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DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa (XXIX parte) – Gianluca Padovan

DECIMA FLOTTIGLIA M.A.S.: propaganda per la riscossa (XXIX parte) – Gianluca Padovan

«Gli storici e gli pseudostorici che tanto spesso, in questi più che quarant’anni, si sono occupati della Xa hanno costantemente trascurato questo aspetto. Forse, negando al reparto un’autentica carica rivoluzionaria, pensavano di poterlo più facilmente inquadrare entro gli schemi di maniera che le storie scritte dai vincitori riservano agli sconfitti»

Guido Bonvicini, Decima Marinai! Decima Comandante!, 1996

L’onore non è di casa… in quella “casa”!

È utile ricordare che una delle “caratteristiche” di casa Savoia, ben nota in ambito europeo, è di iniziare una guerra con un alleato per poi terminarla al fianco dell’ex avversario, tradendo così gli accordi e la fiducia dell’alleato iniziale. Nella Guerra dei Nove Anni (1688-1697), o Guerra della Lega di Augusta, anche ricordata come Guerra della Grande Alleanza, il Ducato di Savoia si schiera con la Lega di Augusta costituitasi in funzione antifrancese, ma nel 1696 Vittorio Amedeo II di Savoia firma il Trattato di Torino con la Francia, alleandosi con essa e mantenendo inizialmente segreto tale Trattato nei confronti degli ex alleati. Nella Guerra di Successione Spagnola (1701-1714) il Ducato di Savoia è inizialmente alleato a Francia e Spagna, ma nel frattempo avvia accordi segreti con l’Impero d’Austria-Ungheria per poi allearsi ad esso. La prima conseguenza del “cambio di campo” è l’arresto immediato dei soldati piemontesi di stanza in Lombardia: una parte di essi è incarcerata e l’altra inglobata più o meno forzatamente nell’esercito francese. Di contro, il Ducato di Savoia ottiene cospicui finanziamenti dall’Inghilterra per la conduzione della guerra contro la Francia e a conflitto ultimato, sempre grazie all’Inghilterra, Vittorio Amedeo II di Savoia è nominato Re di Sicilia, isola “barattata” poi con la Sardegna.

Scrive lapidariamente Antonio Ciano: «Il Piemonte servo dei voleri della massoneria, indirizza da sempre la politica italiana» (Antonio Ciano, I Savoia e il Massacro del Sud, Casa Editrice Grandmelò, Roma 1996, p. 49) (1).

Si può considerare che la cosiddetta “unità d’Italia” avvenga solo ed esclusivamente perché l’Inghilterra, ovvero chi in tale Stato detiene il potere economico derivato innanzitutto dal possesso della Banca d’Inghilterra, la quale è sempre stata una banca privata al pari di quella d’Italia, desidera avere il controllo sul Mediterraneo. Questo è il punto fondamentale da sviscerare se si vuole capire la “storia d’Italia” dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri. Come scrive Angelo Forgione: «La massoneria inglese aveva come priorità politica la cancellazione delle monarchie cattoliche e la cattolica Napoli era ormai invisa alla protestante e massonica Londra che mirava alla cancellazione del potere papale. I Borbone costituivano principale ostacolo a questo obiettivo che coincideva con quello dei Savoia, anch’essi massoni, di impossessarsi dei fruttuosi possedimenti della Chiesa per risollevare le proprie casse. Massoni erano i politici britannici Lord Palmerston, primo ministro britannico, e Lord Gladstone, gran denigratore dei Borbone. E massoni erano pure Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Cavour» (Sito Internet: napoli.com; Angelo Forgione, La vera storia della spedizione dei mille. Come e perché l’Inghilterra decise la fine delle Due Sicilie, 4 febbraio 2011; https://angeloxg1.wordpress.com/2011/02/04/la-vera-storia-della-spedizione-dei-mille-2/).

Inoltre, per quanto riguarda Garibaldi: «La carriera massonica di Garibaldi culminò col 33° gr. ricevuto a Torino nel 1862, la suprema carica di Gran Hierofante del Rito Egiziano del Menphis-Misraim nel 1881. Il Grande Oriente di Palermo gli conferì tuti i gradi dal 4° al 33° e a condurre il rito fu mandato Francesco Crispi accompagnato da altri cinque fra massoni» (Antonio Ciano, I Savoia e il Massacro del Sud, op. cit., p. 55). Giuseppe Mazzini, quasi superfluo doverlo dire, era anch’egli massone e di alto grado, in stretto contatto con Albert Pike, generale sudista esautorato dal comando per crimini di guerra e capo, almeno sulla carta, della massoneria statunitense.

Per non dover ripercorrere, seppure in breve, l’intero iter politico di Casa Savoia e del regno d’Italia (argomento che da solo meriterebbe un trattato), si ricorda in ultimo che l’Italia sigla il 20 maggio 1882 il patto difensivo con Germania e Austria-Ungheria entrando a far parte della Triplice Alleanza. Tale patto è rinnovato più volte a seguito di varie vicende politiche e militari nel 1887, 1896, 1908 e 1912. Nel 1914 l’Italia dichiara la propria neutralità, non essendo obbligata ad entrare in guerra accanto ai due stati alleati, ma intrattiene accordi segreti con Inghilterra e Francia. Nel 1915 si schiera con le forze dell’Intesa, dichiara guerra all’Austria-Ungheria e solo nel 1916 contro la Germania, pur essendosi scontrata con soldati tedeschi già nei primi giorni di guerra (3 giugno 1915, sbarramento di Son Pòuses; 8 giugno 1915, Ponte Alto – Cortina d’Ampezzo): “misteri” all’italiana, o meglio e più correttamente “alla sabauda”.

Non dimentichiamo che il regno d’Italia non entra in guerra nel 1939 accanto alla Germania a seguito dei “fatti di Danzica” provocati dalla Polonia, ma attende l’anno successivo per attaccare alle spalle, in senso lato e in senso stretto, una Francia già sconfitta. Inoltre, ancora una volta, non si rispetta il volere del Popolo Italiano, trascinandolo nell’ennesimo conflitto non voluto dalla stragrande maggioranza della gente. Innegabilmente si apre così alla guerra tutto il settore mediterraneo e africano.

Leggi “sabaudo-fasciste” a profusione.

Un’altra delle caratteristiche di casa Savoia, perfettamente appoggiata dal Partito Nazionale Fascista, è stata quella di consentire un proliferare di leggi assolutamente inusuale per un qualsiasi stato civile. Piaga che si è perpetuata abbondantemente anche nel dopoguerra, scomparsi “regno” e “fascismo”. Sembrerebbe quasi che all’adagio “fatta la legge trovato l’inganno” si sia posto rimedio per rendere sempre tutto perfettamente regolare…. ma a seconda di come la faccenda venisse guardata e considerata. In pratica fatta una legge bastava vararne almeno una seconda e in perfetta antitesi.

Un chiaro esempio sono la «‘Legge Falco’ del 30 X 1930» e le così dette “leggi razziali” promulgate a partire dal 1938.

«LEGGI E DECRETI / Numero di pubblicazione 61. / REGIO DECRETO 30 ottobre 1930, n. 1731. / Norme sulle Comunità israelitiche e sulla Unione delle Comunità medesime. // VITTORIO EMANUELE III / per grazia di dio e per volontà della nazione / RE D’ITALIA / Visto l’art. 3, n. 1, della legge 31 gennaio 1926, n. 100; / In virtù della facoltà a Noi delegate con l’art. 14 della legge 24 giugno 1929, n. 1159; / Udito il Consiglio dei Ministri; / Sulla proposta del Nostro Guardasigilli, Ministro Segretario di Stato per la giustizia e gli affari di culto, di concerto con i Ministri per l’interno e per le finanze; / abbiamo decretato e decretiamo: / TITOLO I. / Delle Comunità. / CAPO PRIMO. / Della costituzione delle Comunità. / Art. 1. / Le Comunità israelitiche sono corpi morali che provvedono al soddisfacimento dei bisogni religiosi degli israeliti secondo la legge e le tradizioni ebraiche. / Esse curano l’esercizio del culto, l’istruzione e l’educazione religiosa, promuovono la coltura ebraica, amministrano le istituzioni israelitiche con fini di assistenza e beneficenza e di qualsiasi altra natura, che non abbiano organi propri, esercitano la vigilanza su tutte quelle aventi una propria amministrazione e provvedono in genere alla tutela degli interessi locali degli israeliti. / [etc.]» (Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, Parte prima, Anno 72°, Giovedì 15 Gennaio 1931, Anno IX, Numero 11, Roma 1931. In: Leggi e Decreti, Numero di pubblicazione 61, Regio Decreto 30 ottobre 1930, n. 1731. Norme sulle Comunità israelitiche e sulla Unione delle Comunità medesime, pp. 194-200).

Gli Articoli del RDL 30-X-1930, n. 1731, sono in tutto 69 e così si concludono:

«Art. 69. / Sono abrogate tutte le disposizioni contrarie al presente decreto / Entro due anni dalla sua entrata in vigore le Comunità dovranno procedere alla riforma dei propri regolamenti per metterli in armonia con le disposizioni del presente decreto. / Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. / Dato a San Rossore, addì 30 ottobre 1930 – Anno IX / VITTORIO EMANUELE. /MUSSOLINI – ROCCO – MOSCONI. / Visto, il Guardasigilli: ROCCO. / Registrato alla Corte dei conti, addì 8 gennaio 1931 – Anno IX / Atti del Governo, registro 304, foglio 17. – FERZI.» (Ibidem, p. 200).

A corredo del presente contributo vi sono due immagini con il citato Regio Decreto Legge completo.

Alcune norme aggiuntive andarono a definire altre nuove leggi, tutte ancora oggi in vigore: D. L. n° 1297, 24 settembre 1931; D. L. n° 1561, 19 novembre 1931. Esse parificano i cittadini italiani di fede Ebraica ai diritti dei cittadini di fede Cattolica.

Per quanto riguarda invece il ricordo, per così dire celebrativo, il sito Internet di Artemida Aste riporta una medaglia commemorativa in diritto/rovescio: «d / VITTORIO EMANVELE III RE / BENITO MVSSOLINI CAPO / DEL GOVERNO / LE COMVNITÀ EBRAICHE / D’ITALIA A RICORDO DELLA/ LEGGE 30 X 1930 IX. Sopra a sinistra, corona; in basso a destra, fascio. r / SENZA / LA LEGGE / CIELO / E TERRA / CROLLE / REBBERO. Candelabro a sette braccia sopra alle Tavole della Legge. In esergo, stella di David. Sotto, nome dell’incisore: ARRIGO MINERBI. Cas. IX. 4. AE. mm. 72.00 Inc. Arrigo Minerbi-Johnson. RRRR. Questa rarissima medaglia fu emessa dalle comunità israelitiche italiane per ringraziare il Governo Italiano per la promulgazione della ‘Legge Falco’ del 30 X 1930, mediante la quale veniva data libertà e dignità di culto alla Religione Ebraica. Tale Legge costituiva un’autentica innovazione nell’intera Europa. La rarità della medaglia è probabilmente dovuta all’incetta che ne fu fatta nel dopoguerra per cancellare una testimonianza imbarazzante» (https://www.deamoneta.com/auctions/view/148/785).

Tutto ciò premesso è solo per fare notare come gli anni del XX secolo e fino al termine del secondo conflitto mondiale (tanto per non spingersi oltre) siano stati caratterizzati da scelte spesso in conflitto una con l’altra e da posizioni politiche e sociali spesso non chiare e conseguentemente deleterie per il Cittadino che ovviamente non le comprendeva appieno o affatto. Ma esse erano utili a chi governava per fare sostanzialmente quello che la “richiesta di mercato” (o meglio “di loggia”) al momento suggeriva come più opportuna.

Poletti da New York… con furore.

Ecco una delle tante conseguenze della resa incondizionata: «A capo dell’amministrazione militare alleata della Sicilia occupata viene nominato il colonnello dell’OSS Charles Poletti – noto massone, vice governatore di New York ed avvocato delle famiglie italo-americane[278] – che, giunto sull’isola, fa arrestare centinaia di persone» (Solange Manfredi, Psyops. 70 anni di guerra psicologica in Italia, come ci hanno manipolato messi l’uno contro l’altro mandato in guerra terrorizzato per controllarci meglio, Solange Manfredi, 2014, p. 105).

Alla nota N. 278 di questo passo di Solange Manfredi possiamo utilmente leggere: «Sergio Flamigni, 2005, pg. 30: “Poletti diventerà poi governatore di Napoli, Roma e Milano e continuerà ad avvalersi della collaborazione di Damiano Lumia (nipote del capomafia dell’intera Sicilia Don Calogero Vizzini) e del gangster Vito Genovese (insieme al quale Poletti praticava il ‘mercato nero’ intercontinentale tramite la società newyorchese Import-Export che dirigeva)”» (Ivi).

Commissione antimafia.

Scrive Benito Li Vigni: «Secondo la Commissione antimafia, “una seconda forma di legittimazione, certamente meno necessitata della prima, venne dalla protezione che il governo alleato conferì, soprattutto nei primi tempi dopo lo sbarco, al movimento separatista, che era l’unica organizzazione antifascista organizzata in Sicilia, ma con stretti rapporti con la mafia”. Nella prima Commissione antimafia vennero depositati i frontespizi di due documenti del consolato americano a Palermo, in data 21 novembre 1944 e 27 novembre 1944, che avevano come oggetto il primo: “Riunione di capi della mafia con il generale Castellano e la formazione di gruppi per favorire l’autonomia” e il secondo: “Formazione di gruppi per favorire l’autonomia sotto la direzione della mafia”. “L’ufficio dei servizi strategici americani nel Confidential Appendix Report of conditions in liberated Italy n. 11, con data 11 gennaio 1944, segnalava che: “Si potrebbe dire addirittura la quasi totalità dei suoi aderenti del tutto separatista, provengono dalle seguenti categorie: 1) l’aristocrazia… 2) i grandi proprietari fondiari latifondisti, anche se di origine plebea 3) i capi massimi e intermedi della mafia 4) professionisti mediocri o politici che sarebbero altrimenti condannati all’oscurità in un Paese avanzato… La confluenza di settori della mafia nel movimento indipendentista rafforzò tanto i separatisti quanto i mafiosi…”» (Benito Li Vigni, Sicilia 1943. Sbarco Americano, Mafia e Italia segreta, Sovera Edizioni, Roma 2014, p. 13).

 

Trattato di “resa incondizionata”.

Il 10 febbraio 1947 è firmato a Parigi il Trattato di Pace, imposto all’Italia e sulla cui validità sarebbe opportuno condurre oggi ampie e circostanziate indagini: innanzitutto per mantenere la coscienza, come Italiani del XXI secolo, su cosa si sia stati costretti a concedere e per quanto esso incida negativamente sull’attuale vita sociale ed economica.

Non si dimentichi, ad esempio, la prima parte dell’Articolo 1: «I confini dell’Italia, salvo le modifiche indicate agli articoli 2, 3, 4, 11 e 12, rimarranno quelli in esistenza il 1° gennaio 1938». Peccato che dagli Articoli 2 al 14 si parli dei confini e dei possedimenti che devono essere ceduti, mentre in altri si trattano le questioni degli Esuli Italiani (Articoli 19 e 20), poi ancora i confini con la Jugoslavia (Articoli 21 e 22), la rinuncia ai possedimenti africani (Articolo 23), ecc. Inoltre 11 dei 17 Allegati al Trattato riguardano i confini e le questioni ad essi concernenti.

L’Articolo 71 dispone: «1. I prigionieri di guerra italiani saranno rimpatriati al più presto possibile, in conformità degli accordi conclusi tra ciascuna delle Potenze che detengono tali prigionieri e l’Italia». A questo proposito leggere utilmente il lavoro pubblicato su Ereticamente: Prigionieri!

Un passo per tutti: «Nel giugno del 1954 l’ex partigiano Edgardo Sogno aveva denunciato in una conferenza stampa proprio D’Onofrio, accusandolo di essere a capo di un’organizzazione spionistica che vedeva mobilitati i deputati del PCI nel fornire all’URSS notizie militari ed economiche relative alla difesa dello Stato italiano. Poche settimane dopo da un archivio del ministero dell’Industria sarebbero misteriosamente scomparsi importanti documenti militari» (Alessandro Frigerio, Reduci alla sbarra. 1949: il processo D’Onofrio e il ruolo del PCI nei lager sovietici, Mursia, Milano 2006).

Dove trovare il “trattato”?

Il Trattato è stato pubblicato anche in: Effepì, Diktat. Il vergognoso “Trattato di Pace” imposto all’Italia dagli Alleati (Parigi, 10 febbraio 1947), Effepì, Genova 2005.

Nella Prefazione si legge:

«Non passa anno (meglio, mese) senza che giornalisti, storici, politici tessano le lodi degli Americani, ci invitino a reverenti genuflessioni di fronte a chi, a prezzo anche della vita, ci ha liberato e citino, come scaturigine di ogni benessere, una sorta di panacea economica, il Piano Marshall» (Ibidem, p. 20) (2).

La Decima ha pagato.

Si ricordano quindi le sorti di un Soldato Italiano per tutti:

«La X ha pagato. Stefano Baccarini di Enrico, n. 9-9-1910 a Firenze, aveva comandato la corvetta “Tifone”, autoaffondata nella notte del 22-5-1943 sulla spiaggia di Korbus (Tunisia) dopo un tentativo di forzare il blocco navale ed aereo nemico, ormai caduta anche Tunisi. Rimpatriato con una nave ospedale, fu destinato al comando di un reparto del reggimento “San Marco”. Rimase al suo posto. Capitano di corvetta fu, con la X MAS, al comando della compagnia “Nazario Sauro”. Soldato di assoluta onestà, credette nel patto sottoscritto con il Comitato di liberazione di Pola; fu tratto in arresto, deportato a Cocevie, torturato con ferocia e legato con filo di ferro, imprigionato entro una cisterna per mesi e mesi, quasi impazzì, perdette i denti, i capelli, fu ridotto ad una larva umana. Il 1° novembre 1949 venne consegnato, alla frontiera, vicino a Trieste, a due agenti dei servizi segreti italiani… Dopo molte sofferenze, decedeva, prematuramente, a Firenze il 7 ottobre 1966» (Luigi Papo de Montona, L’Istria tradita. Storia e tragedia senza la parola fine, Vol. 1°, Unione degli Istriani Trieste, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1999, pp. 50-51).

1954: “Memorandum d’intesa”.

Le “faccende” non hanno comunque termine con il “diktat-capestro” del 1947.

A Londra, il 5 ottobre 1954, la Repubblica di Francia, il Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda del Nord e gli Stati Uniti d’America firmano con la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia e la Repubblica d’Italia il “Memorandum d’intesa”, in base al quale il “Territorio Libero di Trieste” è restituito all’Italia (3).

In pratica all’Italia è restituita la “Zona A”, mentre la “Zona B”, comunque aumentata di superficie, passa alla Jugoslavia.

Mediante i cosiddetti “Accordi di Osimo”, o più precisamente il “Trattato di Osimo” del 10 novembre del 1975, l’Italia rinuncia innanzitutto e definitivamente alla “Zona B”.

Il “Trattato tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia” recita all’Art. 7: «Alla data dell’entrata in vigore del presente Trattato, il Memorandum d’Intesa di Londra del 5 ottobre 1954 e i suoi allegati cessano di avere effetto nelle relazioni tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia. Ciascuna Parte ne darà comunicazione al Governo del Regno Unito di Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord, al Governo degli Stati Uniti d’America ed al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, entro un termine di trenta giorni a partire dall’entrata in vigore del presente Trattato».

Il trattato è sottoscritto per il Governo della Repubblica Italiana da Mariano Rumor (Ministro degli Affari Esteri) e per il Governo della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia da Milos Minic (Vice Presidente del Consiglio federale e Segretario federale degli Affari Esteri della RSF di Jugoslavia).

Attenzione: «In Italia gli Accordi sono stati pubblicati nel testo ufficiale francese ed in una traduzione italiana dichiarata esplicitamente “non ufficiale” in quanto il testo facente fede è unicamente quello in lingua francese» (Manlio Udina, Gli Accordi di Osimo. Lineamenti introduttivi e testi annotati, Edizioni LINT, Trieste 1979, p. 85).

1955: la risposta a un volantino.

Nel corso del 1944 l’Ufficio Stampa e Propaganda della Decima Flottiglia M.A.S. s’incarica di redigere i testi dei volantini, di farli stampare e distribuire (vedere utilmente I parte e IV parte). Per quanto concerne la resa incondizionata e nello specifico il tradimento della Regia Marina con la consegna delle navi da guerra e mercantili italiane all’angloamericano, ecco il testo di un volantino di 16,2 x 22,9 cm, stampato a caratteri neri su fondo giallo paglierino:

«Una flotta ed una volontà La nostra flotta che, contro la volontà dei marinai italiani, fu consegnata con la frode al nemico nel tragico settembre, subisce ora un’altra atroce violenza. È noto il comunicato americano che riporta la decisione di consegnare parte delle nostre belle e potenti navi alla Russia ed il tentativo di costringere gli equipaggi, – quelli che ancora non erano stati sbarcati coi più speciosi pretesti ma in realtà perché erano “fidati” agli anglosassoni – a schierarsi coi russi per combattere contro la Patria. // Grande dolore per noi soprattutto per la sorte dei marinai traditi per la seconda volta e lasciati nelle mani del nemico che ne vuol fare, contro ogni loro sentimento, strumento del suo piano di egemonia e sopraffazione. // Lo stesso nemico però, per bocca del giornalista francese Pertinax, alla radio americana, ha avvertito il fermento dei marinai nelle navi che saranno consegnate ai bolscevichi ed ha detto: “non è impossibile però che molti ufficiali e marinai italiani si rifiutino di prestar servizio per i russi”. // Frase molto diplomatica, ed adattata alle sensibili orecchie angloamericane; ma a noi non sfugge il vero significato; il nemico ha cominciato a capire che gli italiani non sono quelli di Badoglio e che i marinai d’Italia gli daranno del filo da torcere. // Sotto le insegne della “X mas” e del battaglione “Barbarigo” i soldati del mare rinascono alla loro vera vita. I traditori hanno potuto disperdere la potenza dei mezzi, ma non sono riusciti ad annegare lo spirito e l’onore dell’Italia».

Tra le numerose navi da guerra cedute agli avversari a seguito della sconfitta e del conseguente “Trattato di Pace”, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, figura anche la corazzata Giulio Cesare ceduta all’Unione Sovietica. Si tratta di una nave da guerra della ex Regia Marina Militare Italiana, salpata da Pola il 9 settembre 1943 per consegnarsi a Malta agli angloamericani.

Nel dopoguerra, prima della cessione, su perentoria richiesta sovietica la corazzata viene posta in riparazione e manutenzione, inizialmente nel cantiere navale di Taranto e in seguito anche in altri, tra cui quello di Genova. Tra numerosi ex appartenenti alla Xa Flottiglia M.A.S. vi è fermento e si vuole sabotare le navi in partenza; ad alcuni di loro questo comporterà l’arresto e il processo. Scrive Luca Ribustini a proposito dell’ex Giulio Cesare:

«Sebastopoli, Crimea del Sud. Alle ore 18.00 del 28 ottobre 1955, la più grande corazzata della flotta sovietica entra lenta e maestosa nel porto. Dirige, come di consueto, alla boa n. 12 ma quella sera, inspiegabilmente, il Comandante della flotta Viceammiraglio Viktor Parchomenko riceve l’ordine di ormeggiare alla boa n. 3. Era il Novorossiysk, così lo ribattezzarono i russi dopo averlo preso in consegna dagli italiani che dovettero cederlo nel 1949 come risarcimento di guerra a seguito delle clausole imposte dal Trattato di Pace» (Luca Ribustini, Il mistero della corazzata russa. Fuoco fango e sangue, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2014, p. 13).

Poche ore dopo: «Improvvisamente, in piena notte, alle ore 1.31 e 29” una spaventosa esplosione squarcia lo scafo della nave a prua all’altezza della 42a paratia, provocando una colonna di fuoco, fango e sangue alta trenta metri. I principali sismografi delle stazioni della Crimea, a Simferopoli, Sebastopoli e Odessa, registrano un[a] scossa» (Ibidem, pp. 20-21).

Muoiono poco più di seicento uomini dell’equipaggio e se ne salvano poco meno di cinquanta. La versione ufficiale fornita dalla Commissione d’Inchiesta sovietica è che l’esplosine è dovuta a una mina magnetica tedesca RMH rimasta inattiva dalla Seconda Guerra Mondiale e «sfuggita alla bonifica» (Ibidem, p. 24). In realtà tale mina non avrebbe potuto causare un danno così grave e la tesi secondo cui sia stata sabotata da incursori italiani è decisamente plausibile; i documenti prodotti nella citata pubblicazione sono assai interessanti e meritano d’essere letti.

In pratica la Decima avrebbe scritto la parola “fine” sulla vicenda.

Note.

1) Sul sito Ereticamente si sono pubblicati:

PERCORSI INIZIATICI ALTERNATIVI. Parte prima: le due colonne.

PERCORSI INIZIATICI ALTERNATIVI. Parte seconda: 6 settembre 1666.

PERCORSI INIZIATICI ALTERNATIVI. Parte terza: la Stella d’Italia.

2) Il Comitato Scientifico del Centro Studi “Historia Italica” ha pubblicato il Trattato, così commentandolo nell’Introduzione: «Inauguriamo la terza collana delle Edizioni Historia Italica intitolata “Documenti” con la pubblicazione del testo integrale del Trattato di Pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947; più precisamente si tratta della copia originale registrata presso le Nazioni Unite il 15 marzo 1950. L’importanza del documento riveste ancora oggi un peso storico assoluto, anche alla luce delle evoluzioni geopolitiche che il continente europeo ha subito dal dopoguerra ad oggi. Nel dibattito politico di questi ultimi anni è sempre più al centro della discussione la primaria questione della “Sovranità Nazionale” riguardo ai destini dell’Italia. Appare chiaro che con il termine Sovranità Nazionale si intende un concetto molto ampio che oltre ad aspetti economici e culturali, si estrinseca in gran parte nelle questioni militari ed in quelle geografico-amministrative. Non è nostra intenzione in questa sede entrare in diatribe politiche spesso sterili ed ideologicamente ridondanti ma ci teniamo a ribadire che taluni frangenti attuali sono frutto degli effetti del documento che andiamo a proporre. Infatti non scandalizziamo nessuno affermando che i servizi segreti statunitensi rivestono da sempre un’importanza vitale nel saper condizionare le scelte politiche dei governanti di turno, e l’egemonia atlantica sui nostri territori è anche il risultato della firma dello sciagurato Trattato di Pace. I politici italiani (con rare eccezioni) hanno sempre accettato questa situazione di sudditanza appagati dai privilegi di cui hanno potuto godere con la protezione e la tolleranza degli “Alleati”. Tutto questo ha un preciso punto di origine storico, cioè una data d’inizio che è divenuta poi anche tipologia di riferimento giuridico-istituzionale, come tutti quei fenomeni che caratterizzano la vita sociale dei popoli e delle nazioni. La storia di questa “repubblica”, l’atto di nascita formale, ha origine dall’Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946. Tutto regolare secondo i principi giuridici del diritto costituzionale riconosciuto anche a livello internazionale? Non proprio. L’Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946 non si poteva definire propriamente “legale” perché le elezioni vennero indette in regime di occupazione militare e quindi solo con il permesso e il controllo degli Alleati che, in base alla sottoscrizione dell’“armistizio lungo” avevano ancora pieno potere giurisdizionale sul territorio italiano. La nostra asserzione non è frutto di un ragionamento ideologico, ma è stata confermata da illustri giuristi costituzionali italiani e stranieri oltre che dallo stesso onorevole Andreotti che sul quotidiano “Il Tempo” del 14 aprile 2003, richiesto di un parere nel merito, non potè che confermare questa illegalità sostanziale. Da questo “equivoco” iniziale, da questa verità nascosta, da questa illegittimità sostanziale nascono tutti le successive ambiguità ed i compromessi che hanno attraversato e stanno attraversando la vita politica italiana da ormai 70 anni. La seconda anomalia legale è invece rappresentata proprio dal Trattato di Pace del 1947. Anche qui parliamo di chiare violazioni in quanto la ratifica del Trattato fu resa esecutiva con la delibera parlamentare dell’Assemblea Costituente eletta proprio in quelle condizioni di occupazione che abbiamo prima spiegato: voti favorevoli 262, 68 contrari, 80 astenuti. Interventi decisamente critici e contrari alla ratifica furono quelli di conclamati antifascisti di vecchia data quali: Vittorio Emanuele Orlando, Benedetto Croce, Ivanoe Bonomi e Francesco Saverio Nitti che misero in evidenza – rivolgendosi direttamente a De Gasperi (che fu il più accanito sostenitore della ratifica insieme al Ministro degli Esteri Sforza) nella sua qualità di presidente del consiglio dei ministri pro-tempore – la “cupidigia di servilismo” che lo animava e che avrebbe comportato una rinuncia permanente alla sovranità nazionale. Nel merito vogliamo anche ricordare alcuni particolari che in sede storica sono emblematici del clima precario in cui si svolsero avvenimenti di così grande valore e portata per il futuro della Nazione. La sera del 10 febbraio 1947 il Marchese di Soragna (reintegrato nei ruoli del Ministero degli Esteri grazie all’anzianità pregressa e, quindi, ritrovandosi “per caso” nella curiosa posizione giuridica di essere il più anziano), delegato dal Ministro degli Esteri Sforza, firmò il Trattato in nome e per conto del popolo italiano. Non disponendo ancora del Sigillo di Stato della Repubblica Italiana che ancora non esisteva, e allo scopo di dare autenticità alla firma, contrassegnò il documento con il proprio anello dotato dello stemma di famiglia di marchese e dichiarò che la propria firma doveva ritenersi valida secondo il diritto internazionale solo se l’Assemblea Costituente avesse ratificato il Trattato stesso. Altra curiosità storica particolarmente importante consiste nell’evidenziare che le credenziali con le quali la Repubblica Italiana lo accreditava come plenipotenziario per la firma del Trattato, erano riportate su carta pergamena che, per trasmettere valore autentico, mostrava l’apposizione del sigillo ufficiale dello Stato monarchico comprensivo di corona, scudo sabaudo e fasci littori. In questa sede ci preme anche sottolineare che il trattato è formalmente un atto di natura unilaterale imposto all’Italia, accettato dal governo e ratificato dall’Assemblea Costituente, in cui l’Italia (e non il Regime Fascista, come storicamente sarebbe stato più ovvio) riconosce “il principio di avere intrapreso una guerra di aggressione e pertanto le clausole hanno carattere punitivo, prevedono pesanti mutilazioni del territorio nazionale, rinuncia alle colonie, limitazioni della sovranità nazionale, divieti di armamento anche solo difensivo e altre restrizioni di cui ancora oggi risentiamo le conseguenze”; tale dicitura rafforza l’asserzione che con il Trattato si volesse volutamente punire la Nazione Italiana, non solo per gli eventi bellici pregressi, ma già condizionarne a livello geopolitico i destini futuri. Altre “anomalie” da evidenziare sono due articoli che rivestono una particolarità simbolica che legittima la tesi pregiudiziale di un “trattato capestro”. L’articolo 16, quello che impedisce all’Italia la punizione dei traditori in guerra ed a seguire l’articolo 17 che è stato riportato in Costituzione nella XII disposizione transitoria, norma che annulla nei suoi principi fondamentali il concetto “originario” della democrazia e che ha impedito ed impedisce la pacificazione tra gli italiani. A voler accodarsi a Benedetto Croce o perfino ad un Curzio Malaparte che ne “La Peste” ha affermato: “È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla”, crescono tutti i risentimenti patriottici per la ratifica di un Trattato che ha svenduto la Patria e l’Onore. Una classe politica che ha trovato comodo accodarsi al carro del vincitore credendo così di poter trasformare la sconfitta militare in una “vittoria” ma che, viste le durissime condizioni imposte dai vincitori, ha pagato doppiamente l’onta patriottica dell’8 settembre, causando alla Nazione non solo pesanti rinunce territoriali ma, soprattutto, facendogli subire l’umiliazione morale di un articolo 16 che protegge i traditori, all’interno di un documento passato alla storia come “trattato di pace” ma che ha di fatto trascinato il paese Italia fuori dalla storia» (tratto dal sito Internet: historiaitalica.wordpress.com).

3) Il “Memorandum d’intesa” fa riferimento al Trattato di Pace del 1947, Allegato VII, il cui titolo è: «Strumento per il regime provvisorio del Territorio Libero di Trieste (vedi Articolo 21)».

Sulle imprese della Decima Flottiglia MAS si può consultare il sito dell’Associazione:

associazionedecimaflottigliamas.it

Il disegno e le quattro foto d’epoca sono tratti da fascicoli di: Caporilli Pietro, Novaro Enrico, Drago Silvio, 7 anni di guerra. Fotostoria del secondo conflitto mondiale visto dalle due parti in lotta, Ardita, Roma 1955-1958.

N.B.: I bolli a corredo provengono da: Archivio di Stato di Milano; Tribunale Militare per la Marina in Milano (Repubblica Sociale Italiana), Procedimenti archiviati. Autorizzazione alla pubblicazione. Registro: AS-MI. Numero di protocollo: 2976/28.13.11/1. Data protocollazione: 29/05/2018. Segnatura: MiBACT|AS-MI|29/05/2018|0002976-P.

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Categorie: Controstoria, X Mas

Pubblicato da Ereticamente il 31 Agosto 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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