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Due poli di telai del Fato: Giza delle Piramidi e Pechino. A cura di Gaetano Barbella (Terza parte)

Due poli di telai del Fato: Giza delle Piramidi e Pechino. A cura di Gaetano Barbella (Terza parte)

7 I due “Telai del Fato” della mappa di Pechino (Cina)

È necessario che ora ripeta ciò che ho scritto iniziando il capitolo 6.1 della seconda parte, perché si ha modo di capirlo appieno con delle prove.

Ho scritto:

«…E se il numero di “Telai” sparsi nel laboratorio del film è un segno da tener da conto, allora si può credere che la nostra Terra sia realmente sede di ipotetici “Telai del Fato” sparsi su tutta la sua superficie, specie attraverso centri urbani e località in genere: un’ipotesi verosimile…»

Illustrazione 1: Immaginario “telaio del fato” della mappa di Pechino (Cina) rivolta al Sud.

Ecco, ora ho modo di mostrare due “Telai del Fato” che permettono di mostrare «la lezione che ci viene dal male, una necessità da accettare come l’unica medicina per far nascere un “bene, che rende “perfetti”, altrimenti impossibile da trovare tramite il “bambino” innocente in noi, cioè il bene , ma allo stato nascente. Ricordarsi il proverbio, “non tutti i mali vengono per nuocere” (ma è ciò che ho detto in precedenza alla frase suddetta). Non aggiungo altro perché la lezione emergerà dai seguenti due immaginari “Telaio del Fato” della mappa di Pechino (Cina) cui seguiranno miei commenti.

Con l’immaginario “telaio del fato” mappale di Pechino (Illustr. 1), una configurazione allegorica, si entra nei meandri della virtualità, della macchinazione che sta dietro le quinte della mente umana. Per eseguirlo, come si riscontra, mi ha aiutato la configurazione della mappa, fra strade ed altro del centro urbano. E si capisce che è in tal modo che si delinea l’ipotetico “telaio del fato”, come è stato per Giza delle tre piramidi e la sfinge.

Quando eseguii questo disegno, non mi fu tanto difficile portarlo a termine, perché fu come se i fatti dello scenario mi riguardassero personalmente, tanto da riflettervici. Questo al punto che fui portato a commentarla con i seguenti versi che fluivano dalla mia mente alla meno peggio, non essendo particolarmente versato nella poesia.

Scenari di una mente turbinosa

Un incipriato vanesio Cavaliere:
lo tradiscono due nei sul viso.
Con la realtà virtuale
or si diletta, che portento.
Gli sembra sano l’arto leso,
e rinnovato, il calor del corpo.
E, a coronar le sue delizie,
una regale dormiente
il suo bacio attende.

Ma il ragazzo in lui non sembra dar ascolto.

Vaghi ricordi d’innocenza mestizia:
trasognate incerte gioie d’un giocar.
Costruir giunche con fragili legni,
e poi… sospinger mollemente.
Pareva d’esser in lontano mar, felice,
e pesci qua e là, ma il tempo
il tempo, non era in lui.

 

Si capisce che «il ragazzo in lui» sono io, come del resto ho anche detto all’inizio che «i fatti dello scenario mi riguardavano personalmente, tanto da riflettervici».

Occorre dire, a questo punto, che prima di aver scritto i suddetti versi avevo eseguito la configurazione allegorica di Pechino mappale a rovescio che mostro di seguito con l’illustr. 2 (in realtà è nella giusta direzione poiché di norma è secondo il Nord, mentre l’altra precedente è al contrario).


Illustrazione 2: Immaginario “telaio del fato” della mappa di Pechino (Cina) rivolta al Nord.

Ora si comprende l’arcano descritto nei versi suddetti: quando feci il secondo disegno relativo e la descrizione in versi che vi attenevano, dovetti ammettere che dovevo essere io a impersonare le due realtà che avevo concepito. Come spiegare questa significativa aderenza, chissà di una occulta interiorità che in questa circostanza si rivelava tanto forte? Riconosco comunque il mio carattere mite e riservato che si riscontra con molta aderenza nel ragazzo preso per il gioco con “la giunca”. Fatto è che la prima configurazione in relazione alla prima, lascia intendere il pericolo che l’uomo corre nel lasciarsi prendere da desideri morbosi, e che ad un certo stadio sembrano che possano portare a conseguenze irreparabili. Tuttavia questo pericolo in prospettiva ha un limite, perché grazie al fanciullo del secondo scenario, difficile da distogliere e dunque incorruttibile,  l’uomo ha sempre il modo per salvarsi.

Mi sovviene la trama del film Matrix15 del 1999 che è molto aderente alla rappresentazione scenica offerta dall’allegoria del “vanesio Cavaliere” con “due nei sul viso” di Pechino mappale.

Il protagonista del film Matrix, Neo scopre di essere vittima di un programma al quale è collegato e nel quale, fino a quel momento, ha inconsapevolmente vissuto. Morfeo è la persona che libera Neo dal programma. Poi Morfeo spiegherà a Neo che i terminali ai quali era collegato erano quelli che proiettavano l’intorno della sua vita virtuale e glielo dimostrerà portandolo in altre realtà virtuali per mostrargli come la realtà si possa creare. Nella realtà virtuale l’unico ed ultimo fattore che resta vigente per ricordarci che si tratta di una realtà simulata, è la coscienza, cioè la consapevolezza della virtualità della situazione in cui siamo immersi.


Illustrazione 3: Scena del film Matrix. Dialogo tra Morpheus e Neo.

8 Dialogo tra Morpheus e Neo nel film Matrix (1999)

 

Neo (toccando una poltrona): “Questo non è reale?”

Morpheus: “Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello.

Questo è il mondo che tu conosci (Morpheus accende un televisore e mostra immagini del nostro mondo): il mondo com’era alla fine del XX secolo e che ora esiste solo in quanto parte di una neurosimulazione interattiva che noi chiamiamo Matrix. Sei vissuto in un mondo fittizio, Neo. Questo è il mondo che esiste oggi (Morpheus mostra le immagini di città distrutte, oscurate da una spessa coltre di nubi). Benvenuto nella tua desertica, nuova realtà.

Un corpo umano genera più bioelettricità di una batteria da 120 volt ed emette oltre 6 milioni di calorie. Sfruttando contemporaneamente queste due fonti le macchine si assicurarono a tempo indefinito tutta l’energia di cui avevano bisogno. Ci sono campi, campi sterminati, dove gli esseri umani non nascono, vengono coltivati. A lungo non ho voluto crederci, poi ho visto quei campi con i miei occhi, ho visto macchine liquefare i morti affinché nutrissero i vivi per via endovenosa. Dinanzi a quello spettacolo, potendo constatare la loro limpida raccapricciante precisione, mi è balzata agli occhi l’evidenza della verità. Che cosa è Matrix? È controllo. Matrix è un mondo creato al computer per tenerci sotto controllo al fine di convertire l’essere umano in questa (Morpheus mostra una pila).”

Neo: “No! non è possibile! Io non ci credo!”

Morpheus: “Non ho detto che sarebbe stato facile: ho detto che ti offrivo la verità.”

Il film Matrix ci invita a riflettere su due questioni, la prima quella sollevata da Morpheus nel suddetto dialogo, ossia come si possa essere sotto controllo di Matrix, al fine di convertire l’essere umano in un alieno. Ma questo controllo appartiene alla fantascienza, tuttavia è vero anche che dal punto di vista della realtà sulla corsa evolutiva della scienza delle concezioni virtuali si pongono non poche domande. «Cosa accadrebbe alle nostre vite se potessimo raggiungere un grado di simulazione del reale così perfetto da non poter più distinguere fra realtà e mondo virtuale. L’imitazione del reale è una vecchia sfida dell’uomo che fin dall’antichità ha sempre cercato di riprodurla e di inventare tecniche sempre più perfette che consentissero di creare delle copie o delle interpretazioni dello stesso. Sembra dunque lecito chiedersi cosa succederebbe se la tecnologia potesse in un futuro non troppo lontano sui sensi per condizionare la nostra percezione del reale. Inizieremmo a confondere la realtà reale con quella virtuale? O semplicemente scopriremmo che non esiste una vita reale, ma esistono solo delle simulazioni?»16.

Di qui il ricongiungimento con il tema di Ahrimane sviluppato nel capitolo 5 dove si parla del film Wanted – Scegli il tuo destino. Si tratta di capire bene quale sia l’ideale di Ahrimane, secondo il pensiero di R. Steiner dopo aver fissato il suo intento con la forma fisica materiale. Il perdurare di tale forma statica gli permetterebbe di realizzare, appunto, il suo fine: l’umanità distaccata per sempre dai mondi spirituali e conducente un’esistenza perpetua nel mondo dei sensi. Ecco il senso della morte ahrimanica: morte spirituale. In relazione alla morte fisica Ahrimane ha come contropartita la generazione e la nascita, cioè ciò che a lui interessa è che la forma del discendente sia in tutto uguale a quella dell’ascendente. E fa sorgere la forza  dell’ereditarietà, della trasmissione della forza fisica. In questa sfera di attività parallela a quella in cui si vive, la Terra materiale è la prima realizzazione parziale del regno ahrimanico. Ahrimane è però costantemente attivo. Trasporta nel suo regno le forme che ruba alla vita eterna, le fissa nella morte e prepara i prototipi di nuove esistenze materiali, la sfera delle tenebre, dove ogni forma di esistenza tende a irrigidirsi, a condensarsi.

Ahrimane, come abbiamo visto, ha fatto sorgere nell’uomo il pensiero concettuale con il preciso intento di trasformarlo in un suo strumento finalistico. Il concetto ahrimanico è un’immagine vuota della realtà; sorge così quel concetto superastratto che è la causalità. Ed è in questa sfera che Matrix del film suddetto opera con le sue simulazioni.

 

9 L’uovo del “Mondo Superno” alchemico e la geometria  del “Bene” della “Perfezione”

9.1 Introduzione alla “Città proibita”


Illustrazione 4: Immaginario “telaio del fato” della mappa di Pechino (Cina) rivolta al Sud. La città proibita.

Con l’illustr. 4 ripropongo l’immaginario “telaio del fato” della mappa di Pechino (Cina) rivolta al Sud, mostrato nel capitolo precedente. Qui è posta in evidenza (in azzurro) l’area della cosiddetta “Città Proibita” (S, ZǐjìnchéngP, letteralmente “Purpurea città proibita”), che fu il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing. Essa si trova nel centro di Pechino, la capitale cinese. Per quasi 500 anni, ha servito come abitazione degli imperatori e delle loro famiglie, così come centro cerimoniale e politico del governo cinese. Più da vicino mostro il relativo ingrandimento con l’illustr. 5, per far vedere nel dettaglio come è composta, con la nomenclatura delle varie parti:


Illustrazione 5: Pianta della “Città Proibita” di Pechino. (Tratto da Wikipedia)

    • Porta Meridiana [A]
    • Porta Divina Potenza [B]
    • Porta Gloriosa dell’Ovest [C]
    • Porta Gloriosa dell’Est [D]
    • Torri angolari [E]
    • Porta della Suprema Armonia [F]
    • Palazzo della Suprema Armonia [G]
    • Palazzo dell’Eminenza Militare [H]
    • Palazzo della Gloria Letteraria [I]
    • I tre luoghi del sud [K]
    • Palazzo della Purezza Celeste [L]
    • Giardino Imperiale [M]
    • Palazzo dell’Educazione Mentale [N]
    • Palazzo della Tranquilla Longevità [O]

La linea tratteggiata divide approssimativamente la corte interna (nord) con l’esterna (sud).

Sin d’ora, osservando la pianta della ”Città Proibita” di Pechino, si intravede la prima risposta al tema di questo capitolo, che è il “bene” della “perfezione”, che poi farò vedere in termini geometrici. Vediamo in particolare che alcuni palazzi e porte di accesso si legano all’ARMONIA e queste valgono come segni simbolici rassicuranti. Ma poi passando la pianta al vaglio della geometria avremo la prova che i costruttori della “Città Proibita” non furono da meno di quelli delle tre piramidi di Giza, per legare il Tutto architettonico all’Uovo alchemico del “Mondo Superno”, esaminato con l’apporto dell’alchimista Michael Maier (illustr. 11). Notare che non si tratta di un mondo legato alla “pietra”, come fu quello della piramidi di Giza, ma di un mondo legato al “legno”, perché la reggia degli antichi imperatori della Cina è tutta fatta con questo materiale. Nel 1987 la Città Proibita è stata inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, che la riconosce come la più grande collezione di antiche strutture in legno che si sia conservato fino ai giorni nostri.

L’aggettivo “Proibita” deriva dal fatto che, a parte i membri della casa imperiale, nessuno vi poteva entrare senza l’esplicito permesso dell’Imperatore. Talvolta nel passato veniva chiamato anche “Palazzo d’Inverno”.

9.2 L’Armonia l’attributo della perfezione

Si passa la pianta della “Città Proibita” al vaglio della geometria, come previsto. Tralascio di farlo con la pianta dell’illustr. 6 perché non corrisponde alla realtà e preferisco farlo con quella tratta da Google Map che, ovviamente, invece è corretta. Con l’illustr. 18, espongo la prima rappresentazione geometrica che ho eseguito e fa vedere come si delinea l’“uovo” del “mondo superno” dell’emblema VIII  dell’Atalanta fugiens di Michael Maier, mostrato con l’illustr. 4 (capitolo 14.1) della seconda parte.


Illustrazione 6: Pianta della “Città Proibita” di Pechino. (Google Map). L’“uovo” del “mondo superno” di Michael Maier.

Con A, B, C e D sono indicati i limiti assiali della “Città Proibita”, e con l’illustr. 6 seguente, viene spiegata la geometria che qui si delinea, su cui si basa, appunto, l’“uovo filosofico” che farà nascere “l’augello” di Maier (L’“Araba Fenice”) dell’ARMONIA. Per questa ragione è una geometria aurea in cui si delinea un triangolo isoscele che ha la sagoma della piramide cheopiana, cioè è conformata all’insegna della sezione aurea.

Illustrazione 7: Pianta della “Città Proibita” di Pechino. (Google Map). La piramide cheopiana della sezione aurea.

Questa condizione è dimostrata graficamente esaminando l’illustr.  7 tramite il rettangolo OEFD. La procedura in merito è la seguente:

  • Si traccia il quadrato OCHG delineando il lato GH, di cui G appartiene al cerchio tangente ai due lati obliqui del triangolo ABC (che ha la sagoma della piramide cheopiana);
  • si traccia il lato DF del rettangolo OCFD, di cui D appartiene all’ellisse ABCD (l’“uovo filosofico”);
  • si traccia il segmento IL in modo da dividere a metà il quadrato OEFD;
  • si punta il compasso in L e si traccia l’arco di cerchio GF: questa è la prova che il rettangolo OEFD è aureo, cioè è relativo alla geometria della sezione aurea.

Ed ora resta da capire a che implicazione porta la prova della sezione aurea che ha comportato dimostrare che il triangolo ABC è analogo a quello della piramide di Cheope. In particolare interessa capire bene la possibile relazione con il fine dell’ARMONIA, che è il miglior modo assoluto per pervenire al “bene” e, conseguentemente, il fine della “perfezione”. E questo per aver superato la “prova del fuoco”, rintuzzando l’azione nefasta dell’impatto con la sfinge, il coniglio e altri animali tentatori del “Telaio del Fato” di Pechino, dell’illustr. 1. Il mio disegno dell’illustr. 7 lo suggerisce chiaramente con la geometria della Piramide  di Cheope, cioè col punto G che appartiene al cerchio che vi è tangente. G indica che è stata valicata la Porta della suprema armonia, da considerare come segno tangibile che vi consegue. Averla superata, così come è visibile con l’emblema VIII di Michael Maier dell’illustr. 4 (capitolo 14.1) della seconda parte, col piede dell’armigero, ossia di Marte, ci permette di immaginare la sfolgorante bellezza dell’Araba Fenice, “l’augello del mondo superno” maierino, appunto.

 

 

La Dea Amaterasu nello Shinto giapponese,

la Porta della Suprema Armonia


Illustrazione 8: Stampa giapponese che ritrae Amaterasu mentre esce dalla caverna e torna ad illuminare la terra. (da Wikipedia)

Secondo lo Shintoismo (il cui significato è “la via degli dei”), la religione originaria giapponese, Amaterasu è la Grande Dea Madre Sole, madre di tutti gli dei e non c’è una figura maschile di uguale rango al suo fianco. Da lei discende la famiglia imperiale giapponese e il Giappone stesso. E’ un culto antico di migliaia d’anni, quasi una forma di animismo che celebra la natura e la presenza della divinità in tutte le forme viventi collegate ad essa.

Viene considerata di sesso femminile anche se non è possibile vederla.

Amaterasu (Luce dei Cieli) Omikami: Omi=Suprema, kami=divinità, è una dea solare, è espressione di luce. E’ simboleggiata e rappresentata da uno specchio poiché è così luminosa e brillante da non poter essere guardata a occhio nudo.

Amaterasu  inventa l’arte della tessitura e vive in un’enorme sala colma di telai dove tesse le stoffe meravigliose che servono da modello per i kimono (secondo la tradizione i colori delle stoffe sono fonte di vita).

Un giorno, il suo distruttivo fratello Susanowo invade la sala della tessitura e la devasta scatenando una tempesta.

Addolorata la Dea si rinchiude in una caverna e ci rimane per giorni facendo piombare il mondo nell’oscurità. La data in cui viene festeggiata l’uscita di Amaterasu dalla caverna è il 21 dicembre, solstizio d’inverno, con chiari riferimenti astronomici. Amaterasu entra ed esce dalla caverna e dopo la sua terza nascita crea il Giappone.

La caverna (vulva grotta) è simbolo complementare, vale a dire che funge da ponte tra due realtà, due dimensioni; ci fu un tempo in cui la verità era la via: quando gli abitanti della terra erano Dei. Via via che l’umanità perse coscienza di sé la verità si ritirò nell’oscurità della caverna, al centro della montagna (questo è uno dei significati del mito di Amaterasu) e il mondo di fuori divenne quello interno: tutto si capovolse, ciò che prima era manifesto divenne celato e ciò che prima era superno divenne infero.

La via che viene percorsa durante le tre rinascite iniziatiche è una via che collega l’Alto al Basso: asse verticale è tripartito: sole-montagna-caverna.

Amaterasu non è visibile, perché è la rappresentazione del Sole Nero, il centro galattico dell’universo che è Madre. Per poter essere vista dalla sua discendenza imperiale, Amaterasu consegna al capostipite uno specchio attraverso il quale poterla ammirare. Lo specchio è custodito e protetto rigorosamente nel Naiku di Ise-shi, inaccessibile a chiunque tranne alla famiglia imperiale.

Nei secoli II e I a.C. il Giappone fiorì come una federazione di numerose comunità molte delle quali governate da donne che detenevano un solido e indiscusso potere. Il buddismo fu introdotto solo nel 300 d.C., fino a quel momento solo “la via degli dei” shin-to era riconosciuta dal popolo17.

 

NOTE

15 Matrix (The Matrix) è un film di fantascienza del 1999 scritto e diretto da Larry e Andy    Wachowski. Ha vinto numerosi premi, tra cui 4 Oscar. Il titolo deriva dal termine latino matrix (generatrice/matrice), che a sua volta ha dato origine al vocabolo inglese matrix, ovvero “matrice di numeri”, un elemento di tipo tabellare derivante da strutture matematiche, molto utilizzato in informatica per associare dati, o sistemi di dati, tra loro. In questo caso, la matrice rappresenta una sorta di cyberspazio o realtà simulata creata dalle macchine. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Matrix

16 Tratto da: MIMESI E APPRENDIMENTO VIRTUALE di Andrea Alì – Abstract. Bollettino Itals Anno 12, numero 54 – Giugno 2014

17 Fonte:   https://devanavision.it/articoli/le-dee-tessitrici-e-larte-di-tessere-come-atto-di-creazione-della-realta/

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Categorie: Egitto, Tradizione Primordiale

Pubblicato da Ereticamente il 31 Luglio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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