiceto si insiste sulla necessità di superare la condizione razionale ed intellettuale, attraverso: «l’affondo nel vuoto» (p. 29), nel fondamento infondato della Libertà, che egli aveva scoperto nella Fenomenologia, oltre la logica dell’opposizione dei contrari. L’arte astratta rinvia alla dimensione ermetico-spirituale, all’oltre, si colloca di là dai confini della rappresentazione, sic et simpliciter, mimetico-naturalista. Per tale ragione l’Arte pura ha, ai suoi occhi, una posizione affine ma ulteriore rispetto alla stessa Mistica.

   Coglie nel segno Conte, nel sostenere come: «le immagini che (Evola) affida alla sua pittura e poesia, non evocano solo una comunicazione sinestetica: risultano anche immagini concetto […] Le sue pitture e poesie sono testimonianze di questi percorsi che parlano di mondi visionari che sembrano  includere la presenza di un occhio invisibile» (p. 212). In tal senso, la poesia evoliana è la rappresentazione di un processo di formazione e realizzazione, testimonia le tappe della filosofia dell’esistenza di Evola, vissuta in prima persona. L’alchimia, quale Scienza dell’Io, consente di abbattere gli stessi confini che dividono le arti, per farsi: «procedimento immaginale di pensiero» (p. 213). In Evola parola e immagine, si lasciano definitivamente alle spalle la dimensione connotativa, si fanno evocazione del prius, dell’originario, della Libertà-Potenza. Il fare evoliano è, fino in fondo, originale, in quanto dà volto, momentaneo e metamorfico, ritmico, all’origine che, per natura, si sottrae alla forma, alla presenza, pur baluginando in essa. L’arte non può che essere astrazione, continua iconoclastia.

   La produzione evoliana è iperbolica è: «curva che tende verso l’infinito» (p. 219), l’infinito della libertà. L’iperbole compare, non casualmente, sulla copertina de La parole obscure, indicando il tratto inevitabilmente iniziatico di ogni arte che voglia essere realmente tale, testimoniante una ‘oggettività superiore’, oltre le cose, libera. Da ciò l’imprescindibilità di questo libro.

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Categorie: Julius Evola, Libreria, Recensione

Pubblicato da Giovanni Sessa il 26 Febbraio 2019

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Sc. Politiche dell’Università “Sapienza” di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani e periodici. Suoi saggi sono apparsi in diversi volumi collettanei e Atti di Convegni di studio, nazionali e internazionali. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008 e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, in Appendice il Quaderno 122, inedito del filosofo veneto. Ha, inoltre, dato alle stampe una raccolta di saggi Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015. E’ Segretario della Scuola Romana di Filosofia politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del Movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

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