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Schopenhauer come educatore musicale – 1^ parte – Stefano Eugenio Bona

Schopenhauer come educatore musicale – 1^ parte – Stefano Eugenio Bona

Da che cosa dipende, in tutto il mondo,
Che si giunga a guarire?
Per chiunque è un diletto
sentire il suono arrotondarsi in note (1)

La teoria della musica in Schopenhauer occupa il capitolo 52 del primo volume del Mondo come Volontà e Rappresentazione, a conclusione del Libro Terzo: “Il mondo come rappresentazione” – programmaticamente, in quanto il culmine della trattatazione estetica è il trait d’union prima di inoltrarsi nel Libro Quarto, ove si esce da ogni rappresentazione e si delinea l’affermazione e la negazione della Volontà. Il musicista è l’asceta mancato per Schopenhauer, il gradino prima del possibile affrancamento: infatti attraverso l’arte la liberazione dalle illusioni della Volontà è temporanea e la purificazione lenisce lo stilicidio emananante dalla vita, senza però risolvere del tutto. La Volontà perpetua sé stessa e mentre questo motore del Mondo tutto aziona come vibrazione costante, senza finalità alcuna, la musica riassume il vertice delle possibilità umane innanzi il “salto” nella dimensione dell’ascesi. Prima di uscire dall’umano e abbandonare del tutto il Mondo, l’organizzazione dei suoni (definizione basilare, ma sempre valida, sulla quidditas espressa) è la più perfetta e diretta oggettivazione della Volontà, il mezzo più efficace per esperire la sospensione del mondo delle cause e degli effetti: affrancarsi da questa mekané è catarsi.

Ma andiamo alle origini della concezione schopenhaueriana dell’esistenza e dell’esistente, per poter meglio seguire il filo, anche terminologicamente: in sintesi rifiutare il panlogismo di Hegel porta a sradicare l’identificazione della realtà con la razionalità, sostenendo la profonda irrazionalità del mondo e la fallacia d’ogni pretesa di scovarne il disegno (la ragione è solo illusione di una comprensione). Quindi un percorso originale perché il cammino del filosofo di Danzica oltrepassa la palude del dopo Kant: quella degli idealisti e dei postkantiani che negavano la cosa in sé e attribuivano al soggetto il potere di produrre la realtà conosciuta. In polemica con entrambi, Schopenhauer porta avanti la critica kantiana e la pone oltre i suoi limiti intrinseci, che ne hanno impedito le conseguenze più radicali: in poche parole può oltrepassare perché si smarca dalla teodicea, ovvero dai bavagli della teologia, inseriti subdolamente all’interno di un’indagine filosofica che si vorrebbe invero senza compromessi.

Se al conoscere umano non è concesso uscire dall’apparenza e dalla fenomenicità, la conoscenza è sempre e soltanto di fenomeni (Erscheinungen), così questa “conoscenza” non può esser altro che nozione di un’apparenza, risultante tra soggetto e oggetto. Non è la conoscenza della ratio che può condurre oltre l’ambito dei fenomeni, la ragione non com-prende se stessa all’interno del proprio perimetro ma è solo strumento di calcolo e astrazione, e poi, fa notare Schopenhauer, il mentale è anche la fonte inevitabile degli errori, delle illusioni, delle menzogne, dei dogmi che travagliano la vita dell’umanità. Come fare per uscirne? Non limita come Kant la conoscenza possibile all’ambito fenomenico, e questa evenienza è data già nel nostro stesso esser eminentemente corpi, oggetto tra oggetti ma anche forza, prolungamento di noi. Schopenhauer indica proprio nel corpo il “passaggio sotterraneo” tra una conoscenza del Mondo come Rappresentazione ed una del Mondo come Volontà, ovvero dopo la comprensione del tutto come mia rappresentazione, il nostro corpo in primis ci dà notizia di un in sé che travalica l’esperienza dei fenomeni, proprio metabolizzando gli appetiti e i desideri (particolarmente quello sessuale), che sono un continuo tendere ad incarnare la Volontà stessa: il corpo, di essa, è la prima realtà direttamente esperibile. Nell’autocoscienza dei movimenti corporei, il soggetto si apre intuitivamente alla Volontà e ciò supera le aporie kantiane, poiché se nel dibattito postkantiano non si era riuscita a risolvere l’identificazione della cosa in sé con la causa materiale, in Arturo Schopenhauer l’essere-corpo è preciso tramite per riconoscere il teatro del mondo, primo punto con cui ci si riconosce agenti-agiti: Ogni individuo è da un lato soggetto della conoscenza, e quindi condizione complementare dalla possibilità dell’intero mondo oggettivo; d’altro lato è un fenomeno particolare di quella stessa volontà, che si oggettiva in ogni cosa (2). Va da sé che questa rivelazione del corpo come esperienza primaria della volontà, trapassa poi nella nozione nietzscheana di dionisiaco e l’invito di Zarathustra a “rimanere fedeli alla terra”, ha sicuramente eco nel non porre in disparte il corpo come strumento gnoseologico, ovvero un ritorno alla ellenica corporalità del divino attraverso il primo maestro. Ci si permetta un’iperbole: la domada shakesperiana possiamo dire non aleggiare più come essere o non essere, ma da Schopenhauer in poi come essere o avere un corpo, con Artaud e Bene araldi della prima istanza.

Quindi possiamo chiarire il concetto di Volontà: forza cieca, inconscia e senza finalità che nell’uomo diviene libera e arbitraria volontà di vivere (Wille zum Leben), perimetrata in spazio-tempo-causalità nel corso di una comune esistenza, ma in sé principio metafisico, oltre il principium individuationis in cui è confitto tragicamente ogni essere vivente. Nello schema del Mondo, il fenomeno kantiano diviene rappresentazione e la cosa in sé Volontà, unica e ovunque ma nel suo fondo recante una molteplicità di forze eterne, chiamate platonicamente Idee, oggettivazioni della Volontà stessa da cui emanano: non sono cause prime bensì sostrato metafisico, esplicante un livello ove noi crediamo di intravedere erroneamente finalità. Tenere sempre distinti i piani, è ciò su cui dovrà discriminare il vero sapiente: Per arrivare ad una intuizione più profonda dell’essenza del mondo è assolutamente indispensabile imparare a distinguere in primo luogo la volontà come cosa in sé dalla sua oggettità adeguata e in secondo luogo i differenti gradi di chiarezza e perfezione di tale oggettità, ossia le idee, dalla semplice manifestazione delle idee nelle varie forme del principio di ragione sufficiente, e nelle modalità della limitata conoscenza individuale. Allora non si potrà che esser d’accordo con Platone, il quale attribuisce alle idee soltanto l’essere vero e proprio… Allora si arriverà a comprendere come l’idea una e identica si manifesti in così innumerevoli fenomeni…E si arriverà anche a distinguere l’idea dalla maniera in cui il suo fenomeno cade nell’appercezione dell’individuo…(3)

In questa visuale che volgarmente si desume pessimistica, vengono anzi date le indicazioni per la liberazione dal destino di dolore in cui precipita questa inconoscibilità di fondo e il superamento di questo stato doloroso inizia con l’arte: mentre l’individuo normale è legato al particolare con le cose conosciute secondo necessità, il genio creativo riece a vedere direttamente e disinteressatamente nelle cose singole l’Idea…Mentre la conoscenza secondo il solo principio di ragione rimanda infinitamente da una cosa all’altra, soffermandosi sulle relazioni intercorrenti (impossibilitata a cogliere l’unità), l’intuizione artistica trascende la catena dei rapporti di causalità e coglie nella cosa singola l’Idea eterna, che non è concetto, cioè astrazione, ma entità metafisica, reale concretezza. Questo è il sempiterno messaggio di Schopenhauer, cruciale sull’impennata romantica, da recuperare per chiunque chieda all’arte di essere se stessa, quella che può tornare ad uscire dalla rappresentazione in cui si nomina la pantomima, la parvenza meccanica del presente livellatore: ove tutto ciò che è verticalità viene coperto dallo smalto sul nulla di benniana memoria, e si dà nome d’arte (nominare senza connessione causale, è attentato peggiore di molti altri…) non alla riuscita emancipazione dal soggettivo, al contrario alla negazione della pura contemplazione oggettiva, intrattenendo recisamente tra sé le parti dell’uomo più basse che non vogliono per nulla esperire il sublime. Così si lascia all’artificio consumistico, si esce dal vertice dell’in-utile (l’unico atto realmente creativo non ha altra finalità che lo sgorgar di sé…) e si inserisce l’atto artistico in una produzione ornamentale e disorganica – c’è tutta una storia dell’arte come elemento consolatorio, vigliacco e mendace, l’opposto delle intenzioni schopenhaueriane.

In chi ha sia vocazione sia disciplina, il passaggio dalla conoscenza comune delle cose particolari a quella delle idee, possibile, ma sempre di natura eccezionale, si produce bruscamente (una reale mutazione di pelle… 4 ) e via via, questa superiore contemplazione rende il soggetto non più individuato ma puro occhio di una coscienza impersonale sub specie aeternitatis (e i rimandi vanno anche alle sue afferenze con il pensiero di Meister Eckhart, rivendicate da lui stesso con orgoglio). L’arte deve dunque svincolarsi dalla sfera degli interessi pratici, altrimenti è rappresentazione di una misera volontà personale di affermazione (a differenza della scienza, risolta nel suo essere ad essi vincolata, desiderosa di sempre nuove conferme pratiche ai suoi presupposti), giocata dalla Volontà complessiva: L’arte è una sospensione nel tempo, nello spazio e nello stesso principio di causalità del divenire, lo travalica, mentre la scienza, obbedendo alla corrente sempre incalzante delle cause e degli effetti, ad ogni risultato raggiunto si trova respinta sempre più avanti; non conosce un fine ultimo che le conceda una piena soddisfazione…L’arte, al contrario, ha dappertutto il suo fine: strappa alla corrente, che trascina le cose del mondo, l’oggetto della sua contemplazione, ponendolo isolato dinanzi a sé…Ferma la ruota del tempo, svanite le relazioni, l’essenziale, l’idea, formano il suo unico oggetto (5).

La musica si inserisce come ultima possibilità di questa visuale sopraelevata, prima dell’ascesi, la sola possibilità di redenzione – in un cammino fino alla noluntas.

Note:

1 – Dreistigkeit (Temerità) Goethe, Divano Occidentale-Orientale, Il libro del cantore, Classici Rizzoli, Milano, 1990, p. 85
2 – Arthur Schopenhauer, Il Mondo come Volontà e Rappresentazione, Mondadori – I Meridiani, Milano, 1989, p. 397 (nota di Schopenhauer stesso)
3 – Ibid., p. 268
4 – Ibid., p. 263
5 – Ibid., pp. 272-273

 

Stefano Eugenio Bona

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Categorie: Filosofia, Musica

Pubblicato da Ereticamente il 29 Settembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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