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La Scarzuola, gioco esoterico – Luisa Caterina De Caro

La Scarzuola, gioco esoterico – Luisa Caterina De Caro

Il labirinto della Scarzuola, gioco esoterico del conoscersi. Il giardino ideato da Tommaso Buzzi metafora dell’esperienza della vita. Il luogo: un convento francescano del 1200, nei pressi di Monte Gabbione, in provincia di Terni. La pietra: elemento in trasformazione, la cui natura difficilmente è colta da quanti la vedono statica e solida. La Scarzuola: l’occhio né destro né sinistro, che ricorda quello del ciclope Polifemo

(Luisa Caterina De Caro)

 

Il labirinto della Scarzuola è uno dei più bei giochi che la mente umana possa progettare quando pone il simbolo a metafora del percorso esperienziale-sapienziale. Fu progettato dall’architetto Tommaso Buzzi negli anni 70 dello scorso secolo, dentro un convento francescano del 1200 nei pressi di Monte Gabbione, a Terni, durante i suoi giochi architettonici costruttivi e distruttivi, e ripristinato e curato da Marco Solari, suo nipote ed erede, depositario della sapienza buzziana da trasferire alle genti che, incuriosite, si appropinquano al Giardino. Il labirinto è collocato nell’anfiteatro realizzato da Buzzi scavando le scalinate direttamente nel terreno e ricreando con il tufo una serie di sedili atti ad accogliere il pubblico. Le scalinate sono sette, dall’alto in basso e nella platea, ove si pone l’orchestra nel teatro greco, vi è un labirinto ricostituito in erba. L’architettura del luogo riprende e ricrea, il noto aforisma alchemico del V.i.t.r.i.o.l. Proprio come nella tradizione esoterica, l’inizio del percorso di conoscenza sapienziale invita metaforicamente a scendere nelle profondità della Terra, a ripercorrere le tappe della propria vita per espellere gli errori e poter rettificare gli atteggiamenti che ci hanno indotti a crearceli. “Visita interiorae terre rectificando invenies occultum lapidem”, visita l’interno della Terra e rettificando troverai la pietra nascosta. Bisogna seguire questa strada per iniziare il percorso che porterà a ritrovare la pietra, con cui l’iniziato trasformerà ogni cosa in oro. Solo dietro un processo maieutico l’uomo potrà trarre da se la verità che lo conduce al cambiamento. Il labirinto indica la via che l’uomo deve percorrere per conseguire la perfezione spirituale. Nel corso della vita, l’uomo vede i suoi problemi come un complicato labirinto, in cui non trova una direzione corretta. Spesso sente di pagare per i tentativi e gli errori che le sue scelte l’hanno portato a vivere. Il labirinto si presenta come una rete di meandri apparentemente senza fine. Visto dall’altura delle gradinate il labirinto rivela la sua ingannevole struttura e rende semplice trovare l’uscita per raggiungere la costruzione di fronte: man mano che ci si trova dentro, però, il visitatore si confonde e deve girare, per trovare il centro e riuscire a salire nell’Architettura della Grande Nave Pelagia.

 

Le torri del Sole e della Luna

Le due torri rappresentano due miti i cui protagonisti furono puniti dal dio Apollo per averlo sfidato: quello di Mida, dalle orecchie d’asino nascoste da un cappello frigio, e quello di Marzia, il satiro proveniente dalla Frigia. Mida è la torretta del Sole. Il re dal tocco d’oro, non può non alludere all’opera alchemica, poiché il fine dell’alchimia era trasformare in oro la materia, ma dietro c’è la sfida al tempo e il suo dominio. Evitare di cadere nel sogno di Mida significa ritornare alla dimensione aurea delle origini. I mito di Marzia, rappresentato dalla torretta della Luna, riporta al satiro che raccolse la canna lasciata da Minerva, perché la imbruttiva gonfiandole le labbra, e che, se suonata, riproduceva il pianto delle Gorgoni per la morte di Medusa. Con essa Marzia sfidò Apollo nel canto e fu da lui scorticato vivo. Marzia è l’arroganza di chi crede di averla vinta anche sulle leggi: non essere come lui significa porsi alla vita nella dimensione di chi ascolta e impara senza istintualità ed emotività. Inoltre ricorda il ‘Conosci te stesso’ di socratica memoria. Ad entrambi i miti si fa riferimento nelle Metamorfosi di Apuleio, che descrivono l’importanza del silenzio e dell’umiltà necessaria per procedere nel viaggio iniziatico. Per questo il collocamento tra le due torri riporta il simbolo dell’infinito, il girare e rigirare intorno a sé, fino a che si coglie l’opportunità di cambiare. Seguendo gli impulsi della materia e dell’arroganza, si generano i mostri che ci sovrastano e ci impietriscono nelle nostre conoscenze. Il mostro che divide le due torri è un riferimento al giardino della pietra per eccellenza: il parco dei Mostri di Bomarzo; ma anche al drago che spaventa il Polifilo e lo spinge alla sua ricerca. Di fronte si apre il primo passo iniziatico: il labirinto. Per l’Ermetismo, il labirinto simboleggia la via che porta al principio centrale, interiore, esoterico del microcosmo. Chi trova l’entrata può raggiungere il centro, purché non torni indietro. Nel labirinto non c’è scelta tra sinistra e destra, alto o basso, ma solo tra l’avanzare o il tornare indietro. Chi non persevera muore. Chi riesce a vincere diventa un uomo nuovo, trova nel suo centro l’occultam lapidem. Ciò che è nascosto agli occhi diviene evidente.

 

L’occhio della nave

Tutto il percorso labirintico avviene sotto l’occhio vigile, creato da Buzzi proprio al suo centro, di fronte all’anfiteatro, simboleggiato dal monocolo del Ciclope, che gigantesco appare nella sua essenza primordiale di umano imperfetto. La caratteristica dell’occhio della nave è che non è né destro né sinistro, come l’occhio di Polifemo, il mostro che fece strage dei greci e da cui solo Ulisse, attraverso la sua intelligenza, riuscì a salvarsi. Il Buzzi, da maestro qual è, invita il visitatore, novello Ulisse, che come un semidio avrà bisogno di intelligenza, intuizione e capacità di cogliere i segnali che gli arrivano dalla sua sensibilità superiore, a seguire e inseguire le immagini che continuamente si trasformano e indicano la doppia connotazione del mostrum, come mostro e mostrare si legano al significato insito di meraviglioso. Il giardino, per tanto, è dominato dal mostrum, il drago posto a metà tra la torre della luna e del sole, che desta meraviglia. Per alcuni questa rappresentazione riprende l’immagine dell’occhio divino, che tutto vede e tutto ordina. Qui rappresenta l’occhio di Dio che tutto vede ed è un monito al fatto che ogni pensiero e azione di un massone sono osservati. L’occhio contiene nella pupilla, un’iride-specchio, che ha la doppia funzione di richiamare il mito di Narciso, cioè il visitatore che vi riflette se stesso ma al contempo è visto dallo sguardo del ciclope che ne osserva i movimenti, e il mito della nascita di Apollo e Diana, aiutati dalla dea Iride. In questi elementi, la Pietra, che l’iniziato simboleggia, ancora deve essere levigata dal percorso e pur essendo Pietra Filosofale non può essere riconosciuta. Il primo evento liberatorio da una vita che ricerca il suo senso, infatti, consiste nel sapere che bisogna ritrovare la via, la dritta via di dantesca memoria. La pietra è l’elemento che aiuterà a riconoscere la strada, per questo l’architettura è tutta in pietra. Questa sostanza, che è un elemento in trasformazione ma la cui natura difficilmente è colta dalla maggior parte degli uomini, che invece la vedono statica e solida. Gli studiosi sanno cogliere il fenomeno del metamorfismo, processo millenario che trasforma sia la natura della roccia sia la sua struttura. E pertanto nasconde come riferimento lo stesso visitatore, che è anche Alchimista, Vaso, Fuoco e Materia vivente, e può comprendersi solo confrontandosi con i simboli che gli ricordano chi sia e quale sia il suo percorso. Per questo l’occhio monocolo è collocato frontalmente in un’ansa di vaso e ai suoi lati sono posti due manici a forma di due enormi orecchie. I due elementi, dell’Occhio e delle Orecchie, ricordano le scuole misteriche di formazione pitagorica, dove l’iniziato poteva, per circa cinque anni, solo ascoltare e vedere, ma non parlare, durante le lezioni del maestro, poiché era considerato il contenitore da riempire attraverso le conoscenze. Inoltre la struttura mostra sul fianco destro un incavo pieno di pietre grezze, a rammentare che è un viaggio in salita e che solo attraverso il lavoro su se stessi, la pietra lavorata diverrà la manifestazione della Gloria e della Potenza di chi avrà la facoltà di trasformare la materia facendola divenire architettura, e con essa mostrare al mondo paesaggi ‘meravigliosi’. Compito successivo per l’iniziato è ritrovare la via che dal labirinto conduce alla costruzione che si presenta ai suoi occhi come la Nave Sacra che lo porterà a solcare i mari della tempesta della vita, facendogliene cogliere il senso. Il tragitto del labirinto richiama il percorso di rimandi e casualità o occasioni perse che l’esistenza pone davanti, e il bisogno di trovare un filo che funga da trama a costruire l’arazzo dell’esistenza. Il termine labirinto, infatti, può derivare dal latino labor intus, ‘lavoro interiore’.

 

Il labirinto

Il Labirinto non è un semplice gioco della fantasia o un ornamento, ma un archetipo atavico radicato in una verità primordiale, che sfida qualsiasi riduzionismo materialistico. La psicologia junghiana ha riscoperto quest’antica forma di sapienza archetipica, di cui il labirinto è uno dei più importanti esempi. Il Labirinto è simbolo di un lungo e difficile cammino dell’iniziato alla ricerca continua del ‘centro’, asse cosmico che corrisponde a una sacra geografia interiore. La Dea tiene o scaccia il ‘serpente labirinto’, perché, come Domina, è la padrona della sua natura selvaggia. Il serpente è il simbolo dell’energia pura, in occidente la sua sinuosità ricorda la colonna vertebrale e il movimento delle onde che riproducono la saggezza abissale o profonda, mentre in Oriente, in India in particolare, simboleggia i protettori della sorgente della vita e dell’immortalità. La Dea finisce per essere lei stessa la sua creatura, poiché Dea-serpente è la rigeneratrice: il serpente muta cambiando la sua pelle, così lei torna Vergine dopo essere stata madre, ma porta in sé il veleno letale che è il male da attraversare se si vuol realizzare il proprio destino. La dea serpente è il simbolo della fertilità, del rinnovamento della natura dopo il gelo dell’inverno. Il cambiare pelle è l’emblema della trasmutazione e di iniziazione al nuovo, la dea serpente contribuisce al risveglio, offre la consapevolezza a chi sa riconoscerla, il legittimo desiderio al sapere, alla coscienza che il proprio destino non può essere mercé di nessuno, se non della decisione stessa di chi liberamente agisce. La dea serpente era chiamata ‘la Verde’, poiché proteggeva da inondazioni e disgrazie, provvedeva alla sopravvivenza e impediva che il mondo precipitasse nel Caos. I serpenti inoltre sono golosi di latte, amano il caldo e il fuoco, e il latte e il fuoco sono presenti nella simbologia della nave posta di fronte. Il percorso che la nave come costellazione compie è la ‘via lattea’ e la stella che si intravede dalla Grande Nave conduce e ne illumina il percorso come un faro nella notte. Tre sono le possibilità date al viaggiatore di poterla penetrare. O lateralmente dall’Occhio del Ciclope, entrando nella stiva e percorrendo le stanze che conducono al ponte; o, seguendo la via iniziatica che lo porta a costeggiare l’ansa della nave facendogli vedere il paesaggio delle pietre grezze e della prigione in cui è racchiusa l’anima, risalendo verso la prua con le configurazioni delle ‘sette Meraviglie’ buzziane; oppure entrando dal Teatro dopo aver visionato la poppa della nave recante la rappresentazione architettonica della miniatura della facciata della Scala di Milano, le cui finestre riportano le iniziali di Tommaso Buzzi e la rappresentazione delle Api fino ad entrare nell’altro teatro della Scarzuola: il Teatro dei Burattini. Il labirinto è la via interiore che bisogna trovare e percorrere per poter uscire dagli stereotipi della comune percezione e per valutare le capacità che ognuno possiede nell’affrontare il viaggio. L’uomo non iniziato, ancora completamente chiuso nei propri schemi mentali, è intrappolato in un labirinto ed incapace di vedere il percorso. Il viaggio di evoluzione preordinato da Buzzi consente l’innalzamento spirituale per avanzare dal mondo delle tenebre a quello della luce e per questo ogni viaggio deve partire all’interno del proprio sé tenendo a mente la massima ‘Conosci te stesso’.

Luisa Caterina De Caro

 

 

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Categorie: Alchimia, Ermetismo

Pubblicato da Ereticamente il 23 Agosto 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Margot

    Molto, molto interessante.
    Adoro le storie e gli eventi che affondano nel medioevo e nell’antichita’ in genere.

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