Aborto post-natale: bioetica laicista sempre più omicida – Flavia Corso

Aborto post-natale: bioetica laicista sempre più omicida – Flavia Corso

E’ tornata recentemente alla ribalta la discussione sull’“aborto post-natale”, l’ipotesi che non vi sia nulla di immorale nel praticare l’eutanasia su neonati disabili, e non solo. Si potrebbe pensare ad uno scherzo di pessimo gusto, se non fosse che questa proposta non è affatto una novità nel panorama bioetico laicista.

Uno dei primi sostenitori della moralità di questa pratica è niente meno che Peter Singer, filosofo australiano tra i più influenti nell’ambito dell’etica contemporanea, nonché padre dell’antispecismo e, pertanto, sostenitore della liberazione animale. Vero e proprio guru degli animalisti, comincia a trattare l’argomento negli anni ‘70-‘80; oltre ad equiparare lo stato embrionale a quello fetale prendendo in considerazione criteri come la razionalità, la consapevolezza e la capacità di provare dolore, si spinge oltre, affermando che non vi sarebbe alcuna differenza ontologica tra il feto e il neonato alle prime settimane di vita: in entrambi i casi, infatti, non si potrebbe parlare di “persona” nel vero senso del termine e, per questa ragione, il neonato – proprio come il feto – non avrebbe lo stesso diritto alla vita di un adulto.

A sostenere la causa infanticida in quegli anni, vi è anche Michael Tooley che, nel 1972, pubblica l’articolo “Abortion and infanticide”: per il filosofo americano, né il feto né il neonato soddisfano i requisiti per poter essere considerati persone degne di reclamare il loro diritto alla vita. Nel 2012, sul “Journal of Medical Ethics”, compare un articolo dal titolo “After-birth abortion: why should the baby live?”, di Alberto Giubilini e Francesca Minerva. I due ricercatori italiani sostengono che lo status morale di un neonato sia del tutto equivalente a quello di un feto, motivo per cui né l’uno né l’altro sarebbero in possesso dei criteri per essere considerati “soggetti con un diritto morale alla vita”, ragion per cui il termine “aborto post-natale” sarebbe da considerarsi preferibile rispetto a “infanticidio”. In sostanza, per i due studiosi “uccidere un neonato dovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui lo è l’aborto, inclusi quei casi in cui il neonato non è disabile”. A difendere le farneticazioni di Giubilini e Minerva, che hanno giustamente scatenato una serie infinita di polemiche, si schiera anche Maurizio Mori, professore di bioetica presso l’Università degli Studi di Torino e presidente della Consulta di Bioetica Onlus, di cui Beppino Englaro è socio onorario. Secondo Mori, l’ipotesi dell’infanticidio non sarebbe da scartare a priori, “solo perché scuote sentimenti profondi e tocca corde molto sensibili”, ma bisognerebbe invece prenderla in considerazione con serenità, senza porre limiti alla libera ricerca scientifica.

A fine agosto di quest’anno, Joona Räsänen – bioeticista finlandese presso l’Università degli Oslo – torna sul tema difendendo la moralità dell’infanticidio, in un articolo all’interno della rivista “Bioethics”, dal titolo “Why pro-life arguments still are not convincing: a reply to my critics”. Räsänen si era già espresso in merito alla questione nel 2016, sostenendo la tesi di Giubilini e Minerva. Questa volta, però, l’argomento utilizzato per giustificare l’infanticidio da un punto di vista morale è incredibilmente bizzarro: le persone avrebbero il diritto alla loro privacy genetica, e il fatto che il neonato sia portatore del materiale genetico dei genitori naturali violerebbe la privacy genetica di questi ultimi; mettendo sullo stesso piano il diritto alla vita e il diritto alla privacy, insomma, Räsänen rivendicherebbe in linea teorica il diritto dei genitori di uccidere i loro figli appena nati.

Il mito contemporaneo dell’illimitatezza dell’agire umano e la naturalezza con cui si ipotizzano scenari inquietanti sembrano dunque permeare pericolosamente la bioetica laicista che, tuttavia, potrebbe ormai a pieno titolo prendere il nome di “bioetica omicida”.

Flavia Corso

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Categorie: Disabilità

Pubblicato da Ereticamente il 18 Settembre 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Nebel

    È interessante notare come certe “proposte”, inaccettabili negli anni quaranta (inaccettabili allora e per sempre, sia chiaro!!) quando facenti parte ad esempio del progetto T4 (vedere Wikipedia, ‘progetto T4’ per chi non ne ha sentito parlare), in altri tempi e da altre bocche diventino una bandiera di ‘libertà’… che cosa ne sdogana l’immortalità? Il fatto di essere divulgate in una lingua diversa? Mah.

  2. Nebel

    Uff… intendevo “immoralità”, non “immortalità”…. perfido correttore automatico…

  3. Louis Vermont

    Sinceramente il tono di quest’articolo mi sembra più consono a una pubblicazione cattolica, progressista, liberale così tanto adorante verso i “diversi” di qualunque tipo essa ci propinino.
    Ora al netto di certo eccessi evidenziati, si può provare a fare un ragionamento scevro da sedimenti irenistici, devozionali, morali? Vogliamo andare oltre il pensiero contemporaneo che fa un indiscriminato assegnamento alla vita, sia questo un dono e una condanna?
    In fin dei conti l’eugenetica è davvero un male di fronte a situazioni drammatiche, è davvero immorale perchè ci ricorda un “turpe” passato (che si faceva anche in paesi democraticissimi e liberali)? Davvero è un orrore che possano nascere solo bambini sani, -sani, non perfetti – ?
    Noi vogliamo continuare con la retorica del “debole “da difendere, ci fanno tenerezza i ragazzi down, autistici e di altre malattie cerebrali-psichiche per la loro intrinseca fragilità, il nostro (presunto) senso di colpa indotto da una retorica da lazzaretto (dai soliti noti!) di essere sani e attraenti, ci commuoviamo agli spot di Telethon a cui inviamo denaro da spendere per la “ricerca”.( nel frattempo arrivano nelle tasche delle solite compagnie di giro!).
    Dimenticandoci che oltre la figura che fa tenerezza, essi sono individui che rimangono bambinoni a vita a cui bisogna occuparsi di tutto, mantenere una loro vita quotidiana artificiale, in alcuni casi vivere con loro con tutta la pesantezza che comporta (eufemismo) Individui che non spicceranno mai il volo della vita, anzi sarà la loro un orrore continuo, persi nei fantasmi della loro mente devastata e allora forse bisognerebbe pensare se non sia questa una vera crudeltà, se mantenerli in vita è solo una questione di non vedere in faccia la realtà, sia un dolore di rifiuto oppure una strumentalizzazione politica-sociale o addirittura un sadismo della sofferenza.
    Ci turba l’eutanasia ai neonati disabili o ai disabili in generale, ma forse non è nient’altro che una soluzione certo dolorosa, a un qualcosa CHE E’ GIA’ MORTO!
    Sono riflessioni dure quelle che ho fatto, e ne sono certo mi costerà delle polemiche, ma parlo di cose che ho visto e conosciuto storie personali pesantissime e ripenso a quella povera donna di Cagliari e i suoi figli immobili nel letto a cui non ha tolto la “vita”, ma ha eliminato qualcosa che, ripeto, era già morto.

  4. Giovanni

    Chi, e soprattutto con quale diritto, stabilirà il limite tra chi è sano e chi non lo è?

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