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Chi tradì e chi fu tradito, nell’estate del 1943? – Francesco Lamendola

Chi tradì e chi fu tradito, nell’estate del 1943? – Francesco Lamendola

La domanda è sempre la stessa: chi furono i traditori e chi furono i traditi, nell’estate del 1943? Se si vuole capire il presente, se si vuole capire il passato, se si vuole capire gli italiani, bisogna avere il coraggio di tornare a porla: sempre la stessa. Finora, invece, non è stata mai posta: sia i politici, sia gli stessi storici, hanno dato delle mezze risposte, dettate da una motivazione ideologica, non dal rispetto della verità, che è, fondamentalmente, rispetto di se stessi. E alle mezze domande hanno replicato con delle mezze risposte. È stato un gioco delle parti, in cui tutti hanno finto di esser soddisfatti perché tutti avevano qualcosa da nascondere. Ma ora, a oltre settant’anni di distanza, sarebbe ora di affrontare veramente la questione, di porla con l’onestà intellettuale e morale che essa merita. Se non sapremo farlo, dimostreremo a noi stessi e al mondo di essere rimasti sempre gli stessi, quelli dell’estate del 1943: sempre inaffidabili perché sempre insinceri, e sempre insinceri perché sempre interessati.

In linea generale, si può dire che quasi tutti, parlando dei tragici rivolgimenti dell’estate del 1943 – il 25 luglio, la caduta del fascismo, e l’8 settembre, il cambio di fronte nella Seconda guerra mondiale – tendono a evidenziare che gli italiani sono stati traditi; che l’esercito è stato tradito; che le speranze di pace sono state tradite; che il destino del Paese è stato tradito, eccetera. Stranamente, pare che tutti siano stati traditi, ma senza che sia ben chiaro chi sono stati i traditori. I fascisti, naturalmente; però… Il 25 luglio, sono stati proprio i gerarchi del Gran Consiglio a tradire Mussolini. E dopo l’8 settembre, quando ormai era chiaro che la partita era perduta, non sono stati pochi quelli che hanno ancora creduto in Mussolini e hanno deciso di stare con lui, in particolare molti giovanissimi, i quali, fascisti, non lo erano mai stati. Difficile, pertanto, considerarli dei traditori. E infatti, perfino la pubblicistica e la retorica più apertamente faziosa, quella resistenziale di matrice comunista, ha sempre dipinto i fascisti di Salò come dei folli, o dei criminali, o degli illusi, ma non come dei traditori: chi mai avrebbero tradito, salendo a bordo della nave che stava per affondare? Resta, però, un mistero: se tutti furono traditi, come è possibile che nessuno abbia tradito? Ha tradito il re, dice qualcuno, ma senza troppa convinzione. Sì, certamente; ma gli si può addossare l’intera responsabilità dell’immane tradimento che vi è stato nell’estate del 1943? E poi, le scene di giubilo nella tarda serata del 25 luglio, quando si diffuse la notizia della caduta di Mussolini e della nascita del governo Badoglio, dimostrano che gli italiani non consideravano il re un traditore, ma quasi un salvatore della patria: sarebbe dunque diventato un traditore tutto ad un tratto, la mattina dell’8 settembre? Ma il re, firmando l’armistizio con gli angloamericani, aveva fatto quel che la maggioranza del popolo desiderava ardentemente; dunque, perché l’8 settembre sarebbe stato, da pare sua, un tradimento? Era legittimo che lasciasse Roma: a cosa sarebbe servito farsi prendere dai tedeschi?

Un’altra risposta di comodo è questa: ci hanno tradito i tedeschi; tradito e ingannato. Non tanto l’8 settembre del 1943, ma il 1° settembre del 1939, quando invasero la Polonia a nostra insaputa, e dopo aver assicurato Ciano e Mussolini che, per almeno tre anni, non vi sarebbe stata la guerra – il tempo necessario per rimettere in efficienza l’esercito italiano, che aveva quasi svuotato i magazzini con le campagne d’Etiopia e di Spagna. Il primo a sostenere questa tesi fu proprio Ciano, il ministro degli Esteri che aveva firmato, pochi mesi prima, il Patto d’Acciaio con la Germania: tardiva resipiscenza, la sua. La verità è che Ciano era un dilettante, un superficiale e un opportunista, e che a lui la poltrona del ministero degli Esteri stava più a cuore del bene del Paese. Un altro, al suo posto, dopo l’attacco tedesco alla Polonia, avrebbe avuto la decenza di dimettersi, confessando di essersi lasciato raggirare. Ma lui non era solo un dilettante e un opportunista (come si vide il 25 luglio), era anche immensamente vanitoso: non si dimise e marciò coi tedeschi quando il Duce, il 10 giugno del 1940, dichiarò la guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.

Così, torniamo sempre al rebus iniziale: tutti traditi, nessuno che ha tradito; strano, molto strano. Sembra quasi un copione surrealista; sembra un giallo senza colpevole: c’è il delitto, ma nessuno che lo abbia compiuto.

L’impostazione più chiara e onesta di questa spinosa problematica l’abbiamo trovata in una pagina del libro di Giuseppe Mammarella e Zeffiro Ciuffoletti Il declino. Le origini storiche della crisi italiana (Milano, Mondadori, 1996, p. 129), là dove cercano di dare una risposta alla incredula osservazione di Hitler, il 26 luglio del 1943: Ma allora cosa è stato questo regime fascista che si è sciolto come neve al sole?

L’operazione di rigetto del fascismo e dell’appartenenza al PNF fu la più colossale operazione trasformistica della storia d’Italia che accomunò i fascisti per necessità familiari a quelli della prima ora. I distintivi del PNF si accumulavamo nei tombini e nelle fogne e i liberatori alleati davanti alle proteste di agnosticismo o di antifascismo dei liberati si chiedevano dove si fossero nascosti i fascisti veri. Non si trattava più del trasformismo di individui e di partiti, come nel passato, ma di quello di un intero popolo. La posta di quell’operazione non era il riciclaggio di alcuni personaggi  di alcune forze politiche, ma di un’intera nazione. L’operazione di salvataggio nazionale era impostata così bene e l’indignazione della gente contro il passato regime così genuina (e lo era in realtà anche per il senso di liberazione dalle sofferenze patite durante la guerra) che sembrava destinata a sicuro successo. Ma ciò che accadde poco più di un mese dopo, quando fu annunziato l’armistizio, rischiò di farla naufragare. L’8 settembre non segnò solo la resa dell’apparato militare, ma anche quella del governo, della monarchia e dello Stato creato dal Risorgimento e dal fascismo e all’insegna del “tutti a casa” rischiava di essere anche la resa di tutto un popolo. Se era vero che il fascismo era stato la provocazione di pochi e che il paese era stato contro la guerra di Mussolini, adesso che l’ex alleato tedesco tentava di imporre la restaurazione del fascismo e la continuazione della guerra, agli italiani non restava altra scelta che la Resistenza.

Altro che 8 settembre come rinascita della Patria; niente affatto, è stata la morte della Patria. E non solo è morta, ma abbiamo speculato anche sul suo cadavere: facendo finta che fosse resuscitata. Resuscitata, per opera di chi? Non certo del re e di Badoglio; su questo siamo d’accordo tutti, o quasi. E allora? Per merito della Resistenza? Ah, certo: questa è la risposta politicamente corretta, elaborata fin da subito, fin da prima che la guerra finisse; e ripetuta poi, come una giaculatoria sempre più vuota e banale, per anni, per decenni, continuamente, ma con sempre minor convinzione. Eppure, c’è ancora chi la prende terribilmente sul serio: provate a metterla in dubbio al cospetto di un intellettuale di sinistra, e lo vedrete montare in furore. Schiumando e digrignando i denti, vi dirà che volete infangare la pagina più bella della storia italiana; che volete riabilitare il fascismo e magari anche il nazismo; che non meritate neppure una risposta storicamente e politicamente strutturata, perché chi vuol mettere in dubbio i fondamenti della repubblica democratica non merita di esser preso sul serio. Già, appunto: i fondamenti della Repubblica democratica. È questo il nervo scoperto che li accomuna tutti, dall’estrema sinistra alla destra moderata: la sacralità del sistema democratico emerso, appunto, dalla lotta al fascismo, e che si è concretizzata nella Resistenza. Che, poi, la lotta al fascismo sia stata un’orribile guerra civile, culminata nella mattanza finale dei vinti, dopo che le ostilità erano ufficialmente terminate; e che a condurla siano stati soprattutto i partigiani e gli assassini comunisti dei G.A.P., la cui ideologia era tutt’altro che democratica ed era, anzi, assai più rigidamente e spietatamente totalitaria di quella dei fascisti che ora combattevano, è una questione di dettaglio, che non bisogna enfatizzare. Meglio, molto meglio sottolineare la concordia d’intenti e la solidarietà militante fra tutte le componenti della Resistenza, prefigurazione di una ritrovata concordia nazionale, naturalmente ad esclusione dei reprobi, allora e in sempiterno: infatti, per circa mezzo secolo, gli eredi dell’esperienza fascista non erano considerati degni di esistere, meno ancora di poter partecipare ad un governo della Repubblica. Anche se la prima repubblica l’avevano creata loro, dopotutto: la Repubblica Sociale Italiana, nata dal voltafaccia del re e dall’armistizio dell’8 settembre.

Ci spiace solo che l’ultimo periodo del brano sopra riportato, a nostro giudizio, scivoli appunto nella retorica della Resistenza come reazione ad un fascismo imposto da pochi e ad una guerra subita malvolentieri da tutti, due premesse discutibili, che rendono fallace la conclusione. Per tutto il resto, però, gli Autori sopra citati hanno delineato, in poche frasi, la vera essenza del problema, e hanno avuto il coraggio e l’onestà di guardare in faccia il lato sgradevole della questione, che quasi nessuno, prima di loro, aveva osato guardare senza finzioni o riserve mentali: quella del 25 luglio fu una gigantesca operazione di trasformismo, con la quale un popolo intero, fino ad allora sostanzialmente acquiescente, se non consenziente, con il ventennale regime al potere, volle prendere le distanze da esso, nel momento della probabile sconfitta e dell’imminente arrivo dei nemici, ora visti in veste di possibili “liberatori”, nonché amici e benefattori.

Il problema, però, è sempre lo stesso: come poté, un popolo intero, non vedere e non capire che quella non era la sconfitta del regime, ma dell’Italia? Che gli angloamericani non erano affatto dei liberatori, ma dei conquistatori? Che i tedeschi, ora dipinti come mostri, avevano combattuto a fianco dei nostri soldati a El Alamein e in tante altre occasioni, sorreggendo lo sforzo bellico italiano e procrastinando di tre anni il tracollo, che ora si annunciava? Tracollo morale, innanzitutto: perché lo sbarco in Sicilia non fu, come ora viene descritto da tutti, un evento fatale e irresistibile, una specie di forza della natura. Era resistibilissimo, invece: non vi era, sul piano militare, una sproporzione di forze tale da giustificare lo sfaldamento dell’esercito, l’inutile sacrificio dell’aviazione e la vergognosa, umiliante inazione della marina (e quanti denari e quanti sacrifici era costata quella magnifica marina, che al momento decisivo non sparò un solo colpo di cannone!). Tutto questo si poteva intuire già da come erano andate le cose a Pantelleria. Come a Caporetto ventisei anni prima, gli italiani non avevano più voglia di battersi: mostravano di credere che una guerra può finire semplicemente gettando il fucile nel fosso e tornandosene ciascuno a casa sua, non quando il nemico ha deciso, da vincitore e da conquistatore, che è finita. Però, quindici giorni dopo Caporetto, l’esercito italiano, sul Piave e sul Monte Grappa, si era già sostanzialmente ripreso; il fronte interno si era compattato; il Parlamento aveva deciso di stringere i denti e non arrendersi, mai, a nessun costo; e così anche il re – che poi era lo stesso del 1943. Invece, quindici giorni dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, c’era stata la notte del Gran Consiglio, la notte del tradimento. Anzi, dei tradimenti: dei gerarchi verso Mussolini (e verso il fascismo, cioè verso se stessi); e del re verso il capo del governo, i cui atti aveva sinora sottoscritto, dal primo all’ultimo: comprese le leggi razziali e la dichiarazione di guerra. Pare incredibile, ma tutti, tranne Mussolini, erano convinti di poter non solo scendere dalla nave prima che affondasse, ma anche ritagliarsi un posto in cabina di comando sull’altra nave, sulla quale si accingevano a imbarcarsi. Perfino Grandi e Bottai, che pure erano uomini intelligenti. Insomma il 25 luglio l’Italia trovò un solo colpevole e un solo traditore, Mussolini; e l’8 settembre vi aggiunse un altro colpevole e un altro traditore: Hitler. Erano loro la causa di tutto; il popolo italiano era innocente. Era stato ingannato e tradito, appunto. Così dicevano Churchill e Roosevelt, così dicevano il re e Badoglio; così diceva Radio Londra, che tutti ascoltavano, non solo al Sud, ma anche al Nord: e la voce melliflua del colonnello Stevens pareva così convincente, così signorile, così veritiera… Al punto che un famoso giornalista italiano, nel 2012, ha avuto la bella pensata di intitolare Qui Radio Londra un suo programma televisivo di commento all’attualità politica. E pensare che Radio Londra era la radio del nemico, quel nemico che bombardava spietatamente le nostre città indifese, prima, durante e dopo l’armistizio dell’8 settembre; e che aveva iniziato i suoi programmi non nel 1943, con l’armistizio di Cassibile, e neanche nel 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, ma fin dal 1938: un anno prima dell’attacco tedesco contro la Polonia. Meno male che la pacifica Gran Bretagna non voleva la guerra e fu colpita dalle azioni di Hitler come da un fulmine a ciel sereno…

Comunque, tornando al programma di Giuliano Ferrara, il fatto che un giornalista intitoli un suo programma televisivo Qui Radio Londra dimostra quanto poco sono cambiate le cose dall’estate del 1943. Siamo rimasti gli stessi, esattamente gli stessi di allora: un popolo senza dignità, senza onore, che mendica la verità e la pace dai suoi nemici, e che scarica ogni responsabilità sul primo capro espiatorio che gli capita sotto mano, invece di prendersi le proprie sulle spalle…

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Francesco Lamendola il 20 Dicembre 2018

Francesco Lamendola

Francesco Lamendola è nato a Udine nel 1956. Laureato in Materie Letterarie e in Filosofia, è abilitato in Storia, Storia dell’Arte e Psicologia Sociale. Insegna nell’Istituto Superiore “Marco Casagrande” di Pieve di Soligo e ha pubblicato una decina di volumi, tra cui “Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C.”, “Il genocidio dimenticato. La soluzione finale del problema herero nel sud-ovest africano”, “Metafisica del Terzo Mondo”, “L’unità dell’Essere”, “La bambina dei sogni e altri racconti”, “Voci di libertà dei popoli oppressi.” Collabora e ha collaborato con numerose riviste storico-scientifiche e letterarie, su cui ha pubblicato 4.000 articoli. Ha tenuto conferenze per la Società “Dante Alighieri” di Treviso, per l’”Alliance Française”, per l’Associazione Italiana di Cultura Classica, per l’Associazione Eco-Filosofica, per l’Istituto per la Storia del Risorgimento e per varie Amministrazioni Comunali, oltre alla presentazione di mostre di pittura e scultura. Si ringrazia per la collaborazione Andrea Cometti di Accademia Nuova Italia

Commenti

  1. Anton

    Io credo che si debbano fare delle distinzioni; non sempre, infatti, è opportuno parlare di vero e proprio tradimento nei confronti sia della cosiddetta “Idea Fascista” che del PNF come semplice partito politico. Le Regie FF.AA., per esempio, giuravano fedeltà al Re e alla Corona sabauda e non certo al Duce e al PNF come, invece, faceva la MVSN: è ovvio il fatto che in una grave situazione di crisi come quella del 25 Luglio (per di più, in tempo di guerra!) si sarebbe arrivati ad una pressoché irrimediabile frattura tra le due principali forze combattenti italiane con, in aggiunta, il caos del successivo 8 Settembre. Si tratta di una situazione figlia del famigerato “dualismo” che, finché si vinceva, non venne esaminata né risolta ma che esplose anche a causa della disastrosa condotta del conflitto e delle numerose sconfitte sui campi di battaglia.

    Non si può certo nascondere, poi, un altro problema: quello relativo alla forte inimicizia (cioè, non solo antipatia) nutrita da una buona parte dello Stato Maggiore delle Regie FF.AA. nei confronti di Mussolini e di tutti gli apparati del Fascismo. Certamente, ci furono eminenti filosofi che arrivarono ad augurarsi la sconfitta dell’Italia in guerra pur di vedere realizzata la caduta del regime così come ammiragli con incarichi di alta responsabilità che, a guerra ormai conclusa, nella loro biografia, arrivarono a scrivere frasi come la seguente:

    “Più uno amava il proprio Paese, più doveva pregare per la sua sconfitta sul campo di battaglia”

    I nomi non li riporto per decenza.
    Ma si potrebbero citare tanti altri misteri riguardanti la strana guerra italiana: dai magazzini vuoti che, poi, si scoprì vuoti non erano e/o la mancata approvazione da parte dello SM della Regia Marina all’installazione dei radar sulle nostre navi da battaglia e via elencando… Tanti misteri o forse no. Forse, semplice superficialità.

    Ma ad essere state, propriamente, tradite furono, più che altro, le aspettative che buona parte degli italiani nutrirono nei confronti del Fascismo, ciascuno dal suo punto di vista e a beneficio del proprio tornaconto personale, ovviamente. Deluse dette aspettative, rabbia e frustrazione s’impadronirono dei (persino troppi) tesserati del PNF che ripudiarono la loro scelta, come detto, frutto di semplice calcolo ed interesse personale. E l’ingresso in guerra distrusse tutto ciò che alcuni avevano “guadagnato”.

    In conclusione, cito la domanda posta dal professore Lamendola: “…come poté, un popolo intero, non vedere e non capire che quella non era la sconfitta del regime, ma dell’Italia?… “. Mi vien in mente un irriverente anzi, irrisorio motto ottocentesco circa la presunta tipica mentalità italiana: “Francia o Spagna, purché se magna!”…

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