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Il vascello di Ishtar. Fantascienza e mito – Giovanni Sessa

Il vascello di Ishtar. Fantascienza e mito – Giovanni Sessa

Il nostro tempo è tragicamente appiattito sulla visione razional-utilitarista della vita, incapace di produrre significativi exempla su cui gli uomini della nostra generazione e di quelle successive, possano costruire sensatamente le loro vite. Da ciò, il diffuso malessere esistenziale dei nostri giorni che, in casi estremi, non così rari come si potrebbe credere, induce patologie neuro-psichiatriche. Le nostre esistenze sono state deprivate dalla ratio illuminista dello slancio creativo, della dimensione del sogno e, soprattutto, della memoria storica e della tradizione condivisa, sulle quali hanno potuto far conto, per orizzontarsi nel labirinto della vita, i nostri antenati. Col fallimento del progetto illuminista, nella post-modernità liquida, questa mancanza la si avverte in modo ancora più acuto. E’ necessario, pertanto, reintrodurre il mito nel nostro vissuto. Una funzione di questo tipo, ha svolto, fin dalle sue prime produzioni, il genere letterario della fantascienza. Lo dimostra un volume uscito in prima edizione nel 1924, quasi un secolo fa, recentemente riapparso nelle librerie italiane. Si tratta de, Il vascello di Ishtar, di Abraham Merritt, edito da il Palindromo (per ordini: info@ilpalindromo.it, euro 26,00). Il libro è corredato dall’introduzione di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, due dei maggiori esperti di science fiction nel nostro paese, da un saggio di Andrea Scarabelli, da una nota biografica sull’autore di Maria Ceraso, nonché dalle bellissime illustrazioni di Virgil Finlay.

   Il senso del volume è ben sintetizzato da un’affermazione di Sergio Solmi, ricordata dal duo de Turris-Fusco. A dire dell’insigne studioso, la fantascienza: “avrebbe potuto svolgere sul piano letterario alla funzione di ‘reintegrare mito e favola al corpo della poesia e condurci […] a riveder le stelle’” (p. 7). Il recupero del mito, che il libro di cui discutiamo propone, è indirizzato a restaurare la sintonia uomo-cosmo, secondo le indicazioni, cui rinvia nel suo scritto Scarabelli, di personaggi al centro del dibattito culturale novecentesco: Bradbury, Campbell ed Eliade. I tre, pur muovendosi in ambiti disciplinari diversi, ritenevano che nella contemporaneità solo all’artista, al creatore, fosse concesso far rivivere il mito. Il lettore deve sapere che Merritt ebbe, come ricorda la nota biografica della Ceraso, una duplice formazione: scientifica certo, ma, al contempo, aperta al mito, all’archeologia, alle tradizioni, all’etnologia. Tali tratti egli riversò sul protagonista de Il vascello di Ishtar, John Kenton, sorta di avventuriero capace di mettersi in discussione, di rischiare e di lottare. Al centro del narrato è la storia di una navigazione. Il navigare, ben lo sapeva Julius Evola, è simbolo significativo del percorso iniziatico: le acque agitate indicano, infatti, l’elemento instabile, diveniente della vita e del nostro essere, la componente femminile. Affrontare le procelle è sempre stato considerato atto eroico. Giano, dio degli inizi, rileva Scarabelli, era custode della navigazione sacra che conduce alla ‘vita nova’, iniziatica.

   Per riuscire in tale ‘viaggio’, è necessario liberarsi delle zavorre intellettuali e spirituali. Kenton, preliminarmente, prende atto che il ‘contatto’ con l’Altrove mitico, presuppone l’abbandono delle consuete coordinate spazio-temporali, anzi: “esige un paradosso spazio-temporale” (p. 425). Nel romanzo, medium tra i differenti piani dell’essere, è un piccolo diorama: “che, come uno stargate, conduce in una dimensione ignota” (p. 425). Grazie a tale guida, il vascello naviga in uno dei mondi paralleli e i personaggi che vivificano il narrato sono avatar di religioni antiche, rappresentazioni di potenze che ab aeterno animano e attraversano il cosmo. Molti di essi richiamano figure mitiche mesopotamiche, norrene, ma mancano, nel racconto, riferimenti tratti dalle religioni del Libro. Le potestates cosmiche sono vincolate ai due protagonisti indiscussi del racconto: Ishtar e Nergal, rispettivamente rinvianti al principio maschile e a quello femminile, ad Amore e Morte. La stessa nave, divisa in due ponti, propone la dialettica duale dei principi: al suo centro, si badi, si innalza verso il cielo un albero verde, axis mundi, la cui ascesa consente di attraversare i molteplici piani dell’essere. Anche nei due sacerdoti delle divinità si manifesta la scissione dualista del femminile e del maschile (Zarpanit e Alusar).

    Il vascello, quindi, è un non-luogo: “eterotopia errante atta a perpetuare la contesa […] impedendo la coincidentia oppositorum” (p. 433). Sarà l’abbraccio ierogamico dei due sacerdoti a costringere alla medesima unione le due divinità. E’ il rito umano a propiziare l’unione dei principi metafisici del femminile e del maschile. I sacerdoti che realizzano l’unione lasciano i loro corpi, cadaveri oramai senza senso. Hanno realizzato, attraverso l’eros cosmogonico, la risoluzione delle opposizioni. Tale energia che, a dire di Ludwig Klages, filosofo monacense, animerebbe il cosmo determinandone la continua metamorfosi sotto il segno del simile e mai dell’identità logica, conduce al Mysterium Coniunctionis: il conseguimento dell’alchemico Rebis, che nel narrato, per la verità, assume tratti decisamente panteistici. E di Kenton, che ne è?, si chiederà il lettore. Egli viene condotto da Nabu, dio della saggezza, al ‘risveglio’: “in un viaggio attraverso le varie case delle divinità del pantheon mesopotamico” (p. 437). Dal viaggio iniziatico apprende che, desiderio profondo di ogni uomo degno di tale nome, è la realizzazione della Unio mystica. La polarizzazione delle forze di Amore e Morte, in realtà mostra i due volti di un medesimo principio. Lungo la Via realizzativa, dalla dimensione della ierogamia esteriorizzata è necessario transitare, come Kenton fa nella chiusa del racconto, alla celebrazione delle nozze alchemiche dentro di sé. Ciò presuppone l’interiorizzazione del momento femminile del Principio e l’uccisione del doppio che è in noi. L’unione allora finalmente si realizza, il cosmo è redento e l’uomo, solo a queste condizioni, è latore di Persuasione.

     Kenton, uomo moderno, è giunto al ‘risveglio’. Il suo iter testimonia come l’origine sia davvero sempre possibile. Non è casuale che Merritt fosse stimato da Lovecraft. Entrambi cantarono le forze cosmicamente indifferenti che animano l’universo e la vita umana. Questo il lapidario giudizio del Solitario di Providence, su Merritt: “è […] il più intenso e peculiare autore fantastico tra coloro che oggi scrivono sui pulp” (p. 430). Ragione in più per leggere questo libro.

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Categorie: Fantasy, Mitologia, Recensione

Pubblicato da Giovanni Sessa il 15 Ottobre 2018

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Sc. Politiche dell’Università “Sapienza” di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. Suoi scritti sono comparsi su riviste, quotidiani e periodici. Suoi saggi sono apparsi in diversi volumi collettanei e Atti di Convegni di studio, nazionali e internazionali. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008 e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, prefazione di R. Gasparotti, in Appendice il Quaderno 122, inedito del filosofo veneto. Ha, inoltre, dato alle stampe una raccolta di saggi Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015. E’ Segretario della Scuola Romana di Filosofia politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del Movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

Commenti

  1. Gianfranco

    Se non erro l’ho letto parecchi anni fa pubblicato da Urania…

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