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La fondazione di Roma sui sette colli – Giuseppe Barbera

La fondazione di Roma sui sette colli – Giuseppe Barbera

La fondazione di Roma è uno dei momenti cruciali nella storia dell’occidente se non addirittura in quella dell’umanità intera. Ma Roma non sorge dal nulla: essa è il percorso di un processo sociale che, con la fondazione dell’Urbe, raggiunge un suo apice. (slide 2) Le fonti letterarie antiche menzionano l’esistenza di un agglomerato di villaggi, sui sette colli, appellato Septimontium. Ogni villaggio era una entità politica a sé, con una propria organizzazione. Gli scavi archeologici hanno verificato la presenza di materiali risalenti a questi periodi precedenti, definiti come fasi laziali e vengono collocati cronologicamente dall’epoca del bronzo recente all’inizio dell’età del ferro (dal XII-X secolo a.C. fino all’VIII sec. a.C.). Tra i sette colli vi erano acquitrini e stagni, alimentati dalle continue esondazioni del fiume, mentre sulle vette olografiche si sviluppavano gli abitati umani di genti che vivevano prevalentemente dell’allevamento di ovini e caprini.

Intorno alla metà dell’VIII sec. a.C. si sviluppa la conurbazione tra questi piccoli agglomerati urbani; uno di essi diviene il centro amministrativo di tutti e sette: il Palatino. (slide 3) A ridosso di questo fatto viene costruito un mito: è il processo della miti-storia. Era abitudine degli antichi costruire un mito su di un fatto per potere, nel contempo, mantenere memoria degli eventi ed assieme ad essi trasmettere insegnamenti morali, etici, teologici. Così accadde che, in occasione dell’unione del “Septimontium” in un’unica città, venne innalzato il mito di Roma! Analizzando le raffigurazioni che gli antichi facevano di questo evento, ci è possibile intendere quali fossero gli elementi salienti, che più vennero recepiti dalla diffusione di questo mito.  Un affresco dalla casa di Marco Fabio secondo a Pompei mette in evidenza l’origine divina di Roma, quella di cui scrisse Plutarco: “Roma non avrebbe potuto assurgere a tanta potenza se non avesse avuto, in qualche modo, origine divina, tale da offrire, agli occhi degli uomini, qualcosa di grande e di inesplicabile”. Questa città venne dunque percepita, nel mondo mediterraneo, come un luogo sacro. Qui il mito vuole che un dio sia sceso dai cieli (il dio Marte) per ingravidare una vergine vestale (Rea Silvia), dalla quale nasceranno due gemelli: Romolo e Remo. Nella teologia classica il dio rappresenterebbe lo spirito umano; la vergine, l’anima purificata; i gemelli il prodotto geniale dell’uomo; il Genius dei Romani corrisponde al Daimon platonico, ne consegue che Romolo è l’aspetto Agothodemonico dell’intelligenza interiore dell’uomo, ovvero lo spirito umano innalzato dall’etica sana; mentre Remo corrisponde al Cacodemone platonico, ovvero lo spirito deperito che deride il sacro e non crede nel suo valore, così come Remo non credette che il rito di fondazione di Romolo avesse valore e violò il solco sacro, per il quale dovette ricevere la punizione della morte: è il simbolo della volontà sana e positiva (Romolo) di abbattere gli elementi negativi (Remo) che vengono partoriti dall’animo umano (Rea Silvia). Sulle tematiche teologiche delle origini di Roma rimandiamo alla lettura di Macrobio (Saturnalia e Commento al Somnium Scipionis) e del lungimirante testo di Elio Ermete, Aspetti esoterici nella tradizione romana gentile . (slide 4)

Il mito del Lupercale mette in evidenza sia l’aspetto teologico romano, sia l’ambiente dei siti dove Roma ebbe origini: boschi, pareti rocciose, fiumi e paludi. In questi luoghi i popoli allevatori si raccolsero sulle cime dei colli, fortezze naturali difese dalle paludi che rallentavano sia predoni che nemici, consentendo agli abitanti di organizzare sempre in tempo le loro difese. (slide 5) Un antico specchio in bronzo proveniente dall’area del lago di Bolsena, oggi al museo Etrusco di Villa Giulia, mette in evidenza un apparato simbolico estremamente significativo, connesso alla fondazione dell’Urbe. Qui vediamo che Romolo e Remo vengono allattati dalla Lupa, simbolo delle energie fauniche, ovvero silvestri e naturali, per la loro crescita, all’ombra del fico ruminale, albero sacro a Mercurio, dio del silenzio e dei misteri “ermetici”. Accanto a lui vi è la ninfa Lara, la ninfa chiacchierona cui Giove strappa la lingua, così come racconta Ovidio nelle sue metamorfosi, trasformandola in ninfa del silenzio. Ciò evince che su Roma si fonda un culto “del silenzio”. Infatti i figli di Lara e Mercurio sono i Lari, spiriti che vengono a vivere nelle case degli umani, cui i Romani tributavano un perenne culto domestico. E difatti Roma ha molti elementi segreti, alcuni dei quali emergono dalle fonti: ad esempio alla città era legato un nome segreto, così come era segreto il nome del nume di Roma: il Romano che lo avrebbe svelato pubblicamente sarebbe stato appeso a testa in giù, per rimettere equilibrio ad un gesto interpretato come un “tradimento” al nume di Roma. Romolo è qui indicato da Latino, re degli aborigeni, ad indicare chi dei due gemelli sarebbe stato il futuro sovrano. (slide 6)

Quando la tratta degli auspici avrà decretato Romolo come sovrano designato dagli dèi, per la fondazione dell’Urbe, questi procederà all’esecuzione dei dovuti riti sacri, i quali sono tutti descritti dalle fonti letterarie antiche e risaltano l’origine indoeuropea della società Romana. Era il 21 aprile. Romolo scelse il Palatino come centro politico amministrativo del Septimontium ed appellò la nuova città col nome di “Roma”, riflesso speculare della parola Amor. L’archeologo Giuseppe Barbera, in un suo studio pubblicato sulla rivista scientifica Pietas, approfondimenti sul mondo classico, denota come Roma sia il riflesso speculare di Amor e sostiene che questo “Amore” consistesse nella esportazione dell’ideale Romano del diritto e della giustizia. Un autore bizantino, Giovanni Lido, nella sua opera De mensibus, racconta il rito compiuto da Romolo per inaugurare il nuovo nome: “Quanto a lui, postosi a capo dell’intera funzione sacra, presa una tromba sacra -… i Romani sono soliti chiamarla “lituus” da litè, “preghiera”- la fece risuonare sul nome della città. La città ebbe tre nomi, uno iniziatico, uno sacro ed uno politico: quello iniziatico è Amor, ossia Eros, in modo che tutti siano pervasi da un amore divino per la città, motivo per il quale il poeta nei carmi bucolici la chiama enigmaticamente “Amarillide”; quello sacro è Flora, ovvero “fiorente”, da qui la festa dei Floralia in suo onore; quello politico è Roma” .

Egli dunque prese due buoi e tracciò un solco dove sarebbero state erette le mura. Ogni volta che un masso fuoriusciva dal terreno, esso veniva consacrato come guardiano e reinserito nel solco primigenio. Terminato il solco Romolo disse: questo è il limite sacro di Roma, chiunque lo oltrepasserà, pagherà con la morte. Il mito vuole che Remo, deridendo la cosa, abbia scavalcato il solco e che Romolo, perché quel rito funzionasse e perché la legge fosse uguale per tutti, dovette uccidere il fratello. Le fonti non descrivono l’evento della colluttazione tra i due fratelli come un’azione malvagia da parte di Romolo, ma come un gesto necessario e dovuto perché quella sacralità cominciasse a funzionare sin dal primo momento. Quasi un sacrificio richiesto dagli dèi per la protezione di quel limite. (slide 7) Prima della tracciatura del solco era stato segnato il “pomerium”, il confine sacro della città quadrata, all’interno del quale sarebbe stato vietato portare alcuna arma e laddove sarebbero sorti i templi dedicati agli dei e le case degli uomini che stavano aderendo a questo nuovo e grande progetto. Attorno sarebbe sorto l’impianto murario di forma, approssimativamente, circolare. Questa metodica d’erezione delle città è un modello tipico del mondo indoeuropeo. (slide 8) Esso compare in Iran e nelle antiche città della Turchia, come ad esempio ad Hattusa, l’antica capitale ittita. Qui notiamo che le mura tendono ad una forma circolare (seppure ovoidale), mentre gli impianti interni della città si sviluppano su reticolati quadrati anziché a raggiera.  (slide 9) Fino a poco più di venti anni fa si pensava che Roma fosse sorta con i Re Etruschi e che, i dati precedenti, fossero pure fantasie elaborate dai Romani per mere finalità propagandistiche. Il rinvenimento sulle pendici del Palatino, durante gli scavi dell’Università di Roma “La Sapienza”, di alcuni blocchi di un muro di cinta risalente alla metà dell’VIII secolo a.C., ribaltano la situazione delle considerazioni e dimostrano l’esistenza del Regno di Roma nelle epoche indicate dalle fonti. Quale fosse il nome del primo Re di Roma, se egli avesse veramente un gemello o meno, diviene irrilevante di fonte a questo fatto; inoltre, prendendo in considerazione il fattore della miti-storia, comprendiamo che la città venne erette come descritto dalle Fonti e che su questo fatto venne inserito un sistema mitologico tipicamente italico finalizzato alla sopravvivenza di determinati mitologhemi: sappiamo che anche presso i Piceni ed altri popoli dell’Italia antica si parlava di gemelli fondatori di città. E’ come se le città fondate con un determinato rito dovessero essere accompagnate da una determinata leggenda per convalidarne l’aspetto sacrale. (slide 10)

Nel mondo Romano questo aspetto della sacralità è perennemente congiunto con quello della quotidianità! Così ogni porta era considerata pari ad un aspetto del dio Giano, il dio dei passaggi, tanto da essere chiamata Janua. Su di essa si elaborava un apparato sacrale che venne applicato nelle mura di Romolo. Esso considerava la soglia come il demone caotico dei boschi, Fauno, gli stipiti come i due guardiani Picumno (dal dio Pico, rappresentato con l’ascia) e Pilumno (dal dio Pilum, rappresentato dal pilum, la lancia/giavellotto dei Romani) che bloccano l’energia caotica, non consentendole di entrare, proteggendo così la città. In India le porte templi hanno dei demoni scolpiti sulla soglia, che si richiamano allo stesso Caos esterno rappresentato dal Fauno, sugli stipiti sono scolpite delle divinità guerriere che con la loro “fermezza” bloccano l’energia silvestre proteggendo la sacralità del tempio. Questa comparazione dimostra l’origine indoeuropea di questo apparato sacrale. (slide 11) Gli scavi sul Palatino, condotti dall’archeologo Andrea Carandini per l’università di Roma “La Sapienza”, hanno portato in luce dei buchi di pali in stratigrafie risalenti a metà dell’VIII sec. a.C., essi lasciano intendere la presenza di una grossa capanna interpretata come capanna di un personaggio importante. Il fatto che, a ridosso di questo luogo, Augusto abbia realizzato una monumentalizzazione dell’area, proprio lui che simbolicamente voleva rifondare Roma riallacciandosi all’ideologia del suo fondatore, lascia intuire che doveva esistere una coscienza che individuava questo posto come prima residenza di Romolo, tanto che a ridosso di essa Augusto innalzò la sua dimora. Del resto un sistema murario come quello individuato non poteva che indicare la presenza di una città o di un luogo importante da difendere, questa grande capanna sul Palatino doveva essere il centro di questo abitato, dunque la dimora del sovrano. Poiché le stratigrafie archeologiche riescono a definire la collocazione cronologica di questi eventi, rapportandoci alle fonti non possiamo interpretarli differentemente da esse, anzi grazie agli scritti degli storici antichi riusciamo ad interpretare ciò che è emerso dalle indagini archeologiche. (slide 12) I risultati di queste ricerche hanno permesso di effettuare una ricostruzione ideale dei luoghi abbastanza dettagliata: emerge un semplice villaggio di capanne, protetto dalla cinta muraria individuata sulle pendici del Palatino, di una semplice comunità di allevatori e agricoltori, la quale è stata capace di segnare i destini del mondo. (slide 13)

Dobbiamo immaginare simili paesaggi sugli altri colli. Sul Campidoglio era presente una forma di culto primitivo attorno ad una grande quercia: l’albero di Giove. Su questa rocca, facile da difendersi grazie alla sua olografia, i Romani eressero il più grande tempio del mondo antico: quello a Giove Ottimo e Massimo. Durante l’assedio dei Galli del 390 a.C. ad opera di Brenno, la rocca del Campidoglio fu l’unica a resistere grazie alle sue qualità naturali e consentì ai Romani di giungere ad un compromesso con il generale nemico Brenno. Mentre il Palatino rimase il centro politico amministrativo della città, il Campidoglio mantenne la funzione di monte sacrale: qui gli auguri traevano auspici, qui i generali vittoriosi donavano al Dio Ottimo e Massimo le armi e le insegne dei vincitori, qui i giovani Romani venivano iniziati al culto dei padri nel giorno dei Liberalia (17 marzo). Il Campidoglio divenne il simbolo della legge che “per amor” i Romani decisero di esportare al mondo per trasformarlo e per diffondere la giustizia, infatti nei locali dell’attuale sala consiliare, nel palazzo del Tabularium, erano conservate tutte le leggi emanate nel corso dei secoli dai Romani, i quali ebbero il merito di dare avvio al grande processo di sviluppo del “diritto” nel campo umano. (slide 14)

Poiché la fondazione di Roma non è un semplice gesto politico, ma anche una volontà di affermazione sacrale, non possiamo tralasciare l’importanza simbolica della consacrazione della città: gli antichi credevano che l’uomo fosse composto di quattro elementi (vedansi i riferimenti di Macrobio e degli altri autori neoplatonici, quelli di Pitagora e quelli espressi da Ermete Trismegisto nel Corpus Hermeticum), ovvero terra = corpo fisico, acqua = anima, aria = intelligenza/mente, fuoco = spirito; questi erano considerati mischiati caoticamente in un cerchio e la loro unità determinava l’identificazione e la difesa dell’individuo, che però col sistema spirituale doveva arrivare alla quadratura del cerchio ovvero a distinguere dal fisico: l’anima, l’intelligenza e lo spirito. La città sacra dello schema indoeuropeo replica questo motivo con la consacrazione di una cittadella quadrata circondata da mura circolari. La città è dunque come un individuo sul quale si applica un intero sistema sacrale per la sua evoluzione e difesa: il rito pubblico. I sette colli hanno ospitato la nascita di una città dal fascino misterioso, dove chiunque ha volto i suoi sguardi, tanto che essa ospitò mitrei, isei, templi alla Grande madre d’Oriente, oltre a quelli che già erano gli dèi atavici del luogo. Non per ultima la chiesa cattolica, che ha scelto la Sacra Roma come sua sede per potersi affermare.

Giuseppe Barbera, archeologo e presidente Associazione Tradizionale Pietas

 

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Categorie: Tradizione Romana

Pubblicato da Ereticamente il 22 Gennaio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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