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La voce degli spiriti eroici – Mario Michele Merlino

La voce degli spiriti eroici – Mario Michele Merlino

Nata da un’idea ed a cura di Mario Merlino, la trasposizione teatrale del racconto di Mishima Yukio La voce degli spiriti eroici (1966) si realizza con libero accorgimento senza però alcun stravolgimento di significato. La rappresentazione s’incentra in rito a cui partecipa il medesimo scrittore ed atto ad evocare gli spiriti irati di coloro che presero parte alla fallita rivolta dei giovani ufficiali, 26 febbraio 1936, per restaurare il potere assoluto dell’imperatore e l’epopea eroica e tragica dei kamikaze nel corso finale della II guerra mondiale. Tutti questi spiriti si sentono traditi dall’imperatore che s’è dichiarato ‘semplice’ uomo e vanificando il loro sacrificio di salvare le sorti del Giappone divenendo essi stessi divinità.

Mishima – Generalmente si inizia a dedicarsi all’arte dopo aver vissuto. Ho l’impressione che a me sia accaduto il contrario, essermi dedicato alla vita dopo quella da scrittore. Mi sono appassionato di kendo e ho scoperto una ragione per vivere nel risuonare dei colpi della spada di bambù e nelle impetuose urla dei combattenti. Soprattutto, sulla tolda della nave con la quale intraprendevo il primo viaggio all’estero, scambiai la stretta di mano, atto di riconciliazione con il sole. In questa sera, d’inizio primavera, sono qui ad assistere al luminoso ritorno dei kami.

Kimura – i kami, ka il fuoco e mi l’acqua, le forze primordiali che diedero vita all’arcipelago giapponese. Il primo, lava incandescente, ed il secondo il mare. I kami. Lo spririto di coloro che compirono atti eroici. I kami. Saranno qui evocati. Ed il loro messaggio è di ineffabile spiritualità… e si respira un’atmosfera… di inviolabile sacralità…

Voce fuori campo – Dirai a chi ignora l’anima tua, Yamato: ‘tale è il suo incanto qual d’un ciliegio in fiore sotto il sole dell’alba’…

Kawasaki – Ascoltate… essi arrivano!

Coro spiriti eroici – Davanti all’ineffabile maestà dell’imperatore prosternati osiamo dire: ‘Ora non tutte le onde dei quattro mari sono tranquille, ma nella terra di Yamato, ove sorge il sole… i ventri sono sazi, ci si dedica ai piaceri. Sotto la virtuosa guida di Sua Maestà regna ovunque la pace. Pigri e calmi sorrisi si scambia la gente, commerci s’intrecciano, si stringono accordi con i nemici; si corre, spinti dal denaro straniero. Deviate le energie, spregiati i corpi, i giovani sono stretti alla gola da inerzia, droga, ambizione, e come pecore in gregge avanzano verso mediocri desideri privi di speranza. Anche i piaceri hanno perso il loro gusto, e la lealtà il suo vigore. Le risa degli idioti risuonano ovunque, su ogni fronte è scritta la morte dello spirito. Una decadente bellezza invade il mondo, soltanto le ignobili verità sono credute, cresce delle automobili il numero e l’insulsa velocità frantuma le anime. Si costruiscono edifici immani, ma crollano le grandi cause, le finestre sono rischiarate da luci al neon dei desideri insoddisfatti, un mattino dopo l’altro sorge un sole opaco di smog, ottusi sono i sentimenti, smussati gli angoli acuti. Le anime appassionate e virili abbandonano la terra, torbido sangue ristagna nella pace, secco e inaridito non zampilla più nella sua purezza. Chi volava nel cielo ha le ali spezzate, mentre le termiti dileggiano la gloria immortale. In simili giorni perchè mai Sua Maestà diviene un uomo comune?’.

Hirohito – No… no… Prode, il pino dritto sotto la grave neve suo verde serba. Tale sii popolo mio! Fatti d’esso un emblema.

Mishima – Nel sole della sera si scorge il volto di Sua Maestà imperiale! E il viso di Sua Maestà è afflitto. Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone futuro. In un lembo dell’Asia estremo-orientale rimarrà un grande paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale o neutro, prospero o cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile, io non intendo parlare. Questi spiriti sono a me cari; essi parlano il mio stesso linguaggio. Chi siano costoro, però, non li scorgo, a me sono sconosciuti.

Kimura – Stranamente mi è parso di avvertire un intenso odore di mare e di vedere una remota superficie marina illuminata dalla luna. Che spiriti siete?

Kawasaki – Siamo gli spiriti di uomini traditi!

Kimura – Chi vi ha tradito? In quale luogo vi riunite?

Kawasaki – Il nostro mare è lontano dalla costa; inondato dalla luce lunare, calmo: questo è il luogo del nostro riposo. Ma i nostri animi sono ancora dilaniati dall’ira, dal furore e da una intollerabile sofferenza.

Kimura – Perché, dunque, se non conoscete le creste delle onde o delle maree in cui vorticano i neri flutti, il vostro spirito aleggia irato su di noi?

Kawasaki – Nel mare che circonda il Giappone circola ancora il sangue. Il sangue versato da schiere di giovani forma il nucleo delle maree. Laggiù, sulla terra, la nazione di cu cercammo di svelare il vero volto è ormai calpestata. Il Giappone galleggia incerto come un relitto.

Kimura – Diteci, alfine, chi voi siete?

Mishima – Ora vi riconosco. Voi siete coloro che, trent’anni fa, giovani ufficiali avete costituito un nucleo fedele all’Imperatore.

Kimura – L’Imperatore, a quel tempo, vagava nel suo ombroso palazzo e prestava ascolto si discorsi insensati delle timorose persone del suo seguito. I corrotti ministri seppero sfruttare l’inquietudine del sovrano e l’insurrezione, voluta per restituire purezza allo Stato, venne bollata come criminosa rivolta contro l’Imperatore. Fu allora che si estinse l’esercito imperiale guidato da Sua Maestà, fu allora che venne sconfitta nell’Impero la grande causa della lealtà.

Hirohito – Fu soltanto un sogno, un dipinto, una illusione. Se fossi stato una divinità, non avrei lasciato passare invano quel supremo istante voluto dagli Dei, in cui l’eco del vostro amore avrebbe dialogato con un Dio. Non avrei perso quell’estrema occasione offerta dagli Dei per salvare la nostra patria!

Mishima – A causa dell’annientamento del 26 febbraio un grande Dio era morto. Per un fanciullo di undici anni come io ero, l’evento ebbe soltanto una vaga risonanza, ma quando, al colmo della ricettività dei miei vent’anni, dovetti affrontare la fine della guerra e la sconfitta, compresi che la terribile, crudele sensazione che un Dio fosse morto, era in qualche modo intimamente legata a quella vaga intuizione della mia fanciullezza.

Kawasaki – Anche l’amore più unilaterale, meno corrisposto, se saprà essere assolu-tamente puro, se l’ardore della sua passione sarà sincero, verrà senza dubbio accolto con benevolenza dall’Imperatore. Poichè Sua Maestà è compassionevole, magnanimo, generoso, poichè è la Divinità Imperiale. Coro spiriti eroici – Non era quello il cuore di una Divinità poichè odiava la violenza come un essere umano. L’Imperatore, come un essere umano, disprezza la dilagante disperata povertà del popolo e l’animo stoltamente sincero dei giovani ufficiali. Sua Maestà, come un essere umano, ha distolto il viso da quelle ingenue, pure anime. Perchè un Divino Imperatore ha voluto farsi uomo? …

kawasaki – Rinvenendo mi sono resa conto d’essere stata trasportata una superficie marina illuminata dalla luna. Notai un gruppo di ufficiali dell’esercito con il petto macchiato di sangue.

Kimura – Quale venerabile spirito si è presentato prima per parlarci?

Kawasaki – Non domandare. Avrebbe potuto essere chiunque di loro. Identici sentimenti li animano.

Mishima – Essi non potevano infangare quel che di più elevato e di più bello albergava in loro. L’assoluta purezza, l’ardimento, la gioventù, la morte. Tutto in loro, fin dalla mia adolescenza li rendeva nel modello dell’eroe leggendario; furono nel fallimento e nella morte autentici eroi.

Kavasaki – Di altri spiriti ebbi visione! Spiriti anch’essi traditi, fratelli minori.

Kimura – Sembra che questa notte gli spiriti non intendano abbandonarci. Sulla superficie del mare anche voi spiriti eroici e inquieti.

Kawasaki – Sì! Siamo coloro che nell’incombere della sconfitta tentarono di sollevare l’ultimo Vento Divino del Sacro Arcipelago e offrirono la vita per l’Impero!

Kimura – Si preannuncia a tinte cupe la disfatta del Giappone. Il grande disco del Sole era in procinto di sprofondare e l’enorme edificio spirituale costruito dall’anima del popolo, l’invisibile sacrario di bellezza e di bontà, era prossimo a crollare, tornando polvere. Era quello il tempio puro e grandioso, ereditato dai nostri antenati, residenza di una Divinità. Quello il luogo che chiamavano Patria e per cui versarono il sangue gli ufficiali del 26 febbraio…

mishima – Aspiravano ad essere gli ultimi kamikaze. Quando le strutture del mondo crollano in un immane disastro, quando tutte le speranze vanno in frantumi, quando i presagi d’annientamento sembrano rondini a rasentare gli esseri umani, ecco levarsi, all’improvviso, il vento della salvezza, irrazionale spazza via la ragione e tutto ciò che è umano. Questo è il Vento Divino.

Kawasaki – Con il nostro ultimo, virile coraggio ci saremmo fusi facilmente con la Maestà dell’Imperatore. Diventare kamikaze significava divenire noi stessi Divinità. L’incarnazione del Dio, l’Imperatore, era la nostra sorgente d’immortalità, la fonte che avrebbe resa gloriosa la nostra morte. Soltanto un Dio avrebbe potuto donarci la folle morte, il solenne sacrificio della nostra giovinezza, la lucida tragedia. Perchè mai il Vento Divino non soffiò? Ora abbiamo compreso!

Hirohito – Un tempo un Imperatore cadde malato. Ordinò che si chiamasse un medico, ma i funzionari imperiali obiettarono: ‘un medico non è degno di sfiorare il prezioso corpo di una Divinità’. Così la malattia si aggravò sino condurlo alla morte. Non è assurdo tutto questo? Noi siamo con voi e desideriamo condividere le vostre gioie, i vostri dolori. I legami che ci uniscono non traggono origine da miti, leggende che ingannano parlando dell’Imperatore incarnazione di una Divinità. In realtà sono un essere umano.

Kawasaki – Il governo dell’Imperatore fu tinto da rosso sangue fino al termine della guerra; successivamente iniziò l’epoca del grigio cenere. L’immortalità della nostra morte fu profanata…

coro spiriti eroici – Quando l’Imperatore dichiarò di essere una creatura umana, gli eroi che sacrificarono la vita per un Dio non ebbero requie neppure nel mondo degli spiriti. L’Imperatore mai e poi mai avrebbe dovuto dichiarare di essere un uomo! Nel biasimo, nelle ingiurie della gente Sua Maestà, in solitudine, avrebbe dovuto custodire la divinità della sua persona senza osar proclamare che era illusoria, mendace, anche se così avesse creduto nel fondo del suo animo. Quanto l’avremmo adorato se, avvolto il prezioso corpo nelle vesti cerimoniali, nel luogo più remoto del sacrari di palazzo prosternato si fosse notte e giorno dinanzi alla Divina Antenata, onorando gli spiriti di coloro che erano morti per un Dio, in perpetua venerazione, in continua preghiera! Perchè mai un Divino Imperatore ha voluto farsi uomo?

mishima – Non chiedo più nulla. La sola cosa che desidero è che una di queste mattine, mentre i miei occhi sono ancora chiusi, il mondo intero cambi.

Kimura – Ci deve essere un più alto principio che sia in grado di riunire corpo e spirito, riconciliandoli. La glaciale, terrificante soddisfazione che produce l’avventura in-tellettuale, la calda oscurità dell’azione fisica non sono riusciti mai a mescolarsi, a farsi simili.

Mishima – Io sono un uomo che ha sempre provato interesse unicamente per i margini del corpo e dello spirito, per le frontiere. Quel principio di cui parlate, è la morte tramite la spada. La spada è un cristallo acuminato, un concentrato di puro potere, la forma naturale assunta dallo spirito e dalla carne, quando sono uniti in un unico strale di pura luce.

Kimura – ‘Quando apriamo la mano che cosa diventa il pugno?’ recita una parabola Zen. Dove si realizza la massima coincidenza della carne e dello spirito è, al contempo, il momento della loro dissolvenza.

Kawasaki – Come nel coito! (In kimono, musica eseguita con strumenti originali, esibizione di katana).

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Categorie: Letteratura, Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 8 Dicembre 2018

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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