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La Grande Onda(*) – Mario Michele Merlino

La Grande Onda(*) – Mario Michele Merlino

Consentite ad un vecchio professore in pensione di prendere le mosse con una citazione. Autorevole. E’ di Berto Ricci che, in data 1 giugno 1938 (coincidenza. Trent’anni prima), scrive:

‘Si farà l’ordine nuovo se sapremo non vergognarci di essere, noi, e noi soli, il Disordine che crea’.

Una chiave di lettura – fra le molteplici possibili – di quello che fummo in quella stagione, breve intensa esaltante, che vide alcuni di noi disertare contrapposizioni destra-sinistra fascismo-antifascismo comunismo-anticomunismo nella convinzione che quanto stava verificandosi era rivolta generazionale, vento di cambiamento. Fu illusione inganno utopia? Forse… Io resto convinto, ostinato, che o si è dalla parte dei bastoni e delle barricate oppure, inevitabile, a fianco di chi usa e si protegge con manganelli e manette. Soprattutto fedeli agli ideali che ci mantengono giovani e ai sogni che ci preservano liberi…

‘Il Disordine che crea’. Essere partecipi della contestazione – non parte confusa del movimento degli studenti, si badi bene – perché scegliesse il percorso più radicale e non si esaurisse all’interno della cinta universitaria in sterili richieste di riforme del sistema didattico. Essere contro il sistema. Nella sua interezza perché non vi sono isole felici luoghi ovattati torri d’avorio. Fisiognomica dello Spirito (mi piace). C’è chi sceglie per non essere scelto. Chi s’adatta allo spazio dato e chi percepisce in ogni orizzonte un confine da superare, un universo concentrazionario da abbattere. (Fu questa la cifra di tanta parte del XX secolo. Secolo della giovinezza al potere e, come scriveva Robert Brasillach, ‘anticonformista antiborghese irriverente’. Da i futuristi passando tra gli arditi e i legionari di Fiume lo squadrismo e i balilla che andarono a Salò).

Prendete le mie parole uno sfogo, il bla-bla un po’ rancoroso, irriverente meglio… Vi dirò ora del ‘nostro’ ’68 e della ‘battaglia di Valle Giulia’ . Essendo tra i protagonisti gratifico così la mia vanità. Faccia al sole e in culo al mondo.

2 febbraio 1968 vengono occupate quasi tutte le facoltà della Sapienza. Piazzale della Minerva. Ci ritroviamo noi della Caravella. Non siamo molti – la maggior parte di noi si trova da giorni in Belice a spalare macerie dopo il terremoto a fianco degli agenti della celere, gli stessi che avremo contro a Valle Giulia (divertente!). Non conta il numero. La decisione è stata presa. Sulla facciata di Lettere attacchiamo un cartello di compensato, alla base il tricolore, con la scritta a caratteri forti ‘Questa volta Caravella se ne frega’ – credo un atto eversivo dopo anni in cui ci si prendeva bellamente a botte (poche le prese, molte le date)… Rimarrà intoccato per giorni, come i cartelli sulle vetrate d’ingresso dove è lecito a tutti entrare salvo i giornalisti dell’Unità.

Poche sere dopo, con atmosfera cospiratoria (Pulcinella e i segreti italici), veniamo invitati dal Rettore (Agostino D’Avac, prudente, resta nell’ombra). I suoi tirapiedi ci propongono di assaltare una facoltà, qualche vetrata rotta e qualche cazzotto, per legittimare l’intervento della polizia. Vaghi i compensi, promesse vaghe inserimento mondo accademico… Hanno bisogno di ‘mazzieri’; pensano di comprarli a quattro soldi. Ascoltiamo. Daremo loro risposta, prossima. Infatti, Economia e Commercio, in piazza Fontanella Borghese, si riuniscono i ‘benpensanti’, chiedono il ritorno alla normalità, lezioni esami professori. Li sciogliamo con pochi ceffoni e qualche pedata. Poi occupiamo l’istituto di Farmacologia, strategica la posizione, accanto ingresso di viale Regina Margherita. Ai cancelli svettano due drappi neri. Nessuno, anche qui, viene a farsene lagna. Restano.

Non intendo tediarvi a lungo, Veniamo a quel 1 marzo del ’68, mattina luminosa di primavera annunciata (seguiranno a breve, al contrario, più stagioni grigie e feroci, di notti illuminate dallo schianto delle bombe e dall’esplodere delle P38, di sangue generosamente versato. Non fu quello che ci eravamo ripromessi. E fu pagato da coloro che vennero dopo di noi. Responsabili, involontari, pur sempre responsabili… noi di fronte anche a voi).

La sera precedente il 1 marzo (forse era anno bisestile) la polizia sgombera le facoltà e così anche noi veniamo portati fuori tra due ali di agenti. Idea geniale (forse), fingo di cadere per le scale e rovinare sulle spalle di qualche poliziotto. Non tengo conto del mio peso forma (56 kg. scarsi). Mi frullano. Me la cavo facendo lamentazioni per evitare magari una denuncia… Di notte, però, manco all’incontro organizzativo – rossi e neri – per la mattina dopo. Niente striscioni bandiere rosse solo slogan (fu in quella data che coniammo ‘Fascismo Europa Rivoluzione’). Eravamo componente legittima riconosciuta richiesta (la fama di attivisti era una garanzia).

Ci compattiamo sulla scalinata di piazza di Spagna – circa 200, inizio corteo scontri e ritorno da vincitori –. Breve (triste) interludio. Adriano Romualdi tenta, con coraggio e ostinazione, di convincerci a desistere (ci considera i figli dell’uovo marcio della borghesia, teme – e con una certa ragione – che ci si disperda in un magma informe e viscido da quarto stato… nei giorni successivi, Pier Paolo Pasolini ci darà addosso schierandosi con i poliziotti, anch’egli con delle ragioni). Inutile. Abbiamo bruciato le navi alle nostre spalle. Ci sentiamo ‘il Disordine che crea’…

La rivista Quindici di scritti marxisti, edita a Padova, stamperà il celeberrimo poster, titolo La battaglia di Valle Giulia, gli studenti (in prima fila quasi esclusivamente noi e in posa guerresca – bastone e molotov – il Mago, libidine schizzoide!!!) a fronte la celere sulle jeep pronta a caricare. Per decenni un manto omertoso di silenzio sulla nostra presenza. Troppo breve la speranza. Poi il 16 marzo le botte tra gli attivisti del MSI e il movimento degli studenti, supportato quest’ultimo dal servizio d’ordine del PCI. Giurisprudenza barricata i banchi le panche che volano di sotto tornano odiose dicotomie.

Diversi anni dopo mi spiegava Giulio Caradonna a mia diretta domanda del perché erano venuti all’università con la scusa (fasulla) che eravamo noi in percolo d’essere linciati dai compagni bramosi del nostro sangue. Precisandogli come l’allora del MSI segretario, Arturo Michelini, avesse espresso compiacimento per la nostra presenza a Valle Giulia. La sua risposta: ci eravamo spinti troppo avanti e questo turbava gli USA, garanti dell’esistenza del MSI purché rigorosamente anticomunista… Che altro aggiungere? Fu un sogno breve, rimane un bel sogno. Decidemmo che si dovesse tentare comunque quel ‘Disordine che crea’ – questa, però, è altra storia o forse no. L’ho tirata alle lunghe, concludo. Con un ricordo a dare il senso alle mie parole.

I rappresentanti d’istituto mi chiedono, durante la settimana dello studente, di dare loro una mano organizzare un dibattito sugli ‘anni di piombo’, Invito Peppe Dimitri, il comandante (con Franco Anselmi ed altri rappresentava l’ultima generazione di Avanguardia); invito Alberto Franceschini (con Curcio e Mara Cagol fra i fondatori delle BR). Durante il dibattito mi coinvolgono. Non intendo parlare delle vicende giudiziarie ma da quelle (piazza Fontana quale ‘morte dell’innocenza) assumere la responsabilità morale e storica di quanto poi è accaduto (la stessa Acca Larentia di cui vi dirà Valerio). Dalle armi della critica alla critica delle armi, per dirla on Marx…

Rimane ‘il Disordine che crea’, quel Caos da cui si generano ‘stelle danzanti’ – e qui sarà Gabriele a dire di più e meglio.

Grazie.

 

(*) La relazione al convegno ‘la grande onda’, 15 settembre

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 14 Novembre 2018

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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