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Rileggendo la storia ignorata – Fabio Calabrese

Rileggendo la storia ignorata – Fabio Calabrese

Dagli amici di “Ereticamente” in questi anni di collaborazione oserei dire intensa e ormai prolungata nel tempo, ho sempre avuto accordata la massima libertà di espressione che, se avete seguito con una certa regolarità la nostra pubblicazione lo avete visto, mi ha permesso di spaziare su una varietà di argomenti, dalla politica ai temi etici e religiosi, alla storia, all’archeologia, all’antropologia, alla narrativa fantastica e quant’altro.

Dalla Redazione, in quel tempo, ho ricevuto solo un paletto preciso e inderogabile: “Ereticamente” pubblica solo materiale inedito, non ripropone articoli già apparsi altrove. Io credo tuttavia di non violare questa consegna citando in un pezzo nuovo brani di un mio articolo precedente già edito.

Il fatto è che quando sono entrato in contatto con “Ereticamente” avevo già alle spalle anni di attività come intellettuale (se non è troppo presuntuoso definirmi tale) e polemista dell’Area, anche se nessuna delle testate precedenti con le quali avevo collaborato, mi aveva dato una “cassa di risonanza”, la possibilità di raggiungere un vasto pubblico di lettori come “Ereticamente”.

Qualche tempo prima di entrare in contatto con la nostra pubblicazione, avevo chiuso un’esperienza di collaborazione piuttosto prolungata con “Ciaoeuropa” di Antonino Amato, per nessun altro motivo se non che questa testata aveva cessato di esistere. Sinceramente, il fatto di non poter ripresentare a un pubblico più vasto materiale comparso in questa sede o altrove, per me ha costituito un problema, perché questi articoli, tra i quali non manca – credo – materiale valido, hanno in genere avuto una diffusione molto inferiore a quelli poi apparsi su “Ereticamente”.

Tempo addietro mi era capitato di ritrovare (quando si ha una produzione di scritti elevata, e per non intasare la memoria del computer, si è costretti a conservare file zippati dentro file zippati, l’hard disk finisce per diventare una specie di giungla) una cartella di articoli destinati a “Ciaoeuropa” che non avevano fatto in tempo a vedere la luce prima della cessazione delle testata. Due di essi non avevano perso di validità con il trascorrere del tempo e, essendo materiale rimasto inedito, non ho avuto problemi a riproporli su “Ereticamente”, Memorie controcorrente e Il trionfo della stupidità, ma si tratta di due su di una serie di articoli piuttosto numerosa.

La storia ignorata, invece, è stato un pezzo che è giunto alla pubblicazione, ragion per cui, io ora non ve lo riproporrò, ma vedremo insieme, invece di rileggerlo e di estrarne quello che, a distanza di anni, rimane il succo valido e importante del discorso.

Lo spunto per la stesura di questo articolo, che è del 2007 mi fu dato dalla circostanza che nel bollettino di una piccola casa editrice che vende on line (e che non appartiene all’Area) comparvero, con singolare coincidenza, le recensioni di tre libri di storia recente che nel loro insieme davano uno spaccato del tutto controcorrente degli eventi intercorsi tra la seconda guerra mondiale e la Guerra Fredda, si trattava di: Il telefonista che spiava il quirinale – 25 luglio 1943, di Paolo Palma (recensione di Paolo Acanfora), La resistenza demitizzata di Giampaolo Pansa (recensione di Francesco Fatica) e Compagno cittadino, il PCI tra via parlamentare e lotta armata di Salvatore Sechi (recensione di Carmine De Fazio).

(Le parti dell’articolo scritto allora che trascrivo senza variazioni, le metto in corsivo, “italic”, che a pensarci suona tremendamente ironico).

 

“Il telefonista che spiava il quirinale” non è un personaggio letterario, è Giuseppe Mangione, allora appunto telefonista del quirinale e che dopo la guerra acquisì una certa fama come sceneggiatore, che intercettò e trascrisse le conversazioni telefoniche del re Vittorio Emanuele III e del suo entourage attorno al luglio 1943. Le trascrizioni furono poi consegnate al noto esponente partigiano Rodolfo Pacciardi fra le cui carte sono state recentemente ritrovate.

Quello che ne emerge, è un quadro completamente diverso da quel che ci eravamo abituati a considerare di un episodio chiave della nostra partecipazione al secondo conflitto mondiale, quale fu quello del 25 luglio 1943, il “ribaltone” con cui fu soppresso il regime fascista, e che doveva preludere di lì a poco all’altro ed ancor più drammatico ed infamante “ribaltone”, l’armistizio ed il cambiamento di fronte dell’8 settembre.

Contrariamente a quel che ci è stato fatto credere così a lungo, l’ “arresto” (ma di arresto non si trattò) di Benito Mussolini quando questi, dopo essere stato messo in minoranza nella seduta del Gran Consiglio del fascismo si recò dal re per presentargli le proprie dimissioni, non fu per nulla frutto di una decisione improvvisa di Vittorio Emanuele III, ma l’esito ultimo di una cospirazione accuratamente preparata, una congiura che ebbe la sua “anima”, la sua “eminenza grigia” nel ministro Acquarone, un personaggio che finora gli storici hanno considerato assolutamente di secondo piano.

 Per gli antifascisti di allora, di poi, di oggi, è sempre stato motivo d’imbarazzo il fatto che la “bieca” dittatura mussoliniana finisse in una maniera così “parlamentare”, con una votazione, ed ancora il fatto che dopo essere stato messo in minoranza dal Gran Consiglio, Mussolini si sia recato tranquillamente a offrire al re le proprie dimissioni”.

Qui mi è stato fatto rilevare, ho commesso un errore. Il 25 luglio Mussolini non si sarebbe presentato al re per dimettersi, ma semplicemente per relazionare sulla seduta del Gran Consiglio, come era prassi che facesse, tuttavia questo non cambia la sostanza delle cose, e le considerazioni che seguono, credo rimangano perfettamente valide.

E’ stato questo il comportamento di un tiranno? O non piuttosto quello di un leale servitore dell’Italia con la coscienza tranquilla, il cui torto, semmai, è stato quello di non avvertire la fosca atmosfera da congiura da basso impero bizantino che altri gli avevano addensato attorno, come spesso accade alle persone sincere e leali che non sono in grado di comprendere fino in fondo la malizia altrui? Se invece Mussolini scelse consapevolmente di consegnarsi nelle mani di chi voleva distruggerlo, può averlo fatto solo nel tentativo di evitare che per l’Italia alla tragedia del conflitto si sommasse l’altra tragedia della guerra civile. In ogni caso, la sua statura morale ne esce ingigantita: un gigante circondato da una torma di squallidi gnomi intenti solo a cercare di trarre un profitto personale dalle sventure della patria.

In realtà questo libro aggiunge nuovi tasselli ad un mosaico che in gran parte conoscevamo già, così come sappiamo che all’uscita dal quirinale Mussolini non fu arrestato con un atto che avesse qualche parvenza di legalità, ma rapito e portato via in segreto su di un’ambulanza: è evidente che i cospiratori temevano una reazione popolare, e in tal modo confessavano involontariamente la popolarità di cui ancora godeva Mussolini a dispetto del disastroso andamento della guerra.

E non parliamo di altri fatti oscuri di quella tragica fine di luglio che sembrava anticipare sinistramente la guerra civile, come l’assassinio in un vile agguato di Ettore Muti “il più bello” e sicuramente uno dei più amati leader fascisti”.

Nuovi tasselli ad un mosaico che in gran parte conoscevamo già”, e a questo punto mi è sembrato opportuno inserire alcune considerazioni personali allo scopo di dare un quadro storico più completo. Noi sappiamo che all’indomani dello scoppio del conflitto, la corona e gli alti ambienti militari legati ad essa spinsero fortemente per l’entrata in guerra dell’Italia, e che fecero in modo di nascondere in tutte le maniere possibili a Mussolini  lo stato di impreparazione delle nostre forze armate. Particolarmente grottesca fu, ad esempio la decisione presa poco prima del nostro ingresso nel conflitto, di articolare le brigate del nostro esercito su due battaglioni invece che su tre: in questo modo se ne poté aumentare di un terzo il numero sulla carta, senza che i nostri effettivi crescessero di un solo uomo.

E’ da ricordare che i Tedeschi, che ben sapevano che l’Italia era appena uscita da due impegni bellici consecutivi, la guerra d’Etiopia e quella di Spagna, dove da parte italiana si era contribuito a sostenere il franchismo con uno sforzo e un impiego di mezzi ben maggiore rispetto alla Germania, sconsigliarono l’entrata in guerra dell’Italia almeno fino al 1943.

C’è poi l’eccellente lavoro di indagine storica compiuto da Antonino Trizzino, pubblicato in libri che gli costarono un’interminabile odissea giudiziaria, Navi e poltrone, Settembre nero e Gli amici dei nemici (che già dal titolo ne evidenzia come meglio non si potrebbe il contenuto): da subito, fin dalla nostra entrata in guerra, i nostri alti comandi cominciarono a passare informazioni ai Britannici. Si aggiungano i sabotaggi e la disorganizzazione deliberata delle nostre Forze Armate; il quadro che ne emerge è estremamente chiaro. Si era voluta la nostra partecipazione al conflitto contando sulla sconfitta alla quale si collaborò attivamente, allo scopo di sbarazzarsi del fascismo: uno sporco, sporchissimo gioco condotto sulla pelle dei nostri soldati e delle nostre popolazioni, che non ha, non può avere nessun altro nome se non quello di TRADIMENTO.

Il secondo di questi testi, La resistenza demitizzata di Giampaolo Pansa, si inserisce in una vicenda che una decina di anni fa ebbe parecchia risonanza, poi è stata lasciata cadere nell’oblio fidando nella memoria corta della gente, in modo da non turbare la solita retorica resistenziale che, in perfetta malafede, continuano periodicamente a infliggerci.

Giampaolo Pansa è uno scrittore e uno storico con una formazione di sinistra, ma “disgraziatamente” è una persona onesta che ha preferito dire la verità piuttosto che raccontare le solite menzogne “resistenziali”.

Nel 2002, Pansa intraprese la stesura di un libro sui combattenti della Repubblica Sociale, I figli dell’aquila. Probabilmente allora ebbe modo di rendersi conto di cosa sia stata realmente la cosiddetta resistenza, un’orrida faida, un seguito di atrocità compiute sui “nemici” soprattutto dopo la conclusione della guerra quando questi ultimi, deposte le armi, non erano più in grado di difendersi. Avrebbe potuto – come tanti prima di lui – insabbiare tutto, far finta di nulla, continuare a raccontare le falsissime “verità” di regime. Invece ha deciso di rompere il muro dell’omertà.

Ne è uscito un libro, Il sangue dei vinti, che è diventato rapidamente un bestseller e scatenato gli alti lai delle vestali del macabro e bugiardo culto resistenziale. Come un altro testo, La grande bugia, La resistenza demitizzata si pone sulla scia de Il sangue dei vinti, come risposta alle repliche e accuse mossegli dai difensori d’ufficio della menzogna resistenziale.

Come La grande bugia, La resistenza demitizzata è dedicata soprattutto a smentire gli avvocati d’ufficio della resistenza, i ben pagati megafoni e leccapiedi del regime che vorrebbero tenere la grande bugia in piedi: Giorgio Bocca, Alessandro Curzi, Paolo Flores d’Arcais, Sergio Luzzatto, e altri esemplari del più lugubre bestiario di quanti vilipendono la storia e prostituiscono l’informazione.        

Chi mente sapendo di mentire, molto spesso finisce per darsi la zappa sui piedi, e così Pansa ha buon gioco citando un’affermazione di Giorgio Bocca, il più accanito di quanti vorrebbero confutarlo:

«Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce».

Qui, a quanto replica Pansa e a quanto scrissi allora, c’è forse un particolare da aggiungere: in ogni caso non si trattò di AUTOlesionismo, ma di una brutalità che finiva per colpire chi non c’entrava nulla, come il ragazzino quindicenne dilaniato nell’attentato di via Rasella assieme alla pattuglia di ragazzi altoatesini arruolati nella Wehrmacht.

In poche parole, il solco di ostilità fra la popolazione e i Tedeschi e i combattenti repubblicani fu creato artatamente, con attentati che aveva lo scopo di provocare le rappresaglie secondo la logica del “tanto peggio, tanto meglio” da parte di chi mirava a fare “la rivoluzione” e non aveva alcuna preoccupazione di quanto questa logica aberrante sarebbe costata all’Italia in termini di morti e distruzioni.

Nel libro è contenuto un omaggio doveroso ad un uomo che ha cercato invano di raccontare agli Italiani la verità: Giorgio Pisanò, autore di volumi come Storia della guerra civile in Italia e Gli ultimi in grigioverde che, nonostante un’indiscussa competenza, serietà e probità come storico non riuscì a trovare un editore abbastanza coraggioso da pubblicare la verità sul periodo più buio della storia d’Italia, allora divenne egli stesso editore, e la cui tipografia fu distrutta per ben quattro volte da quattro attentati rimasti rigorosamente senza colpevoli e che non ebbero alcuna eco sui mezzi “d’informazione”.

Parlando di storia ignorata, il terzo libro, Compagno cittadino, il PCI tra via parlamentare e lotta armata di Salvatore Sechi si occupa di quello che è forse in assoluto l’aspetto più ignorato della nostra storia ignorata: gli impenetrabili misteri che avvolgono l’attività del PCI, il maggior partito comunista dell’Europa occidentale e che oggi, a distanza di più di un quarto di secolo dalla cessazione ufficiale di questa formazione, rimangono tali.

In questo caso, non si tratta per la verità di un testo organico ma di una raccolta di saggi, ma questo non muta in nulla la sostanza delle cose, che è semplicemente questa: il PCI ha sempre posseduto una struttura paramilitare segreta pronta a intervenire per instaurare con la forza anche in Italia un regime comunista non appena le circostanze di politica interna e soprattutto internazionale l’avessero reso possibile, quella cui si è ripetutamente alluso come “Gladio rossa”.

La prima cosa che Sechi e De Fazio sulle sue orme ci fanno notare, è l’estrema difficoltà che esiste ancora oggi nel raccogliere informazioni su questo argomento, stante il clima omertoso, il “muro di gomma” che ancora oggi circonda tutto ciò che riguarda il Partito Comunista, eretto con l’attiva complicità di giornalisti e sedicenti intellettuali di sinistra:

“Il “muro di gomma” che esiste sull’argomento sembra essere stato messo in piedi per nascondere qualsiasi tipo di ricerca della verità storica da intellettuali faziosi e direttamente controllati dalla struttura partitica. Questa componente rappresenta un altro elemento di critica di Sechi, quello cioè, che la sinistra in generale (il riferimento è al PCI ma anche al PSI) avesse sempre avuto dalla sua parte, gestendo con molta attenzione una cerchia di giornalisti, scrittori e intellettuali che avrebbero permesso una “scrittura”, appunto, della storia relativa a questi partiti soprattutto, poco veritiera o strettamente di parte”.

Una delle poche cose che appaiono sicure al riguardo, è che questa struttura non sarebbe potuta esistere senza la disponibilità di grandi quantità di denaro, di origine certamente illecita. La fonte principale sembra essere stato il sistema di tangenti imposto dal PCI alle aziende italiane che intendevano commerciare con i Paesi comunisti, ossia proprio quel sistema di “pizzo” mafioso che tutti conoscevano fino alla fine degli anni ’80 e di cui l’inchiesta “mani pulite” non ha voluto trovare traccia:

“A fianco delle grosse capacità di gestione e mantenimento del sistema partitico, c’era un apparato che prendeva sostentamento dalle ingenti quantità di denaro che il PCI riusciva a cooptare dai grandi mercati internazionali e che, a dire dell’autore, ne faceva il punto di riferimento del mercato import-export verso e dai paesi europei sotto l’orbita sovietica e anche verso il mercato “rosso” orientale rappresentato dalla Cina.”.

All’esposizione di Sechi e De Fazio aggiungevo una mia considerazione: nell’ordinamento giuridico italiano c’è una legge, la legge Scelba, che proibisce ai partiti politici di dotarsi di organizzazioni paramilitari. Avete mai sentito parlare di un qualche PM che abbia proposto un’azione penale contro il PCI in base alla legge Scelba? Andiamo, sappiamo tutti contro chi, per colpire quale parte politica questa legge è stata fatta!

Recentemente mi sono dedicato a un esame attento della “nostra” costituzione in vista della stesura di una serie di articoli per i settant’anni di questo documento, “la più bella del mondo” secondo la sinistra. Bene, la legge Scelba non fa che riecheggiare da questo punto di vista l’articolo 18 che sancisce la stessa proibizione, che ha quindi ancora maggior rilevanza.

C’è una cosa ancora più ingiusta e insopportabile delle leggi ingiuste, la loro applicazione ingiusta e “strabica”, che di fatto stabilisce la suddivisione in cittadini di serie A (i “compagni”) cui è concesso tutto, e cittadini di serie B (noi) a cui non è concesso nulla, nemmeno di esprimere liberamente le loro idee.

La conclusione dell’articolo era contenuta in una frase che riporto ora, con la speranza dettata dalla volontà:

Il muro delle menzogne comincia a mostrare le prime crepe, ma non ci dobbiamo illudere: l’era degli inganni non è finita e non finirà né domani né dopodomani, ma un giorno la gente non ne potrà più di coloro che non hanno fatto altro che ingannarla, e sulla menzogna hanno fondato il loro potere”.

 

 

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Categorie: Fascismo, Storia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 24 Settembre 2018

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Bruno Fanton

    IL TRADITO PUO’ ANCHE ESSERE STATO UN INGENUO, MA IL TRADITORE è SEMPRE UN INFAME.-

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