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Il Figlio del Morto – Vittorio Varano

Il Figlio del Morto – Vittorio Varano

La condizione di orfano può essere congenita: la gravidanza concede ad ogni uomo, una volta avvenuta la fecondazione della donna, nove mesi di tempo per morire prima che nasca suo figlio ; il caso più tipico e frequente è quello del soldato che mette incinta la fidanzata o la moglie o l’amante durante una licenza, poi torna al fronte e viene ucciso, e il bambino viene al mondo già orfano, fin dalla nascita. Ma un conto è che il parto avvenga dopo la morte del padre, tutt’altra cosa è che ad avvenire dopo la morte del padre sia addirittura il concepimento – e questo è ciò che racconta la leggenda che sta alla base della religione misterica egiziana. Nascere significa cominciare a vivere, cioè ad avere vita, e si può cominciare a un certo punto ad avere qualcosa che fino ad un attimo prima non si aveva, solamente ricevendolo da chi ce l’ha, perché nessuno può dare ciò che non ha : si può nascere solo da un vivo. Osiride è padre di Horo, pur non potendolo essere se per padre si intende “colui che gli ha dato vita”, poiché il momento in cui il figlio l’ha ricevuta è successivo a quello in cui lui l’ha persa, e perciò, non avendola più, non poteva più darla. Osiride è padre di Horo pur non avendolo generato, o, in altre parole, ne è padre pur non essendone genitore. Horo non ha due genitori, ma una sola genitrice che è la madre, e un padre che non è un genitore. Non soltanto il rapporto che il figlio ha con il padre non è dello stesso tipo di quello che ha con la madre, ma in un certo senso ne è addirittura persino l’opposto. Infatti Horo ha con sua madre Iside un rapporto di provenienza-da, e con suo padre Osiride un rapporto di propensione-a : la madre è “colei da cui il figlio nasce”, invece il padre non è “colui da cui il figlio nasce” ma “colui per cui il figlio nasce” ; la madre è datrice di vita, mentre il padre non è datore di vita ma destinatario della vita, e il figlio non è “colui che riceve la vita”, ma egli stesso è la vita, offerta amorosa di Iside al suo fratello e sposo Osiride ( il signore della morte che è egli stesso la morte in persona ) ; la madre dà la vita, il padre la prende : Iside è ἔρως e Osiride è θάνατος ; e siccome la coppia ἔρως-θάνατος coincide con la coppia ἀρχή-τέλος, Iside è l’ἀρχή in persona e Osiride è il τέλος in persona. Si dice che “la morte è la sola cosa certa”, ma una volta che abbiamo scoperto che “la morte è il padre della vita”, possiamo applicare all’ambito escatologico la locuzione latina “mater semper certa, pater numquam” : è sicuro che il figlio deriva dalla madre ed è rivolto verso il padre, ma non è affatto altrettanto sicuro che ci arriverà ; in questo senso e per questo motivo è necessario trasformare la semplice formula giuridica ( attribuendo ad essa un significato ontologico che oltrepassa di gran lunga quello della semplice constatazione empirica da cui è ricavata ) nella seguente affermazione metafisica : θάνατος è trascendente. La morte non è il mostro da temere e tentare di evitare/allontanare per-più-tempo-che-si-può, opponendo una resistenza a oltranza, ma la meta a cui tendere attivamente.

La morte è il contrario della vita come l’esterno lo è dell’interno : Osiride è esterno alla vita, escluso dalla vita, in quanto essa si svolge entro il campo gravitazionale delle cui linee di forza Iside è la sorgente centrale. Osiride è il punto 0 in cui avviene l’inversione dalla vis-a-tergo del principio-di-ragion-sufficiente alla finalità ( in linguaggio aristotelico : l’εὐθανασία è il passaggio dall’ἐνέργεια all’ἐντελέχεια ). Osiride corrisponde alla classica iconografia della morte ( non in effigie ma nell’effettivo esercizio della sua sovranità per il sacrificio che esige ) : è il mietitore munito di falce, con la quale, come la moira Ἄτροπος fa con le sue affilate cesoie, recide il cordone ombelicale che mantiene il legame causale, mediante cui il figlio rimane attaccato alla madre pur essendosene allontanato, e che come un elastico lo tira indietro minacciando di interromperne l’avanzamento ascensionale prima che riesca a raggiungere il limite estremo del segmento che di quella sfera d’influenza è il raggio d’azione. Iside, partorendo, separa da sé quella parte che ha la tendenza a staccarsi dal suo corpo per tentare di toccarne il termine : il luogo d’incontro tra la superficie dello spazio che ne è l’espansione, e la tangente che sfugge alla forza centripeta con cui lo attrae la totalità lacunosa che in anticipo ne sente la mancanza. Horo è modello esemplare e figura dell’uomo ; la sua situazione è la stessa di cui parlano Aristotele e San Paolo, che io ritengo rispettivamente l’interprete più fedele dell’insegnamento di Socrate e l’interprete più fedele dell’insegnamento di Gesù : infatti Platone ha vanificato la predicazione di Socrate facendone il prosecutore di Pitagora e Parmenide, e sottovalutando la portata delle svolta costituita dalla sua rottura con i rappresentanti a lui contemporanei della sapienza greca ; mutatis mutandis, San Pietro ha vanificato la predicazione di Gesù facendone il prosecutore di Abramo e Mosè, e sottovalutando la portata delle svolta costituita dalla sua rottura con i rappresentanti a lui contemporanei della profezia giudaica.

A differenza dei suoi predecessori, Socrate non si chiedeva “da dove proviene il mondo” ma “dove va l’uomo”, e Platone ha creduto che questo fosse solo uno spostamento della messa a fuoco del problema, e che la domanda, nonostante la diversa angolazione prospettica secondo cui la formulava, restasse sostanzialmente la stessa, invece così non era ; insomma, Platone non ha capito che Socrate cambiava la domanda perché aveva pronta una nuova risposta, e rifiutava quella implicita nella mentalità immanentista a cui sferrava la sua sfida : gli antichi non si erano mai preoccupati di distinguere le due domande perché davano per scontato che “Ciò da cui proviene il mondo è lo Stesso verso cui va l’uomo”, perciò, separarle, significava affermare, da parte sua, innanzitutto che “ἀρχή ≠ τέλος”, ed inoltre, scegliere di dare più importanza ad una delle due, tanto da mettere da parte l’altra come irrilevante, significava affermare che “τέλος > ἀρχή”. Socrate introduce l’interrogativo sul Bene ; Platone lo neutralizza ( per scongiurare il rischio che Socrate venisse ridotto al ruolo di uno dei tanti sofisti fautori di un auspicato passaggio dal discorso sull’ἀρχή a quello sull’ἄνθρωπος ) con l’identificazione “ἀγαθός = ἀρχή” ; Aristotele lo utilizza inserito nell’equazione “ἀγαθός = τέλος” a cui sarà appoggiato il suo progetto di un discorso sul passaggio dalla φύσις alla ψυχή. A differenza di Platone, Aristotele capisce le implicazioni della separazione operata da Socrate, e parte dall’ ἄνθρωπος/φύσις per arrivare all’ ἄνθρωπος/ψυχή : l’uomo aristotelico è figlio della terra ma può farsi figlio del Cielo, come l’uomo cristiano è figlio del mondo ma può farsi figlio di Dio. Confrontando queste tre dottrine ( i misteri isiaco-osirici, la filosofia dello Stagirita, il κήρυγμα del Χριστός ) comprendiamo la ragione per cui il padre di Horo non prende parte al suo concepimento : ad accomunarle è la concezione adozionista della paternità divina. L’aristotelico ( ellenistico/alessandrino o tomista/medievale che sia ) in un certo senso è un gurdjieffiano ante-litteram : l’ “anima forma del corpo” non è insufflazione-nel-corpo ma effluvio-dal-corpo, il suo sopravvivere alla decomposizione fisica non è assicurato da un’insostenibile preesistenza, non c’è incorporeità che non sia disincarnata, il processo che porta alla perfezione non è un implosivo inviluppo come l’ἐπιστροφή di Plotino ma un’ampliante dispiegamento, perché il motore immobile non emana-da ma fa emergere-a, non è “Ciò da cui tutto si cava e ne cade” ma “Colui che chiama chi ascolta” : Osiride è l’ἕτερος, uno dei due termini di una delle tre coppie di contrari impersonali ( ἔρως-θάνατος, ἀρχή-τέλος, ἕν-ἕτερος ) coincidenti con l’unica coppia di persone complementari Iside-Osiride. L’azione dell’ἕτερος è alterare : Osiride agisce sulla ψυχή facendola passare dalla dimensione della φύσις a quella del νοῦς, cioè dalla condizione di μορφή del/dipendente-dal σῶμα a quella di ἐντελέχεια autosufficiente, di intelletto separato.

La figliolanza non per filiazione modifica l’identità iniziale dell’adottato e richiede la rinuncia a tutti i beni apparenti ereditati alla nascita dal genitore che gli ha trasmesso quello che il dogma cristiano definisce “peccato originale”, che indica che tutte le cose che ci sono state date ( oggetti materiali o disposizioni interiori ) non sono beni proprio perché sono semplici dati di fatto immediati, averi non acquisiti, doni non domandati, avuti senza essere voluti ( la svolta di Socrate si può indifferentemente etichettare “scoperta del bene” o “scoperta del fine” perché consiste appunto nella spostamento di questo dall’ambito dell’avere a quello del volere, e solo attraverso il volere a quello dell’azione ) ; “il primo atto fu una colpa” = “in principio era il male” ( in sintonia con la sentenza di Anassimandro «Principio degli esseri è l’infinito … da dove infatti gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo» : ἀρχή = ἄπειρον ≠ ἀγαθός ) ; il primo atto fu una colpa perché non fu una scelta ma un gesto spontaneo, non un’azione ma un accadimento : l’errore del cristianesimo non consiste nell’affermazione del peccato originale ma nella connotazione colpevolizzante e castigatrice della sua formulazione. Osiride, non essendone genitore, può essere giudice dei propri figli adottivi, perché questi non possono giustificarsi di fronte alle sue accuse dicendo “non faccio niente di male perché non lo faccio apposta” o “faccio così perché sono fatto così” o “agisco così non perché voglio così ma perché sono così, come tu mi hai fatto, come tu hai voluto che io fossi” : non funziona, perché il padre può rispondere “non sei come ti ho fatto io ma come ti ha fatto tua madre, e io non voglio che tu sia così ; non ti condanno per essere nato così ma per essere rimasto così : per non essere cambiato”. Quando nella genesi leggiamo che il peccato originale è stato mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, possiamo pensare che prima di mangiarlo Adamo ed Eva conoscessero solo il bene perché nell’Eden esisteva solo il bene, e che il morso al frutto abbia aggiunto alla loro conoscenza del bene la conoscenza del male, e che la conoscenza del male, e che sia stata questa a causarne la morte. Ma è altresì possibile che prima di mangiarlo Adamo ed Eva conoscessero solo il male perché nell’Eden esisteva solo il male, e che il morso al frutto abbia aggiunto alla loro conoscenza del male la conoscenza del bene, e che sia stata questa a causarne la morte. Dal racconto della genesi è certo che il serpente è insieme portatore di morte ( del resto, questo lo è anche nella realtà, non con il morso che fa dare ma con il morso che dà ) e di sapere, ma non è chiaro di quale sapere si tratti, se della conoscenza del bene o della conoscenza del male. Nella genesi il frutto proibito non cresce sull’albero della conoscenza del bene o sull’albero della conoscenza del male, ma sull’albero della conoscenza del-bene-e-del male, perché la conoscenza dell’uno è inscindibile dalla conoscenza dell’altro ; apparentemente ; ma in verità non è proprio così, non lo è esattamente, perché non lo è in modo reciproco e reversibile, perché il bene e il male non sono sullo stesso piano : il male è un fatto, il bene è un fine. È possibile che prima di mangiarlo Adamo ed Eva conoscessero il male ma non sapessero che lo era, proprio perché, nell’Eden esistendo solo quello, solo quello conoscevano, e se per conoscere il male è sufficiente farne esperienza guardandosi intorno ( perché ogni essere vivente è immerso in esso, dal momento che esso è dovunque ) per sapere che lo è bisogna conoscere il bene e metterli a confronto. Poiché la differenza fra il bene e il male è che il male è male in rapporto al bene mentre il bene è bene in sé ( essendo il fine in quanto tale è fine a sé stesso ) tutto ciò che non si relaziona ad altro sembra un bene. Gli abitanti dell’Eden si sono trovati di fronte al serpente nella stessa posizione in cui si sono trovati gli abitanti di Atene di fronte a Socrate e gli abitanti di Gerusalemme di fronte a Gesù ; in tutti questi casi la popolazione locale subisce una spaccatura che corrisponde alla dualità di cui i personaggi osirici sono i portatori ( quella tra immanenza e trascendenza ) : da una parte i ciechi e i sordi intenzionati a rimanere ciò che sono così come sono ( nell’Eden gli elohim, ad Atene gli areopagiti, a Gerusalemme i farisei ), dall’altra quelli che hanno occhi per vedere e orecchi per intendere, che ascoltano i tre tentatori, decisi ad inoltrarsi in luoghi ignoti per seguirli.

Introdurre la conoscenza del bene ha sempre lo stesso effetto collaterale : l’irruzione della morte nel mondo ; innanzitutto è maledetto e condannato il traviatore, e poi il contagio si diffonde come un’epidemia estendosi a quelli che ne erano stati l’entourage, su cui il castigo si abbatte concretamente nella forma materiale del martirio, o in modo più mitigato come morte-sociale/morte-civile sotto forma di accusa anatema scomunica per eresia, espulsione dalla comunità di appartenenza, esilio lontano da essa, eccetera. Abbiamo tutti gli elementi che caratterizzano la situazione osirica : l’abbinamento tra la morte e il bene, perché entrambi estranei rispetto alla sfera dell’essere ; “il bene è il fine” + “il fine è la morte” = “la morte è il bene” ; e Socrate, in punto di morte, testimonia esattamente questo, con la celebre raccomandazione rivolta all’amico Critone, come riporta il dialogo platonico Fedone, di ricordarsi di offrire a nome suo un gallo ad Asclepio ; infatti, essendo Asclepio il guaritore ossia colui-che-fa-star-bene, è indubbia l’identificazione Ἀσκληπιός = ἀγαθός, e ringraziarlo subito prima di bere la cicuta è come dire che “bere la cicuta” = “assumere un farmaco”, e il motivo del ringraziamento è il regalo che Asclepio gli fa : la morte, guarigione dalla malattia della vita. Ma quale morte è “guarigione dalla malattia della vita” ? Ogni morte lo è, o lo è solo quella di Socrate ? Quella di Socrate è una morte qualsiasi, come quella di chiunque altro, o è una morte speciale ( unica, o simile solo ad alcune altre, come la morte di Osiride e la morte di Gesù ) ? Siccome la condizione di vivente coincide con quella di mortale, e siccome morire significa smettere di vivere, la morte è simultaneamente la cessazione della vitalità e della mortalità, e si può smettere di essere mortali in due modi : smettendo di essere, o smettendo la mortalità ( nel senso di sfilarsi-da, spogliarsi-di, come si smette un vestito ) ; in ambedue i casi la morte effettua una scissione, perché quella della morte, che è sempre la falce tagliente del signore della dualità, è comunque un’opera separatrice, ma come in un triangolo scaleno, staccare il lato medio dal lato maggiore lasciandolo attaccato al lato minore, o staccare il lato medio dal lato minore lasciandolo attaccato al lato maggiore, è ugualmente staccare uno dei tre lati dagli altri due, ma il risultato ottenuto è diverso : nel σύνολον la ψυχή si colloca, come la copula verbale nella proposizione tra il soggetto e il predicato nominale, in posizione intermedia tra l’elemento minore che è il σῶμα ( che della ψυχή è l’ἀρχή come Iside lo è di Horo ) e l’elemento maggiore che è il νοῦς ( che della ψυχή è il τέλος come Osiride lo è di Horo ) e come lo è della copula verbale ( con cui la ψυχή non condivide soltanto la posizione che occupa ) anche della ψυχή quella di congiungere è la funzione che svolge, fintanto che vive, finquando, alla morte, non smette, e li stacca ; ma questo può farlo in due modi : o staccandosi da entrambi e smettendo di esistere, perché una copula-non-congiungente è una copula-che-non-c’è ( e questa è la morte dell’anima o seconda morte di cui parlano le lettere apostoliche ) ; oppure staccandosi da uno dei due ma non dall’altro. Tanto per fare un esempio rimanendo in tema ma trasferendosi dall’ambito geometrico a quello sentimental-sessuale, per una coppia, perdere un pezzo e spezzarsi è la stessa cosa, perché la coppia ha soltanto due componenti ; invece un rapporto triangolare può spezzarsi ( se tutti e tre si salutano e ciascuno se ne va per la sua strada, la causa della rottura è l’allentamento di ogni legame ) oppure perdere un pezzo ( se uno dei tre diventa il terzo incomodo e il triangolo amoroso si trasforma in una coppia, la causa dell’allentarsi di uno dei legami è lo stringersi dell’altro ). Se nel σύνολον σῶμα-ψυχή-νοῦς si stringe il legame tra la ψυχή e il σῶμα, il σύνολον si scioglie in σῶμα-ψυχή e νοῦς, e la ψυχή fa sua la sorte del σῶμα di cui segue il moto verso la φύσις finché, all’incontro con la φύσις, la ψυχή scavalca in basso il σῶμα, si frappone tra il σῶμα e la φύσις, entra in contatto con la φύσις, e congiunge il σῶμα alla φύσις che ne è l’ἀρχή, formando, al posto del σύνολον iniziale σῶμα-ψυχή-νοῦς, il nuovo σύνολον φύσις-ψυχή-σῶμα, che lo sostituisce, ma non per sempre ; se nel σύνολον σῶμα-ψυχή-νοῦς si stringe il legame tra la ψυχή e il νοῦς, il σύνολον si scioglie in σῶμα e ψυχή-νοῦς, e la ψυχή fa sua la sorte del νοῦς di cui segue il moto verso il λόγος, finché, all’incontro con il λόγος, la ψυχή scavalca in alto il νοῦς, si frappone tra il νοῦς e il λόγος, entra in contatto con il λόγος, e congiunge il νοῦς al λόγος che ne è il τέλος, formando, al posto del σύνολον iniziale σῶμα-ψυχή-νοῦς, il nuovo σύνολον νοῦς-ψυχή-λόγος, che lo sostituisce, per sempre. Il σύνολον φύσις-ψυχή-σῶμα non può essere per sempre, perché la φύσις è sia maelstrom che geyser, e ciò che vi affonda ne affiora : la configurazione provvisoria φύσις-ψυχή-σῶμα porterà alla formazione di un nuovo σύνολον σῶμα-ψυχή-νοῦς con cui il ciclo della ricorrenza ricomincia da capo. Il θάνατος-τέλος non è né la morte-estinzione-della-vita né la morte-estensione-della-vita : la morte-estinzione-della-vita è un vicolo cieco e la morte-estensione-della-vita è un circolo vizioso.

La definitività è un aspetto della finalità, che non è, come lo streben e la sehnsucht, una torsione del soggetto per tenersi “sù di giri”, ma una tensione che ha la tendenza a trovare il modo per togliersi di mezzo, come nell’atto di fermarsi l’applicazione della forza non serve a provocare un movimento ma ad interromperne uno che altrimenti andrebbe avanti per inerzia. Il movimento che va dalla nascita alla morte passando attraverso la vita è come il movimento di un uomo seduto che sentendosi stanco, per non abbandonarsi al sonno lì dove sta ( sulla sedia, luogo inadatto a dormire, dove dormirebbe scomodamente ) si alza in piedi per andare a sdraiarsi su un letto poco lontano : dopo essersi alzato in piedi può cambiare idea prima ancora di aver mosso un solo passo verso il letto, e rimettersi subito seduto sulla sedia, come se nulla fosse successo ; dopo essersi alzato in piedi e aver cominciato a camminare verso il letto, può comunque cambiare idea e : o tornare indietro verso la sedia, o rimanere fermo in piedi ( o se non riesce a rimanere in piedi fermo, continuare a camminare ma non verso il letto, non più per raggiungere qualcosa, ma soltanto per riuscire a rimanere in piedi ) finché ce la fa, e poi crollare a terra. L’uomo che cambia idea dimentica che s’era alzato dalla sedia per due validi motivi : uno soggettivo ( la propria stanchezza ) e uno oggettivo ( la scomodità della sedia ). L’uomo che torna sulla sedia spera di risolvere il problema oggettivo risolvendo il problema soggettivo, come se la sedia fosse scomoda perché ci stava seduto sopra un uomo stanco, e bastasse alzarsi in piedi per stiracchiarsi, fare due passi per sgranchirsi le gambe, e poi, dopo essersi data una scossa, con una scrollata di spalle tornare alla stessa situazione di prima, con la sola differenza che il problema di prima non ci sarebbe più, tornerebbe il soggetto che aveva il problema ma non tornerebbe il problema che il soggetto aveva, sparito come se essersi-svegliato non significasse non-essere-più-stanco ma non-poter-essere-stanco-mai-più, come se non ci si fosse svegliati già prima di essere stanchi e non si fosse stati svegli già prima di stancarsi, come se la stanchezza non fosse figlia dello stato di veglia, come se lo stato di veglia non fosse ciò di cui ci si stanca, come se non ci si stancasse proprio perché si è svegli e proprio di esserlo.

L’uomo che resta in piedi, come se fosse stanco perché stava seduto sopra una sedia scomoda, spera di risolvere il problema soggettivo risolvendo il problema oggettivo, come se alzarsi in piedi per stiracchiarsi, fare due passi per sgranchirsi le gambe, darsi una scossa, scrollare le spalle, e non tornare alla stessa situazione di prima, bastasse a non stare più scomodo e a non sentirsi più stanco, come se la sola cosa stancante fosse la scomodità e la sola cosa scomoda fosse la situazione e la sola situazione fosse quella di stare seduto e la sola situazione scomoda fosse stare seduto su quella sedia ; ma siccome continua a stancarsi anche stando in piedi, comincia a capire che a stancarlo non era la sedia ma continua a non capire che a stancarlo non era la scomodità, e comincia a credere che la scomodità sia scollegata dalla posizione ( in piedi o seduto ) e che la cosa scomoda ( e siccome scomoda, stancante ) non sia stare seduto o stare in piedi, ma stare fermo, e poco importa che si stia fermi in piedi o si stia fermi seduti ; e così comincia a camminare cercando di continuare a camminare, e non fa differenza fra avanzare e arretrare perché per lui il fine non è arrivare, quindi il bene non è avanzare e il male non è arretrare, ma il male è arrestare il movimento. Invece il bene, anche se l’uomo-che-torna-a-sedersi e l’uomo-che-rimane-fermo-in-piedi ( o l’uomo “che non riesce a rimanere in piedi fermo e continua a camminare per restare in piedi in movimento” ) non lo riconoscono per tale, è quel letto su cui non si vogliono andare a sdraiare, quel letto su cui ci si sdraia per addormentarcisi e siccome ci si dorme bene non ci si sdraia lì sopra per riposarsi e poi risvegliarsi, ma per addormentarcisi e morirci, perché la morte è una buona dormita, e una buona dormita non è una dormita da cui ci si sveglia riposati, ma una dormita che abolisce totalmente la stanchezza, ogni tipo di stanchezza, incluso il bisogno di svegliarsi che è una forma di stanchezza, perché come la veglia da cui si scivola nel sonno è la veglia di cui ci si stanca, così il sonno da cui si sveglia è il sonno di cui si stanca, cioè un cattivo sonno, un sonno scomodo ( in piedi o seduti ) la cui scomodità costringe a svegliarsi perché è stancante, perché solo quello che è buono non stancante, l’unica cosa di cui non ci si stanca è il bene, ossia la morte. Il θάνατος-τέλος è la morte riconosciuta come un bene e voluta come un fine, non come un mezzo nel suo doppio senso di intermedio (come la notte che è intervallo tra un giorno e l’altro, come il sonno che è la pausa tra una veglia e l’altra ) e di strumentale ( come un modo per recuperare le forze e tornare alla vita ), non come ci coglie una sorte inevitabile ma come si compie una scelta irreversibile. Né la vita-estinta né la vita-estesa ma la vita-esatta, vissuta “di stretta misura”, pronta per essere estratta dal mondo così come è stata, perché non lascia conti in sospeso, né crediti da riscuotere né debiti da risarcire, è la vita di chi ha tutte le carte in regola non per subire-la ma per sottoporsi-alla pesatura della ψυχή sulla bilancia di Maat, accertamento che prelude-al o preclude l’accettazione della domanda di essere ammesso al cospetto di Osiride, non per la propria innocenza, qualità dei pieni-di-sé ( gli elohim, gli areopagiti, i farisei… ) che non è ottenimento ma omissione ( “adagiarsi nel già” : ignavia, ignoranza, illusione, indolenza, inerzia, ingenuità… ), ma per la propria idoneità a venir introdotto nell’Amenti ( dove gli esseri sono irrigiditi e congelati come cadaveri, perché compiuti ) che nel caso in cui l’esame abbia avuto buon esito, ha fornito la sua prova col prezzo pagato per ogni cosa nel corso della vita, non quella estinta o quella estesa ma la vita-estratta, cioè “tolta di mano” al tempus-puer-ludens ( il fanciullo del frammento 52 di Eraclito, che infantilmente irresponsabile ed irrispettoso, ci si trastulla come con un giocattolo ) ed offerta all’eternità, il regno di un altro dio, che non è l’αἰών, perché l’αἰών è l’ἀρχή, e l’ἕτερος-θεός non è l’ἀρχή ma il τέλος : non colui che possiede il “campo da gioco” ( il κόσμος in cui “πάντα ῥεῖ” perché “Έν καì Πãν” ) perché l’ha costruito, ma colui che presiede alla “camera di giustizia” ( la sala delle due verità nella Duat ) perché l’ha conquistata mediante la morte sacrificale, la morte saputa e voluta, in virtù di cui, se riferito a chi come lui morì di quella, sapendo e volendo, morto non significa annullato ma ultimato, uscito-di-scena, non dietro le quinte, come un teatrante a fine atto, per cambiarsi d’abito mentre è abbassato il sipario e quando si solleva farsi trovare dalle luci dei riflettori dove sono puntati insieme agli sguardi degli spettatori per il proseguimento della rappresentazione, ma sceso dal palco, andato in fondo alla platea, e preso posto in un angolo alle spalle del pubblico, non si vede non perché sia incorporeo, privo di volto e figura ( amorfo e impersonale era prima, assumendo la fisionomia assegnatagli dal costumista come parte da interpretare ) non si vedrebbe neanche se fosse lì in carne e ossa perché sta dove nessuno guarda.

Vittorio Varano

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Categorie: Sapienza

Pubblicato da Ereticamente il 8 Gennaio 2019

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Maria Elena Cataluccio

    Sono davvero grata per la pubblicazione di un contributo così interessante e puntualmente metafisico…

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