Ottavio Missoni. A cura di Emanuele Casalena

Ottavio Missoni. A cura di Emanuele Casalena

L’armonia di un eretico è il soggetto della sua vita colorata. Eretico perché? Beh, Atletica agonistica da record fino ai novant’anni! Guerra, battaglia di El Alamein, anni di prigionia per non aver giurato a Badoglio, due volte italiano (per nascita e per scelta), profugo dalla Dalmazia, sposato sessant’anni con Rosita, patriarca d’ una famiglia d’altri tempi. Fu il “Mago del colore” nella moda per materie, tinte e quella leggerezza gioiosa che ti fa dire: è un Missoni. Ironico, scanzonato, un tantino pigro, saldato alla sua terra tanto da spegnersi da Sindaco in esilio del “libero comune di Zara” il 9 maggio 2013, quando Ottavio Missoni, 92enne, se ne tornò in spirito alla sua “Dresda dell’Adriatico”.

(Ragusa di Dalmazia 1921-Sumirago 2013)

Erano trascorsi quasi cinque anni, dal Natale del’41 al settembre del’46, quando tornò dalla guerra, militar di leva in Africa Settentrionale, era alla battaglia di El Alamein col 65º Reggimento di fanteria, Divisione Trieste, fatto prigioniero dagli inglesi fu recluso quattro anni al Fascist Criminal Camp in Egitto rifiutandosi di collaborare con Albione. Fante in una guerra “stronza”, senza senso perché la guerra è sì un peccato mortale ma, come diceva, una volta in campo devi vincerla. Al suo ritorno Zara non c’era più, trasformata in un fantasma con le ossa aperte dopo 54 bombardamenti anglo-americani, oltre tremila morti e la fuga degli esuli incalzati dai titini comunisti. Riabbracciò genitori e suo fratello Attilio a Trieste ma ormai Jadera, così chiamata in dalmatico, era terra della repubblica socialista jugoslava. Ci vorranno quasi sessant’anni per riaprire le pagine d’un libro ben chiuso nel cassetto, storia della tragedia istriano-dalmata dopo l’8 settembre del ’43, 360.000 esuli dalle terre irredente, a migliaia precipitati nell’abisso delle foibe, il silenzio omertoso ha reso volutamente difficile la conta dei morti ammazzati nella pulizia etnica di Tito. Per quegli italiani, ammassati nei campi profughi, fu la diaspora, l’emigrazione forzata spesso in altri Paesi ripartendo da 0, mentre in Patria venivano nascosti o ricoperti d’insulti dai “liberatori” rossi. Cosa restava della loro terra? La lirica dei ricordi, un addio gonfio di nostalgia perché diceva quella Zara «non esiste più, solo nel nostro ricordo, nel nostro amore» per una città tornata italiana nel 1918.

Il conflitto aveva staccato la spina a un grande atleta, “Tai” era un campione sbocciato a 16 anni nell’Arena di Milano, diceva l’amico lumbard Gianni Brera: «Ottavio Missoni è apparso nel cielo della nostra atletica come una radiosa cometa con la coda lunghissima”. Nel ’37, batté nei 400 metri piani l’americano Elroy Robinson primatista mondiale delle 880 yards. Il tempo? Un fantastico 48’’8, ancora oggi record mondiale per un sedicenne, un spilungone ma col fisico scolpito dal nuoto. Un  dio Apollo che volava come Mercurio lasciandosi dietro americani e autoctoni ma anche i francesi quando li batté, l’anno seguente, a Parigi. Nel ‘39, sulla stessa distanza, stabilì il suo record personale nella “gara che uccide”, 47’’8 (primato europeo juniores), era la sfida Italia-Germania, tagliò da terzo il traguardo prendendosi poi l’oro alle Universiadi di Vienna. Dai 400 piani passò ai 400 ostacoli, gara più riflessiva, occorre contare i passi, ottenendo comunque tempi d’ assoluto rilievo internazionale, poi il precetto verde interruppe il suo volo sulle piste per vestirlo di grigio verde,  passeranno sei anni prima di riscendere in agone.

Tornato dalla prigionia, qualcosa s’ha da fare per vivere, allora aprì, a Trieste, un piccolo laboratorio d’ indumenti sportivi con l’amico-collega Giorgio Oberweger, triestino, primatista italiano nel lancio del disco e nei 110 ostacoli, asso volante della Regia Aeronautica, Medaglia d’Argento al valor militare con due Croci di guerra. Entrambi erano a Milano per ragioni sportive, decisero di fare  società partendo da una macchina da cucito, la loro Venjiulia produrrà indumenti per atleti fino al’53 vestendo di tute con la lampo e magliette le nazionali italiane di atletica, cacio e pallacanestro, grazie anche al lavoro del cugino di  Tai, Livio Fabiani. Ottavio era un noto ghiro con un rapporto disincantato verso il lavoro, Giorgio, nel ’48, era diventato CT della nazionale di atletica leggera, perciò alla spoletta occorrevano altre mani. Sei anni di stop sono tanti per un atleta, si fossero svolte le Olimpiadi nel ’44 sicuro lo avremmo visto sul podio, invece dovette riprendere ad allenarsi duro, per ridare volume alle masse muscolari, obiettivo le Olimpiadi del ’48 a Londra. A ventisette anni conquistò la finale dei 400 ostacoli, ma sul traguardo giunse sesto col tempo di 54’’secchi. Ma la città di Dickens fu malandrina, vi conobbe l’allora sedicenne Rosita Jelmini in vacanza studio nella città del fumo, ruppero il ghiaccio sul treno per Brighton grazie ad un intreccio di comuni amicizie.

 

Ottavio Missoni affronta gli ostacoli, fotogallery della Gazzetta dello Sport

La pasta di quel primo incontro fu messa a lievitare fino al 12 luglio del ’50, giorno della scintilla lungo la spiaggietta di Golasecca (VA) sulle rive del Ticino. Che fa quel giovanottone apollineo prossimo alla pensione come atleta? Presente ed avvenire sembravano incerti agli occhi dei genitori di Rosita, imprenditori tessili dopo la crisi del ’29, specializzati in scialli, vestaglie, tessuti ricamati. A dire il vero quella coda lunghissima di Missoni nell’atletica gli aveva permesso, proprio nel ’50, di conquistare un onorevolissimo 4° posto agli Europei d’Atletica a Bruxelles nei 400 ostacoli. In bacheca aveva sette titoli nazionali assoluti ed una finale alle Olimpiadi del ’48, però la coda si sarebbe allungata fino ai master di atletica “under 90”, continuando a collezionare titoli nazionali ed internazionali per “maturi”. Il suo vero amore restava lo sport, quello puro dell’atleta che si misura da solo contro il tempo, magari perché no, anche nel lancio del peso come nel master del 2007.

Nel 1953 Ottavio taglia il filo di lana del matrimonio impalmando la sua Rosita a Golasecca, lei aveva alle spalle la Jelmini, della T & J Vestor, lui la Venjulia a Trieste, mollarono tutto, mettondosi in proprio a Gallarate nel varesotto. In quei cento metri quadrati di seminterrato nascerà la loro leggenda con il primo happening d’una loro collezione in un piccolo teatro di Milano il “Teatro Gerolamo” privo di camerini. Le mannequins erano costrette a cambiarsi d’abito dietro le tende, quelle ombre erano d’un pepe malizioso, fu un gran successo quella sfilata al peperoncino. La maglieria a righe di Missoni erano assai apprezzata da Biki, anfitriona allora  della moda milanese, con quel nomignolo pucciniano per il suo carattere birichino, “sarta” del bel mondo meneghino, crogiolo della sua vita sin dall’infanzia. La maglieria prodotta in quel seminterrato di Gallarate compariva nelle sue boutique e da lì i manufatti trovarono visibilità, con mini collezioni, in Piazza Duomo alla Rinascente.

Gli anni del dopo guerra vedono affacciarsi nell’industria dell’abbigliamento come nelle sartorie artigianali i filati artificiali e sintetici, e proprio Biki ne fu antesignana coi suoi capi moderni dando il là anche ai coniugi Missoni che troveranno nel rayon-viscosa uno dei loro cavalli di battaglia.

Il 25 aprile del ‘54 primo tappo di spumante per gli sposi, nasce Vittorio, scomparirà nelle acque antistanti il Venezuela nel 2013 a bordo di un bimotore privato diretto a Los Roques, un pugno al cuore del papà patriarca, lo raggiungerà dopo quattro mesi. L’anno della grande nevicata, il ’56, la famiglia si allarga coll’arrivo di Luca, c’è da fare per la Missoni per aggredire il futuro, bisogna “sfondare” e l’occasione propizia gliela fornisce proprio la Rinascente con la presentazione della collezione Milano-Simpathy del’58, fu successo e vetrine di capi firmati affacciati su P.za Duomo con tanto di articolo sul Corriere della sera.

Non c’è due senza tre dice un detto così nel ’58 vede la luce la terzogenita Angela, voilà! in 4 anni la famiglia è fatta, era nato anche un quarto figlio: lo stile Missoni, prodotto di un legame strettissimo tra Ottavio e Rosita alla ricerca comune di rivestire il mondo, con gioia immaginifica, ricca di colori trattati come note musicali, toni, sfumature sui tessuti, in fondo tutto questo era, senza retorica, il prodotto del loro amore.

Le idee sono molto belle ma occorre metterle in pratica tecnicamente, la svolta fu l’acquisto, nel ’62, della macchina da cucire Rachel, un ottimo by pass per trasferire il celeberrimo zig-zag sulle confezioni, permetteva di tradurre su stoffa le fantasie disegnate sulla carta a quadretti.

La prima sfilata della maison Missoni fu uno scandalo, s’era a Palazzo Pitti, Firenze, nel’67, i capi della sartoria gallaratese sono flessuosi, sottili, fasciano i corpi delle modelle, ma la biancheria intima, sottovesti e reggiseni, alterano non poco l’armonia della collezione. Via tutto allora, decise Rosita, tranne gli slip e fu la prima volta del nude-look! Una passerella hard che regalò popolarità alla casa di moda, non solo per ragioni pruriginose ma per quell’arcobaleno di colori che esaltava la figura femminile. Un incanto di trame, cuciture, accostamenti d’avanguardia, che ricordavano la vivacità sognante di Marc Chagall, il futurismo geometrico di Giacomo Balla, forse anche l’espressionismo gioioso di H. Matisse. Così il brand Missoni conquistò la copertina di una celebre rivista modaiola, che fa opinione, Arianna grazie alla redattrice Anna Piaggi, scrittrice e giornalista su pubblicazioni di Fashion, inventrice del vintage prima del termine, nelle sue acute analisi sulle radici d’ un abito pescate nel passato per rivisitarle al presente.

Cosa non è successo nel ’68, dalla contestazione a Padre Pio salito in cielo, Missoni invece sbarca nella grande mela grazie alla Direttrice di Vogue, Diana Vreeland, affascinata dalle onde geometriche di colori che si rincorrono sui capi firmati da Tai. La Missoni moda, a quel punto, esplode come i fuochi d’artificio sul mercato americano lasciando a bocca aperta chi scruta le vetrine, goduria immensa, finalmente era arrivato il Bum internazionale certificato nel ’69 dalla rivista Woman’s Wear Daily che sbatte i Missoni in copertina definendo fantastico il loro stile.

Non che in Europa Ottavio e Rosita non avessero già salito la scala di Giacobbe, tutt’altro, una loro collezione estiva del ’67 era rimasta memorabile a Milano quanto di più a Parigi, ma l’America era l’America anche come merchandising. Quel salto è un business che dà la stura alla coppia di aprire uno stabilimento tutto nuovo a Sumirago, comune tornato nel ’27 alla provincia varesina.

Missoni si era trasformato in un fenomeno popolare, di costume, quelle idee variopinte viaggiavano non solo nelle boutique di tutto il mondo ma ispiravano anche la produzione di serie B di altre industrie tessili, quella che imita, finendo nei grandi magazzini fin sopra le bancarelle.

Tai s’era inventato il “mettere insieme” (put together), con armonia certosina ordiva filati diversi (lana e cotone, fibre naturali e artificiali, ecc.), accostava tipi di cucitura, tessuti, stampati, sia in bianco e nero che con colori fiammati (cioè densi di sfumature), un caleidoscopio di composizioni da rendere l’abito un’opera d’arte da portare con leggerezza senza prendersi troppo sul serio. Il “genio dei colori” conquista New York, i grandi magazzini Bloomingdale’s al loro interno aprono una boutique tutta per i Missoni, è il primo passo di danza d’ un successo spumeggiante, oggi il brand conta oltre 1.100 punti vendita in tutto il mondo. Gli anni ’70 furono decisivi, non solo zig-zag, cardigan, gonne a righe o con frange, tessuti fiammati con quella competenza unica di creare dialogo tra elementi diversi costruendo mosaici fruscianti, ma Missoni sperimenta il patchwork cioè  l’ assemblaggio di ritagli della lavorazione giustapposti e cuciti l’uno accanto all’altro, un riciclo di scarti, da disegno, tessuto e colori differenti. Furono applausi alla “prima”, la sfilata après ski del ’71 a Cortina d’Ampezzo, dieci anni dopo Tai esporrà a Venezia gli arazzi da lui creati appunto col patchwork, è sempre di più un artista assoluto prestato alla moda, i suoi “nuovi arazzi” volano fin all’Università di Berkeley in California grazie allo scultore Arnaldo Pomodoro.

Ottavio Missoni. Arazzo, Mostra Chagall-Missoni a Noto

Fioccano i riconoscimenti, dal Tiberio d’oro all’equivalente dell’Oscar del Fashion conferitogli a Dallas nel ’73 che segue il successo ottenuto anche sulla sponda del Pacifico a Los Angeles, Missoni è tra i venti creatori di moda più importanti del mondo, tra i quattro personaggi più eleganti, i suoi abiti uno status symbol degno d’ entrare nei Musei (il Metropolitan Museumof Art di N.Y., il Museum of Fine Arts di Dallas, etc…). I campi di produzione si allargano, maglieria ed abiti sempre, ma anche biancheria per la casa, arredamento, profumi (una bacheca di riconoscimenti), interni di automobili FIAT, borse, guanti, accessri, persino hotel come se Missoni volesse ricreare il mondo, un’idea futurista trasferita nell’industria. Il vulcano di Zara sottobraccio a Rosita lancia i suoi lapilli colorati ovunque, apre boutique, inaugura mostre, famosa quella milanese per le nozze d’argento alla carriera poi riproposta a New York al Whitney Museum of American Art. Milano lo beatifica per il lustro conferito alla città appuntandogli la medaglia d’oro di Benemerenza Civica. I Missoni nella stagione ’83-’84 vestono di costumi variopinti gli artisti della Scala di Milano nella Lucia di Lammermoor di Donizetti nel solco di un “Teatro alla Moda” che aveva illustri predecessori quale Coco Chanel.

1986 la moglie laboriosa precede l’augusto marito, Francesco Cossiga insignisce Rosita della Commenda al merito della Repubblica Italiana, stesso Presidente, stessa onorificenza a Tai nell’88.

Le notti magiche dei mondiali italiani di calcio del ‘90 s’infrangono sui rigori, le magliette dei pedatori africani sono firmate Missoni, peccato non lo siano le azzurre Savoia dei nostri attesi eroi, in compenso i Missoni vestono le guardie forestali.

Gli anni a seguire sono un rosario di premi (premio Moda ’92 del Mode Woche, premio Pitti Image nel ‘94), onorificenze (Cavaliere Ottavio M.al merito del Lavoro, chissà perché non anche a Rosita). Laurea honoris causa con il titolo Honorary Royal Designer for Industry, conferita ai coniugi come il più alto riconoscimento britannico alla loro creatività estetica con benefica ricaduta sulla società. Nel ’99, nella Londra che fu fatal, Laurea ad Honorem a entrambi del Central Saint Martin College of Art and Design cui segue, nello stesso anno a San Francisco, la Laurea ad Honorem Doctor of Humane Letters dell’Academy of Art College. Poi mostre, tante mostre, a partire da Tokio nel ’91, passando per Gallarate, fino all’itinerante Missonologia andata in scena a Firenze, poi replicata negli U.S.A. Il rischio a questo punto è un mantra di grani tra premi, riconoscimenti, boutique aperte fino in Giappone, design di mobili Missoni, eaux de parfum pour femmes et hommes, accessori, hotels di lusso perfino la linea per bambini, la loro creatività s’espande come olio sul tavolo di un mondo piatto, grigio, restituendogli il colore.

Missoni, arredo acquarellato

Hotel Missoni a Edimburgo

Giriamo pagine indietro, il figlio dell’omo del mare e di una nobildonna dalmata, non si sottraeva mai alle commemorazioni, fossero la battaglia nel deserto di El Alamein o la tragedia istriano-dalmata, col disincanto ironico che lo distingueva sapeva bene che la sua Itaca non c’era più, soprattutto non c’era più la speranza di affrancarla all’Italia e allora, sic stantibus rebus nell’Italietta rintanata del dopoguerra, pareva inutile chiedergli sempre le stesse cose, così esclamava tra il serio ed il faceto nel suo dialetto: “ma xe proprio tuti mona, me ciamè per dirve sempre le stese robe, no xe stufi”come ricordava Gian Micallesin sulle colonne de “Il Giornale”, perché il problema non è solo ricordare, e poi?

Emanuele Casalena

Bibliografia

Articolo di Matteo Unterweger su Il Piccolo dell’11 settembre 2009.

Marco Valle, Ottavio è salpato. Verso la sua Dalmazia perduta, Destra.it, 10 Mag. 2013

Chiara Rizzo, E’ morto Ottavio Missoni. L’intervista a Tempi in cui raccontò la sua vita, avventurosa e colorata, Tempi, 9 Mag. 2013.

Dario Pelizzari, Missoni, lo sportivo prestato alla moda, Il Sole 24Ore, 9 Mag, 2013.

Eurosport, Home of the Olimpics, Ottavio Missoni, dalle Olimpiadi di Londra 1948 alle sfilate di moda, 12/02/2016 aggiornato il 16/05/2017.

Paolo Scandaletti, Ottavio Missoni con Paolo Scandaletti, Una vita sul filo di lana, Rizzoli Editore, 2011

MIBAC-Archivi culturali, Archivi della Moda del Novecento, Missoni Ottavio, 1921-2013.

L. Caramel, E. Zanella, Missoni, l’arte, il colore, Ediz. Illustrata, Rizzoli Editore, 2015

Enciclopedia Treccani on line, Missóni.

Biografie online, Ottavio Missoni.

Wikipedia, Enciclopedia libera, Ottavio Missoni.

 

 

 

 

 

 

 

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Categorie: Arte, Moda

Pubblicato da Ereticamente il 12 Dicembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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